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“25 Aprile”, una vera Festa Nazionale?

Pubblicato il 24 aprile 2017 da Stefano Macone

Come ogni anno con l’approssimarsi della ricorrenza del 25 Aprile cominciano inevitabili le polemiche. Nessuna altra nostra festività civile è accompagnata da tutte le problematiche che la “Festa della Liberazione” solleva.

Quest’anno per esempio le dispute più eclatanti si sono avuti a Milano e a Roma. Nel primo caso perché un gruppo dichiaratamente di destra (Lealtà e Azione) ha organizzato una propria celebrazione con annessa visita al cimitero di Milano per rendere omaggio ai caduti della RSI ivi sepolti; nel secondo caso perché nel corteo romano promosso dall’ANPI è prevista la partecipazione di alcune delegazioni Palestinesi e i rappresentanti della Brigata Ebraica, anch’essi invitati, non hanno però gradito, tanto che, salvo ricomposizioni avvenute dopo la stesura del presente articolo, si avranno a Roma due cortei separati: uno dell’Anpi con i palestinesi presenti e uno del PD con la Brigata Ebraica.

Ma perché questo avviene? Perché questa festa non viene mai vissuta con serenità? Io personalmente, per esempio sono ormai molti anni che non celebro più il 25 Aprile, in quanto la ritengo una ricorrenza estremamente politicizzata che non unifica il paese ma lo divide. La mia è stata una scelta fatta in giovane età, decisione che negli anni a seguire, avendo avuto modo di approfondire i miei studi sulla storia del nostro paese, ho riconfermato.

Dal mio punto di vista una festa nazionale dovrebbe essere un qualcosa che appartiene all’intera comunità, qualcosa che dovrebbe unire un popolo o la stragrande maggioranza di esso attorno a dei valori comuni, dovrebbe rappresentare un patrimonio condiviso, un’identità comune, in cui tutti si possono identificare, e sinceramente non credo che il 25 Aprile abbia queste caratteristiche.

Mi rendo conto che un’affermazione del genere può sembrare forte e già immagino che qualcuno mi abbia subito liquidato concludendo che sono un “fascista di merda”, magari qualcuno un poco più gentile mi potrebbe accusare di essere un “revisionista” con altrettanto carico di disprezzo con cui il termine revisionista viene spesso e volentieri accostato a quello di fascista.

Eppure le voci critiche verso questa ricorrenza non sono poche. Molte persone come lo scrivente non la sentono propria, per tantissima gente il 25 si fa festa perché è festa, perché come quest’anno chi può ha fatto il ponte, non perché ne percepisce quello che dovrebbe essere il valore o il messaggio, o perché s’identifica in essa.

Chiaramente in un paese come il nostro dove si ricorda continuamente che la nostra è una repubblica nata dalla Resistenza, non riconoscersi in essa, metterla in discussione vuol dire mettere in discussione il fondamento del nostro stesso assetto istituzionale e della nostra democrazia. Ora questo sarebbe vero se questa correlazione tra Resistenza e democrazia fosse esclusiva e se realmente la nostra democrazia fosse la filiazione diretta e consequenziale del processo resistenziale. Il punto cruciale è che mio avviso non lo è! non ritengo che se non ci fosse stata la Resistenza non ci sarebbe stato nessun processo democratico successivo.

È questo il grande inganno e il motivo per cui questa festività più di altre scatena polemiche, perché nonostante la retorica non tutti i cittadini di questo paese, a mio avviso giustamente, riconoscono nella Resistenza un qualcosa che è parte del proprio patrimonio culturale e identitario. Questo avviene al di là dell’indubbio valore degli uomini e delle donne che hanno combattuto nelle file dei partigiani, che meritano e meriteranno sempre rispetto. Ma rispettare qualcuno per le sue scelte non vuol dire condividerle e farle proprie, né impedisce di esprimere delle critiche in generale.

Il trascorrere del tempo l’allentarsi dei vincoli “culturali” e dei condizionamenti derivati dall‘esito della 2° guerra mondiale e del confronto bipolare hanno permesso di approfondire le ricerche storiche; ricerche che hanno messo in luce forti contraddizioni tra i fatti avvenuti e quello che per esempio è stato per anni riportato sui libri di storia utilizzati nelle scuole superiori italiane o alla storia insegnata nelle università.

Basti pensare ai libri di Giampaolo Pansa, giornalista uomo sicuramente non di destra, allievo durante i suoi studi universitari di Alessandro Galante Garrone, che con il suo lavoro ha fatto conoscere al grande pubblico avvenimenti e fatti non sempre edificanti del biennio 43-45. Ma prima di Pansa e di molti storici di professione fu anticipatore Giorgio Pisanò, anch’egli giornalista che fece un lavoro certosino che a dispetto delle sue idee politiche e del suo passato, fascista e soldato della RSI, fu caratterizzato da una onestà intellettuale che molte volte è mancata in parecchi storici e analisti politici teoricamente “democratici”. Ma potremmo citare anche altri che a vario titolo possono essere considerati revisionisti: Giordano Bruno Guerri, l’indimenticato Indro Montanelli, maestro del giornalismo italiano, Ernesto Galli Della Loggia oppure Renzo De Felice, il più grande storico sul fascismo in Italia, che per primo ne ha fatto la storia nella forma corretta cioè partendo da fatti e documenti.

Il lavoro di queste persone ha progressivamente contestualizzato e storicizzato gli eventi italiani e ovviamente ha in parte demolito la retorica del mito resistenziale evidenziandone i limiti, le reali dimensioni e purtroppo anche i crimini e le manchevolezze.

Io ritengo che l’Italia sia diventata una democrazia indipendentemente dalla Resistenza per il semplice fatto che il suo destino era stato deciso a Yalta, dove il nostro paese è stato assegnato alla sfera d’influenza americana. Magari non era detto se saremmo diventati una repubblica o rimasti una monarchia ma sicuramente sì una democrazia, perché gli americani hanno tanti difetti ma di norma tendono, dove possono, a creare regimi democratici; magari anche solo formali ma lo fanno (ritengo che questo li faccia sentire in pace con la coscienza, ma questa è un’altra storia).

Quando si parla di quel periodo e della genesi dell’Italia Repubblicana bisogna tener presente che il lasso di tempo che va dal 25 luglio 1943 all’aprile del 45 è uno dei più complessi articolati e confusi che si siano mai presentati nella storia dell’Europa. l’Italia in quei due anni ha subito un trauma profondo che non è stato mai affrontato realmente, semplicemente rimosso, messo da parte, ma mai curato.

Per curare un trauma però bisogna analizzarlo per quello che è veramente, nella sua realtà e in tutta la sua crudezza; invece nel racconto di quegli eventi che è stato fatto e che ancora nelle scuole viene proposto ci sono molte inesattezze storiche, troppe!!

Per esempio la resistenza, tranne che nelle ultime settimane prima del 25 aprile 45, non fu un fenomeno di popolo, ma minoritario. Ormai la maggior parte degli storici concordano che dopo l’8 settembre, il disfacimento dello stato italiano e la fuga ignominiosa del Re, la maggior parte delle persone soprattutto ex soldati e giovani rimasero a casa nascosti ad attendere la fine della guerra, quindi né con la Repubblica sociale né con i Partigiani, forse nella consapevolezza che ormai le sorti del paese non dipendessero più da loro.

La resistenza non fu l’unico contributo militare italiano alla guerra contro la RSI e i Tedeschi, eppure non viene mai celebrato con pari enfasi il contributo dato dal Corpo Italiano di Liberazione prima e dei Gruppi di Combattimento poi.

La lotta partigiana fu un fenomeno limitato geograficamente basti pensare al fatto che parte del centro Italia e tutto il sud non ne sono stati coinvolti.

Che piaccia o no si trattò di una guerra civile. A torto o a ragione una parte d’Italiani decisero di continuare a combattere contro gli alleati e a fianco dei tedeschi e quando un popolo si divide e si scontra si chiama guerra civile. Tra l’altro molti dimenticano che lo scontro del 43-45 aveva avuto un prologo nella Guerra di Spagna (1936-1939) quando antifascisti inquadrati nelle Brigate Internazionali si scontrarono più volte con il CTV inviato da Mussolini a sostegno dei Franchisti (per es. nella Battaglia di Guadalajara).

Infine l’Italia la guerra l’ha persa e se vogliamo anche male. Per americani, inglesi, francesi etc. noi siamo stati sconfitti e come tali siamo stati trattati. Il contributo della Resistenza e del Corpo Italiano di Liberazione non ha modificato l’impianto generale: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato….” Queste furono le parole iniziali del discorso di De Gasperi il 10 agosto del 1946, alla conferenza di pace di Parigi. Non sono parole di un vincitore, assolutamente no.

Se qualcosa in seguito è cambiato è perché a un certo punto è iniziato il conflitto est-ovest e questo ha fatto sì che la necessità di confrontarsi con il blocco Sovietico mitigasse molte delle clausole dei trattati di pace.

Non voglio qui entrare nel merito di chi ha torto o chi ha ragione, la storia ha già emesso i suoi verdetti, quello che voglio evidenziare è che negare che gli italiani fossero divisi e combattessero tra di loro non permette di capire perché poi a distanza di 70 anni ci troviamo ogni anno a polemizzare su questa data e sul perché molti non si identifichino con essa. Mi si potrebbe obbiettare che una parte avesse torto e l’altra ragione, ma anche dando per scontata questa cosa, rimane il fatto che rinnegare la dignità degli sconfitti non è un gesto teso a superare il trauma della divisione ma a perpetuarlo.

Tornando per esempio alla Spagna, Francisco Franco dopo aver dato inizio alla costruzione del monumento della Valle de Los Caidos, inizialmente dedicato a Josè Antonio Primo de Rivera, decise che nel mausoleo sarebbero stati seppelliti sia caduti Repubblicani che Nazionalisti, forse fu solo un gesto di facciata, ma di fatto fece un qualcosa che tendeva a superare l’antagonismo, riconoscendo soprattutto la dignità e la buona fede dei caduti della parte avversa.

Un gesto del genere in Italia non è stato mai fatto.

Noi siamo ancorati a un confronto che è ormai storia, che in realtà moltissimi italiani non sentono quasi più figuriamoci poi i nuovi italiani e gli stranieri residenti in Italia. Non possiamo continuare a rifiutare la nostra storia, possiamo criticarla anche aspramente, ma non possiamo mistificarla o addirittura falsificarla. Non è facendo finta che il Fascismo non sia mai esistito che rafforzeremo le nostre convinzioni democratiche, non è rifiutando il fatto che gli italiani si sono divisi e combattuti duramente che supereremo quel trauma, anzi l’atteggiamento di esclusione è come se amplificasse e perpetuasse la guerra civile per un tempo indefinito che ci blocca anche nel nostro futuro.

Il mondo è profondamente cambiato ormai lo scontro non è più tra destra e sinistra, che ormai sembrano categorie vecchie di secoli, gli scontri sono altri. Per esempio, come dicevo all’inizio, le polemiche sulla presenza di Palestinesi e Brigata Ebraica nello stesso corteo: un evento del genere conferma il carattere estremamente politico e divisivo di questa data ma soprattutto non centra nulla con la nostra storia.

Il punto è che interrogarsi sul 25 aprile in realtà vuol dire porsi domande sull’identità Italiana contemporanea e questo chiaramente mette in crisi molte persone, molti settori della società e della politica. Apparentemente non c’è una connessione diretta, ma sapere chi siamo, da dove veniamo porta a decidere anche cosa vogliamo fare oggi e dove vogliamo andare nel futuro; determina anche le scelte più specifiche come le politiche economiche o quelle estere etc. e noi più che mai abbiamo bisogno di decidere cosa fare “da grandi”.

Superare il 25 Aprile così come viene interpretato e proposto da 70 anni sarebbe il segno che il trauma è stato curato e che siamo finalmente liberi di pensare al futuro e alle sfide che ci si presentano.

Stefano Macone

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Almagro critica governo e Opposizione

Pubblicato il 24 febbraio 2017 da redazione

CARACAS – Ancora una volta Luis Almagro, segretario generale dell’Osa, è tornato a parlare del Venezuela. E, in questa occasione, ha impiegato toni assai duri per criticare sia il governo sia lOpposizione. L’ex ministro degli Esteri dell’Uruguay è convinto che il paese uscirà dalla crisi istituzionale solo attraverso le elezioni. E a tale proposito ha sostenuto che l’Opposizione è responsabile d’aver perso l’occasione di realizzare, come contemplato dalla Costituzione, il Referendum per revocare il mandato del presidente Maduro.
Almagro da Washington ha affermato categorico che in Venezuela deve tornare a percorrere il cammino democratico. Ha quindi sottolineato che “le elezioni sono sempre state l’unico cammino percorribile per uscire da un sistema dittatoriale” ed cominciare a percorrere quello democrático.
Almagro ha anche invitato i paesi latinoamericani a non essere indifferenti a quanto accade in Venezuela e ad osservare l’evoluzione política del Paese non giá come arena di confronto ideologico.
Non è mancato il riferimento al rispetto dell’autonomia dei poteri pubblici. Il segretario Generale dell’Osa ha criticato l’ostilità mostrata dal governo che, con il suo atteggiamento, indebilisce le funzioni del potere legislativo. Ha quindi condannato la presenza nella carceri di prigionieri politici

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Venezuela: Consiglio Nazionale Elettorale proibito all’opposizione

Pubblicato il 24 maggio 2016 da redazione

mud-protesta

CARACAS – Est, Ovest. Caracas, come d’altronde tutto il Paese, sempre più spaccato in due. Da un lato, a est, l’opposizione che, dopo aver conquistato il Parlamento, è ora impegnata nella crociata per il Referendum Revocatorio; a ovest, il governo, nella roccaforte di Miraflores, che difende i propri spazi e il proprio potere. Nel mezzo, come in un sandwich, i venezuelani, un elettorato oramai stanco di fare la fila alle porte di supermarket e farmacie, asfissiato dalla propaganda politica, dai ricatti, dalle minacce.

Non è solo una separazione virtuale; non è solo la simbologia di un sistema politico che ha cancellato i chiaroscuri, le tonalità di grigi per trasformare tutto in bianco e nero: opposizione o Governo. E’ una realtà che si riflette nell’erosione delle libertà fondamentali: quelle di protesta, di manifestazione, di opinione.

In passato, durante la “Quarta Repubblica”, la capitale era una sola. Non vi erano spazi “off limits”. E alle forze politiche, simpatizzanti o no del governo, critiche o no con il potere di turno, non si negava la possibilità di manifestare, di protestare lungo le strade cittadine o di recarsi al “centro storico”, sede delle istituzioni del Potere simbolo della democrazia.

Non si “ghettizzava” l’opposizione. E’ vero, a volte le manifestazioni si trasformavano in violenza. E allora interveniva la “Policia Metropolitana” a sedare gli animi. La repressione spesso era brutale, come d’altronde lo è anche oggi. L’indomani si denunciavano gli abusi e gli studenti arrestati erano messi in libertà.

Tolleranza. Accettare la protesta pacifica come espressione di libertà, è sempre stata la base del sistema democratico venezuelano, non privo di gravi imperfezioni. Ed è sempre stata ammessa anche da quei governi con palese vocazione autoritaria, che pure ve ne sono stati.

E’ stata questa la differenza tra il Venezuela moderno e il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla, la Spagna di Franco. Insomma, tra il Paese, isola di pace e di democrazia, e le nazioni del continente umiliate dalle crudeli dittature.

La città, simbolicamente spaccata in due, riflette la realtà politica del Venezuela che vive una crisi istituzionale ed economica che non ha precedenti. Non si riconosce nelle forzature volute da Governo e opposizione ed è oggi in cerca di una propria identità, mentre il Psuv e il governo si dibattono nelle proprie contraddizioni e il Tavolo dell’Unità si confronta con l’eterogeneità dei movimenti che la compongono e lottano per la leadership.

Nel “chavismo” è in corso un dibattito interno accanito che ha fatto emergere importanti correnti di dissenso che non si riconoscono con il Governo del presidente Maduro. Queste reclamano un giro di vite che permetta evitare l’implosione del “movimento”; un giro di vite che riconosca il ruolo delle attività private in una società moderna.

Dal canto suo l’Opposizione, che si riconosce nell’eterogenea alleanza del Tavolo dell’Unità, ha archiviato per il momento ogni discrepanza e, pur priva di un chiaro programma di governo, ha ritrovato l’unità grazie ad un obiettivo comune: il Referendum Revocatorio.

E’ la consulta popolare, che il Tavolo dell’Unità è convinto di vincere, la “mela della discordia”, il terreno in cui le forze politiche si affrontano. Psuv e Governo, ormai convinti che non potranno evitare il confronto nelle urne, concentrano le loro forze nell’evitare che il Referendum possa realizzarsi prima della fine dell’anno.

Dal canto suo, il Tavolo dell’Unità, cosciente che i tempi di realizzazione della consulta popolare sono stretti, reclama maggior celerità al Consiglio Nazionale Elettorale affinché si rispettino tutti i tempi burocratici stabiliti dalla Costituzione evitando ritardi innecessari.

E’ un confronto aspro in cui è intervenuta anche la CorteSuprema stabilendo che il Cneè “off the limits”. Detto in altre parole, decidendo che nessuna manifestazione di protesta potrà realizzarsi nei pressi dell’organismo elettorale.

Nonostante l’espressa proibizione, il Tavolo dell’Unità ha indetto l’ennesima manifestazione di protesta per esigere al Consiglio Nazionale Elettorale velocità nelle decisioni. D’altro canto, l’ex magistrato Blanca Rosa Marmol de León ha ritenuto, in una intervista al quotidiano “El Impulso”, incostituzionale la decisione del Tsj di creare una zona “off limits” attorno al Cne.

Il confronto politico tra Governo e opposizione non è solo sul Referendum. La lotta tra poteri prosegue sempre più aspra. Il presidente Maduro ha nuovamente presentato un “Decreto di Emergenza” che dovrebbe permettergli di governare senza doversi sottoporre all’esame del Parlamento. Ma, in questa occasione, il decreto non si limita all’ambito economico ma interessa anche quello delle libertà. In altre parole, darebbe al presidente della Repubblica poteri molto più ampi, tali da poter limitare la libertà di protesta, di manifestazione, di stampa e di opinione.

Ed infatti, il capo dello Stato ha già nominato il generale Carlos Alberto Martìnez Stapulionis capo della “Zona de Defensa Integral Capital 41”,cioè di Caracas, con l’ordine di controllare l’ordine pubblico e di reprimere ogni protesta in un momento particolarmente delicato per il governo che, stando all’agenzia Demoscopea Venebaròmetro ha appena un 25 per cento di popolarità.

Il Decreto di Emergenza Economica e di Stato di Crisi, già bocciato dal Parlamento, sarà sicuramente, come accaduto puntualmente fino ad oggi, ripescato dalla Corte.

E’ questo confronto politico esasperato, le manifestazioni di piazza represse con eccezionale quanto innecessaria violenza, la reiterata volontà di proibire la protesta ghettizzandola, l’incapacità di ex premier ed ex capi di Stato di promuovere il dialogo tra le parti scoraggia la visita di missioni ufficiali di paesi di governi democratici tradizionalmente amici e legati da vincoli politici e commerciali.

Ed è stato, se ci atteniamo all’interpretazione degli esperti in materia, la ragione per la quale anche il Segretario per i Rapporti con gli Stati del Vaticano, mons. Paul Gallagher, ha preferito cancellare all’ultimo momento il suo viaggio nel Paese.

La polemica tra Almagro e il presidente Maduro, che ha chiamato in causa anche l’ex presidente “Pepe” Mujica, non aiuta. E’ probabile che la diplomazia dell’Osa, nei prossimi giorni, si metta al lavoro per definire i termini dell’applicazione della “Carta Democratica” per il Venezuela.

Questa rappresenterebbe una grossa sconfitta per il presidente Maduro che comunque, con il suo linguaggio aggressivo e poco adatto ad un ex capo della diplomazia, è riuscito a creare il vuoto attorno a sé, sia nell’ambito latinoamericano – dove restano suoi alleati solo Morales e Correa – e sia soprattutto in quello europeo – dove gli echi della diatriba aspra tra Venezuela e Spagna, e il linguaggio poco elegante impiegato dal presidente Maduro per sottolineare il premier spagnolo sono ancora assai vivi -.

Alleati del Venezuela restano Russia, Cina e alcuni paesi produttori di petrolio, che non si caratterizzano certo per essere paladini delle libertà ed esempio di democrazia.

Intanto, si attende una nuova manifestazione della Mud, in un ambiente teso al limite dell’esplosione sociale. Il susseguirsi di manifestazioni della Mud, dei sempre più frequenti saccheggi potrebbero essere la scintilla di cui ha bisogno il capo dello Stato per applicare lo “Stato di Emergenza” e limitare le libertà dei venezuelani.

Da sottolineare, nell’ambito economico, il comunicato della “Academia National de Ciencia Economica”.Essa ha manifestato pubblicamente, come già fatto altre volte, preoccupazione per la situazione economica del paese e ha suggerito al governo strategie per affrontare la crisi.

I suoi consigli prevedono l’applicazione di strategie che promuovano un unico tasso di cambio; la privatizzazione delle industrie inefficienti,e ancora di abbandonare la pratica di finanziare la spesa pubblica con la stampa di banconote per mezzo della Banca Centrale, di negoziare finanziamenti con entità internazionali per stabilizzare il sistema finanziario e di liberare l’iniziativa privata.

L’Ance ritiene che in questo modo sarebbe possibile restituire la fiducia nel paese, senza la quale il collasso economico, in uno scenario di prezzi del petrolio ancora troppo bassi, sarebbe inevitabile.

(Mauro Bafile/Voce)

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