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In Italia i lavoratori più anziani d’Europa: solo il 12% degli occupati ha meno di 30 anni

Pubblicato il 21 ottobre 2017 da redazione

Lavoro, per la Cgia solo il 12% ha meno di 30 anni

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MESTRE – L’Italia ha la popolazione lavorativa più anziana d’Europa. Nel 2016, segnala l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, l’età media degli occupati in Italia era di 44 anni, contro una media di 42 registrata nei principali paesi Ue. Negli ultimi 20 anni, inoltre è salita di 5 anni, un aumento che in nessun altro paese è stato così rilevante.

In Italia si contano nei luoghi di lavoro pochissimi giovani e molti over 50. Se, infatti, nel nostro paese l’incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale degli occupati è pari al 12 per cento, in Spagna è al 13,2, in Francia al 18,6, in Germania al 19,5 e nel Regno Unito al 23,7 per cento.

Per contro, nel nostro Paese l’incidenza degli ultra 50enni sul totale degli occupati è del 34,1 per cento. Solo la Germania registra un dato superiore al nostro e precisamente del 35,9 per cento, mentre in Spagna è del 28,8, in Francia del 30 e nel Regno Unito del 30,9 per cento.

«Con pochi giovani e tante persone di una certa età ancora presenti nei luoghi di lavoro – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – le nostre maestranze possono contare su una grande esperienza ed un’elevata professionalità, tuttavia stanno riemergendo una serie di problemi che credevamo aver definitivamente superato. In primo luogo, sono tornati a crescere, soprattutto nei mestieri più pesanti e pericolosi, gli incidenti e la diffusione delle malattie professionali. In secondo luogo, il numero di attività caratterizzato da mansioni di routine è molto superiore al dato medio europeo. Con l’avvento dei nuovi processi di automazione e di robotica industriale rischiamo una riduzione di un’ampia fetta di lavoratori di una certa età con un livello di scolarizzazione medio-basso che, successivamente, sarà difficile reinserire nel mercato del lavoro».

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Cei, Bassetti: “Liberi di emigrare, ma non per disperazione”

Pubblicato il 20 ottobre 2017 da ansa

Sicilia Neet

Lavoro: disoccupati e sfiduciati

 

PERUGIA. – “Siamo tutti liberi di emigrare dal nostro Paese, ma questo non può avvenire per disperazione”: è quanto ha affermato il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della Cei, intervenendo, nel capoluogo umbro, a un convegno sul tema “Giovani e il lavoro che (non) c’è”, alla presenza di più di 300 studenti.

“L’Italia, che ha bisogno di nuove energie morali, ha bisogno di tutti noi – ha sottolineato Bassetti, secondo quanto riferisce una nota dell’archidiocesi – ma particolarmente di voi giovani, delle vostre antenne che ci spingono a guardare lontano, dei vostri talenti a cui noi, generazione adulta, dobbiamo dare chance e speranza”.

“Altrimenti – ha continuato – la fila di giovani che lasceranno l’Italia continuerà ad aumentare e i dati recentemente pubblicati dalla Fondazione Migrantes della Cei sono eloquenti e lasciano una profonda inquietudine”.

“Carissimi giovani, ci attende una grande missione – ha affermato ancora il cardinale Bassetti – quella di essere una presenza viva, autorevole e concreta, per tante attese che cogliamo nella povera gente e per il bene delle nostre famiglie e per il futuro dell’Italia”.

“Il rapporto giovani-lavoro è ormai diventato una sorta di nuova questione antropologica che investe tutta l’Italia, ma che tocca l’apice nel Mezzogiorno. Penso che sia giunto il momento di agire e ne parlerò con maggiore chiarezza a Cagliari, durante l’imminente ‘Settimana sociale dei cattolici italiani'” (26-29 ottobre, ndr.): ha continuato il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, intervenendo, a Perugia, a un convegno sul tema “Giovani e il lavoro che (non) c’è”, promosso dal “Progetto Policoro”, in collaborazione con la Pastorale diocesana giovanile e Confcooperative Umbria:

“Giovani e lavoro: due argomenti che sono la mia passione di vescovo, su cui ritorno continuamente”: con queste parole ha esordito nel suo intervento di saluto il cardinale Bassetti, che ai tanti ragazzi presenti – riferisce una nota dell’archidiocesi – ha voluto dare “due indicazioni.

La prima – ha detto, fra l’altro – è quella di essere liberi, cioè pieni di fantasia e capaci di creatività. Siamo veramente liberi quando nella nostra vita siamo capaci di produrre cose belle di cui tutti potremmo godere e quando il nostro sguardo è limpido e sa scrutare orizzonti lontani”.

“La seconda mia indicazione che vi consegno – ha aggiunto il cardinale – è quella di prendere veramente a cuore la situazione del nostro Paese, di questa terra fragile, ma meravigliosa che la provvidenza ci ha dato da abitare. Non disperdetevi in cose che non potranno avere né respiro, né futuro. Non siate provinciali, perché non basta curare i piccoli interessi di casa nostra”.

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Ocse: “Italia paese per vecchi, giovani svantaggiati”

Pubblicato il 18 ottobre 2017 da ansa

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Ocse: Italia paese per vecchi,giovani svantaggiati.

 

ROMA. – L’Italia è uno dei paesi più vecchi dell’area Ocse e anche uno di quelli nei quali le generazioni giovani sono più svantaggiate: il Rapporto Ocse “Preventing Ageing Unequally” lancia l’allarme sulle difficoltà che incontrano i giovani del nostro Paese per entrare nel mercato del lavoro e nell’uscire dalla precarietà ma soprattutto sottolinea come sia peggiorata la condizione rispetto ai loro padri e nonni. Una condizione che si rifletterà nel momento della loro vecchiaia con pensioni considerevolmente più basse.

Il nostro Paese al momento ha 38 persone over 65 ogni 100 persone in età da lavoro (20-64 anni) a fronte dei 28 della media Ocse ma il numero salirà a 74 nel 2050 portando l’Italia al terzo posto tra i paesi più vecchi (53 la media Ocse). Il tasso di occupazione dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni, grazie anche alla stretta sui criteri per l’accesso alla pensione, è cresciuto di 23 punti percentuali tra il 2000 e il 2016 a fronte di un aumento di un solo punto per la fascia tra i 25 e i 54 e di un crollo di 11 punti per la fascia più giovane. Questo ha significato un invecchiamento della forza lavoro bloccando di fatto il turn over in fabbriche e uffici.

Rispetto alla metà degli anni Ottanta il reddito di coloro che hanno tra i 60 e i 64 anni è cresciuto del 25% in più rispetto a quello di coloro che hanno tra i 30 e i 34 anni con un ritmo quasi doppio rispetto alla media Ocse (13%). E la situazione rischia di peggiorare dato che le riforme delle pensioni hanno legato più strettamente i guadagni durante la vita lavorativa con l’importo della pensione al momento del ritiro.

“La disuguaglianza nei salari durante la vita lavorativa – scrive l’Ocse – si trasformerà in disuguaglianza tra i pensionati”. E se in media nei paesi Ocse si trasmettono due terzi della diseguaglianza nei guadagni lungo la vita lavorativa in Italia questa si avvicina al 100%.

Dati i gap significativi nel tasso di occupazione tra le persone istruite e quelle con bassi livelli di istruzione sarà difficile – sottolinea l’Organizzazione – assicurare una pensione “decente” a queste ultime e alle donne che spesso restano fuori dal mercato del lavoro anche a causa del lavoro di cura. Bisognerebbe – suggerisce l’Ocse – intervenire sui servizi all’infanzia e su quelli educativi per dare maggiori opportunità alle donne liberandole da una parte dei lavori di cura e ai giovani migliorando anche la transizione tra la scuola e il lavoro.

L’Ocse sottolinea come nell’accesso alle pensioni siano svantaggiate le persone con redditi più bassi e meno istruite dato che hanno un’aspettativa di vita in media più bassa e quindi godono della pensione per meno tempo. In Italia la differenza nell’aspettativa di vita tra chi ha livelli bassi e alti di educazione è il più basso tra i paesi industrializzati con quattro anni in meno per gli uomini meno istruiti guardando a quella fissata a 25 anni (7,5 la media Ocse) e due (3,5 la media Ocse) guardando ai 65 anni.

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Manovra da 20 miliardi, sgravi per assumere under35

Pubblicato il 16 ottobre 2017 da ansa

Assunzione giovani.

 

 

ROMA. – Niente nuove “tasse, gabelle, accise”. Il giorno del varo della manovra il governo conferma la direzione di marcia e indica nella lotta alla disoccupazione giovanile e, più in generale, nel sostegno alle fasce più debole della popolazione gli obiettivi principali di un’operazione che vale poco più di 20 miliardi.

Il premier Paolo Gentiloni scende in conferenza stampa a palazzo Chigi insieme al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e spiega di aver voluto una legge di bilancio “snella”, che non pesi sulle tasche degli italiani (“non sarà di lacrime e sangue”, dice) rivolgendo, anche in ragione di questo sforzo, un appello alla responsabilità del Parlamento per un iter senza incidenti.

Resta certo difficile il rapporto con Articolo 1- Mdp, le cui richieste su sanità e pensioni non sono state accontentate. Che quindi non sia scontato il voto degli ex Pd, il presidente del Consiglio ne è consapevole: “l’auspicio è che Mdp voti la manovra; dal punto di vista della realtà vedremo. Per avere un sostegno di maggioranza – osserva – bisogna essere in due”.

Entrambe le parti sottolineano tra l’altro come la partita che si gioca sui contri pubblici sia intrecciata con quella della legge elettorale, su cui il governo ha chiesto la scorsa settimana la fiducia e che rappresenta, commenta il leader di Mdp Roberto Speranza, “un punto di non ritorno”.

Qualche margine di trattativa però esiste ancora: durante l’esame in Senato e alla Camera potrebbe esserci spazio, con una dote per le modifiche che oscilla tra i 300 e i 450 milioni complessivamente, per qualche intervento sia sul fronte della sanità (con una rimodulazione dei superticket) sia su quello di un ulteriore rafforzamento del reddito di inclusione: “vedremo in Parlamento – dice infatti il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio Francesco Boccia – cosa si potrà fare sul welfare”.

Ma proprio l’assenza di un intervento sulle pensioni, e in particolare sull’innalzamento dell’età pensionabile, lascia insoddisfatti i sindacati, che insistono nel chiedere risposte e che però avendo incassato il rinnovo dei contratti del pubblico impiego decidono di non alzare, almeno non da subito, barricate: “Quando ci sono corrette relazioni sindacali – commenta ad esempio la Fp Cgil, la categoria che rappresenta gli statali – si raggiungono buoni risultati per tutti”.

Per il governo, che tra l’altro in occasione del Cdm ha autorizzato l’esercizio del Golden power su Tim, il binomio vincente è quello giovani-lavoro ed è intorno a questa coppia che gira la misura simbolo dell’ultima legge di bilancio della Legislatura e che punta quindi sugli sgravi per gli under 35 (con un decalage dopo il primo anno) attraverso la decontribuzione al 50% per i primi tre anni, che sale al 100% al Sud.

Insomma, le risorse, che per il 40% arrivano dai tagli e per il 60% da “efficientamento delle entrate”, saranno anche limitate, riconosce il ministro dell’Economia Padoan, ma questa è una “manovra di svolta” perché i fondi sono “ben indirizzati” e rafforzeranno la crescita: “il deficit scende, l’indebitamento scende e prevediamo – è la scommessa del ministro – che continui a scendere e continuerà a scendere”.

Ma nell’ultima manovra della Legislatura c’è spazio per un po’ di tutto: dal finanziamento per la lettura al capitolo industria 4.0 (“10 miliardi di finanziamenti a sostegno delle imprese”, fa sapere il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda), dalle detrazioni per il ‘verde’ su terrazzi e giardini all’assunzione di 1.500 ricercatori passando per la conferma di sisma bonus e ecobonus.

Un mix di interventi che prenderà una forma definitiva nelle prossime ore e che, secondo il timing ufficiale, dovrebbe sbarcare in Parlamento entro venerdì prossimo e sui cui però, maggioranza a parte, si appuntano le critiche di centrodestra M5S e sinistra.

Secondo i pentastellati la manovra sembra “scritta da una di quelle banche d’affari che vogliono fare a pezzi la nostra Costituzione”, mentre Forza Italia punta i riflettori su ciò che non c’è, vale a dire le privatizzazioni che secondo il ministro dell’Economia “sono però un capitolo non chiuso”.

(di Chiara Scalise/ANSA)

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Usa perdono 33 mila posti di lavoro, è il primo calo dal 2010

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Usa perdono 33 mila posti, di lavoro. (Dave Chidley/The Canadian Press via AP, File)

 

NEW YORK. – Per la prima volta in sette anni l’economia americana perde posti di lavoro. A settembre ne sono andati in fumo 33 mila, colpa in gran parte dei due uragani che si sono abbattuti nelle scorse settimane su vaste aree degli Stati Uniti con effetti devastanti. Così si interrompe la lunga striscia positiva – grande orgoglio della presidenza Obama – che durava dal 2010, quando l’occupazione americana cominciò a riprendersi dalla grande crisi, con l’economia in recessione.

Ma al di là dei numeri gli analisti concordano sul fatto che il calo registrato a settembre sia solo temporaneo e che la ripresa negli Usa continui a rafforzarsi. Con il tasso di disoccupazione sceso ulteriormente al 4,2%. Le previsioni di settembre erano già state riviste al ribasso, proprio per scontare le conseguenze del passaggio di Harvey e Irma, che hanno causato danni enormi soprattutto in Texas e in Florida.

Da una stima originaria di 150 mila posti creati si era passati a 90 mila. Il dato finale è stato però ben peggiore. Riflesso non solo delle difficoltà che le condizioni meteo hanno causato a tantissime piccole e medie imprese, soprattutto nelle località turistiche della Florida, ma anche ai grossi impianti petroliferi texani e al loro indotto. Il tasso di partecipazione al lavoro è comunque balzato al 63,1%. Anche se il dato inatteso ha frenato la cavalcata record di Wall Street.

Ma a dimostrazione che il calo dei posti di lavoro a settembre viene giudicata come una situazione contingente ci sono le voci che arrivano dai corridoi della Fed presieduta da Janet Yellen. La banca centrale statunitense non avrebbe infatti cambiato piani e si appresterebbe ad un ulteriore rialzo dei tassi di interesse nella riunione di dicembre del Fomc, il suo braccio operativo.

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G7 Lavoro: “Vicino ai deboli, non lasceremo indietro nessuno”

Pubblicato il 30 settembre 2017 da ansa

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G7 Lavoro: con i deboli, non lasceremo indietro nessuno

 

 

VENARIA (Torino). – Il G7 dei ministri del Lavoro si chiude con l’obiettivo condiviso ad “adottare un approccio inclusivo al mercato del lavoro, con particolare attenzione ai più deboli delle nostre società, per assicurare che nessuno sia lasciato indietro”. E’ un impegno che si affianca ad un cambio di metodo, alla ‘novità’ voluta dal ministro Giuliano Poletti di coinvolgere al G7 le parti sociali e le agenzie operative, di non lasciare alla sola politica le occasioni di confronto tra i sette ‘Grandi’.

Mentre i cortei di protesta che per due giorni hanno assediato Torino si avvicinano alla sede del G7 il ministro non chiude le porte al dialogo: premette che le “posizioni diverse” vanno espresse nel rispetto della legge, “rispettando cose e persone”.

E aggiunge: “Credo che i giovani che protestano abbiano delle ragioni”, “la disoccupazione giovanile è troppo alta, dobbiamo agire per ridurla. Stiamo lavorando, qualche risultato l’abbiamo ottenuto, assolutamente non sufficiente, ma nella prossima Legge di Bilancio interverremo sul tema del costo del lavoro e soprattutto sul tema del sapere”.

La risposta del ministro ai giovani è: “Siamo consapevoli di questa condizione e agiamo al meglio perché questi problemi trovino una soluzione”. Al G7 del Lavoro “abbiamo cercato di costruire l’idea che – spiega il ministro – per affrontare i grandi cambiamenti che abbiamo di fronte, dall’innovazione alle nuove tecnologie ed alla digitalizzazione, non può bastare l’impegno di una parte, bisogna far interagire soggetti diversi”.

La “portata rilevantissima dei cambiamenti” impone “di cambiare anche il modello di governance, il modo di affrontare le problematiche – ha aggiunto – Abbiamo pensato che una discussione importante come questa, sui temi fondamentali del cambiamento del lavoro non poteva essere affrontata solo con lo sguardo dei decisori politici, governi e ministri”.

Serviva una svolta, un confronto aperto ai “rappresentanti dei lavoratori e delle imprese”, ma anche “a Ocse e Ilo”, coinvolgendo poi le braccia operative dei Governi, chi ha il compito di concretizzare obiettivi e strumenti pensati dalla politica, come l’italiana Agenzia per le Politiche Attive del Lavoro che si è confrontata con le agenzie degli altri Paesi del G7.

Il tema di fondo è quello dell’impatto sul mercato del lavoro delle nuove sfide, dall’innovazione alle dinamiche demografiche. “Radicalità e velocità dei cambiamenti producono preoccupazione e incertezza” dice Poletti avvertendo che “bisogna quindi dare risposte efficaci a chi teme le conseguenze dei cambiamenti”.

Per farlo è stato quindi varato un nuovo metodo del confronto che, perchè sia efficace, “non poteva esaurirsi con i due giorni di Venaria” che chiudono la settimana aperta dal G7 dei ministri dell’Industria, proseguita con il G7 della Scienza e chiusa dal summit dei ministri del Lavoro.

Sul fronte dell’occupazione serviva una idea per creare una sede permanente di dialogo: il documento finale dei ministri lancia così il ‘Forum G7 del Futuro del Lavoro’, “una piattaforma per condividere le strategie, scambiare buone pratiche ed esperienze”. Sarà sviluppato e gestito dall’Ocse in collaborazione con l’Ilo e “coinvolgerà i responsabili politici, le parti sociali, gli analisti dell’innovazione e altri attori importanti”.

(dell’inviato Paolo Rubino/ANSA)

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Da autista a operai, con l’avvento dei robot scompaiono i lavori ripetitivi

Pubblicato il 28 settembre 2017 da ansa

Da autista a operai,da robot stop lavori ripetitivi

TORINO,. – Il robot minaccia parte del lavoro oggi svolto dall’uomo. A rischio sono soprattutto le professioni caratterizzate da un’attività ripetitiva: nei prossimi anni circa un terzo (il 36,8%) potrebbe esser soppiantato dalle macchine. A rilevarlo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, in uno studio illustrato al Festival del lavoro, che ha aperto i battenti al Lingotto Fiere, a Torino.

Autisti e operai sono tra le figure più a rischio. Secondo l’Osservatorio, a essere scalzati dal proprio ruolo potrebbero essere autisti di autobus, di tram e di filobus, operai addetti a macchinari del tessile e delle confezioni” (che potrebbero subire gli effetti della ‘robotizzazione’), i muratori in pietra e i centralinisti, a causa dell’introduzione di sistemi “automatici e intelligenti”.

Il dossier mette in luce, tuttavia, come sia stata “la crisi delle costruzioni, più che la sostituzione con le macchine” a determinare la flessione di alcune figure professionali nel nostro mercato del lavoro, come “carpentieri e falegnami nell’edilizia, conduttori di gru e di apparecchi di sollevamento, manovali e personale non qualificato dell’edilizia civile”.

Un allarme sui rischi dell’automazione è stato lanciato di recente dall’Onu: secondo un report della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, i robot sostituiranno in futuro il 66% del lavoro umano. L’utilizzo dei robot industriali – spiegano gli autori del rapporto – è aumentato rapidamente dal 2010 a oggi: Unctad stima che nel 2015 ne siano stati impiegati 1,6 milioni di unità, e che supereranno i 2,5 milioni entro il 2019.

E proprio per affrontare la sfida dell’automazione dei processi produttivi, che potrebbe impoverire la classe lavoratrice, il leader laburista Jeremy Corbyn ha lanciato l’idea di una ‘robot tax’, un’imposta per penalizzare le aziende che rimpiazzano la manodopera umana.

Il problema non riguarda solo l’industria: secondo uno studio dell’Università di Oxford, è a rischio il 47% di lavori, comprese le professioni legali, la contabilità, e molti lavori svolti da colletti bianchi. Naturalmente non tutti concordano sugli effetti negativi dell’automazione.

Più rassicurante Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche: negli ultimi cinque anni – spiega – l’effettiva disoccupazione tecnologica, ossia la perdita di posti di lavoro dovuti all’innovazione, è stimabile nell’ordine dell’1,5% dell’occupazione, molto meno di quanto ci si aspetterebbe. Sul futuro del lavoro e su come i robot lo disegneranno in realtà è ancora tutto da scrivere.

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escara – William Zonfa, lo chef stellato di Magione Papale, ha tenuto una lezione-laboratorio agli studenti dell’Ipssar

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Boom lavoro a chiamata. Più cuochi e meno operai

Pubblicato il 28 settembre 2017 da ansa

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Pescara – William Zonfa, durante una lezione-laboratorio agli studenti nell’ambito del progetto “La tavola blu Abruzzo”

TORINO. – E’ boom del lavoro a chiamata nel secondo trimestre dell’anno, dopo l’abolizione dei voucher. “Dopo 4 anni di calo ininterrotto e una prima inversione di tendenza nel quarto trimestre 2016 (+2,5%), il primo trimestre del 2017 ha fatto registrare una significativa ripresa (+13,5%), in seguito anche all’abrogazione del lavoro accessorio (voucher), che si è accentuata notevolmente nel secondo trimestre (+73,7%)”, spiegano Istat, Inps, Ministero del Lavoro nella nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in un collegamento video con il Festival del Lavoro, al via a Torino, assicura che nella Legge di bilancio il governo “dedicherà risorse per promuovere con forza l’occupabilità dei giovani”. Per il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd) “l’incentivo serve ad una condizione: che sia un incentivo esclusivamente indirizzato al lavoro a tempo indeterminato”.

A Torino, in attesa del G7 Lavoro da domani alla Reggia di Venaria, i temi dell’occupazione tengono banco. Il mercato del lavoro sta cambiando profondamente, sottolineano i consulenti del lavoro nel Festival al via al Lingotto. Le professioni che registrano la crescita più elevata dal 2013 al 2016 sono quelle degli addetti alla ristorazione (+127.000 con un incremento del 13%) come cuochi, camerieri e baristi, seguiti da facchini e addetti alle consegne (+73.000, +18,3%), ma anche da avvocati (+31.000, +14,7%).

Al contrario, arretrano le figure legate alle costruzioni: operai specializzati addetti alla rifinitura delle abitazioni (-63.000, in calo del 14,5%), muratori e carpentieri (-31.000, -6,1%), e pure medici (-18.000 -6,4%), poligrafici (-16.000, -29,3%), postini (-15.000, in discesa dell’8%).

Lo studio dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro sulla domanda di professioni nella ‘Quarta rivoluzione industriale’ evidenzia il salto in avanti dal 2013 allo scorso anno di professioni qualificate nei servizi personali ed assimilati (+49.000, +11,2%), come “le badanti, gli assistenti domiciliari, gli accompagnatori di invalidi, gli operatori socioassistenziali e gli addetti alla sorveglianza dei bambini, i braccianti agricoli (+45.000, +16,2%)”, nonché profili qualificati “nei servizi sanitari e sociali (+34.000, con un aumento del 18,2%) come i massaggiatori, i massofisioterapisti e le puericultrici, gli addetti alle attività di pulizia (+33.000, +6,1%) e i professori di scuola secondaria (+33.000, +7,8%)”.

(di Amalia Angotti/ANSA)

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Scuola: il Canada apre le porte a studenti degli Istituti Tecnici Superiori

Pubblicato il 26 settembre 2017 da ansa

 

ROMA.- Il Canada apre le porte agli studenti italiani degli Istituti Tecnici Superiori che vogliono proseguire gli studi usufruendo della possibilità offerta dai colleges dell’ex colonia inglese. E’ la proposta che Denise Amyot (President Colleges and Institutes Canada) ha lanciato nel corso di una conferenza stampa, al Senato, alla presenza, tra gli altri, di Alessandro Mele, coordinatore della Cabina di Regia degli Its Italia.

“I nostri ragazzi potranno godere di stage e opportunità di studio per lauree professionalizzanti e bachelor’s degree” ha spiegato Mele ricordando che esistono già esperienze virtuose di partnership Its- Università in Italia e all’estero come per esempio la laurea in ingegneria per gli allievi Its delle biotecnologie o le opportunità in UK o in Kosovo.

In Italia poco più dello 0,2% degli studenti è iscritto a un ciclo terziario professionalizzante contro l’11% della media Ocse. “La formazione offerta dagli Its riduce fortemente il disallineamento – ha continuato Mele – oggi presente tra formazione scolastica ed esigenze delle imprese. Infatti a fronte di un tasso di disoccupazione giovanile che si aggira intorno al 40% emerge dalle analisi che il sistema produttivo italiano registra una carenza di tecnici specializzati.

In Italia si registra un notevole ritardo nel sistema duale di formazione terziaria rispetto agli altri Paesi europei: i 93 Its hanno raggiunto risultati rilevanti ma hanno ancora solo circa 9 mila studenti. Poca cosa rispetto ai numeri di altri Paesi: come la Germania e la Francia, che hanno cifre a cinque zeri (rispettivamente 800 mila gli allievi delle omologhe Fachhochschule e 300 mila circa in quelle francesi)”.

A questo – ha fatto notare il coordinatore – si deve aggiungere che il sistema Its garantisce un 80% di occupazione entro il primo anno dal diploma: un dato che risponde alla crisi di occupazione giovanile e alla carenza di tecnici specializzati che il sistema produttivo lamenta da decenni. E considerato che i new jobs dei prossimi 5 anni sono quelli che oggi non esistono ancora, “ecco l’esigenza di investire sul sistema Its – ha precisato Mele – potenziando la loro internazionalizzazione”.

Denise Amyot (President Colleges and InstitutesCanada) ha osservato che “l’Italia ha intrapreso la strada giusta per il futuro dei giovani”, “la qualità è molto alta e i risultati già conseguiti sono la premessa e la garanzia di un percorso virtuoso già intrapreso ma nel quale bisogna credere di più. Il Canada, ad esempio, che con 35 milioni di abitanti vanta un milione di studenti: e la quasi totalità trova subito un lavoro”.

Ecco perché l’Italia deve dare il suo contributo – ha concluso – aderendo al WFCP (World Federation of colleges and Polytechincs): un circuito di leader mondiali dell’educazione, dove i responsabili politici e dell’istruzione si riuniscono periodicamente in un paese membro per ascoltare le ultime tendenze e le migliori pratiche nel settore dell’istruzione e della formazione professionale e tecnica.

L’incontro è stato l’occasione per un appello al Governo: “Calenda e Fedeli si sono impegnati in prima persona un mese fa per aumentare significativamente i fondo per gli Its. Ci aspettiamo che passino ai fatti in occasione della finanziaria”.

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La manovra punta sul lavoro, bonus anche per post apprendistato

Pubblicato il 21 settembre 2017 da ansa

Bonus anche post apprendistato

ROMA. – Ampliare il più possibile la platea degli incentivi per le assunzioni dei giovani. Con questo obiettivo il governo sta cercando di tarare il nuovo sgravio per chi offre un posto di lavoro stabile ai ragazzi, piatto forte della prossima manovra. Per superare l’ostacolo delle regole europee, che non vogliono discriminazioni per età dei lavoratori, si starebbe valutando l’ipotesi di fissare l’asticella per tutti a 29 anni ma di consentire l’applicazione del bonus giovani anche li ha superati se l’assunzione a tempo indeterminato segue un contratto di apprendistato.

Si tratterebbe, come spiega il viceministro all’Economia Enrico Morando, di una “buona soluzione per consentire di avere un po’ di flessibilità rispetto all’età” che consentirebbe, tra l’altro, ad “esaltare un po’ lo strumento dell’apprendistato” finora non utilizzato fino in fondo.

Il contratto di apprendistato, ridefinito con il Jobs Act, sta registrando comunque trend positivi nei primi 7 mesi di quest’anno, secondo l’ultimo dato dell’osservatorio sul precariato Inps, ha segnato un +25,9% (+52.000). Chi entra nel mondo del lavoro attraverso questo canale rischierebbe però di rimanere escluso poi dal nuovo incentivo, visto che il contratto di apprendistato professionalizzante si può attivare fino a 29 anni compiuti e può durare da un minimo di 6 mesi a un massimo di 3 anni, che salgono a 5 nell’artigianato.

Se dovesse concretizzarsi questa nuova variante del bonus giovani, quindi, anche un ragazzo che ha iniziato a 29 anni con 5 anni di apprendistato potrebbe, a 34 anni, passare a tempo indeterminato usufruendo del dimezzamento dei contributi per tre anni. I confini del nuovo bonus assunzioni dipenderanno comunque dalle risorse a disposizione, fermo restando l’obiettivo di incentivare 300mila assunzioni stabili.

Il ‘pacchetto base’, contributi al 50% per tre anni entro i 29 anni con tetto a 4.030 euro, costerebbe un po’ meno di 1 miliardo, che diventano 2 miliardi l’anno a regime (visto che la misura sarebbe permanente). Accanto a questo si sta valutando se rafforzare (al 100%) il bonus per le assunzioni al Sud e si accarezza ancora l’idea di un taglio per tutti del cuneo fiscale, da finanziare con l’estensione dell’obbligo di fatturazione elettronica tra privati, che inizierà a dare frutti a partire dal 2019.

Le assunzioni dei più giovani non saranno comunque l’unico intervento in favore dei lavoratori. Accanto a questo, dovrebbe arrivare un nuovo credito d’imposta per gli investimenti incrementali delle imprese nella ‘formazione 4.0’ dei dipendenti, con focus su almeno una tecnologia Industria 4.0 e pattuiti attraverso accordi sindacali e su 4 temi (vendita e marketing; informatica; tecniche e tecnologie di produzione).

(di Silvia Gasparetto/ANSA)

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Istat: lavoro incerto, giovani qualificati ma a casa di papà

Pubblicato il 20 maggio 2016 da redazione

giovani

ROMA. – Un Paese di anziani, sostanzialmente benestanti, che mantengono economicamente ma allo stesso tempo ostacolano lo sviluppo delle generazioni più giovani, alle prese con un mercato del lavoro incerto e poco redditizio e con la prospettiva di poter difficilmente raggiungere livelli sociali ed economici migliori dei loro genitori.

Nell’ultimo rapporto annuale l’Istat celebra i 90 anni di attività statistica guardando ai grandi cambiamenti di quasi un secolo di storia italiana e fornendo un’ultima fotografia di un Paese in cui i giovani, per quanto istruiti, al passo con i tempi e qualificati, sembrano schiacciati dalla loro stessa rete di protezione, la famiglia.

La generazione di transizione, quella dei millennials e forse anche la più giovane, quella che l’Istat chiama “delle reti”, costantemente connessa, sembrano aver già perso l’opportunità di salire sull’ascensore sociale che ha invece permesso a tutto il Paese di crescere nei decenni precedenti e per questo restano a casa con mamma e papà, non tanto – o non sempre – come bamboccioni ma per l’impossibilità di mantenersi.

Negli anni l’eccesso di spesa pensionistica ha avvantaggiato enormemente gli anziani, lasciando poco o niente al contrasto della povertà, facendo oggi del nostro Paese uno dei meno efficienti in Europa.

Allo stesso tempo le diseguaglianze sono aumentate: la famiglia ha fatto da paracadute a chi poteva permetterselo e da tappo a chi cercava di accedere ai gradini più alti della scala sociale, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

“In Italia – ha spiegato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva – rimane ancora forte il legame tra i redditi percepiti e il contesto socio-economico della famiglia di provenienza, legame che tende a ostacolare i processi di mobilità sociale”. E forse non è un caso che il rapporto sia stato presentato mentre prosegue la protesta dei ricercatori precari dell’Istituto.

SEMPRE DI MENO E SEMPRE PIU’ VECCHI – La popolazione italiana diminuisce e invecchia. Al 1 gennaio 2016 la stima è di 60,7 milioni di residenti (139 mila in meno sull’anno precedente) mentre gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Il nostro Paese è tra i più invecchiati al mondo, insieme a Giappone e Germania, e tocca il nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia per le nascite: nel 2015 sono state 488 mila, 15 mila in meno rispetto al 2014. Per il quinto anno consecutivo diminuisce la fecondità, solo 1,35 i figli per donna. Siamo molto lontani dal periodo del baby boom (dal 1946 al 1965), quando il numero medio di figli per donna arrivò all’apice di 2,7.

GIOVANI TROPPO QUALIFICATI, 1 SU 4 HA CONTRATTI A TEMPO – Oltre un ragazzo su tre tra i 15 e i 34 anni è “sovraistruito”, troppo qualificato per il lavoro che svolge. La quota è 3 volte superiore a quella degli adulti (13%). Le professioni più frequenti nell’approccio al mercato del lavoro siano quelle di commesso, cameriere, barista, addetti personali, cuoco, parrucchiere ed estetista. Tra i giovani inoltre è più diffuso il part time, soprattutto involontario (77,5% dei part timer giovani, contro il 57,2% degli adulti), “ad indicare un’ampia disponibilità di lavoro in termini di orario che rimane insoddisfatta. Anche il lavoro temporaneo è diffuso soprattutto tra i giovani: ha un lavoro a termine un giovane su 4 contro il 4,2% di chi ha 55-64 anni.

BAMBINI NUOVI POVERI, ANZIANI STANNO MEGLIO – I minori sono i soggetti che hanno pagato il prezzo più elevato della crisi in termini di povertà e deprivazione, a dispetto delle generazioni più anziane. L’incidenza di povertà relativa per gli under18, che tra il 1997 e il 2011 aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, ha raggiunto il 19% nel 2014. Al contrario, tra gli anziani – che nel 1997 presentavano un’incidenza di povertà di oltre 5 punti percentuali superiore a quella dei minori – si è osservato un progressivo miglioramento che è proseguito fino al 2014 quando l’incidenza tra gli anziani è di 10 punti percentuali inferiore a quella dei più giovani.

ANZIANI PIÙ SPRINT, BABY BOOMER INVECCHIANO MEGLIO – Con le loro condizioni economiche, i nuovi anziani hanno migliorato anche i loro standard di vita grazie all’aumento dei livelli di istruzione e di benessere economico, a stili di vita via via più salutari, a prevenzione e progressi in campo medico. La generazione dei baby boomer, cioè coloro che sono nati dal 1946 al 1965, arrivano alla soglia dell’età anziana in condizioni di salute decisamente migliori rispetto alle precedenti.

2,2 MLN FAMIGLIE JOBLESS, SENZA REDDITI LAVORO – Le famiglie “jobless” sono passate dal 9,4% del 2004 al 14,2% dell’anno scorso e nel Mezzogiorno raggiungono il 24,5%, quasi un nucleo su quattro. La quota scende all’8,2% al Nord e al 11,5% al Centro. Anche in questo caso i giovani sono i più penalizzati: l’incremento ha riguardato le famiglie giovani rispetto alle adulte: tra le prime l’incidenza è raddoppiata dal 6,7% al 13%, tra le seconde è passata dal 12,7% al 15,1%.

ITALIA ESCE DA CRISI PROFONDA MA CAMMINA PIANO – Il quadro dipinto è quello che emerge da una recessione “lunga e profonda, senza più termini di paragone nella storia in cui l’Istat è stato testimone in questi 90 anni”. Oggi il Paese sperimenta “un primo, importante, momento di crescita persistente anche se a bassa intensità”. Rispetto ai precedenti episodi di espansione ciclica la ripresa produttiva è infatti decisamente più fragile.

(di Mila Onder/ANSA)

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