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La manovra supera la prima prova al Senato

Pubblicato il 30 novembre 2017 da ansa

La manovra supera la prima prova al Senato.

 


ROMA. – La manovra supera la prima prova del Senato, la più ostica dati i numeri sempre sul filo. La maggioranza ha tenuto, nonostante le tensioni e qualche rischio corso in commissione Bilancio, portando a casa un voto di fiducia tra le polemiche delle opposizioni che hanno bocciato una manovra piena di “mance elettorali”. Per il governo si tratta invece di una “fiducia per la crescita”, come ha sottolineato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

E mentre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato a non sentirsi “appagati” dai risultati ottenuti finora perché ci sono ancora molti “squilibri creati dalla crisi che vanno affrontati e colmati”, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha ribadito che oggi “l’economia italiana sta meglio” e che la prossima legislatura partirà da una base più solida per fare quello che bisogna fare” per arrivare a una crescita “a tassi significativamente più alti di quelli attuali”.

Una eredità positiva, insomma, per il governo che verrà e che si troverà comunque a dover rifare i conti con la Ue per verificare il rispetto delle regole ed evitare la richiesta di nuove correzioni o, peggio, di una procedura. Dopo lo sforzo del Senato, che con poche risorse – e con i voti determinanti di Ala e di Campo progressista – ha comunque bloccato l’età pensionabile per 15 categorie di lavori gravosi, che non passerà a 67 anni dal 2019, introdotto un fondo per i risparmiatori travolti dalle crisi bancarie e avviata l’eliminazione del superticket per le categorie più deboli, ora la parola passa alla Camera.

Lì si viaggia con numeri più confortevoli e l’intenzione è quella di riaprire diversi dei capitoli più importanti già affrontati a Palazzo Madama, dal bonus bebè alla web tax. Il tratto caratteristico di questa manovra, l’ultima prima della fine della legislatura, secondo le opposizioni resta però quello delle “mance elettorali”, date le numerose piccole e piccolissime misure introdotte in commissione e recepite in toto nel maxiemendamento, tranne alcune norme a sostegno delle vittime da amianto prive di coperture.

Nella lunga maratona notturna qualche dettaglio in effetti è sfuggito, e alcune norme andranno corrette a Montecitorio. A partire dal bonus bebè che ha fatto fibrillare la maggioranza e che, nelle intenzioni, doveva essere reintrodotto tale e quale. Invece la lettura della nuova norma anche da parte dei tecnici del Senato disegna un bonus che diventa sì per sempre, quindi per tutti i nuovi nati in famiglie che rientrano nei parametri Isee, ma con un assegno che andrà corrisposto per il solo primo anno di vita del bimbo, non per i primi tre.

Se l’intervento “dovrà essere aggiustato alla Camera lo sarà”, ha assicurato il viceministro Morando, placando le ire di Ap, che alla fine ha votato la fiducia ma aspetta “vigile” le modifiche della Camera.

A Montecitorio un altro capitolo da riaprire sarà quello della web tax se non altro, come ha detto sempre Morando, per compensare le banche che dovranno fare da sostituto d’imposta ai giganti del web. Ma ci dovrebbe essere anche un nuovo round sulle pensioni, dato che manca all’appello la proroga dell’Ape social, pur presente nel documento di confronto tra governo e sindacati. Lo stesso vale per gli enti locali, dopo l’intesa raggiunta con Comuni e Province.

(Di Silvia Gasparetto/ANSA)

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L.elettorale: Di Battista, democrazia è a rischio

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Legge elettorale: prime fiducie, M5s e Mdp mobilitano la piazza

Pubblicato il 11 ottobre 2017 da ansa

fiducia

Il tabellone elettronico dopo la votazione sulla fiducia che il governo ha posto sul primo dei cinque articoli di cui si compone la legge elettorale, Aula della Camera, Roma, 11 ottobre 2017.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

ROMA. – Il Rosatellum 2.0 supera i primi ostacoli nell’aula della Camera, con l’approvazione di due delle tre fiducie poste dal governo. L’obiettivo è di chiudere entro domani la partita a Montecitorio. Intanto infuria la polemica sulla decisione dell’Esecutivo: la fiducia non solo ha indignato gli oppositori della legge, che hanno portato in piazza i militanti, ma ha suscitato obiezioni anche nella maggioranza e al Pd, e persino nell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il Pd difende la scelta, unico modo per portare a casa la riforma elettorale. Che il governo abbia subito la richiesta della maggioranza di porre la fiducia sul Rosatellum 2.0 lo ha dimostrato l’assenza dei ministri sui suoi banchi; c’era solo il sottosegretario all’Interno Giampiero Bocci.

In Aula si è verificato quello che i gruppi avevano annunciato: le due fiducie sono passate con i voti di Pd, Ap, Civici, Minoranze linguistiche, mentre FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge. il “no” è giunto da M5s, Mdp e Fdi.

Alla fine nella prima fiducia si sono registrati 307 sì, 90 no e 9 astenuti, mentre nella seconda ci sono stati 308 sì, 81 no e 8 astenuti. Le astensioni sono arrivate da quanti nella maggioranza hanno definito “inopportuna” la fiducia, come alcuni deputati di Des-Cd o, nel Pd, Gianni Cuperlo. Dissenso anche da Rosi Bindi, che ha votato la fiducia, ma dirà “no” alla legge nel voto finale.

Matteo Renzi, ha ricordato che la fiducia sulla legge elettorale fu posta da De Gasperi nel 1953: “Si è parlato di fascistellum – ha attaccato – abbiamo una torsione verso l’assurdo di commenti che ci definiscono come fotocopia del fascismo. Ci rendiamo conto della gravità di questa violenza verbale? Il Rosatellun prevede collegi in misura inferiore al Mattarellum ma dove sia l’elemento fascista dei collegi sfugge”.

fiducia

Un momento della manifestazione di protesta del M5S davanti Montecitorio contro la fiducia posta dal Governo alla Camera sulla legge elettorale Rosatellum, 11 ottobre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

 

Il “no” delle opposizioni è stato gridato sia in Aula che nelle piazze. Nel pomeriggio Mdp ha chiamato nella vicina piazza del Pantheon i propri militanti, mentre i simpatizzanti di M5s hanno ascoltato le “arringhe” di Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Roberto Fico davanti Montecitorio. Le parole usate sono state forti (“golpe istituzionale”, attacco alla democrazia”). E punta a mobilitare la piazza anche Beppe Grillo: “i cittadini avranno la loro parte di responsabilità se nascerà l’ennesima legge elettorale porcata”.

 

 

 

La fiducia sembra aver spezzato anche il rapporto di rispetto di Mdp verso Paolo Gentiloni: “Ha perso credibilità, uno con credibilità avrebbe detto ‘non ci sto'”, ha detto Pierluigi Bersani. Giorgio Napolitano ha criticato il ricorso alla fiducia che, ha sostenuto, “limita pesantemente” l’ambito di intervento dei parlamentari. E mentre l’avvocato Felice Besostri e Roberto Fico tirano per la giacca Mattarella, invitandolo a non firmare la legge, il capo dello Stato ha invitato a tener a mente innanzi tutto l’obiettivo di avere una legge varata dal Parlamento: “La forza della nostra democrazia sta nella capacità di rispettare la pluralità e di comprendere quando è in gioco il bene comune che richiede un impegno condiviso”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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“Asse” M5s-Mdp, il fronte del no accerchia Montecitorio

Pubblicato il 10 ottobre 2017 da ansa

 

Un momento della manifestazione di protesta del Movimento Liberazione Italia davanti Montecitorio, 10 ottobre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

 

ROMA. – Dalla sinistra al M5s è ingorgo di piazze per protestare contro il Rosatellum e la fiducia posta dal governo sulla legge elettorale. Dal Pantheon a piazza Montecitorio sarà praticamente un unico coro di protesta che prenderà il via alle 13, grazie al tam-tam che 5 Stelle hanno iniziato a diffondere via social, davanti la Camera dei deputati. E a cui si aggiungerà la manifestazione indetta da Mdp e Sinistra Italiana per le 17,30, pochi metri più in là, al Panhteon.

Tutti “in piazza per la democrazia e contro il Parlamento dei nominati” come ha dichiarato il coordinatore nazionale di Mdp, Roberto Speranza, e contro l’atto “eversivo” della fiducia, come condanna il M5s. I 5 Stelle contano proprio sull’indignazione della gente per cercare di affossare la legge.

“Non si può fermare il corso della storia con una legge: credono di indebolirci invece finiranno per rafforzarci se saremo tanti e reagiremo” è l’appello del leader 5 Stelle Luigi Di Maio che nega però l’Aventino. “Noi dentro voi fuori: è il momento di fermare questa vergogna, pacificamente ma come popolo. Restate anche giovedì per il voto finale” perché “più faremo pressione in piazza, più quel voto segreto potrebbe far saltare la legge”.

Il Movimento è galvanizzato: i parlamentari dicono di essere pronti a qualsiasi tipo di protesta, a patto che sia pacifica. Anche davanti il Quirinale, “anche sui tetti se serve”. Ma il timore di poter essere infiltrati da qualche violento li porta a mettere le mani avanti: la parola l’ordine è “non cedere alle provocazioni”.

Anche Alessandro Di Battista mette in guardia: “dobbiamo essere tanti, se siamo 2 mila è un conto se siamo 40 mila un altro. Ma mi raccomando: il comportamento in piazza sia sempre consono ed intelligente”. A Roma è atteso anche Beppe Grillo e la speranza della truppa M5s è che possa fare un salto in piazza per sostenere la protesta, magari proprio giovedì: “Tutto è possibile” è l’unica informazione che filtra.

Sulle barricate anche la sinistra: i capigruppo di Si-Possibile e Articolo 1-Mdp Giulio Marcon e Francesco Laforgia parlano di una nuova “pagina nera per la democrazia” e ricordano che solo “in tre casi nella storia del Parlamento italiano è stato chiesto il voto di fiducia sulla legge elettorale: la legge Acerbo, la legge truffa e l’Italicum”. Per Roberto Speranza la fiducia sulla legge elettorale “a pochi giorni dallo scioglimento delle Camere è oltre i limiti della democrazia. Qui – avverte – si sta scherzando col fuoco”.

(Di Francesca Chiri/ANSA)

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Quirinale: da Mattarella Renzi e ministri per Cons. Europeo

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Legge elettorale: Gentiloni asseconda la fiducia, via libera del Quirinale

Pubblicato il 10 ottobre 2017 da ansa

fiducia

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, ANSA/ UFFICIO STAMPA QUIRINALE – PAOLO GIANDOTTI

 

ROMA. – Nè proposta nè subita. A Palazzo Chigi raccontano così l’atteggiamento del premier Paolo Gentiloni rispetto al pressing del Pd per porre la fiducia sul Rosatellum. Il presidente del Consiglio, dopo una valutazione durata alcuni giorni, e condivisa con Matteo Renzi ma soprattutto con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha deciso di accogliere la richiesta della maggioranza perchè, come ha spiegato in consiglio dei ministri, serve a “facilitare” il percorso di una riforma a fine legislatura che altrimenti rischia di non vedere la luce.

Una posizione condivisa dai ministri Minniti, Martina, Franceschini e Lotti ma non, a quanto si apprende, da Andrea Orlando che si è detto “perplesso” pur autorizzando la fiducia. Da giorni la fiducia era un’ipotesi ma Gentiloni non aveva ancora deciso.

Come aveva spiegato infatti nel suo discorso di insediamento alle Camere, il 13 dicembre scorso, a suo avviso il governo non è “attore protagonista” sulla riforma del voto. Ma è anche vero, aggiunse già allora, che il suo compito è “accompagnare, facilitare e sollecitare il confronto” per una legge necessaria. A maggior ragione, si è convinto il premier ascoltando le ragioni del Pd, urgente visto che la legislatura è agli sgoccioli.

E, se anche il Rosatellum cadesse in Aula, il governo dovrebbe fare in extremis, per decreto, dei ritocchi al Consultellum. Quindi è giusto che il governo “aderisca” alla richiesta della maggioranza, ha chiarito il premier ai ministri.

Il Guardasigilli Andrea Orlando si sarebbe detto invece “perplesso” invitando a tenere aperto il dialogo con Mdp. Ma la sua posizione è stata isolata e ha trovato invece il pieno sostegno di Minniti, Martina e Lotti alla fiducia.

Decisivo nella decisione di Palazzo Chigi è stato il sostanziale via libera del Quirinale. Il Capo dello Stato, pur non dando giudizi di merito, è consapevole che il Rosatellum è l’ultima chance e se non passasse si andrebbe a votare con i sistemi usciti dalla Consulta con problemi soprattutto per il Senato.

Non secondario nelle valutazioni di Mattarella, e anche di Gentiloni, il fatto che la fiducia non sia messa su una legge da approvare a colpi di maggioranza, come avvenne per l’Italicum, e che l’accordo trova favorevoli pezzi importanti dell’opposizione come Fi e Lega. Una presa di posizione – bene impegno per riforma elettorale ma nessuna valutazione politica – che ha anche l’obiettivo di lanciare un “warning” a quanti tirano Mattarella per la giacchetta affinchè intervenga sulle dinamiche politiche in vista delle barricate che M5S e Mdp annunciano in aula e nelle piazze.

La decisione di blindare la legge elettorale potrebbe però portare ad altre novità nei prossimi giorni o dopo l’ok alla manovra: anche se nulla è stato deciso, il governo potrebbe decidere di porre la fiducia sullo ius soli per bilanciare quella che negli ex alleati di sinistra è stata avvertita come una forzatura istituzionale.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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Renzi: non penso ai voti, il referendum deciderà

Pubblicato il 12 maggio 2016 da redazione

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social "Matte Risponde"?, Roma, 5 Aprile 2016.  ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social “Matte Risponde”?, Roma, 5 Aprile 2016.
ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

ROMA. – “Se devo perdere voti per una battaglia giusta, li perdo”. Al traguardo delle unioni civili, mentre in Parlamento inizia la “festa” del Pd per l’approvazione in via definitiva della legge, Matteo Renzi rivendica senza tentennamenti il testo. Anche di fronte alla contrarietà del mondo cattolico, emersa nelle parole della Cei.

“Quando ci sono cose giuste vanno fatte. Punto”, dice il premier. E aggiunge che non su questo ma su altro tema, le riforme, si peseranno i voti. Il referendum costituzionale di ottobre sarà un giudizio ‘finale’ sul suo operato: “Non sto in paradiso a dispetto dei santi. Se perdo, non finisce solo il governo ma finisce la mia carriera come politico e vado a fare altro”.

Ci sono motivazioni personali, oltre che politiche, dietro la “battaglia” sulle unioni civili, racconta Renzi. E in mattinata, a ridosso delle votazioni alla Camera per approvare in via definitiva la legge, in un post su Facebook ricorda Alessia Ballini, sua amica e assessore della sua giunta, attivista per i diritti civili morta a 41 anni.

“Perché le leggi sono fatte per le persone, non per le ideologie. Per chi ama, non per chi proclama”, sottolinea il premier. La fiducia, spiega in questa chiave, è solo un mezzo per non tardare ancora. E per una “battaglia giusta” come questa, aggiunge in un’intervista a Radio Capital, non si potevano fare calcoli: “Nessuno ha fatto sondaggi per verificare le posizioni”, assicura.

Il rischio di perdere i voti di alcuni cattolici nelle urne il leader del Pd non lo nega. Anche se i parlamentari a lui vicini invitano a non tralasciare l’effetto opposto, positivo, che la legge approvata può avere sull’elettorato di sinistra. Ma non è questo il punto, assicura Renzi.

Le critiche dei cattolici erano “attese e persino comprensibili, se si ricorda da dove eravamo partiti”. L’unica reazione “fuori luogo”, spiega, è quella di chi, in quel mondo, ora minaccia di votare no al referendum costituzionale. Perché, sottolinea, le due questioni sono diverse: diritti da un lato, le riforme del governo dall’altro. A sottolineare la differenza, il fatto che su un eventuale referendum sulle unioni civili (“Fantapolitica, sicuri che avrebbe la maggioranza?”) non è in gioco la sua carriera, sul referendum costituzionale sì.

Nelle urne di ottobre – non nei sondaggi – si misurerà davvero il consenso del governo. Renzi ribadisce anche di non voler entrare in polemica con i magistrati che faranno attivamente campagna per il ‘no’: “Non intendo mettere bocca, rispetto le regole e la divisione dei poteri”. E anche sul “caso Lodi” assicura rispetto per i pm. Ma sottolinea che il vicesegretario Lorenzo Guerini, predecessore e amico del sindaco Pd arrestato, “non c’entra niente”.

Ma ritornare su questa vicenda è anche per il leader Dem l’occasione per rimarcare la distanza dai 5 Stelle, “garantisti a giorni alterni”. E così Renzi, dopo aver ricordato che il Pd ha votato a favore dell’arresto del suo deputato Francantonio Genovese, sfida Luigi Di Maio e Carlo Sibilia a rinunciare all’immunità per andare in tribunale a rispondere alle querele che il Pd, offeso dai loro attacchi, ha presentato contro di loro: “Perché non l’hanno fatto? Hanno paura di diventare pregiudicati come Grillo? Io non sono pregiudicato e non ho l’immunità, mi querelino”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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