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Pronti 400 milioni per Matera 2019. Gentiloni: “E’ simbolo del Sud”

Pubblicato il 26 settembre 2017 da ansa

Matera

Matera Capitale Europea della Cultura

 

 

ROMA. – Con circa 400 milioni stanziati, il governo accelera sugli interventi per “Matera 2019”, quando la città lucana sarà Capitale europea della cultura. “La ‘dolente bellezza’ di cui parlava Carlo Levi si presenta al mondo. Non è un’iperbole dire che è un fatto storico”, sottolinea il premier Paolo Gentiloni.

“Il nostro dovere come istituzioni – afferma – è far sì che questo straordinario appuntamento non resti una parentesi isolata ma sia una tappa memorabile di un lungo percorso di riscatto di una città meravigliosa e sia un simbolo per il Sud. Andiamo nel mondo forti delle nostre radici”.

L’occasione è la firma del Contratto istituzionale di sviluppo per Matera 2019, che coinvolge i ministeri di Cultura, Ambiente, Infrastrutture e Sud, la Regione Basilicata, la città di Matera e Invitalia, nonché il coordinatore degli interventi Salvatore Nastasi.

A dare la misura dell’impegno, già avviato con cantieri attivi con la stipula del patto per la Basilicata, è il ministro per la Coesione Claudio De Vincenti: sono previsti “interventi diretti su Matera 2019 per 106,4 milioni e su Basilicata 2019 per 284,9 milioni, più il bando periferie per 13,12 milioni: nel complesso circa 400 milioni a disposizione”.

Si tratta, sottolinea il ministro, di “fondi interamente coperti, in parte nazionali e in parte strutturali europei: senza far debito” e con “protocolli di legalità”. “E’ una giornata storica, per non dire epica”, si commuove il sindaco della città, Raffaello De Ruggieri. Mentre il presidente della Basilicata Marcello Pittella parla di una prova di “responsabilità” per la Regione e il Sud.

“Il contratto – spiega Gentiloni – prevede diverse misure e progetti, decisioni che riguardano la qualità ambientale, culturale della città, le vie di collegamento”, dalle strade alla ferrovia, fino a oggi punto dolente. Sono sette i primi interventi di riqualificazione (se ne potranno aggiungere altri) previsti dal contratto: il percorso di accesso al centro città (dalla stazione ai Sassi); il restauro paesaggistico del Parco delle cave; il Parco della storia dell’uomo (Civiltà Rupestre, Civiltà Contadina, Preistoria, Città dello Spazio); la piazza della Visitazione.

“Abbiamo la responsabilità di arrivare pronti all’appuntamento”, dice il presidente del Consiglio, spronando a proseguire nel “lavoro di squadra”. Ma dall’opposizione c’è chi già polemizza: “Siamo a circa un anno dall’inizio del 2019 e siamo ancora all’anno zero su tutto”, sostiene il capogruppo di Direzione Italia, Cosimo Latronico.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Tamburri: “L’italiano non è più solo una lingua etnica”

Pubblicato il 22 febbraio 2017 da redazione

Antony Julian Tamburri, Decano e professore dell’Italian American Institute Calandra

NEW YORK – “L’italiano non è più solamente una lingua etnica. È molto importante ribadirlo. Direi essenziale. D’altronde abbiamo pressappoco 100mila giovani a livello nazionale che studiano l’italiano; a livello universitario, invece, ne calcoliamo circa 90mila”. Lo assicura Antony Julian Tamburri, Decano e professore dell’Italian American Institute Calandra e autore di saggi indispensabili per capire lo sviluppo culturale della nostra Collettività. Tra questi, “Una nuova semiotica dell’etnicità: nuove segnalature per la scrittura italiano-americana” (2010), “Re-reading Italian Americana: Specificities and Generalities on Literature and Criticism (2014) e i volumi di cui è co-editore “Italian Americans in the Third Millenium” (2009) e “The Cultures of Italian Migration: Diverse Trajectories and Discrete perspectives (2011).

– Nel 2009 – ci dice – abbiamo realizzato un sondaggio per capire meglio chi studia l’italiano nelle scuole pubbliche. Al questionario hanno risposto circa 6mila alunni, la maggior parte della scuola media e del liceo. Di questi 6mila, il 59 per cento erano giovani di origine italiana e il 41 per cento no. Il risultato ottenuto è molto importante. In primo luogo, dimostra che sono ancora tanti gli alunni di origine italiana che continuano a studiare la nostra lingua e che sono altrettanto numerosi i giovani che pur non avendo radici italiane si avvicinano alla nostra cultura. E poi ci permette di registrare l‘importante crescita che ha avuto l’insegnamento dell’italiano dal 1969 ai nostri giorni.

Afferma che alla fine degli anni ’60 e all’inizio dei ’70 gli studenti che frequentavano i corsi d’italiano erano tra gli 11 e i 12mila. Oggi, invece, la cifra si aggira tra gli 80 e i 100mila. Tamburri sottolinea che nel “2009 la nostra era di nuovo una lingua di cultura”. E fa notare che sebbene la “Modern Language Association” – l’autorevole associazione fondata nel 1883 che per quantità e qualità dei ricercatori ed esperti in lingua e letteratura è senz’altro la maggiore e più prestigiosa degli Stati Uniti – negli ultimi due anni abbia registrato una flessione del 6 per cento nello studio di tutte le lingue a livello nazionale, il numero degli studenti ora è di nuovo in crescita.
Il sondaggio del 2009, quindi, mostra un nesso affettivo sempre più forte tra l’Italia e le nuove generazioni; un richiamo verso la lingua e la cultura di origine. A questo punto, viene spontanea la domanda:

– Come è cambiata la nostra Collettività?

Tamburri parla scandendo le frasi. Non sorprende l’accurata scelta delle parole nell’esprimersi, caratteristica intrinseca del docente esigente innanzi tutto con se stesso e amante della lingua italiana e della nostra cultura.

– Siamo ormai alla quinta, sesta generazione – ci dice. – C’è il mito che molti cognomi italiani siano stati cambiati ad Ellis Island quando gli agenti di emigrazione trascrivevano le generalità dei nostri emigranti. E’ possibile che sia accaduto. Ci può essere stato qualche errore involontario. Ad esempio, all’università avevo un amico il cui cognome era Martell. Solo all’ultimo anno, chiacchierando, sono venuto a sapere che il cognome del nonno, in realtà, era Martello.

– È il caso di Manfort, l’ex assessore del presidente Trump. Pare che il vero cognome fosse Manforte. Si afferma spesso che per molti giovani della prima generazione fu una maniera di mimetizzarsi.

– Questa pratica di troncare il cognome, di togliere l’ultima vocale – spiega -, non era poi così rara. Poi c’è stata una rivalutazione. Io direi che questa è avvenuta in particolare con la terza e la quarta generazione. Non dimentichiamo che alla fine degli anni ’70 c’è stata l’invasione del “Made in Italy”. Già all’inizio della decade del ’70 c’era stato il cinema con Fellini e Antonioni. E poi la cucina che, ad un certo punto, è diventata praticamente la gastronomia nordamericana. Abbiamo oggi un numero di ristoranti d’alta cucina italiana che prima non esisteva. C’è stata una rinascita generale dell’orgoglio etnico.

– Come si integra la nuova emigrazione in questo contesto?
Non risponde immediatamente. Poi commenta:

– E’ un fenomeno che deve essere ancora valutato e studiato.

– Ha competenze assai diverse da quelle dell’emigrazione d’inizio del secolo scorso – facciamo notare.

– Senz’altro – ammette. – Ha un bagaglio culturale assai diverso da quello dell’emigrazione storica d’inizio del 900. Bisogna poi distinguere tra chi fa parte del mondo delle scienze naturali, che di solito trova subito una sistemazione presso qualche università o istituto di ricerca, e chi, invece, è laureato in materie umanistiche. Quest’ultimi hanno maggiori difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro.

Afferma che è più semplice per chi frequenta un dottorato dal momento che, spesso, la stessa università li aiuta ad ottenere il visto di lavoro.

– Negli Stati Uniti – spiega – c’è una strana legge che non permette al datore di lavoro di chiedere apertamente se si è in possesso di un regolare visto di lavoro. Se, al momento dell’offerta, affermi spontaneamente che non hai il visto, di solito, specialmente a livello universitario, ti aiutano ad ottenerlo. Ma non possono chiederti direttamente se lo hai.

– E a livello politico, qual è il peso della nostra Collettività? Ad esempio, nello Stato di New York?

Spiega che a livello locale e statale, specialmente in quei centri in cui la nostra comunità è assai numerosa, sono tanti i politici di origine italiana.

– Nella legislatura dello Stato di New York, tra Senato e Camera dei Deputati – ci dice – vi sono 225 parlamentari.
Di questi, una cinquantina sono di origine italiana. Il nostro istituto riceve il 95 per cento dei fondi dallo Stato di New York. Siamo una voce nel bilancio dello Stato di New York.

Ci dice, poi, che il Calandra, qualche anno fa, iniziò una ricerca titolata “Oral History Archive”, ovvero archivio storico orale. Dei 50 parlamentari, quasi la metà accettò di partecipare. Si trattava di registrare un’intervista “face to face” per gli archivi dell’istituzione. E furono i parlamentari ad aiutare affinché fossero stanziati ulteriori fondi per la realizzazione dell’indagine.

A proposito dell’Istituto, Tamburri ci dice che è nato nel 1979, “dopo quasi vent’anni di lamentele, di obiezioni giuste da parte del corpo docente italiano ma anche dello staff in generale della ‘City University of New York’ perché sostenevano che a loro erano negati certi incarichi di responsabilità all’interno dell’Università”.

– Insomma, una specie di discriminazione…

– Si – ammette anche se evita la parola “discriminazione” -. Sembrava ci fosse un blocco. Non si permetteva ai professori di origine italiana di occupare incarichi amministrativi superiori. Negli anni ‘70 il senatore John Di Calandra aveva realizzato un’indagine e nel 1978 aveva redatto un dossier di 80 pagine in cui si parlava di discriminazione contro i docenti italiani. L’anno successivo è stato creato l’istituto che porta il suo nome.
Sostiene che c’erano anche altri problemi a livello di scuole pubbliche. Ad esempio, il tasso di giovani che non finivano il liceo era molto alto.

– A cosa si attribuiva questo fenomeno?

– Si presume che fossero giovani della prima generazione – ci dice -. Probabilmente per le loro famiglie l’università non era molto importante per cui, ad una certa età questi ragazzi dovevano mettersi a lavorare. A volte, nell’azienda dei genitori.

– Sembra strano, una contraddizione. Tradizionalmente i figli degli emigranti hanno una migliore educazione perché i genitori desiderano dargli ciò che in gioventù è stato loro negato. In Venezuela, la prima, seconda e ora anche terza generazione rappresentano una “elite” nel mondo delle scienze, della ricerca, della medicina. Sono i figli d’italiani i capitani d’industria più agguerriti…

– E’ vero – ammette per poi far presente:

– Ma attenzione, parliamo di studenti delle scuole pubbliche. Quello che non abbiamo ancora indagato, come comunità, è il tasso di diserzione ad esempio nelle scuole cattoliche. Si sa, sembra almeno che sia una consuetudine, che la famiglia italiana preferisca che i figli frequentino i licei e le università cattoliche. Questa è una ricerca da fare. Cioè, analizzare la popolazione italiana nelle scuole e nelle università private. In questo caso, sostengo che probabilmente incontreremo, una realtà assai diversa.

Sottolinea che l’istituto di cui è Decano e professore è “nato con tre compiti: il ‘consultant’, cioè l’offerta di servizi di consulenza sia a livello accademico che personale; la diffusione della storia e della cultura degli americani di origine italiana; e la ricerca”.

– L’idea di creare la figura del consulente, sia a livello accademico che personale – spiega -, risponde, se si vuole, alla convinzione che un consulente italiano possa capire meglio le problematiche della nostra comunità.

– Quindi un giovane italiano che vuole venire negli Stati Uniti può fare riferimento a voi.

– Certamente – assicura -. I nostri consulenti, ancora oggi, visitano almeno tre volte al mese, se non una volta alla settimana i diversi licei, specialmente quelli di New York frequentati da un alto tasso di studenti italiani, e quando dico italiani intendo dire di origine italiana. Evito il termine italo-americano.
Altra missione dell’istituto è la diffusione e la promozione della storia e della cultura degli americani di origine italiana.

– Lo facciamo in diversi modi – spiega -. Ad esempio, attraverso il nostro portale e la nostra televisione. Abbiamo, infatti, un programma televisivo mensile che viene postato anche su youtube. Parallelamente organizziamo eventi pubblici, conferenze, presentazione di libri. Il terzo scopo dell’Istituto – prosegue – è la ricerca. Avviene attraverso simposi. Organizziamo un convegno ogni anno su un tema che cambia di volta in volta. Pubblichiamo libri. Negli ultimi 10 anni ne abbiamo pubblicati 10 o 12, forse anche di più, Sono saggi e atti di convegno.

Ci parla, con giustificato orgoglio, dell’interessantissima e ricca biblioteca dell’Istituto che si sviluppa attorno a tre importanti donazioni quelle dei professori Pietro Saraceno, John Cammet e Phillip Cannistrato.

“Saraceno Collection”, è la donazione del professore Pietro Saraceno, docente di Storia dell’Università di Roma, con oltre 13.500 volumi e una collezione unica di Leggi e Decreti dal Regno d’Italia fino al 1959. La “Cammet Collection”, è rappresentata da circa 2000 opere donate da John Cammet, del dipartimento di Storia del “John Jay College of Criminal Justice” (Cuny), che raccoglie le maggiori opere di studio e analisi sul comunismo e sul fascismo oltre alle opere complete di Antonio Gramsci di cui il professore Cammet era un profondo studioso. E la “Cannistraro Collection”, orientata verso lo studio dell’epoca fascista italiana donata dall’emerito professore Philip Cannistraro, docente di “History and Italian American Studies” nel Queens College, (Cuny).
Mauro Bafile

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Stefano Albertini: “La lingua non è l’unico strumento di promozione della nostra cultura”

Pubblicato il 12 febbraio 2017 da Mauro Bafile

Il professore Stefano Albertini, direttore di Casa Italiana Zerilli-Marimò

NEW YORK – La lingua italiana unico strumento per la diffusione della cultura italiana? Non proprio. Come abbiamo scritto in altre occasioni, pur essendo la lingua il veicolo per eccellenza per la divulgazione della nostra cultura, dell’arte e delle tradizioni, non è l’unico. Della stessa opinione è il Direttore di Casa Italiana Zerilli-Marimò, Stefano Albertini, che incontriamo nel suo ufficio, una sala che sarebbe amplia e spaziosa se non fosse per la quantità di libri che non solo colmano gli scaffali lungo le pareti, ma sono sparsi un po’ ovunque.

– Abbiamo molto chiaro – ci dice convinto – che cultura e lingua s’identificano e che parte del nostro lavoro sia anche quello di promuovere l’italiano come idioma. Ma – precisa immediatamente – sarebbe vivere fuori dal mondo se non fossimo coscienti che, specialmente negli Stati Uniti, bisogna tener conto di condizioni molto particolari. Ci troviamo di fronte ad una delle comunità italiane più numerose della diaspora iniziata alla fine dell’800 e che continua fino ai nostri giorni; una collettività che già alla sua seconda generazione aveva perso la lingua. Per questo – prosegue – se realizzassimo gli eventi solo in italiano, non saremmo in grado di raggiungerla tutta. Per noi sarebbe un grosso fallimento. La nostra missione, così come l’ha voluta la fondatrice – spiega -, è quella di portare la cultura italiana a chi la ama, la apprezza, a prescindere dalle proprie origini o dal fatto che conosca la lingua italiana. Non perdiamo occasione naturalmente per promuovere anche la diffusione della nostra lingua e, ogni qualvolta se ne presenti l’occasione, organizziamo eventi in italiano.

Sostiene, ad esempio, che se uno scrittore italiano, il cui libro non è stato tradotto in inglese, si trova a New York, “non c’è ragione per organizzare una conferenza in inglese invece che in italiano”.

– Ci si rivolge – commenta – a un pubblico che può leggere, o ha già letto il suo libro. Ma è evidente che se viene uno scrittore di molto successo in America, i cui libri sono stati tradotti in inglese come nel caso di Baricco, gli chiediamo di parlare in inglese. Il suo pubblico è anche americano; sono amanti della cultura che hanno letto le sue opere. Spesso, in questi casi, chiamiamo anche un traduttore. E’ bello e assai interessante anche il passaggio tra le due lingue. L’idea è di promuovere l’italiano ma deve essere chiaro che non siamo una scuola di lingue. Il nostro obiettivo va più in la. La nostra missione è molto più profonda e amplia.

– La nuova emigrazione, quella costituita dai ragazzi che oggi lasciano l’Italia, o i giovani nati qui di seconda o terza generazione, assistono alle vostre manifestazioni? Partecipano alle vostre iniziative?

– Comincerei col precisare che ogni categoria di eventi ha un suo pubblico – puntualizza -. Noi in genere sappiamo chi parteciperà a ognuno di essi. Addirittura ci immaginiamo i volti che incontreremo. Ad esempio, se organizziamo una serie di presentazioni di brani d’Opera, già immaginiamo la composizione demografica del pubblico. Si tratterà di persone con un’età più o meno alta. Non ci sarà una particolare presenza di italo-americani. Con questo voglio dire che sarà un pubblico misto. Per altre manifestazioni, invece, potrei attendermi giovani italiani di recente emigrazione o di permanenza provvisoria.

Sostiene che, ad esempio, una manifestazione dedicata al cibo e alla cucina “sicuramente attrarrà un pubblico femminile e prevalentemente italiano o italo-americano la cui età si aggirerà attorno ai 40 anni”; dal canto suo, un evento destinato alla moda “avrà anch’esso un pubblico femminile ma, in questo caso, prevalentemente americano”.
Julian Sachs, un giovane professore e “Program and Media Coordinator” di Casa Italiana Zerilli Marimò che fino ad ora aveva assistito in silenzio e in modo assai discreto alla conversazione con il professor Albertini, interviene per spiegare che “quando l’invitato è un cantante che ha partecipato al Festival di San Remo o, comunque, è di moda in Italia, alla nostra manifestazione assiste un gran numero di giovani”.

– Si – prende di nuovo la battuta il Direttore di “Casa Italiana” per precisare:

– Soprattutto giovani di emigrazione recente. Per quel che riguarda poi il cinema, se parliamo di neo-realismo o commedie italiane, il grosso pubblico sarà americano e l’età media sarà alta. Se invece si proiettano produzioni attuali, la fascia d’età tenderà ad abbassarsi drasticamente. In questo caso, il pubblico sarà prevalentemente italiano, costituito soprattutto da giovani arrivati di recente. Gli americani saranno pochi.

Sachs commenta che, in generale, le manifestazioni che hanno come centro d’interesse il mondo del celluloide tendono ad abbassare l’età del pubblico, anche trattandosi di opere legate al neorealismo.

– Insomma – commenta Albertini -, l’età e la caratteristica del pubblico cambiano di volta in volta. Dipendono dalla tipologia dell’evento. Gli italiani di recente emigrazione sono legati all’università e sono quelli che partecipano più numerosi a iniziative legate alla politica italiana, al cinema contemporaneo, alla musica moderna…

– La nuova ondata d’italiani, giusto per identificarli in qualche modo – spiega Sachs – ha creato alcuni gruppi. Se per loro la nostra manifestazione ha un richiamo, se desta qualche interesse, vengono in massa.

– Quando parla di gruppi, si riferisce al fenomeno di ghettizzazione volontaria che ha caratterizzato l’emigrazione del passato, specialmente in quei paesi in cui la comunicazione, per via della lingua, era assai difficile e l’integrazione, un fenomeno ancor più complesso?

– Una via di mezzo – taglia corto Sachs -. Oggi la lingua non è più un ostacolo. La stragrande maggioranza dei giovani viene a frequentare l’Università. Quando parlavo di gruppi, intendevo giovani uniti da uno stesso interesse. C’è chi viene per studiare cinema, chi invece cerca d’inserirsi nel mondo della moda o del design. Ognuno di essi frequenta ambienti particolari. Da qui la tendenza a fare gruppo.

New York è una città iper-attiva. Gente che viene e gente che va, sempre con un gran da fare. L’attività culturale è molto intensa in ogni settore. E voler essere presenti ad ogni manifestazione culturale è umanamente impossibile. Lo è, ancora oggi a Caracas, sebbene la crisi economica e l’insicurezza abbiano castigato severamente il mondo della cultura che, fino a 15, 20 anni fa, era frizzante, irrequieto, all’avanguardia e offriva un ventaglio di manifestazioni che nulla avevano da invidiare alle grandi capitali del mondo; figuriamoci in una metropoli che, con ragione, si considera il “centro del mondo”. Anche in seno alla nostra comunità di New York, le manifestazioni si accavallano e si susseguono a ritmo incalzante.

– Sebbene Casa Italiana Zerilli-Marimò sia una delle istituzioni più attive della nostra Collettività, non è l’unica. Ve ne sono altre ugualmente importanti. Come fate a evitare che le manifestazioni che organizza ognuna di esse possano coincidere?

Sorride. Lo sguardo di Albertini incontra quello di Sachs. Quindi ci dice:

– E’ il prezzo che paga chi fa cultura in una città come New York. Non siamo soli. E’ questa, a mio avviso, una grande ricchezza. Ho sempre interpretato in questo modo, in maniera assai costruttiva la presenza attiva dei miei colleghi e delle altre istituzioni.

– Si, immagino che sia molto stimolante…

– Lo è… molto – conferma. – E poi – aggiunge, – man mano che passano gli anni le nostre missioni, le caratteristiche di ognuna si consolidano.

Commenta che a New York, ogni sera, nell’ambito della nostra collettività si organizzano “tre quattro e anche cinque avvenimenti culturali”. Tutte, possiamo darne credito, di grande spessore.

– Sono eventi organizzati dalle istituzioni italiane e italo-americane che operano a New York – aggiunge -. C’è l’Italian Accademy della Columbia University, meno presente forse nell’ambito delle manifestazioni ma certamente molto attiva nel settore della ricerca e nella produzione accademica; c’è il Calandra – Italian American Istitute e c’è il Centro Levi, che si occupa essenzialmente di temi inerenti all’ebraismo italiano, per nominarne solo alcune. Tra tutte queste, devo dire che è l’Istituto Italiano di Cultura quello con cui abbiamo rapporti più frequenti.

Ammette, comunque, che spesso avvenimenti organizzati da “Casa Italiana” e l’Istituto Italiano di Cultura coincidono irrimediabilmente. D’altronde, come tiene a sottolineare, sia l’istituto che dirige sia l’Istituto Italiano di Cultura organizzano eventi quasi ogni sera. Assicura che si è stabilito un ottimo rapporto con il dottor Giorgio Van Straten, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Ciò permette di organizzare assieme alcuni incontri e, in ogni caso e, nel limite del possibile, di non far coincidere manifestazioni simili o assai importanti.

– Tra noi esiste un ottimo rapporto – sostiene –. Ci incontriamo due o tre volte l’anno, in maniera molto informale per scambiare idee su progetti in elaborazione. Analizziamo insieme i rispettivi calendari delle attività, li controlliamo, li commentiamo. Evitiamo sovrapposizioni eclatanti e cerchiamo di individuare momenti chiave di collaborazione che possono svolgersi qui, in Casa Italiana, o presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura.

Ricorda che il dottor Van Straten era appena arrivato quando una sera coincisero due manifestazioni d’Opera, con l’orchestra nell’Istituto Italiano di Cultura, e con una cantante in Casa Italiana.

– Una cosa assurda – ammette senza difficoltà -. Non dico che non si possa coincidere. Accade. Ma se si fa un evento di Opera italiana nell’Istituto Italiano di Cultura non credo proprio che sia il caso di organizzarne uno simile in Casa Italiana. Ciò vorrebbe dire sottrarsi pubblico perché, tutto sommato, si tratta dello stesso pubblico, di persone che amano la nostra cultura.

– L’attuale direttore del nostro Istituto è un uomo di profonda cultura, scrittore, traduttore, autore di testi per musica e per teatro musicale…

– Assolutamente – ci interrompe -. Ed è un uomo portato alla partecipazione che, come noi d’altronde, non ha bisogno di personalismi. Abbiamo una missione e una passione che ci accomuna e ci entusiasma. E’ questa la ragione di fondo della nostra stretta collaborazione.

Stefano Albertini non è solo il Direttore di Casa Italiana Zerilli-Marimò, è anche docente di una delle università private più prestigiose della Grande Mela; un uomo, quindi, non solo a contatto con il pubblico che frequenta l’autorevole istituto italo-americano ma anche con giovani studenti, con i quali condivide irrequietezza, curiosità, avido desiderio di conoscenza. E’ per questo che chiediamo:

– Qual è la reazione dei giovani, sia italiani sia americani, di fronte alla cultura italiana? Quale la loro risposta?

Il volto di Albertini s’illumina. Non è più il direttore di Casa Italiana, una delle istituzioni più dinamiche della nostra Collettività, ma il docente innamorato del proprio lavoro.

– Ho la fortuna – ci dice con malcelato entusiasmo – di fare un lavoro bellissimo. La direzione di Casa Italiana Zerilli-Marimò è senz’altro una responsabilità che appassiona. Non è mai noiosa, ogni giorno regala sorprese. Mi obbliga ad essere aggiornato su tutto quanto avviene in Italia e in America. Devo tener conto che non sono un piazzista di libri in un deserto. Propongo una cultura millenaria, in tutti i suoi aspetti, in un paese che oggi ha una cultura egemonica. Questo è l’aspetto straordinario del mio lavoro che mi permette di conoscere tutti i protagonisti della vita culturale italiana, scrittori, registi, cantanti, musicisti, compositori, fotografi… Però… – si sofferma un attimo riflessivo – l’aspetto più bello del mio lavoro è la docenza. Sono innamorato del mio lavoro di insegnante. La docenza mi gratifica, mi appassiona. Entro in aula e sono contento d’esserci. Chiaro, nelle manifestazioni che organizzo come Direttore di Casa Italiana incontro tanta gente… ma non è lo stesso. Quando do lezione, quando ascolto gli alunni, quando parlo con loro… Imparo moltissimo, mi aiutano a capire come evolve il mondo.

In altre parole, non si perde il contatto con la realtà, pericolo che si corre quando ci si chiude in un ufficio preoccupati di organizzare eventi, concentrati nel proprio lavoro, estranei a tutto quanto accade attorno a noi.

– I suoi studenti sono italiani o italo-americani? Come vedono l’Italia, la sua cultura?

– I miei corsi sono frequentati da studenti che non hanno nessuna relazione con l’Italia – ci spiega. – Spessissimo è il loro primo approccio con la cultura italiana. Quindi sento ancor più la responsabilità della docenza. E’ l’occasione per convincerli a proseguire, a continuare a studiare la cultura italiana. I giovani – sottolinea – sono curiosi per natura. E’ mia responsabilità mantenere viva questa curiosità.

Commenta che recentemente ha svolto un corso su Machiavelli; un percorso didattico non solo per far capire l’importanza delle idee dello storico, del filosofo, dello scrittore fiorentino autore del “Principe” ma, soprattutto, per trasmettere il fascino del rinascimento italiano, la profondità e la complessità di un’epoca.

– All’inizio – spiega – si iscrivono per curiosità. Il personaggio desta interesse per tanti motivi che vanno dalla cultura popolare ai video-giochi in cui Machiavelli è protagonista. Insomma, arrivano in aula per motivi diversissimi. Durante il corso cerco di convincerli che, qualunque sia il motivo per cui si sono iscritti, vale la pena conoscere meglio la cultura italiana per la sua ricchezza straordinaria, la sua varietà. Non dico che – ammette con umiltà – ci riesca sempre; ma posso affermare che la risposta, in termini generali, è sempre molto buona. Alla fine mi rendo conto che ho un prodotto che, tutto sommato, non è difficile da promuovere se viene presentato bene, nella maniera giusta.

– Molti giovani pensano di frequentare l’università negli States. Cosa consiglia loro?

– La prima cosa che, credo, sia bene sapere è che l’università americana è molto costosa – osserva. – Insomma, richiede un impegno finanziario molto importante da parte delle famiglie. Al contrario degli studenti americani, che ricevono borse di studio, riduzioni nella retta e che possono usufruire di strumenti di assistenza economica; lo studente straniero non ha diritto a nessuna forma di aiuto economico. Se una università costa, ad esempio, 60mila dollari l’anno, non c’è verso per uno straniero di ridurre quella cifra. Per cui, direi di pensarci bene dal punto di vista economico. Ma anche se le famiglie fossero in grado di affrontare la spesa senza problemi, direi di valutare bene se ne vale realmente la pena.

Albertini, sull’argomento, è molto chiaro. Ritiene che anche in Italia vi siano ottime Università il cui spessore accademico non ha nulla da invidiare a quelle americane.

– Ci sono ottime strutture e professori eccellenti – prosegue -. E poi c’è il “Programma Erasmus” che permette agli studenti di recarsi in altri paesi dell’Europa a studiare.

Insiste, quindi, nel sottolineare che frequentare una buona università italiana non solo offre un risparmio considerevole ma permette allo studente anche un’ottima formazione accademica.

– Forse mi licenzieranno per dire questo – afferma in tono tra l’ironico e il divertito, – ma è mio dovere farlo. Questo per quanto riguarda il livello “graduate”. Il mio consiglio è completamente all’opposto se parliamo del “dottorato di ricerca”. Direi che per chi è appassionato allo studio e alla ricerca un Phd negli Stati uniti è impagabile in quanto formazione e accessibile in termini economici.

Spiega che la regola che non permetteva ai giovani studenti stranieri l’accesso a “borse di studio”, finanziamenti e aiuti economici scompare nel caso di coloro che, ottenuta la laurea universitaria, decidono di specializzarsi. Sottolinea che gli Stati Uniti sono particolarmente generosi verso gli studenti che desiderano studiare un Phd in fisica, ingegneria, letteratura o in qualunque altra disciplina. Precisa, poi, che mentre in Italia decidere di frequentare un “dottorato” vuol dire “affrontare una laurea da soli” e con le proprie forze, nelle università nordamericane il percorso dottorale prevede un progetto di formazione ordinato, con corsi, seminari ed esperienze d’insegnamento che aiutano a preparare il lavoro accademico.

– Il dottorato – assicura – è strutturato in maniera organica. Negli Stati uniti c’è una lunga tradizione, in Italia, purtroppo, no.

Non poteva mancare, ovviamente da parte nostra, un riferimento ai giovani italo-venezuelani in procinto di lasciare il Paese per affrontare l’esperienza universitaria. Probabilmente per molti sarà anche l’inizio di una vita da emigranti, come lo fu quella dei loro genitori. Anche in questa occasione, Albertini è molto onesto e chiaro.

– Direi di prendere veramente in considerazione di frequentare un’università in Italia e non negli Stati Uniti – consiglia. – Tra l’altro, alcune università come il Politecnico di Milano, offrono corsi interamente in inglese; per cui chi domina l’inglese vi si può iscrivere. Il Politecnico di Milano, quello di Torino e altre università occupano anche un’ottima posizione nelle classifiche mondiali per struttura e qualità d’insegnamento. Queste lauree in inglese – prosegue – sono tenute in alta considerazione dalle università negli Stati Uniti. Al di la del costo delle università nordamericane, credo che sia utile porsi una domanda: vale la pena spendere tanti soldi per un percorso formativo universitario quando si può ottenere lo stesso risultato in un’università altrettanto esigente ma molto più economica in Italia?

Albertini parla speditamente. Qualche pausa qua e là, qualche frase particolarmente sottolineata per accentuarne il significato, qualche silenzio che vale più di mille parole. Si esprime con la stessa chiarezza con cui si rivolge agli alunni durante le ore di lezione. Conclude con un ultimo consiglio:

– Il grande problema per chi vuole costruirsi una vita negli Stati Uniti è lo “status” migratorio. La legislazione nordamericana, su quest’ argomento, è particolarmente severa. Tutti pensano negli Stati uniti come il Paese della grande emigrazione; nel paese dalle porte aperte. È bene sapere che non è più così. Proprio perché per anni è stato un paese mecca per emigranti, oggi le procedure per regolarizzare la propria situazione sono particolarmente difficili, complesse, lunghe e costose. Il primo consiglio che mi sento di dare e sento ripetere dai miei amici fino alla nausea è: non violate la legge migratoria americana. Se si entra negli Stati Uniti con un visto, anche europeo che prevede una permanenza di tre mesi, non si commetta la sciocchezza di restare di più. Non importa un mese, quindici giorni, una settimana o un solo giorno. La polizia non vi andrà a cercare. Potrete stare tranquilli che non accadrà nulla. Poi, però, quando si uscirà dal paese e si cercherà di tornarvi vi sarà negato l’accesso. E sarà molto difficile sanare la situazione. Molti ragazzi commettono questa leggerezza e poi se ne pentono; è una leggerezza che preclude, a volte per sempre, la possibilità tornare.

CASA ITALIANA ZERILLI-MARINÒ

La sede di Casa Italiana Zerilli-Marimó

Non sempre è stato rosa e fiori. L’insegnamento dell’italiano, nella New York University, non ha sempre avuto lo “status” attuale. Come afferma Albertini, “era quasi invisibile e irrilevante, fino agli inizi degli anni ’90” del secolo scorso.
– Dall’essere considerato l’ultima disciplina dell’Università, l’insegnamento dell’italiano è diventato ora di primissimo piano – ci dice con mal celato orgoglio e soddisfazione -. Ma questo non sarebbe stato possibile se non ci fossero stati due fatti rilevanti: prima la creazione, grazie alla baronessa Zerilli-Marimò, di Casa Italiana a New York, il cui scopo fu non solo di dare una sede al Dipartimento d’Italiano per renderlo indipendente e non più subalterno a quello Francese, ma anche di creare un centro di promozione della cultura italiana; poi la donazione all’Università di “Villa La Pietra” a Firenze, di 57 acri che erano proprietà di Sir Harold Acton. Questi due avvenimenti hanno segnato una svolta importante per il Dipartimento d’italiano della New York University. Oggi abbiamo circa 400 nostri studenti a Firenze. Quando torneranno, saranno il nostro bacino naturale, il bacino di utenza del nostro Dipartimento.

Il professore Stefano Albertini con la baronessa Zerilli-Marimò

Spiega che prima dell’iniziativa della baronessa Zerilli-Marimò e della donazione di sir Harold Acton, la cattedra d’italiano, in seno all’Università, era la “cenerentola”.

– Oggi – spiega Albertini -, il nostro è un vero e proprio Dipartimento di “Italian Lenguage”, con un approccio di 360 gradi sulla cultura italiana. Molte università americane hanno un loro Dipartimento di “Italian Study”, poi però risulta che vi sono appena due professori di letteratura italiana che magari fanno sul corso di cinema o sul teatro. Il nostro no. Abbiamo una professoressa di storia, uno storico dell’arte, un filosofo delle idee e del costume e così via.

Afferma che il contributo privato alle università è un fatto normale e che solitamente, si manifesta attraverso finanziamenti.

La baronessa Mariuccia Zerilli-Marimò

– Nel nostro caso il supporto dei privati è avvenuto sotto forma di donazioni – conclude, – Probabilmente l’Università sola non sarebbe mai arrivata ad investire così tanto negli studi d’italiano. Una volta che le risorse sono state rese disponibili si è realizzato il miracolo. Oggi possiamo affermare che l’italiano è senz’altro una disciplina osservata con molta attenzione con stima e simpatia da parte dei colleghi. Non siamo più una disciplina marginale.
Mauro Bafile

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