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Gentiloni: “Condizioni per investire nel Sud senza precedenti”

Pubblicato il 11 dicembre 2017 da ansa

 

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è intervenuto a Napoli al convegno “Avere 20 anni al Sud: le ragioni per restare e per tornare” organizzato da Il Mattino di Napoli. (Foto Presidenza del Consiglio)

NAPOLI. – Il presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, a Napoli per un forum del Mattino sui giovani, è convinto che ora ci sono “condizioni per investire e creare lavoro a Sud che sono di una convenienza senza precedenti”.

Un Mezzogiorno che dopo un lungo periodo di sofferenza può guardare con maggiore fiducia al futuro perché la crescita nelle regioni del Sud “prese nel loro insieme, anche se è una forzatura prenderle nel loro insieme, è allineata a quello nazionale”. I risultati, sostiene il premier, “per alcuni versi sono addirittura migliori delle medie nazionali”, con un andamento dell’export incoraggiante.

 

Parlando al convegno “Avere 20 anni al Sud”, il premier ha detto che sono state create “le condizioni economico-legislative di contorno favorevoli con il credito d’imposta rafforzato, la decontribuzione per l’assunzione di giovani che vale doppio per il Mezzogiorno”. Con questo, ha aggiunto, “proviamo a dare una spallata a una situazione che apparentemente non si riesce a smuovere”.

E per il futuro, soprattutto nel Mezzogiorno ed in particolar modo in Campania sprona a puntare sul binomio “turismo-cultura” ma anche sull’economia sostenibile che “è una sfida fondamentale”.

“La sinergia tra il mondo delle imprese, dell’università e della ricerca – ha aggiunto il premier – è di straordinaria importanza. Il Mezzogiorno ha dimostrato con casi limitati ma certamente straordinari in che modo l’innovazione può costituire primati a livello globale”.

Prima dell’arrivo di Gentiloni, dinanzi al teatro Mercadante ci sono stati momenti di tensione con alcuni manifestanti. In due hanno affisso su una gru uno striscione con la scritta “Lavoro per tutti” mentre più tardi una ventina di persone, aderenti a vari movimenti, ha tentato di avvicinarsi all’ingresso del teatro ma è stata allontanata dalla polizia.

Un confronto a più voci, coordinato dal direttore de Il Mattino, Alessandro Barbano, oltre che con il premier, con i ministri per lo Sviluppo Economico, Carlo Calennda e della Coesione territoriale, Claudio De Vicenti; con il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia; il presidente della Giunta regionale della Campania, Vincenzo De Luca e il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris.

Per il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda “non è utile rifare una nuova cassa per il Mezzogiorno”. Per Calenda “non ha funzionato nonostante ci abbiamo buttato dentro miliardi” e “il ritardo nello sviluppo del Mezzogiorno si materializza quando un investitore estero – ha aggiunto riferendosi alla querelle sull’Ilva – porta cinque miliardi e il governatore di una Regione fa ricorso per cacciarlo. Non ho visto nel mondo questa cosa”.

Il ministro Claudio De Vincenti ha ricordato i provvedimenti approvati dal governo che “sono stati rifinanziati per il 2018 e che dunque continueranno a produrre i loro effetti che sono positivi per l’occupazione e in primo luogo per l’occupazione giovanile”.

(di Alfonso Pirozzi/ANSA)

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Aumentano occupati, ma “lavoretti” per quattro milioni di persone

Pubblicato il 11 dicembre 2017 da ansa

Giovani al lavoro

 

ROMA. – L’Italia recupera il livello degli occupati pre-crisi ma il lavoro cambia le sue coordinate, aumentano i ‘mini-contatti’ e cresce l’età media. Mentre restano al palo le generazioni più giovani. E’ il bilancio del primo rapporto annuale congiunto sul mercato del lavoro realizzato da ministero, Istat, Inps, Inail e Anpal, nel quale si certifica il calo dell’occupazione tra il 2008 e il 2013 e la ripresa successiva, anche grazie alla decontribuzione per le assunzioni.

Aumenta l’occupazione dipendente (oltre 900 mila posti in più), mentre quella indipendente crolla del 7,3%, nell’arco di otto anni, lasciando a casa 430 mila ‘autonomi’. In forte crescita, invece, i rapporti di lavoro di breve durata, i cosiddetti ‘lavoretti’, che nel 2016 arrivano a sfiorare quota 4 milioni, dai 3 milioni del 2012: si tratta prevalentemente di contratti a termine fino a tre mesi (poco meno di 1,8 milioni) e voucher (anche questi ultimi, poi aboliti, quasi 1,8 milioni), a cui si aggiungono collaborazioni e lavori occasionali.

D’altra parte i contratti a termine, nel complesso, nel secondo trimestre del 2017 hanno raggiunto il record di 2,7 milioni. Se da un lato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ribadisce l’importanza degli sgravi per dare “sostegno” all’occupazione giovanile, dall’altro il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sempre nel corso della presentazione del rapporto, chiede se non si debba “rendere più difficile il rinnovo” dei contratti a tempo determinato.

Perché, dice, “è preoccupante” che la loro “crescita sia legata a quelli di brevissima durata, sotto i tre mesi. Questo pone un interrogativo al legislatore: occorre valutare se non è il caso di rivedere la norma che permette fino a cinque rinnovi”, come previsto dal Jobs act.

Una riflessione che Poletti si dice disponibile ad affrontare: “Un intervento sul tema non può essere escluso a priori, ma dovrebbe essere valutato approfondendo tutti gli elementi” e senza “automatismi”. Il consigliere economico di Palazzo Chigi, Marco Leonardi, non si sbilancia: “Valuteremo. Vediamo cosa c’è in Parlamento, vediamo se c’è l’emendamento” alla manovra.

Tornando ai numeri, secondo i dati sui flussi dei rapporti di lavoro dipendente dal 2013 al 2016 sono stati attivati 40,68 milioni mentre ne sono cessati 39,15 milioni, con un saldo di 916 mila posizioni in più nei quattro anni. Negli ultimi due anni, si legge, “la ripresa accelera e il mercato del lavoro recupera, in buona parte, i livelli occupazionali precedenti la crisi”; la ripresa ha “una elevata intensità occupazionale”.

L’occupazione cresce soprattutto nel settore privato mentre nel pubblico, anche a causa del “lungo” blocco del turnover, si sono persi 220 mila dipendenti tra il 2008 e il 2016. Sono stati i giovani ad essere penalizzati maggiormente dalla crisi, con un calo del tasso di occupazione per i 15-34enni che si è attestato al 39,9% ed è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni (salito al 50,3%). Solo negli ultimi due anni la loro condizione “mostra segnali di miglioramento”.

Sempre nel 2016, al contempo, oltre 2,1 milioni di persone tra i 55 e 69 anni sono ormai ex occupati e senza pensione da lavoro (quasi 1,4 milioni sono donne). Le proiezioni, considerando gli effetti dell’andamento demografico, nel rapporto non sono rosee: nei prossimi 20 anni è “altamente probabile che l’Italia perderà 3 milioni e mezzo di individui in età lavorativa”, con un calo più consistente nella classe 35-54 anni (-24,7%) e giovane (-7,4%) ed un aumento per gli over-55 (+17,6%).

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Peggiora la qualità del lavoro, sempre più lavoratori nell’area del disagio

Pubblicato il 09 dicembre 2017 da ansa

 


ROMA. – L’occupazione cresce, ma sempre più lavoratori si collocano nell’area del disagio. Gli occupati che svolgono un lavoro temporaneo o a tempo parziale perché non hanno trovato un’occupazione stabile o a tempo pieno, continuano infatti ad aumentare e nel primo semestre dell’anno hanno raggiunto il numero record di 4 milioni e 492 mila persone (praticamente un occupato su cinque), il 45,5% in più rispetto a 10 anni fa.

Ad evidenziare questa situazione è la Fondazione di Vittorio della Cgil, che cerca di mettere a fuoco la qualità dei rapporti di lavoro. Il disagio generato dalla precarietà dell’impiego e/o dal numero ridotto di ore di lavoro è cresciuto nell’ultimo anno dell’1,5% soprattutto per l’aumento del lavoro temporaneo involontario (+7,8%), evidenzia la ricerca, che sintetizza: “questo fenomeno, che interessa soprattutto i giovani, presenta ormai il carattere di dinamica strutturale”.

Proprio nel lavoro giovanile (15-24 anni) si registra infatti la maggior prevalenza di occupati nell’area del disagio (60,7%), in aumento di 9 decimi di punto rispetto allo scorso anno e di 21 punti dal primo semestre del 2007. Tra i giovani-adulti nella fascia 25-34 anni il disagio è sostanzialmente stabile su valori vicini al 32% (era il 19% nel 2007).

A livello geografico il tasso è più alto nel Mezzogiorno (23,9% rispetto al 17,7% del Nord), mentre guardando al genere sono le donne ad essere più penalizzate (26,9% contro il 15,2% dell’occupazione maschile). Il disagio inoltre interessa di più i lavoratori stranieri che quelli di cittadinanza italiana: la crisi infatti, spiega la ricerca, ha dilatato la distanza tra i tassi, portando quelli relativi agli stranieri (Ue e non Ue) su valori prossimi al doppio del tasso calcolato per gli italiani.

Ad incidere è anche il titolo di studio: tra il 2009 e il 2014 il disagio è aumentato notevolmente tra i lavoratori con basso titolo di studio (licenza media), arrivando al 22,8% nella prima metà dell’anno, pari a 5,3 punti in più rispetto a chi ha una formazione universitaria. “E’ la traduzione in termini di occupazione di un altro fenomeno, quello del peggioramento della qualità dell’occupazione in termini di qualifica professionale”, evidenzia la ricerca, sottolineando che “una maggiore flessibilità in entrata non aiuta certo la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, rischia anzi di assecondare un processo di progressiva dequalificazione della manodopera e fa crescere l’area del disagio nel mondo del lavoro”.

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Istat: crescono occupati, ma è record contratti a termine

Pubblicato il 07 dicembre 2017 da ansa

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Italia paese per vecchi,giovani svantaggiati

 


ROMA. – L’occupazione cresce ancora, recuperando i livelli pre-crisi, ma la spinta arriva dai contratti a termine, che ormai sfiorano i tre milioni. Un record storico per l’Istat, che non ne registrava così tanti dall’inizio della rilevazione. E da allora è passato un quarto di secolo.

Dietro un tasso di disoccupazione stabile all’11,2%, che resta sui minimi da circa cinque anni, c’è così un mercato del lavoro in movimento. Ne è una prova anche il calo netto degli ‘scoraggiati’: coloro che vorrebbero un impiego ma hanno smesso di cercare, giudicando la missione impossibile.

Dati dell’ufficio di statistica alla mano, tra luglio e settembre nel Paese sono stati creati 79 mila posti rispetto ai tre mesi precedenti. Un rialzo dovuto esclusivamente a dipendenti a tempo determinato (+101 mila), mentre i ‘fissi’ risultano stazionari e gli autonomi in calo.

Tornando agli occupati nel loro complesso, il confronto su base annua fa registrare un aumento ancora più deciso, di 303 mila unità, ma anche qui il merito va ai ‘precari’. D’altra parte i dipendenti a termine raggiungono un nuovo massimo, segnando un boom rispetto allo scorso anno: ora sono 2,8 milioni. E sono loro a fare da traino, tanto che gli occupati viaggiano sopra quota 23 milioni.

Il Paese ha riconquistato “un segno positivo”, commenta il premier Paolo Gentiloni. E parlando dei posti in più sottolinea: “Sappiamo tuttavia che la loro qualità è sempre esposta al rischio della precarietà”. Da qui, aggiunge, “lo sforzo” per rimettere in moto “i consumi” e in generale la domanda interna.

Ma per la Cgil il dado è tratto: “il lavoro è debole” e “le incentivazioni alle imprese non sono servite”. Sulla stessa linea il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, si tratta solo di “lavoretti”.

L’Istat tiene però ad evidenziare anche il ritorno alla crescita dei posti tra gli under35, insomma tra i giovani. Il risveglio del mercato del lavoro sta soprattutto in un dato: centomila scoraggiati in meno in un anno. Durante le fasi della recessione questa ‘area grigia’, fuori dalla disoccupazione ufficiale, era lievitata.

Un appesantimento che era ricaduto nell’alveo degli inattivi: quanti non hanno un impiego e neppure ne sono a caccia. La componente femminile qui domina, nonostante i picchi nell’occupazione. D’altra parte sono 2 milioni e 300 mila le mamme, le moglie, che non lavorano per “motivi familiari”.

Ma come si fa a trovare un’occupazione in Italia? L’Istat risponde anche a questo: al primo posto ci sono parenti e amici ma guadagnano qualche punto i colloqui e i centri per l’impiego. Resta un fatto: la laurea paga, maggiore è il titolo di studio più basso è il tasso di disoccupazione.

Di sicuro per Confcooperative non si sbaglia a specializzarsi in informatica. Secondo un’indagine condotta con il Censis nel campo, solo nel corso del 2016, si sono aperte 62 mila posizioni, con le imprese interessate soprattutto a sviluppatori di app. E Campania, Sicilia e Puglia “sono tra le prime quattro regioni italiane dove negli ultimi 6 anni c’è stata la maggiore crescita di imprese digitali.

(di Marianna Berti/ANSA)

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Domenica la sinistra incorona Grasso. Ancora dubbi sul nome

Pubblicato il 01 dicembre 2017 da ansa

Il presidente del Senato Pietro Grasso

 

 

ROMA. – Non ci sarà la parola “sinistra” nel nome per non dare l’impressione di essere l’ennesima ‘Cosa Rossa’ ma il nuovo partito, che domenica nasce a Roma con l’incoronazione di Pietro Grasso leader, ne avrà nel dna le parole d’ordine: lavoro, diritti, uguaglianza. Dalla fusione degli ex dem di Mdp, di SI e Possibile parte la sfida al Pd di Matteo Renzi, che a sua volta rivendica di essere la vera sinistra.

Ma la distanza sarà già evidente sabato quando una delegazione di SI, Guglielmo Epifani e Roberto Speranza, ma non Pier Luigi Bersani, sfileranno insieme alla Cgil di Susanna Camusso contro la proposta del governo sulle pensioni. Non c’è stata fumata bianca, a quanto si apprende, sul nome del nuovo partito di centrosinistra nel vertice, svoltosi in tarda mattinata tra il presidente del Senato Pietro Grasso, il coordinatore Mdp Roberto Speranza e Nicola Fratoianni mentre Pippo Civati era assente per motivi personali.

Ma, dopo aver sondato il gradimento di una ventina di nomi, si sarebbe arrivati alla stretta tra due: o “Libertà e Uguaglianza” o “Liberi e Uguali”. “Il copyright è della Costituzione francese, non di Ceccanti”, ironizza lo storico portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia, davanti alle rimostranze dell’associazione dei liberal dem sull’omonimia con il nome dell’associazione. Non sarà, invece, reso noto domenica il simbolo del nuovo partito che comunque dovrebbe avere uno sfondo rosso.

Ma al netto di nomi e simboli, la barca alternativa al Pd è pronta a salpare nell’assemblea che riunisce i 1500 delegati eletti nello scorso fine settimana attraverso dei ‘caucus’, le assemblee in stile primarie americane. E sarà il grande giorno di Pietro Grasso che, concluso l’iter della manovra al Senato, si sente ormai libero dai doveri istituzionali e pronto a sciogliere la riserva sul suo futuro politico.

Attesissimo il suo discorso dal palco: sarà l’ex magistrato l’unico politico, oltre ai “giovani” Speranza, Fratoianni e Civati, a parlare davanti all’assise. Non interverranno nè Bersani nè D’Alema nè Vendola ad evitare che il nuovo partito appaia come una ridotta di big della sinistra. “Evitiamo gli errori del passato”, è il mantra che gira tra i promotori che assicurano che il pallino è tutto in mano a Grasso.

E non ci sarà la presidente della Camera Laura Boldrini che non renderà note le decisioni sul suo futuro, se andrà con Grasso o con Pisapia, finché la manovra non sarà approvata alla Camera. Matteo Renzi, che oggi chiude il suo tour in treno, sembra non preoccuparsi della concorrenza a sinistra.

Al momento, spiegano i dem, i sondaggi sul nuovo partito non sembrano turbare più di tanto i sogni dei dem. Ma al Nazareno sono consapevoli che la sfida a sinistra in alcuni collegi, come in Emilia Romagna o in Puglia, renderà più difficile la vittoria.

Per rafforzare le chance del centrosinistra a trazione Pd, il segretario dem ha chiesto a Piero Fassino di stringere con Giuliano Pisapia e Campo Progressista, che comunque domani avrà una delegazione in piazza con la Cgil per non lasciare a Bersani e soci lo scettro della sinistra.

“Proporremo il biotestamento al Senato”, garantisce ancora una volta Renzi a Pisapia. E se martedì la capigruppo lo metterà in calendario, è possibile che già la prossima settimana l’ex sindaco di Milano tragga il dado e decida di correre insieme al Pd alle politiche.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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Sbarca tra le top europee la nuova app italiana per trovare lavoro

Pubblicato il 24 novembre 2017 da ansa

(Foto Ansa)

 


BRUXELLES. – Cercare e trovare il lavoro e il Paese ideali solamente con un’app. L’idea, tutta italiana, è venuta all’azienda Evodevo di Pomezia, e si è piazzata tra le iniziative top a livello Ue, arrivando nelle dieci finaliste del concorso europeo “EU Datathon 2017” dedicato a progetti che promuovono il riutilizzo degli open data europei dal portale dell’Unione europea (data.europa.eu/euodp).

PengEUn, questo il nome dell’app (http://tabsoft.co/2zGBH3A) sviluppata con il software Tableau, suggerisce agli utenti in quale Paese europeo muoversi seguendo alcune priorità professionali e di vita, tra cui: i salari, il livello di uguaglianza di genere, la flessibilità lavorativa, la sicurezza sul posto di lavoro, le competenze, l’età della pensione e lo stile di vita.

“Dove andare, quando si cerca lavoro, rappresenta sempre un dilemma: il posto perfetto non esiste – spiegano all’ANSA Stefano De Luca, ad di Evodevo e Loredana Ceccacci, responsabile progetti internazionali -. Capire il proprio profilo professionale non è scontato, spesso non si sa come sia considerata la propria professionalità in un altro Paese, a volte non si sa neppure sotto quale nome sia chiamata, e quali competenze siano richieste a livello Ue. A partire dalla professionalità, l’app può dire all’utente quali competenze ha e quali gli mancano, per trovare l’offerta che si avvicina il più possibile a ciò per cui è preparato, oltre a suggerirgli in quale Paese ci sia un’offerta qualitativamente migliore”.

Il team di Evodevo, composto da 10 persone, riunisce competenze disciplinari diverse: sviluppatori, data scientists, sociologi. Lo strumento di lavoro quotidiano è uno: i dati. L’azienda lavora con partner e clienti come le pubbliche amministrazioni, Istat, l’Agenzia Spaziale Italiana, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Agenzia europea per la difesa e il Ministero dello Sviluppo Economico.

Il nuovo progetto presentato a Bruxelles e sviluppato in appena un paio di settimane punta a essere integrato e perfezionato nel corso dei mesi a venire, come un rimedio digitale alla precarietà lavorativa nell’Ue e all’alta disoccupazione giovanile italiana, con qualche differenza rispetto ad altre app o a piattaforme social dedicate al lavoro, come LinkedIn.

“Esistono diverse app che consigliano in quale Paese spostarsi in base a differenti criteri – precisa Ceccacci – ma il nostro valore aggiunto è l’affidabilità dei dati che usiamo: i nostri, sono dati europei ufficiali e inoltre utilizziamo la classificazione multilingue Esco di qualifiche, competenze, abilità e professioni in Europa”.

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Lavoro: calano i contratti stabili, volano i rapporti a termine

Pubblicato il 23 novembre 2017 da ansa

 

 


ROMA. – Dopo la crescita sostenuta avuta grazie agli incentivi contributivi degli anni scorsi nel 2017 i contratti a tempo indeterminato hanno subito una battuta d’arresto: nei primi nove mesi dell’anno – secondo l’Osservatorio sui precariato pubblicato oggi dall’Inps – sono stati, comprese le trasformazioni, 1.180.953 con un calo del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2016. Il saldo rimane sostanzialmente stabile (-9.955 contratti fissi) dato che le cessazioni di rapporti stabili sono state nel periodo 1.190.908.

L’andamento cambia completamente se si guarda all’insieme dei contratti di lavoro e soprattutto a quelli a termine. I nuovi contratti sono stati 5,27 milioni a fronte di 4,52 milioni di cessazioni complessivo con un saldo positivo di 740.000 unità. Un saldo così alto a fronte di un calo delle assunzioni a tempo indeterminato del 3,5% è dovuto al fatto che i contratti a termine sono cresciuti del 27,3% come sono cresciute anche le assunzioni stabili e quelle in apprendistato. Nel complesso le assunzioni sono cresciute del 20,1% mentre le cessazioni totali sono salite solo del 16,9%.

In pratica i contratti a tempo indeterminato sono tornati ad essere appena il 24% del totale dei contratti dopo che avevano raggiunto una quota, nel momento della massima decontribuzione nel 2015, del 38,3%. Né bastano a rimpinguare i contratti fissi gli incentivi per Garanzia giovani e Sud che nel complesso, per nuovi rapporti fissi e a termine sfiorano nei primi nove mesi dell’anno quota 130.000 unità.

L’Inps segnala anche la crescita sostenuta dei contratti a chiamata (319.000 tra gennaio e settembre con un +133%) trainati dalla cancellazione dei voucher decisa dal Governo a marzo di quest’anno. L’inversione di rotta sul lavoro è comunque segnata dall’andamento delle richieste di cassa integrazione che nei primi 10 mesi del 2017 sono state pari a poco più di 300 milioni di ore con un calo del 39,8% sullo stesso periodo del 2016.

Il dato è il migliore dopo il 2008, dall’inizio della crisi economica. Continuano ad essere sostenute invece le richieste di disoccupazione con 218.000 domande a settembre (in linea con il 2016). Nei primi nove mesi dell’anno si è invece registrata una lieve crescita della richiesta dei sussidi con 1,29 milioni di domande e un +3,3% sullo stesso periodo del 2016.

(di Alessia Tagliacozzo/ANSA)

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Povertà, Caritas: “Allarme giovani, stanno peggio dei genitori”

Pubblicato il 17 novembre 2017 da ansa

 

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Allarme giovani, stanno peggio dei genitori.

ROMA. – In Italia i figli stanno peggio dei genitori, i nipoti peggio dei nonni: è una povertà che cresce al diminuire dell’età quella che colpisce il nostro Paese. I capifamiglia under 34 sono sempre più in difficoltà, i tassi di disoccupazione giovanile (37,8% nel 2016) sono tra i più alti d’Europa (18,7%), l’ascensore sociale è bloccato e si registra un record di Neet (26%).

L’anno scorso 205.090 persone si sono rivolte ai Centri di ascolto in rete (Cda) della Caritas: tra questi il 22,7% ha meno di 34 anni. E’ l’allarme che lancia il Rapporto su povertà giovanile ed esclusione sociale 2017 “Futuro anteriore”, presentato oggi a Roma dalla Caritas italiana.

“Per contrastare questa situazione è necessario un impegno che richiede il contributo di tutti, a partire dalle istituzioni e dal ruolo insostituibile svolto dalla Caritas e da tutto il mondo dell’associazionismo e dal volontariato” ha commentato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ricordando che dal primo dicembre sarà possibile presentare ai Comuni le domande per il Reddito di inclusione, il primo strumento permanente messo in campo nel nostro Paese per contrastare la povertà.

SITUAZIONE GIOVANI PIU’ CRITICA DI ANZIANI

Da 5 anni è “più allarmante di quella vissuta un decennio fa dagli over 65”. Nel nostro paese – ricorda il Rapporto – un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 appena uno su 50. Al contrario, diminuiscono i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%). Dal 1995 il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%.

OLTRE 200MILA ALLA CARITAS, 42,8% ITALIANI

La maggior parte ha chiesto aiuto ai Centri di aiuto del Nord (46%), dove vivono più stranieri, il 33,7% nel Centro, il 20,2% al Sud. Il 43,8% è nuovo utente. L’età media è di 43,6 anni, il 64,4% è disoccupato. C’è una una sostanziale parità tra uomini (49,2%) e donne (50,8%). Prevalgono le famiglie tradizionali con coniugi e figli (35,0%), seguite da quelle uni-personali (25,7%), in netto aumento rispetto al 2015. I senza dimora sono il 17,8% (in crescita rispetto al 2015): circa 26 mila persone. Il problema più frequente anche nel 2016 è la povertà economica (76,7%), seguita da problemi occupazionali (56,8%), abitativi (24,1%) e familiari (14,0%). Le richieste più frequenti riguardano beni e servizi materiali (60,6%), sussidi economici (25,7%) e richieste per lavoro (14,0%) o alloggio (7,7%).

PIU’ DI UN UTENTE SU 5 E’ UNDER 34

Ovvero il 10,7% degli italiani, il 31,5% degli stranieri. Tra gli italiani, la maggior parte è femmina (62,6%), del Mezzogiorno (39,1%), disoccupato (70,5%), con figli (60,6%) e con basso livello di istruzione (il 68,5% ha un titolo inferiore o uguale alla licenza media). Il 13,9% è senza dimora. Tra gli stranieri prevalgono i maschi (54,1%) e si rivolgono soprattutto ai Cda del Nord (52,2%); alta la quota di senza dimora (26,4%). Il 70,5% è disoccupato, il 69,2% è in regola con il permesso di soggiorno.

Il segretario della Cei, mons. Nunzio Galantino, commentando il Rapporto Caritas alla presentazione alla Stampa Estera a Roma ha detto che “sbaglieremmo noi se identificassimo i poveri soltanto con i clochard, con l’immigrato che sbarca sulle nostre coste. Dovremmo allargare un po’ lo sguardo alle tante donne prive di dignità.

C’è una povertà straordinaria e straordinariamente negativa, soprattutto oggi abbiamo bisogno di aprire il nostro sguardo, il nostro cuore alla povertà dei nostri giovani, una povertà non tanto fatta di mezzi materiali ma una povertà ancora più grossa cioè quella di non poter progettare il proprio futuro e crearsi delle alternative a una vita di dipendenza”.

Galantino ha anche osservato come l’Italia si trovi dietro a molti Paesi europei nelle classifiche sulla crescita economica. “I dati che abbiamo noi dal nostro rapporto ci dicono che la nostra situazione non è di quelle buone non siamo nell’alta classifica per aver superato il problema della povertà, anzi”.

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In Italia i lavoratori più anziani d’Europa: solo il 12% degli occupati ha meno di 30 anni

Pubblicato il 21 ottobre 2017 da redazione

Lavoro, per la Cgia solo il 12% ha meno di 30 anni

Lavoro

MESTRE – L’Italia ha la popolazione lavorativa più anziana d’Europa. Nel 2016, segnala l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, l’età media degli occupati in Italia era di 44 anni, contro una media di 42 registrata nei principali paesi Ue. Negli ultimi 20 anni, inoltre è salita di 5 anni, un aumento che in nessun altro paese è stato così rilevante.

In Italia si contano nei luoghi di lavoro pochissimi giovani e molti over 50. Se, infatti, nel nostro paese l’incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale degli occupati è pari al 12 per cento, in Spagna è al 13,2, in Francia al 18,6, in Germania al 19,5 e nel Regno Unito al 23,7 per cento.

Per contro, nel nostro Paese l’incidenza degli ultra 50enni sul totale degli occupati è del 34,1 per cento. Solo la Germania registra un dato superiore al nostro e precisamente del 35,9 per cento, mentre in Spagna è del 28,8, in Francia del 30 e nel Regno Unito del 30,9 per cento.

«Con pochi giovani e tante persone di una certa età ancora presenti nei luoghi di lavoro – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – le nostre maestranze possono contare su una grande esperienza ed un’elevata professionalità, tuttavia stanno riemergendo una serie di problemi che credevamo aver definitivamente superato. In primo luogo, sono tornati a crescere, soprattutto nei mestieri più pesanti e pericolosi, gli incidenti e la diffusione delle malattie professionali. In secondo luogo, il numero di attività caratterizzato da mansioni di routine è molto superiore al dato medio europeo. Con l’avvento dei nuovi processi di automazione e di robotica industriale rischiamo una riduzione di un’ampia fetta di lavoratori di una certa età con un livello di scolarizzazione medio-basso che, successivamente, sarà difficile reinserire nel mercato del lavoro».

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Cei, Bassetti: “Liberi di emigrare, ma non per disperazione”

Pubblicato il 20 ottobre 2017 da ansa

Sicilia Neet

Lavoro: disoccupati e sfiduciati

 

PERUGIA. – “Siamo tutti liberi di emigrare dal nostro Paese, ma questo non può avvenire per disperazione”: è quanto ha affermato il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della Cei, intervenendo, nel capoluogo umbro, a un convegno sul tema “Giovani e il lavoro che (non) c’è”, alla presenza di più di 300 studenti.

“L’Italia, che ha bisogno di nuove energie morali, ha bisogno di tutti noi – ha sottolineato Bassetti, secondo quanto riferisce una nota dell’archidiocesi – ma particolarmente di voi giovani, delle vostre antenne che ci spingono a guardare lontano, dei vostri talenti a cui noi, generazione adulta, dobbiamo dare chance e speranza”.

“Altrimenti – ha continuato – la fila di giovani che lasceranno l’Italia continuerà ad aumentare e i dati recentemente pubblicati dalla Fondazione Migrantes della Cei sono eloquenti e lasciano una profonda inquietudine”.

“Carissimi giovani, ci attende una grande missione – ha affermato ancora il cardinale Bassetti – quella di essere una presenza viva, autorevole e concreta, per tante attese che cogliamo nella povera gente e per il bene delle nostre famiglie e per il futuro dell’Italia”.

“Il rapporto giovani-lavoro è ormai diventato una sorta di nuova questione antropologica che investe tutta l’Italia, ma che tocca l’apice nel Mezzogiorno. Penso che sia giunto il momento di agire e ne parlerò con maggiore chiarezza a Cagliari, durante l’imminente ‘Settimana sociale dei cattolici italiani'” (26-29 ottobre, ndr.): ha continuato il presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, intervenendo, a Perugia, a un convegno sul tema “Giovani e il lavoro che (non) c’è”, promosso dal “Progetto Policoro”, in collaborazione con la Pastorale diocesana giovanile e Confcooperative Umbria:

“Giovani e lavoro: due argomenti che sono la mia passione di vescovo, su cui ritorno continuamente”: con queste parole ha esordito nel suo intervento di saluto il cardinale Bassetti, che ai tanti ragazzi presenti – riferisce una nota dell’archidiocesi – ha voluto dare “due indicazioni.

La prima – ha detto, fra l’altro – è quella di essere liberi, cioè pieni di fantasia e capaci di creatività. Siamo veramente liberi quando nella nostra vita siamo capaci di produrre cose belle di cui tutti potremmo godere e quando il nostro sguardo è limpido e sa scrutare orizzonti lontani”.

“La seconda mia indicazione che vi consegno – ha aggiunto il cardinale – è quella di prendere veramente a cuore la situazione del nostro Paese, di questa terra fragile, ma meravigliosa che la provvidenza ci ha dato da abitare. Non disperdetevi in cose che non potranno avere né respiro, né futuro. Non siate provinciali, perché non basta curare i piccoli interessi di casa nostra”.

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Ocse: “Italia paese per vecchi, giovani svantaggiati”

Pubblicato il 18 ottobre 2017 da ansa

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Ocse: Italia paese per vecchi,giovani svantaggiati.

 

ROMA. – L’Italia è uno dei paesi più vecchi dell’area Ocse e anche uno di quelli nei quali le generazioni giovani sono più svantaggiate: il Rapporto Ocse “Preventing Ageing Unequally” lancia l’allarme sulle difficoltà che incontrano i giovani del nostro Paese per entrare nel mercato del lavoro e nell’uscire dalla precarietà ma soprattutto sottolinea come sia peggiorata la condizione rispetto ai loro padri e nonni. Una condizione che si rifletterà nel momento della loro vecchiaia con pensioni considerevolmente più basse.

Il nostro Paese al momento ha 38 persone over 65 ogni 100 persone in età da lavoro (20-64 anni) a fronte dei 28 della media Ocse ma il numero salirà a 74 nel 2050 portando l’Italia al terzo posto tra i paesi più vecchi (53 la media Ocse). Il tasso di occupazione dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni, grazie anche alla stretta sui criteri per l’accesso alla pensione, è cresciuto di 23 punti percentuali tra il 2000 e il 2016 a fronte di un aumento di un solo punto per la fascia tra i 25 e i 54 e di un crollo di 11 punti per la fascia più giovane. Questo ha significato un invecchiamento della forza lavoro bloccando di fatto il turn over in fabbriche e uffici.

Rispetto alla metà degli anni Ottanta il reddito di coloro che hanno tra i 60 e i 64 anni è cresciuto del 25% in più rispetto a quello di coloro che hanno tra i 30 e i 34 anni con un ritmo quasi doppio rispetto alla media Ocse (13%). E la situazione rischia di peggiorare dato che le riforme delle pensioni hanno legato più strettamente i guadagni durante la vita lavorativa con l’importo della pensione al momento del ritiro.

“La disuguaglianza nei salari durante la vita lavorativa – scrive l’Ocse – si trasformerà in disuguaglianza tra i pensionati”. E se in media nei paesi Ocse si trasmettono due terzi della diseguaglianza nei guadagni lungo la vita lavorativa in Italia questa si avvicina al 100%.

Dati i gap significativi nel tasso di occupazione tra le persone istruite e quelle con bassi livelli di istruzione sarà difficile – sottolinea l’Organizzazione – assicurare una pensione “decente” a queste ultime e alle donne che spesso restano fuori dal mercato del lavoro anche a causa del lavoro di cura. Bisognerebbe – suggerisce l’Ocse – intervenire sui servizi all’infanzia e su quelli educativi per dare maggiori opportunità alle donne liberandole da una parte dei lavori di cura e ai giovani migliorando anche la transizione tra la scuola e il lavoro.

L’Ocse sottolinea come nell’accesso alle pensioni siano svantaggiate le persone con redditi più bassi e meno istruite dato che hanno un’aspettativa di vita in media più bassa e quindi godono della pensione per meno tempo. In Italia la differenza nell’aspettativa di vita tra chi ha livelli bassi e alti di educazione è il più basso tra i paesi industrializzati con quattro anni in meno per gli uomini meno istruiti guardando a quella fissata a 25 anni (7,5 la media Ocse) e due (3,5 la media Ocse) guardando ai 65 anni.

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Manovra da 20 miliardi, sgravi per assumere under35

Pubblicato il 16 ottobre 2017 da ansa

Assunzione giovani.

 

 

ROMA. – Niente nuove “tasse, gabelle, accise”. Il giorno del varo della manovra il governo conferma la direzione di marcia e indica nella lotta alla disoccupazione giovanile e, più in generale, nel sostegno alle fasce più debole della popolazione gli obiettivi principali di un’operazione che vale poco più di 20 miliardi.

Il premier Paolo Gentiloni scende in conferenza stampa a palazzo Chigi insieme al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e spiega di aver voluto una legge di bilancio “snella”, che non pesi sulle tasche degli italiani (“non sarà di lacrime e sangue”, dice) rivolgendo, anche in ragione di questo sforzo, un appello alla responsabilità del Parlamento per un iter senza incidenti.

Resta certo difficile il rapporto con Articolo 1- Mdp, le cui richieste su sanità e pensioni non sono state accontentate. Che quindi non sia scontato il voto degli ex Pd, il presidente del Consiglio ne è consapevole: “l’auspicio è che Mdp voti la manovra; dal punto di vista della realtà vedremo. Per avere un sostegno di maggioranza – osserva – bisogna essere in due”.

Entrambe le parti sottolineano tra l’altro come la partita che si gioca sui contri pubblici sia intrecciata con quella della legge elettorale, su cui il governo ha chiesto la scorsa settimana la fiducia e che rappresenta, commenta il leader di Mdp Roberto Speranza, “un punto di non ritorno”.

Qualche margine di trattativa però esiste ancora: durante l’esame in Senato e alla Camera potrebbe esserci spazio, con una dote per le modifiche che oscilla tra i 300 e i 450 milioni complessivamente, per qualche intervento sia sul fronte della sanità (con una rimodulazione dei superticket) sia su quello di un ulteriore rafforzamento del reddito di inclusione: “vedremo in Parlamento – dice infatti il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio Francesco Boccia – cosa si potrà fare sul welfare”.

Ma proprio l’assenza di un intervento sulle pensioni, e in particolare sull’innalzamento dell’età pensionabile, lascia insoddisfatti i sindacati, che insistono nel chiedere risposte e che però avendo incassato il rinnovo dei contratti del pubblico impiego decidono di non alzare, almeno non da subito, barricate: “Quando ci sono corrette relazioni sindacali – commenta ad esempio la Fp Cgil, la categoria che rappresenta gli statali – si raggiungono buoni risultati per tutti”.

Per il governo, che tra l’altro in occasione del Cdm ha autorizzato l’esercizio del Golden power su Tim, il binomio vincente è quello giovani-lavoro ed è intorno a questa coppia che gira la misura simbolo dell’ultima legge di bilancio della Legislatura e che punta quindi sugli sgravi per gli under 35 (con un decalage dopo il primo anno) attraverso la decontribuzione al 50% per i primi tre anni, che sale al 100% al Sud.

Insomma, le risorse, che per il 40% arrivano dai tagli e per il 60% da “efficientamento delle entrate”, saranno anche limitate, riconosce il ministro dell’Economia Padoan, ma questa è una “manovra di svolta” perché i fondi sono “ben indirizzati” e rafforzeranno la crescita: “il deficit scende, l’indebitamento scende e prevediamo – è la scommessa del ministro – che continui a scendere e continuerà a scendere”.

Ma nell’ultima manovra della Legislatura c’è spazio per un po’ di tutto: dal finanziamento per la lettura al capitolo industria 4.0 (“10 miliardi di finanziamenti a sostegno delle imprese”, fa sapere il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda), dalle detrazioni per il ‘verde’ su terrazzi e giardini all’assunzione di 1.500 ricercatori passando per la conferma di sisma bonus e ecobonus.

Un mix di interventi che prenderà una forma definitiva nelle prossime ore e che, secondo il timing ufficiale, dovrebbe sbarcare in Parlamento entro venerdì prossimo e sui cui però, maggioranza a parte, si appuntano le critiche di centrodestra M5S e sinistra.

Secondo i pentastellati la manovra sembra “scritta da una di quelle banche d’affari che vogliono fare a pezzi la nostra Costituzione”, mentre Forza Italia punta i riflettori su ciò che non c’è, vale a dire le privatizzazioni che secondo il ministro dell’Economia “sono però un capitolo non chiuso”.

(di Chiara Scalise/ANSA)

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Usa perdono 33 mila posti di lavoro, è il primo calo dal 2010

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Usa perdono 33 mila posti, di lavoro. (Dave Chidley/The Canadian Press via AP, File)

 

NEW YORK. – Per la prima volta in sette anni l’economia americana perde posti di lavoro. A settembre ne sono andati in fumo 33 mila, colpa in gran parte dei due uragani che si sono abbattuti nelle scorse settimane su vaste aree degli Stati Uniti con effetti devastanti. Così si interrompe la lunga striscia positiva – grande orgoglio della presidenza Obama – che durava dal 2010, quando l’occupazione americana cominciò a riprendersi dalla grande crisi, con l’economia in recessione.

Ma al di là dei numeri gli analisti concordano sul fatto che il calo registrato a settembre sia solo temporaneo e che la ripresa negli Usa continui a rafforzarsi. Con il tasso di disoccupazione sceso ulteriormente al 4,2%. Le previsioni di settembre erano già state riviste al ribasso, proprio per scontare le conseguenze del passaggio di Harvey e Irma, che hanno causato danni enormi soprattutto in Texas e in Florida.

Da una stima originaria di 150 mila posti creati si era passati a 90 mila. Il dato finale è stato però ben peggiore. Riflesso non solo delle difficoltà che le condizioni meteo hanno causato a tantissime piccole e medie imprese, soprattutto nelle località turistiche della Florida, ma anche ai grossi impianti petroliferi texani e al loro indotto. Il tasso di partecipazione al lavoro è comunque balzato al 63,1%. Anche se il dato inatteso ha frenato la cavalcata record di Wall Street.

Ma a dimostrazione che il calo dei posti di lavoro a settembre viene giudicata come una situazione contingente ci sono le voci che arrivano dai corridoi della Fed presieduta da Janet Yellen. La banca centrale statunitense non avrebbe infatti cambiato piani e si appresterebbe ad un ulteriore rialzo dei tassi di interesse nella riunione di dicembre del Fomc, il suo braccio operativo.

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G7 Lavoro: “Vicino ai deboli, non lasceremo indietro nessuno”

Pubblicato il 30 settembre 2017 da ansa

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G7 Lavoro: con i deboli, non lasceremo indietro nessuno

 

 

VENARIA (Torino). – Il G7 dei ministri del Lavoro si chiude con l’obiettivo condiviso ad “adottare un approccio inclusivo al mercato del lavoro, con particolare attenzione ai più deboli delle nostre società, per assicurare che nessuno sia lasciato indietro”. E’ un impegno che si affianca ad un cambio di metodo, alla ‘novità’ voluta dal ministro Giuliano Poletti di coinvolgere al G7 le parti sociali e le agenzie operative, di non lasciare alla sola politica le occasioni di confronto tra i sette ‘Grandi’.

Mentre i cortei di protesta che per due giorni hanno assediato Torino si avvicinano alla sede del G7 il ministro non chiude le porte al dialogo: premette che le “posizioni diverse” vanno espresse nel rispetto della legge, “rispettando cose e persone”.

E aggiunge: “Credo che i giovani che protestano abbiano delle ragioni”, “la disoccupazione giovanile è troppo alta, dobbiamo agire per ridurla. Stiamo lavorando, qualche risultato l’abbiamo ottenuto, assolutamente non sufficiente, ma nella prossima Legge di Bilancio interverremo sul tema del costo del lavoro e soprattutto sul tema del sapere”.

La risposta del ministro ai giovani è: “Siamo consapevoli di questa condizione e agiamo al meglio perché questi problemi trovino una soluzione”. Al G7 del Lavoro “abbiamo cercato di costruire l’idea che – spiega il ministro – per affrontare i grandi cambiamenti che abbiamo di fronte, dall’innovazione alle nuove tecnologie ed alla digitalizzazione, non può bastare l’impegno di una parte, bisogna far interagire soggetti diversi”.

La “portata rilevantissima dei cambiamenti” impone “di cambiare anche il modello di governance, il modo di affrontare le problematiche – ha aggiunto – Abbiamo pensato che una discussione importante come questa, sui temi fondamentali del cambiamento del lavoro non poteva essere affrontata solo con lo sguardo dei decisori politici, governi e ministri”.

Serviva una svolta, un confronto aperto ai “rappresentanti dei lavoratori e delle imprese”, ma anche “a Ocse e Ilo”, coinvolgendo poi le braccia operative dei Governi, chi ha il compito di concretizzare obiettivi e strumenti pensati dalla politica, come l’italiana Agenzia per le Politiche Attive del Lavoro che si è confrontata con le agenzie degli altri Paesi del G7.

Il tema di fondo è quello dell’impatto sul mercato del lavoro delle nuove sfide, dall’innovazione alle dinamiche demografiche. “Radicalità e velocità dei cambiamenti producono preoccupazione e incertezza” dice Poletti avvertendo che “bisogna quindi dare risposte efficaci a chi teme le conseguenze dei cambiamenti”.

Per farlo è stato quindi varato un nuovo metodo del confronto che, perchè sia efficace, “non poteva esaurirsi con i due giorni di Venaria” che chiudono la settimana aperta dal G7 dei ministri dell’Industria, proseguita con il G7 della Scienza e chiusa dal summit dei ministri del Lavoro.

Sul fronte dell’occupazione serviva una idea per creare una sede permanente di dialogo: il documento finale dei ministri lancia così il ‘Forum G7 del Futuro del Lavoro’, “una piattaforma per condividere le strategie, scambiare buone pratiche ed esperienze”. Sarà sviluppato e gestito dall’Ocse in collaborazione con l’Ilo e “coinvolgerà i responsabili politici, le parti sociali, gli analisti dell’innovazione e altri attori importanti”.

(dell’inviato Paolo Rubino/ANSA)

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Da autista a operai, con l’avvento dei robot scompaiono i lavori ripetitivi

Pubblicato il 28 settembre 2017 da ansa

Da autista a operai,da robot stop lavori ripetitivi

TORINO,. – Il robot minaccia parte del lavoro oggi svolto dall’uomo. A rischio sono soprattutto le professioni caratterizzate da un’attività ripetitiva: nei prossimi anni circa un terzo (il 36,8%) potrebbe esser soppiantato dalle macchine. A rilevarlo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, in uno studio illustrato al Festival del lavoro, che ha aperto i battenti al Lingotto Fiere, a Torino.

Autisti e operai sono tra le figure più a rischio. Secondo l’Osservatorio, a essere scalzati dal proprio ruolo potrebbero essere autisti di autobus, di tram e di filobus, operai addetti a macchinari del tessile e delle confezioni” (che potrebbero subire gli effetti della ‘robotizzazione’), i muratori in pietra e i centralinisti, a causa dell’introduzione di sistemi “automatici e intelligenti”.

Il dossier mette in luce, tuttavia, come sia stata “la crisi delle costruzioni, più che la sostituzione con le macchine” a determinare la flessione di alcune figure professionali nel nostro mercato del lavoro, come “carpentieri e falegnami nell’edilizia, conduttori di gru e di apparecchi di sollevamento, manovali e personale non qualificato dell’edilizia civile”.

Un allarme sui rischi dell’automazione è stato lanciato di recente dall’Onu: secondo un report della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, i robot sostituiranno in futuro il 66% del lavoro umano. L’utilizzo dei robot industriali – spiegano gli autori del rapporto – è aumentato rapidamente dal 2010 a oggi: Unctad stima che nel 2015 ne siano stati impiegati 1,6 milioni di unità, e che supereranno i 2,5 milioni entro il 2019.

E proprio per affrontare la sfida dell’automazione dei processi produttivi, che potrebbe impoverire la classe lavoratrice, il leader laburista Jeremy Corbyn ha lanciato l’idea di una ‘robot tax’, un’imposta per penalizzare le aziende che rimpiazzano la manodopera umana.

Il problema non riguarda solo l’industria: secondo uno studio dell’Università di Oxford, è a rischio il 47% di lavori, comprese le professioni legali, la contabilità, e molti lavori svolti da colletti bianchi. Naturalmente non tutti concordano sugli effetti negativi dell’automazione.

Più rassicurante Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche: negli ultimi cinque anni – spiega – l’effettiva disoccupazione tecnologica, ossia la perdita di posti di lavoro dovuti all’innovazione, è stimabile nell’ordine dell’1,5% dell’occupazione, molto meno di quanto ci si aspetterebbe. Sul futuro del lavoro e su come i robot lo disegneranno in realtà è ancora tutto da scrivere.

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escara – William Zonfa, lo chef stellato di Magione Papale, ha tenuto una lezione-laboratorio agli studenti dell’Ipssar

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Boom lavoro a chiamata. Più cuochi e meno operai

Pubblicato il 28 settembre 2017 da ansa

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Pescara – William Zonfa, durante una lezione-laboratorio agli studenti nell’ambito del progetto “La tavola blu Abruzzo”

TORINO. – E’ boom del lavoro a chiamata nel secondo trimestre dell’anno, dopo l’abolizione dei voucher. “Dopo 4 anni di calo ininterrotto e una prima inversione di tendenza nel quarto trimestre 2016 (+2,5%), il primo trimestre del 2017 ha fatto registrare una significativa ripresa (+13,5%), in seguito anche all’abrogazione del lavoro accessorio (voucher), che si è accentuata notevolmente nel secondo trimestre (+73,7%)”, spiegano Istat, Inps, Ministero del Lavoro nella nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in un collegamento video con il Festival del Lavoro, al via a Torino, assicura che nella Legge di bilancio il governo “dedicherà risorse per promuovere con forza l’occupabilità dei giovani”. Per il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd) “l’incentivo serve ad una condizione: che sia un incentivo esclusivamente indirizzato al lavoro a tempo indeterminato”.

A Torino, in attesa del G7 Lavoro da domani alla Reggia di Venaria, i temi dell’occupazione tengono banco. Il mercato del lavoro sta cambiando profondamente, sottolineano i consulenti del lavoro nel Festival al via al Lingotto. Le professioni che registrano la crescita più elevata dal 2013 al 2016 sono quelle degli addetti alla ristorazione (+127.000 con un incremento del 13%) come cuochi, camerieri e baristi, seguiti da facchini e addetti alle consegne (+73.000, +18,3%), ma anche da avvocati (+31.000, +14,7%).

Al contrario, arretrano le figure legate alle costruzioni: operai specializzati addetti alla rifinitura delle abitazioni (-63.000, in calo del 14,5%), muratori e carpentieri (-31.000, -6,1%), e pure medici (-18.000 -6,4%), poligrafici (-16.000, -29,3%), postini (-15.000, in discesa dell’8%).

Lo studio dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro sulla domanda di professioni nella ‘Quarta rivoluzione industriale’ evidenzia il salto in avanti dal 2013 allo scorso anno di professioni qualificate nei servizi personali ed assimilati (+49.000, +11,2%), come “le badanti, gli assistenti domiciliari, gli accompagnatori di invalidi, gli operatori socioassistenziali e gli addetti alla sorveglianza dei bambini, i braccianti agricoli (+45.000, +16,2%)”, nonché profili qualificati “nei servizi sanitari e sociali (+34.000, con un aumento del 18,2%) come i massaggiatori, i massofisioterapisti e le puericultrici, gli addetti alle attività di pulizia (+33.000, +6,1%) e i professori di scuola secondaria (+33.000, +7,8%)”.

(di Amalia Angotti/ANSA)

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Scuola: il Canada apre le porte a studenti degli Istituti Tecnici Superiori

Pubblicato il 26 settembre 2017 da ansa

 

ROMA.- Il Canada apre le porte agli studenti italiani degli Istituti Tecnici Superiori che vogliono proseguire gli studi usufruendo della possibilità offerta dai colleges dell’ex colonia inglese. E’ la proposta che Denise Amyot (President Colleges and Institutes Canada) ha lanciato nel corso di una conferenza stampa, al Senato, alla presenza, tra gli altri, di Alessandro Mele, coordinatore della Cabina di Regia degli Its Italia.

“I nostri ragazzi potranno godere di stage e opportunità di studio per lauree professionalizzanti e bachelor’s degree” ha spiegato Mele ricordando che esistono già esperienze virtuose di partnership Its- Università in Italia e all’estero come per esempio la laurea in ingegneria per gli allievi Its delle biotecnologie o le opportunità in UK o in Kosovo.

In Italia poco più dello 0,2% degli studenti è iscritto a un ciclo terziario professionalizzante contro l’11% della media Ocse. “La formazione offerta dagli Its riduce fortemente il disallineamento – ha continuato Mele – oggi presente tra formazione scolastica ed esigenze delle imprese. Infatti a fronte di un tasso di disoccupazione giovanile che si aggira intorno al 40% emerge dalle analisi che il sistema produttivo italiano registra una carenza di tecnici specializzati.

In Italia si registra un notevole ritardo nel sistema duale di formazione terziaria rispetto agli altri Paesi europei: i 93 Its hanno raggiunto risultati rilevanti ma hanno ancora solo circa 9 mila studenti. Poca cosa rispetto ai numeri di altri Paesi: come la Germania e la Francia, che hanno cifre a cinque zeri (rispettivamente 800 mila gli allievi delle omologhe Fachhochschule e 300 mila circa in quelle francesi)”.

A questo – ha fatto notare il coordinatore – si deve aggiungere che il sistema Its garantisce un 80% di occupazione entro il primo anno dal diploma: un dato che risponde alla crisi di occupazione giovanile e alla carenza di tecnici specializzati che il sistema produttivo lamenta da decenni. E considerato che i new jobs dei prossimi 5 anni sono quelli che oggi non esistono ancora, “ecco l’esigenza di investire sul sistema Its – ha precisato Mele – potenziando la loro internazionalizzazione”.

Denise Amyot (President Colleges and InstitutesCanada) ha osservato che “l’Italia ha intrapreso la strada giusta per il futuro dei giovani”, “la qualità è molto alta e i risultati già conseguiti sono la premessa e la garanzia di un percorso virtuoso già intrapreso ma nel quale bisogna credere di più. Il Canada, ad esempio, che con 35 milioni di abitanti vanta un milione di studenti: e la quasi totalità trova subito un lavoro”.

Ecco perché l’Italia deve dare il suo contributo – ha concluso – aderendo al WFCP (World Federation of colleges and Polytechincs): un circuito di leader mondiali dell’educazione, dove i responsabili politici e dell’istruzione si riuniscono periodicamente in un paese membro per ascoltare le ultime tendenze e le migliori pratiche nel settore dell’istruzione e della formazione professionale e tecnica.

L’incontro è stato l’occasione per un appello al Governo: “Calenda e Fedeli si sono impegnati in prima persona un mese fa per aumentare significativamente i fondo per gli Its. Ci aspettiamo che passino ai fatti in occasione della finanziaria”.

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La manovra punta sul lavoro, bonus anche per post apprendistato

Pubblicato il 21 settembre 2017 da ansa

Bonus anche post apprendistato

ROMA. – Ampliare il più possibile la platea degli incentivi per le assunzioni dei giovani. Con questo obiettivo il governo sta cercando di tarare il nuovo sgravio per chi offre un posto di lavoro stabile ai ragazzi, piatto forte della prossima manovra. Per superare l’ostacolo delle regole europee, che non vogliono discriminazioni per età dei lavoratori, si starebbe valutando l’ipotesi di fissare l’asticella per tutti a 29 anni ma di consentire l’applicazione del bonus giovani anche li ha superati se l’assunzione a tempo indeterminato segue un contratto di apprendistato.

Si tratterebbe, come spiega il viceministro all’Economia Enrico Morando, di una “buona soluzione per consentire di avere un po’ di flessibilità rispetto all’età” che consentirebbe, tra l’altro, ad “esaltare un po’ lo strumento dell’apprendistato” finora non utilizzato fino in fondo.

Il contratto di apprendistato, ridefinito con il Jobs Act, sta registrando comunque trend positivi nei primi 7 mesi di quest’anno, secondo l’ultimo dato dell’osservatorio sul precariato Inps, ha segnato un +25,9% (+52.000). Chi entra nel mondo del lavoro attraverso questo canale rischierebbe però di rimanere escluso poi dal nuovo incentivo, visto che il contratto di apprendistato professionalizzante si può attivare fino a 29 anni compiuti e può durare da un minimo di 6 mesi a un massimo di 3 anni, che salgono a 5 nell’artigianato.

Se dovesse concretizzarsi questa nuova variante del bonus giovani, quindi, anche un ragazzo che ha iniziato a 29 anni con 5 anni di apprendistato potrebbe, a 34 anni, passare a tempo indeterminato usufruendo del dimezzamento dei contributi per tre anni. I confini del nuovo bonus assunzioni dipenderanno comunque dalle risorse a disposizione, fermo restando l’obiettivo di incentivare 300mila assunzioni stabili.

Il ‘pacchetto base’, contributi al 50% per tre anni entro i 29 anni con tetto a 4.030 euro, costerebbe un po’ meno di 1 miliardo, che diventano 2 miliardi l’anno a regime (visto che la misura sarebbe permanente). Accanto a questo si sta valutando se rafforzare (al 100%) il bonus per le assunzioni al Sud e si accarezza ancora l’idea di un taglio per tutti del cuneo fiscale, da finanziare con l’estensione dell’obbligo di fatturazione elettronica tra privati, che inizierà a dare frutti a partire dal 2019.

Le assunzioni dei più giovani non saranno comunque l’unico intervento in favore dei lavoratori. Accanto a questo, dovrebbe arrivare un nuovo credito d’imposta per gli investimenti incrementali delle imprese nella ‘formazione 4.0’ dei dipendenti, con focus su almeno una tecnologia Industria 4.0 e pattuiti attraverso accordi sindacali e su 4 temi (vendita e marketing; informatica; tecniche e tecnologie di produzione).

(di Silvia Gasparetto/ANSA)

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Istat: lavoro incerto, giovani qualificati ma a casa di papà

Pubblicato il 20 maggio 2016 da redazione

giovani

ROMA. – Un Paese di anziani, sostanzialmente benestanti, che mantengono economicamente ma allo stesso tempo ostacolano lo sviluppo delle generazioni più giovani, alle prese con un mercato del lavoro incerto e poco redditizio e con la prospettiva di poter difficilmente raggiungere livelli sociali ed economici migliori dei loro genitori.

Nell’ultimo rapporto annuale l’Istat celebra i 90 anni di attività statistica guardando ai grandi cambiamenti di quasi un secolo di storia italiana e fornendo un’ultima fotografia di un Paese in cui i giovani, per quanto istruiti, al passo con i tempi e qualificati, sembrano schiacciati dalla loro stessa rete di protezione, la famiglia.

La generazione di transizione, quella dei millennials e forse anche la più giovane, quella che l’Istat chiama “delle reti”, costantemente connessa, sembrano aver già perso l’opportunità di salire sull’ascensore sociale che ha invece permesso a tutto il Paese di crescere nei decenni precedenti e per questo restano a casa con mamma e papà, non tanto – o non sempre – come bamboccioni ma per l’impossibilità di mantenersi.

Negli anni l’eccesso di spesa pensionistica ha avvantaggiato enormemente gli anziani, lasciando poco o niente al contrasto della povertà, facendo oggi del nostro Paese uno dei meno efficienti in Europa.

Allo stesso tempo le diseguaglianze sono aumentate: la famiglia ha fatto da paracadute a chi poteva permetterselo e da tappo a chi cercava di accedere ai gradini più alti della scala sociale, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

“In Italia – ha spiegato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva – rimane ancora forte il legame tra i redditi percepiti e il contesto socio-economico della famiglia di provenienza, legame che tende a ostacolare i processi di mobilità sociale”. E forse non è un caso che il rapporto sia stato presentato mentre prosegue la protesta dei ricercatori precari dell’Istituto.

SEMPRE DI MENO E SEMPRE PIU’ VECCHI – La popolazione italiana diminuisce e invecchia. Al 1 gennaio 2016 la stima è di 60,7 milioni di residenti (139 mila in meno sull’anno precedente) mentre gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Il nostro Paese è tra i più invecchiati al mondo, insieme a Giappone e Germania, e tocca il nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia per le nascite: nel 2015 sono state 488 mila, 15 mila in meno rispetto al 2014. Per il quinto anno consecutivo diminuisce la fecondità, solo 1,35 i figli per donna. Siamo molto lontani dal periodo del baby boom (dal 1946 al 1965), quando il numero medio di figli per donna arrivò all’apice di 2,7.

GIOVANI TROPPO QUALIFICATI, 1 SU 4 HA CONTRATTI A TEMPO – Oltre un ragazzo su tre tra i 15 e i 34 anni è “sovraistruito”, troppo qualificato per il lavoro che svolge. La quota è 3 volte superiore a quella degli adulti (13%). Le professioni più frequenti nell’approccio al mercato del lavoro siano quelle di commesso, cameriere, barista, addetti personali, cuoco, parrucchiere ed estetista. Tra i giovani inoltre è più diffuso il part time, soprattutto involontario (77,5% dei part timer giovani, contro il 57,2% degli adulti), “ad indicare un’ampia disponibilità di lavoro in termini di orario che rimane insoddisfatta. Anche il lavoro temporaneo è diffuso soprattutto tra i giovani: ha un lavoro a termine un giovane su 4 contro il 4,2% di chi ha 55-64 anni.

BAMBINI NUOVI POVERI, ANZIANI STANNO MEGLIO – I minori sono i soggetti che hanno pagato il prezzo più elevato della crisi in termini di povertà e deprivazione, a dispetto delle generazioni più anziane. L’incidenza di povertà relativa per gli under18, che tra il 1997 e il 2011 aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, ha raggiunto il 19% nel 2014. Al contrario, tra gli anziani – che nel 1997 presentavano un’incidenza di povertà di oltre 5 punti percentuali superiore a quella dei minori – si è osservato un progressivo miglioramento che è proseguito fino al 2014 quando l’incidenza tra gli anziani è di 10 punti percentuali inferiore a quella dei più giovani.

ANZIANI PIÙ SPRINT, BABY BOOMER INVECCHIANO MEGLIO – Con le loro condizioni economiche, i nuovi anziani hanno migliorato anche i loro standard di vita grazie all’aumento dei livelli di istruzione e di benessere economico, a stili di vita via via più salutari, a prevenzione e progressi in campo medico. La generazione dei baby boomer, cioè coloro che sono nati dal 1946 al 1965, arrivano alla soglia dell’età anziana in condizioni di salute decisamente migliori rispetto alle precedenti.

2,2 MLN FAMIGLIE JOBLESS, SENZA REDDITI LAVORO – Le famiglie “jobless” sono passate dal 9,4% del 2004 al 14,2% dell’anno scorso e nel Mezzogiorno raggiungono il 24,5%, quasi un nucleo su quattro. La quota scende all’8,2% al Nord e al 11,5% al Centro. Anche in questo caso i giovani sono i più penalizzati: l’incremento ha riguardato le famiglie giovani rispetto alle adulte: tra le prime l’incidenza è raddoppiata dal 6,7% al 13%, tra le seconde è passata dal 12,7% al 15,1%.

ITALIA ESCE DA CRISI PROFONDA MA CAMMINA PIANO – Il quadro dipinto è quello che emerge da una recessione “lunga e profonda, senza più termini di paragone nella storia in cui l’Istat è stato testimone in questi 90 anni”. Oggi il Paese sperimenta “un primo, importante, momento di crescita persistente anche se a bassa intensità”. Rispetto ai precedenti episodi di espansione ciclica la ripresa produttiva è infatti decisamente più fragile.

(di Mila Onder/ANSA)

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