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Trump: “Rifiutano i negoziati? Taglio dei fondi ai palestinesi”

Pubblicato il 03 gennaio 2018 da ansa

Uomini palestinesi scappano per proteggersi dal gas lacrimogeno usato dai militari israeliani poco fuori dalla città vecchia di Gerusalemme. (AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)

WASHINGTON. – Donald Trump continua ad esercitare l’arte della diplomazia a colpi di minacce, ricatti e taglio di aiuti finanziari: l’ultima vittima, dopo l’Onu per il voto su Gerusalemme e il Pakistan per lo scarso impegno contro il terrorismo, sono i palestinesi, ‘rei’ a suo avviso di non voler più negoziare la pace con Israele dopo che gli Usa hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di quel Paese.

“Non è solo al Pakistan – ha twittato il tycoon – che paghiamo miliardi di dollari per nulla, ma anche per molti altri Paesi. Ad esempio, paghiamo ai palestinesi centinaia di milioni di dollari all’anno e non otteniamo alcun apprezzamento o rispetto. Non vogliono neppure negoziare un trattato di pace con Israele necessario da molto tempo”.

“Noi abbiamo tolto dal tavolo Gerusalemme, la parte più dura del negoziato, ma Israele, per questo, avrebbe dovuto pagare di più. Ma con i palestinesi non più desiderosi di colloqui di pace, perchè dovremmo fare loro uno qualsiasi di quei massicci pagamenti futuri?”, ha minacciato.

I suoi tweet seguono i piani, rivelati poco prima dall’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley, di mettere fine ai finanziamenti all’agenzia dell’Onu che fornisce aiuti umanitari ai rifugiati palestinesi: gli Stati Uniti sono il maggior donatore, con un impegno di 370 milioni di dollari nel 2016.

La mossa rischia di incendiare ulteriormente il Medio Oriente e di alimentare l’anti americanismo in quella regione, dopo le proteste seguite alla decisione unilaterale della Casa Bianca su Gerusalemme. Una scelta sconfessata sonoramente prima dal consiglio di sicurezza dell’Onu e poi dall’assemblea generale delle Nazioni Unite, nonostante la minaccia del tycoon di segare gli aiuti ai Paesi che avrebbero votato contro gli Usa.

Ma Trump è passato subito ai fatti, tagliando all’Onu 285 milioni di dollari per il 2018 e il 2019. Poi è toccato al Pakistan per il suo “doppio gioco” con i terroristi: 255 milioni di dollari di aiuti in meno. Il risultato è una crisi diplomatica con un partner potenzialmente chiave nella lotta al terrorismo.

Ma se nel caso del Pakistan la mossa di Trump sembra avere qualche buon fondamento, il ricatto ai palestinesi appare del tutto ingiustificato. Il loro rifiuto di sedersi ad un tavolo è solo la reazione ad una decisione a sorpresa americana sullo status di Gerusalemme che avrebbe dovuto far parte dei colloqui di pace e che è arrivata senza neppure essere accompagnata da un piano o una proposta di mediazione.

Sembra quasi che Trump, propostosi inizialmente come arbitro del conflitto, voglia dettare le condizioni ai palestinesi mettendoli di fronte a fatti compiuti e agitando il cordone della borsa. Quella stessa borsa che, su un piano diverso, agita anche con gli alleati Nato quando reclama un aumento delle spese militari o con la Cina quando evoca guerre commerciali, per ora congelate in nome del nemico comune nordcoreano.

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Gerusalemme: l’Onu vota contro lo strappo di Trump

Pubblicato il 21 dicembre 2017 da ansa

Donald Trump con Nikki Haley nei giorni scorsi.
(ANSA/AP Photo/Seth Wenig)


NEW YORK. – L’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a larghissima maggioranza la risoluzione presentata da Yemen e Turchia che condanna il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte dell’amministrazione Trump. La risoluzione è passata con 128 voti a favore, 9 contro e 35 astensioni.

“Questo voto finirà nel secchio della spazzatura della storia”: così il rappresentante israeliano ha criticato parlando all’Assemblea generale dell’Onu la risoluzione che condanna la decisione degli Usa.

“Questa decisione ribadisce ancora una volta che la giusta causa palestinese gode del sostegno della comunità internazionale e che nessuna decisione da qualsiasi parte può cambiare la realtà: Gerusalemme è un territorio occupato in base alla legge internazionale”. Lo ha detto il portavoce del presidente Abu Mazen, Nabil Abu Rudeineh. “Continueremo i nostri sforzi all’Onu e nelle organizzazioni internazionali per mettere fine all’occupazione e stabilire il nostro stato di Palestina con Gerusalemme est su capitale”, ha concluso.

“Israele rigetta del tutto questa risoluzione assurda. Gerusalemme è la nostra capitale e sempre lo sarà”. Lo ha detto il premier Benyamin Netanyahu aggiungendo di “apprezzare il crescente numero di Paesi che hanno rifiutato di partecipare a questo teatro dell’assurdo”. “Ringrazio Trump e l’ambasciatrice Haley – ha concluso – per la forte difesa di Israele e della verità”.

“La casa delle bugie”: così Netanyahu aveva definito l’Onu. “La città – ha spiegato parlando all’inaugurazione di un ospedale nel sud di Israele – è la capitale di Israele, che l’Onu la riconosca o no. Ci sono voluti 70 anni prima che gli Usa la riconoscessero come tale, e ci vorranno anni anche per l’Onu”. Netanyahu ha quindi ribadito che altri Stati riconosceranno Gerusalemme capitale del paese.

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Il Papa riceve il Re di Giordania, focus su Gerusalemme

Pubblicato il 19 dicembre 2017 da ansa

Papa Francesco con il re di Giordania Abdullah II. ANSA/OSSERVATORE ROMANO PRESS OFFICE

 


CITTA’ DEL VATICANO. – La pace e la stabilità in Medio Oriente, con un’attenzione particolare su Gerusalemme. Questo il cuore dell’incontro tra Papa Francesco e il Re di Giordania Abdullah II. La Santa Sede prosegue dunque la sua azione diplomatica dopo l’annuncio dell’amministrazione Usa che ha nuovamente infiammato le tensioni, mai del tutto sopite, tra israeliani e palestinesi.

Nel confronto tra il Papa e il Sovrano della Giordania, paese chiave per la stabilizzazione dell’area, che era accompagnato dal principe Ghazi bin Muhammad, suo consigliere speciale per gli Affari religiosi e culturali, il tema principale – come ha riferito la stessa Santa Sede – è stato quello “della promozione della pace e della stabilità nel Medio Oriente, con particolare riferimento alla questione di Gerusalemme e al ruolo di Custode dei Luoghi Santi del Sovrano hashemita”.

La ricerca di una soluzione negoziata resta la priorità. Il Papa in prima persona si è speso nei giorni scorsi con appelli in questa direzione e la Santa Sede ha ricordato di recente anche la sua posizione “circa il singolare carattere della Città Santa e l’imprescindibilità del rispetto dello status quo, in conformità con le deliberazioni della Comunità internazionale”.

Con questo incontro è stato rinnovato “l’impegno per favorire i negoziati tra le Parti interessate, come pure per promuovere il dialogo interreligioso”, ha fatto sapere il Vaticano. E in questo contesto è importante “favorire la permanenza dei cristiani in Medio Oriente e il positivo contributo che essi apportano alle società della Regione, di cui sono parte integrante”.

Re Abdullah ha tra l’altro portato in dono al pontefice una stampa in cui è raffigurata proprio Gerusalemme. Sempre nella stessa giornata le Chiese di Gerusalemme hanno lanciato un nuovo appello per mantenere lo “status quo della Città Santa”.

“Riaffermiamo la nostra chiara posizione nel chiedere il mantenimento dello status quo della Città Santa fino a quando non sarà stato raggiunto un giusto accordo di pace tra israeliani e palestinesi sulla base di negoziati e della legge internazionale”, chiedono, nel loro messaggio natalizio, i tredici leader cristiani, tra cui mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, e il custode di Terra Santa, fra’ Francesco Patton.

“Qualsiasi approccio esclusivamente politico a Gerusalemme – scrivono gli esponenti religiosi – priverà la città della sua vera essenza e delle sue caratteristiche e calpesterà il meccanismo che ha mantenuto la pace attraverso i secoli. Gerusalemme è un dono sacro; un tabernacolo; terra sacra per il mondo intero. Tentare di possedere la Città Santa Gerusalemme o confinarla con criteri di esclusività porterà ad una realtà molto oscura”.

(di Manuela Tulli)/ANSA)

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Gerusalemme, Papa: “Scongiurare nuova spirale di violenza”

Pubblicato il 10 dicembre 2017 da ansa

Soldato israeliano durante gli scontri.. (ANSA/AP Photo/Majdi Mohammed)

 


CITTÀ DEL VATICANO. – L’esplosione di scontri e tensioni in Medio Oriente dopo l’annuncio del presidente Usa Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e di trasferirvi l’ambasciata americana da Tel Aviv, è vissuta con forte dolore e preoccupazione in Vaticano, da dove il Papa invita ancora alla “saggezza e prudenza”, facendo appello a “scongiurare una nuova spirale di violenza”.

E dopo il pronunciamento papale all’udienza generale di mercoledì scorso, all’indomani della telefonata fatta a Bergoglio dal presidente palestinese Abu Mazen, la Santa Sede ha voluto diffondere una nota ufficiale per manifestare chiaramente e senza equivoci la propria posizione, chiedendo ancora il rispetto dello status quo per la Città Santa di Gerusalemme e auspicando la soluzione “a due Stati” per la pace stabile tra israeliani e palestinesi.

“La Santa Sede segue con grande attenzione gli sviluppi della situazione in Medio Oriente, con speciale riferimento a Gerusalemme, città sacra ai cristiani, agli ebrei e ai musulmani di tutto il mondo”, si legge nel comunicato della Sala stampa.

“Nell’esprimere dolore per gli scontri che negli ultimi giorni hanno mietuto vittime”, papa Francesco “rinnova il Suo appello alla saggezza e alla prudenza di tutti ed eleva ferventi preghiere affinché i responsabili delle Nazioni, in questo momento di particolare gravità, si impegnino a scongiurare una nuova spirale di violenza, rispondendo, con le parole e i fatti, agli aneliti di pace, di giustizia e di sicurezza delle popolazioni di quella martoriata terra”.

La Santa Sede ricorda come “le preoccupazioni per le prospettive di pace nella regione sono oggetto in questi giorni di varie iniziative”, tra cui “le riunioni convocate con urgenza dalla Lega Araba e dall’Organizzazione per la cooperazione islamica”.

Si dice quindi “sensibile a dette preoccupazioni e, richiamando le accorate parole di Papa Francesco, ribadisce la sua ben nota posizione circa il singolare carattere della Città Santa e l’imprescindibilità del rispetto dello status quo, in conformità con le deliberazioni della Comunità internazionale e le ripetute richieste delle Gerarchie delle Chiese e delle comunità cristiane di Terra Santa”.

Allo stesso tempo, aggiunge la dichiarazione ufficiale, “reitera la propria convinzione che solo una soluzione negoziata tra Israeliani e Palestinesi possa portare ad una pace stabile e duratura e garantire la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini internazionalmente riconosciuti”.

Intanto all’Angelus il Papa, ricordando che oggi viene conferito il Nobel per la Pace alla Campagna Internazionale per abolire le armi nucleari e che ciò coincide con la Giornata Onu per i Diritti Umani, ha osservato che questo “sottolinea il forte legame tra i diritti umani e il disarmo nucleare”. Infatti, ha aggiunto, “impegnarsi per la tutela della dignità di tutte le persone, in modo particolare di quelle più deboli e svantaggiate, significa anche lavorare con determinazione per costruire un mondo senza armi nucleari”.

(di Fausto Gasparroni/ANSA)

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Trump annuncerà Gerusalemme capitale: “Realtà storica”

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

Vista della città vecchia di Gerusalemme. (ANSA/AP Photo/Oded Balilty)

 


WASHINGTON. – Non una presa di posizione politica quanto la constatazione di “una realtà storica e attuale”. Così, nel confermare che nelle prossime ore il presidente degli stati Uniti Donald Trump riconoscerà Gerusalemme quale capitale di Israele, fonti senior dell’amministrazione americana spiegano la svolta. La decisione frutto di una promessa avanzata da tempo e che il presidente Trump insiste vada mantenuta.

Così si conferma anche l’avvio dell’iter per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che non avverrà però nell’immediato, bensì si tratta di un processo destinato a spalmarsi negli anni. Di sicuro per i prossimi sei mesi almeno la sede diplomatica resterà ancora a Tel Aviv, per disposizione dello stesso presidente.

E le fonti della Casa Bianca che confermano lo strappo – dopo che lo stesso Trump aveva effettuato una serie di telefonate con leader internazionali, a partire dai diretti interessati il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen – insistono nel sottolineare che si tratta quasi di una ‘constatazione dell’ovvio’, sganciata tra l’altro dal processo di pace su cui l’amministrazione Usa esprime immutata determinazione.

“A lungo la posizione degli Stati Uniti ha mantenuto questa ambiguità, o mancanza di riconoscimento che in qualche modo potesse avanzare il processo di pace – rimarcano fonti senior dell’amministrazione -. Sembra chiaro adesso che la posizione fisica dell’ambasciata non costituisca oggetto dell’accordo di pace. Quindi, dopo aver provato questa strada per 22 anni, una constatazione della realtà rappresenta un cambiamento importante”.

Rispetto alle possibili reazioni all’annuncio poi la Casa Bianca riconosce che “alcune parti” potrebbero reagire negativamente. Non entra in dettaglio ma ammette che il piano non è completo, “ci stiamo lavorando”, sostenendo che “c’è il tempo per metterlo a punto e valutare quali sono le sensazioni dopo che questa notizia verrà elaborata”.

Nell’immediato però montano i timori per possibili manifestazioni di protesta e disordini, al punto che lo stesso Consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme ha diramato un comunicato in cui invita il personale americano, i loro familiari e in più in generale i cittadini americani, ad evitare spostamenti non essenziali in parti della città e in Cisgiordania in vista di possibili manifestazioni. Mentre è stato anche deciso il riposizionamento di un piccolo gruppo di truppe americane, per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini.

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