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Monito Fmi, non mollare sulla finanza. Rischi da npl e Cina

Pubblicato il 11 ottobre 2017 da ansa

Monito Fmi, rischi da npl e Cina

 

NEW YORK.- La stabilità finanziaria migliora ma anche se le ”acque sembrano calme” non bisogna abbassare la guardia. Le grandi banche si sono rafforzate, ma un terzo di quelle importanti a livello di sistema potrebbero faticare a livello di redditività e questo potrebbe diventare un rischio in un quadro tutto sommato positivo.

L’invito a non compiacersi dei progressi fatti finora arriva dal Fondo Monetario Internazionale, secondo il quale le ”vulnerabilità” che stanno emergendo – fra le quali i crediti deteriorati e la Cina – vanno affrontate e risolte affinché non diventino problemi più seri in grado di far deragliare la ripresa economica.

Se il sistema finanziario americano appare in buona forma, quello di Eurolandia continua a fare i conti con un livello di crediti deteriorati ancora elevato: sono 988 miliardi di euro, ma caleranno quest’anno a 900 miliardi. Un ”segnale incoraggiante” arriva dall’Italia, dove per quest’anno è attesa la vendita di 65 miliardi di non perfoming loan.

Rispetto alle rivali americane, le banche europee così come quelle giapponesi incontrano maggiori difficoltà in termini di redditività. Delle nove banche identificate dal Fmi che rischiano nel medio termine di faticare la maggior parte parte sono infatti del Vecchio Continente – ci sono Unicredit e Deutsche Bank – e del Sol Levante.

Secondo quanto emerge da una tabella contenuta nel Global Financial Stability Report, le nove banche potrebbero presentare un return on equity sotto l’8% e diventare, nel lungo periodo un problema, per la stabilita’ finanziaria.

”Problemi anche in una delle grandi banche importanti a livello di sistema potrebbe generare stress al sistema, per questo l’azione delle autorità deve concentrarsi sui rischi del modello di business e su una redditività sostenibile”. Sulla migliorata stabilità finanziaria pesano altri rischi: dalla ”complessa” finanza della Cina alla caccia dei rendimenti che ”si è spinta troppo oltre” anche in seguito alla politica monetaria accomodante.

Il Fmi sprona quindi le autorità a trovare il giusto equilibrio fra sostegno all’economia e la lotta alle debolezze emergenti. E’ ”importante” che la Bce mantenga il suo impegno per una politica monetaria accomandante anche a fronte di una possibile riduzione degli acquisti di asset il prossimo anno, spiega il Fondo mettendo in guardia i mercati che, con una volatilità bassa, sembrano snobbare possibili shock.

Fra i rischi al sistema ci sono i livelli di debito in aumento dei paesi del G20 e – avverte Tobias Adrian, responsabile del rapporto – il leverage nel settore privato salito a livelli più alti di quelli pre-crisi. Nonostante gli inviti a non mollare, il quadro dipinto dal Fmi è sostanzialmente positivo con la ripresa economica decollata che ha aiutato le banche. Ora il nodo è evitare che i problemi che ”si stanno creando sotto la superficie” diventino seri minaccino la ripresa come accaduto con la crisi.

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Cina, scure S&P: primo taglio del rating dal 1999

Pubblicato il 21 settembre 2017 da redazione

Cina

Cina, scure S&P: primo taglio del rating dal 1999

PECHINO. – A meno di un mese dal 19/mo congresso del Partito comunista cinese e dal rafforzamento al vertice del presidente di Xi Jinping, Standard & Poor’s taglia il rating della Cina da AA- ad A+, con outlook stabile. Neanche il tempo di assaporare le positive stime dell’Ocse (Pil a +6,8% nel 2017 e +6,6% nel 2018 con investimenti in infrastrutture, contro un +6,5% atteso quest’anno dal governo), che l’agenzia di valutazione Usa ha calato la mannaia per la prima volta dal 1999 adducendo l’impennata del profilo di rischio economico e finanziario sulla prolungata fase di crescita dei prestiti.

In altri termini, lo stock del debito continua a fare paura: “spesso – recita una nota – i rialzi dei prestiti sono stati superiori a quelli del reddito” personale. Dal 2009, i crediti sul settore residente non governativo sono saliti rapidamente tenendosi spesso sopra la dinamica dei redditi. Pur se il trend ha contribuito “alla forte crescita del Pil reale e a prezzi più alti degli attivi, riteniamo che in certa misura abbia anche ridotto la stabilità finanziaria”.

La mossa di S&P segue di pochi mesi il downgrade di maggio di Moody’s (da ‘Aa3’ad ‘A1’, con outlook ‘stabile’ da ‘negativo’), sui timori di frenata della crescita e aumento del debito governativo al 40% del Pil per il 2018 e al 45% a fine decennio, che scatenò la piccata reazione del ministero delle Finanze per il “metodo non appropriato” seguito.

Due bocciature in un lasso di tempo breve fanno intuire che Pechino non abbia convinto sulla sostenibilità dell’economia, malgrado la prima metà dell’anno abbia segnato un Pil sorprendentemente a +6,9%, il miglioramento della profittabilità del settore industriale, il rafforzamento dello yuan sul dollaro e il freno alla fuga di capitali.

La scorsa settimana, nel format 1+6, il premier Li Keqiang ha detto ai capi di istituzioni come Fmi, Banca Mondiale, Wto e Ocse, che la situazione “del debito era sotto controllo”. “Prevediamo che la crescita del credito nei prossimi due o tre anni resterà a livelli che gradualmente aumenteranno i rischi finanziari”, scrive oggi S&P che si aspetta un Pil reale sopra il 4% annuo, anche se rallenteranno ulteriormente gli investimenti pubblici. La crescita economica è attesa a +5,8% annuo fino ad almeno il 2020, pari al ritmo reale pro capite del 5,4%.

(di Antonio Fatiguso/ANSA)

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Europarlamento, la Cina non è un’economia di mercato

Pubblicato il 13 maggio 2016 da redazione

Cina-economia

STRASBURGO. – L’Europarlamento dice no al riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina, che secondo Pechino dovrebbe scattare automaticamente a dicembre, a 15 anni dall’avvio della procedura di accesso al Wto.

“La Cina non è un’economia di mercato” ed “ancora non soddisfa i cinque criteri stabiliti dalla Ue” per concedere il Mes eliminando il dirigismo e liberalizzando il tasso di cambio, hanno scritto gli europarlamentari in una risoluzione ‘bipartisan’ firmata da popolari (Ppe), socialisti (S&D), liberali (Alde), conservatori (Ecr) e Verdi è passata praticamente all’unanimità (546 sì, 28 no e 77 astenuti), raggiunta dopo un intenso lavoro diplomatico dietro le quinte.

Un voto “importantissimo” ed in piena sintonia con la posizione dell’Italia, lo definisce il neoministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda. Alla vigilia del Consiglio Esteri-Commercio, che avrà anche il tema della Cina sul tavolo, ricorda che per il governo gli strumenti di difesa commerciale “non solo vanno tenuti in piedi ma rafforzati”.

Il documento non è vincolante e non chiude la partita. Semmai la apre, avvicinando la Ue alle posizioni Usa e lanciando un forte messaggio politico di pre-posizionamento: per difendere l’industria, il pil ed i posti di lavoro in Europa la Commissione dovrà mantenere i meccanismi anti-dumping ed “opporsi a qualsiasi concessione unilaterale” dello status di economia di mercato. Insomma, niente fughe in avanti da parte di paesi o settori industriali.

E se l’esecutivo Ue, nella fase finale del negoziato, fosse spinto a soluzioni di compromesso troppo morbide, il Parlamento ha sostanzialmente detto di essere pronto alla bocciatura quando sarà chiamato ad approvare la proposta legislativa in co-decisione.

Strasburgo naturalmente riconosce e ribadisce “l’importanza del partenariato tra la Ue e la Cina”, tanto che nel preambolo osserva che “per la prima volta nel 2015 gli investimenti della Cina nella Ue hanno superato gli investimenti dalla Ue in Cina”.

Ma chiede di “tenere in conto le preoccupazioni dell’industria europea e dei sindacati” per le conseguenze dell’eventuale apertura sull’industria europea, facendo riferimento anche all’obiettivo – fissato già nel 2012 dalla Commissione – di “portare al 20%, entro il 2020, la quota dell’industria nel pil della Ue”.

Perciò chiede che la Ue continui ad usare la “metodologia non-standard”, mantenendo gli attuali livelli di dazi e procedure anti-dumping. E segnala alla Commissione la “necessità imminente” di “una riforma generale” degli strumenti di difesa commerciale verso tutti i partner “nel pieno rispetto delle regole del Wto”.

Nei commenti dopo il voto, esultano gli italiani. Antonio Tajani, vicepresidente vicario del Parlamento ed ex Commissario all’industria, sottolinea che le conseguenze negative dell’apertura graverebbero per il 40% sulla manifattura italiana. La capogruppo Pd, Patrizia Toia, osserva che l’apertura Ue “non può tradursi in un danno ingiusto per le nostre imprese”. Ed il pentastellato David Borrelli sottolinea che la Commissione “non potrà fare finta di niente”, annunciando che il M5S – che avrebbe voluto un testo anche piùà duro – vigilerà per evitare aggiramenti. I Verdi europei auspicano che la Ue affianchi “una diplomazia commerciale” alla sua politica commerciale.

Cauti invece i liberali: pur allineati alla maggioranza, chiedono di non arrivare a “conclusioni premature” e invocano una “analisi di impatto globale” per “trovare il modo giusto per trattare in futuro le merci oggetto di dumping dalla Cina”.

(dell’inviato Marco Galdi/ANSA)

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