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M5S espugna Ostia, Raggi e Di Maio cantano vittoria

Pubblicato il 20 novembre 2017 da ansa

M5S espugna Ostia, Raggi e Giuliana Di Pillo


ROMA. – A Ostia trionfano i 5 stelle, nel primo Municipio di Roma commissariato per mafia. Il centrodestra fallisce ‘l’avviso di sfratto’ – come l’aveva definito – a Virginia Raggi, che esce rafforzata dal primo test indiretto sul suo mandato a un anno e mezzo dall’elezione.

“I romani sono con noi per il cambiamento”, esulta su twitter la sindaca. Il crollo dell’affluenza, scesa ancora, al 33,60% – un terzo dei votanti – non danneggia la candidata M5S Giuliana Di Pillo, che con circa il 60 per cento stacca di 20 punti la rivale di Fratelli d’Italia Monica Picca, che resta intorno al 40%.

Un risultato che consegna ai cinquestelle uno dei pochi territori della capitale che ancora non governavano dopo le comunali del 2016. “È la vittoria di tutti i cittadini e della voglia di rinascita. Grazie di cuore!”, twitta Di Pillo a caldo. Le fa eco Raggi: “I cittadini tornano protagonisti. Brava Giuliana! I romani sono con noi e per il cambiamento”. Per il candidato premier M5S Luigi Di Maio “l’effetto Raggi esiste ed è positivo”.

Ma la sconfitta del centrodestra ripropone la feroce polemica delle ultime settimane. La Picca sostiene che ai cinquestelle sono andati i voti degli Spada e di CasaPound: “All’idroscalo, dove sono rappresentati i voti di Casapound, noi abbiamo perso e loro hanno guadagnato circa mille voti”, afferma.

Di certo le vicende traumatiche delle ultime settimane non hanno spinto i cittadini ad andare nelle 183 sezioni elettorali sorvegliate da 400 agenti in più del primo turno. L’affluenza cala di altri 2,5 punti. alla chiusura dei seggi alle ore. Al primo turno era stata del 36,10%, secondo il sito del Campidoglio: il calo é quindi di oltre il 2,5%. Nel 2013, alle ultime Municipali svoltesi anche nel territorio di Ostia, l’affluenza era stata del 52,8%, quindi in quattro anni si sono persi oltre 20 punti percentuali. Alle Comunali del 2016, nelle quali non si votò per il Municipio di Ostia in quanto commissariato, l’affluenza era stata del 56,11%.

La testata di Roberto Spada al giornalista Rai Daniele Piervincenzi, le manifestazioni antimafia e per la libertà di stampa, ma anche le accuse reciproche tra M5S e destra di avere l’appoggio del clan del litorale non hanno invogliato al voto.

E così il destino del primo Municipio (ex Circoscrizione) di Roma, sciolto per infiltrazioni mafiose sull’onda dell’inchiesta ‘Mondo di Mezzo’ – con il minisindaco Pd Andrea Tassone arrestato e condannato a 5 anni – e commissariato per due anni viene deciso da meno del 40% dei 185.661 aventi diritto, su una popolazione di oltre 240 mila persone, come una città media. Una elezione che da locale si è fatta caso nazionale anche come primo test per la sindaca Raggi, che un anno e mezzo fa ebbe più del 76 per cento a Ostia..

Il territorio del litorale romano elegge una donna, la cinquantacinquenne educatrice Di Pillo, già consigliere municipale e poi delegata del litorale per la sindaca Raggi. Prevale sulla quarantaseienne insegnante Picca. Il neo presidente fronteggerà problemi come il lungomuro che oscura il mare per chilometri, i trasporti carenti nei 30 chilometri dal centro di Roma, l’abusivismo edilizio e la carenza di servizi nel vasto entroterra.

E poi la presenza mafiosa, non solo degli Spada, ma anche dei Fasciani, dei Triassi e di altri clan. Un clima esemplificato dalla titolare di una friggitoria di Ostia, che prima , davanti alle telecamere Rai, definisce Roberto Spada “una brava persona, anche se ha sbagliato” e poi, appena un suo amico si allontana, bolla la famiglia del clan come “usurai”.

(di Luca Laviola/ANSA)

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M5s conquista la sua prima carica di peso nell’Ue

Pubblicato il 15 novembre 2017 da ansa

L’eurodeputato di Ardea Fabio Massimo Castaldo è stato eletto vicepresidente del Parlamento europeo.


STRASBURGO. – Il Movimento 5 stelle supera l’ostracismo in Europa e conquista, ad ampia maggioranza, la sua prima carica istituzionale di peso al Parlamento europeo. Dopo averci provato già in passato, l’eurodeputato pentastellato Fabio Massimo Castaldo è stato eletto vicepresidente dell’Eurocamera, portando così a quota due su quattordici il numero dei vicepresidenti italiani. Un record se si considera che in questo momento è italiana anche la presidenza.

Castaldo ha incassato il voto di 325 europarlamentari, quasi la metà del totale dell’aula e quasi cento in più rispetto all’altra candidata, la tedesca dell’Alde Gesine Meissner. Proprio nei liberali dell’Alde, a gennaio scorso, era sembrato per qualche giorno che dovesse confluire la delegazione M5s, accordo poi sfumato.

“Oggi è una giornata storica per tutto il M5s, la mia elezione testimonia il grande riconoscimento del nostro lavoro”, esulta Castaldo dopo avere ricevuto l’applauso della plenaria di Strasburgo. Con l’esclusione del M5s dalle cariche “in passato siamo stati vittime di una grande ingiustizia”, dice, ma ora “si è ristabilito un equilibrio che francamente abbiamo meritato”.

In un’intervista alla Stampa Tajani aveva parlato di “timori per l’Italia nell’Ue se vince il M5S”. “I numeri di oggi – è la risposta indiretta di Castaldo – testimoniano che in Europa non sono così preoccupati, anzi tante forze politiche guardano a noi con gli occhi di chi guarda al futuro”.

Una soddisfazione che naturalmente si riverbera anche a Roma. “E’ un importante riconoscimento – scrive su Facebook il candidato premier del M5s Luigi Di Maio -. Daremo prova a tutti i cittadini europei di saper rappresentare le istituzioni ai massimi livelli”.

(di Salvatore Lussu/ANSA)

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Sicilia, testa a testa Musumeci-M5S. Micari attacca Mdp

Pubblicato il 20 ottobre 2017 da redazione

Nello Musumeci (Ansa)

ROMA.- Non sarà un esito scontato e sarà battaglia fino all’ultimo voto. A poco più di due settimane dalle Regionali, in Sicilia gli istituti di sondaggi prefigurano un sostanziale testa a testa tra Nello Musumeci – sostenuto dal centrodestra – e il M5S, con il primo in leggero vantaggio.

Staccato, al terzo posto, il rettore dell’università di Palermo Fabrizio Micari che replica attaccando sondaggi e Mdp. “I sondaggi così fatti drogano il sistema”, sottolinea il candidato sostenuto da Pd e Ap. E Micari, pur mantenendosi ottimista, sa già a cosa imputare una sua ipotetica sconfitta: “quella di Mdp è stata una prova di forza gestita a Roma per contarsi, fatta sulla pelle dei siciliani”.

Chi ci crede, invece, è il M5S. Il suo candidato, Giancarlo Cancellieri viene dato dagli ultimi sondaggi in recupero. Per l’istituto Demos Π, ad esempio, Musumeci è al 35,5% con Cancelleri secondo al 33,2%. L’istituto Dempolis “vede” un punto di distacco tra i due (Musumeci al 36%, Cancellieri al 35%) calcolando, tuttavia, un 42% di intervistati ancora indecisi tra più opzioni. Per Quorum, infine, l’ex presidente della Provincia di Catania oscilla tra il 35,5% e il 37,5% laddove al pentastellato viene assegnata una forchetta che va dal 30 al 32%.

E c’è, comunque, un filo rosso che unisce gli ultimi sondaggi: il 5 novembre, a “giocarsi” Palazzo D’Orleans potrebbero essere centrodestra e M5S. “I sondaggi dicono che Davide prova a battere Golia, se sconfiggiamo le ammucchiate in Sicilia il Rosatellum è nato morto”, è il grido di battaglia di Luigi Di Maio tornato su un’isola che, negli ultimi due mesi, è stata un po’ la sua terra d’azione.

Ma presto il candidato premier M5S sarà in buona compagnia. Per l’ultima settimana di campagna, infatti, il Movimento cala il suo stato maggiore senza far distinzione tra “pragmatici” e “ortodossi” e mettendo in campo esponenti fino a poche settimane fa “non allineati” come Roberto Fico. E il 28, a Catania, entra in scena Beppe Grillo per una clamorosa sfida tra “piazze” con Silvio Berlusconi, anche lui previsto nella città etnea nello stesso giorno.

Il 29, invece, Grillo sarà a Palermo, dove tornerà il 3 novembre per il comizio di chiusura dove, presumibilmente, sul palco saliranno tutti i “big” M5S. Ma non è escluso che, sull’onda dei sondaggi, Grillo faccia anche altre tappe. Mentre in un video, l’autonomista Franco Busalacchi, escluso dalla competizione, invita i suoi potenziali elettori a votare proprio il Movimento.

Nei prossimi giorni, comunque, la Sicilia sarà un crocevia di leader sebbene, al momento, sembra profilarsi l’assenza di Matteo Renzi: il tour del segretario Dem, infatti, non prevede alcuna tappa siciliana prima della data delle urne. Ci saranno, invece, tutti gli altri: dal leghista Matteo Salvini a Nicola Fratoianni e Pier Luigi Bersani, con gli ultimi due in campo per Claudio Fava, il candidato della sinistra che, in particolare per il sondaggio Demos (che lo colloca al 13,8% contro il 15,7% di Micari) potrebbe insidiare Micari. E nella forbice tra le due performance si giocano, probabilmente, anche tanti degli equilibri del centrosinistra italiano. “La coalizione Pd-Alfano-Crocetta si conferma una scelta fallimentare”, attacca Fava.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Legge elettorale, Mdp attacca Gentiloni: “Non ponga la fiducia”

Pubblicato il 18 ottobre 2017 da ansa

La protesta M5s fuori dalla Camera (Ansa)

ROMA. – Un parallelo tra Gentiloni e Mussolini, con un invito al premier a non replicare in Senato la fiducia posta sul Rosatellum 2.0 alla Camera: l’attacco è giunto da Mdp che con questa mossa tenta di scardinare la blindatura della legge a Palazzo Madama, puntando sulle preoccupazioni del governo in vista della legge di Bilancio. Il tutto mentre si rafforza l’asse tra bersaniani e M5s.

Intanto è iniziata la discussione generale sul Rosatellum 2.0 in Commissione Affari costituzionali, che è stata impegnata in tre sedute, al mattino, nel pomeriggio e la sera su questo passaggio, al quale seguiranno le audizioni di nove costituzionalisti. In Commissione il dibattito si è svolto in un clima “rispettoso delle posizioni altrui”, ha sintetizzato il presidente e relatore Salvatore Torrisi (Ap), anche perché le posizioni dei gruppi sono note e le parti non mirano nemmeno a convincere gli altri delle proprie ragioni.

Da rilevare tuttavia il consolidamento dell’asse tra Mdp e M5s, emerso in Aula alla Camera: ad esempio nel pomeriggio il senatore pentastellato Nicola Morra ha citato gli argomenti del bersaniano Maurizio Migliavacca, intervenuto nella seduta del mattino, ricevendo a sua volta a fine seduta i complimenti dello stesso Migliavacca e della capogruppo di Mdp in Commissione, Doris Lo Moro: “bellissimo intervento Nicola”.

Il 25 ottobre comunque M5s porterà in piazza di nuovo i propri militanti. Ma ad accendere la giornata è stato un duro intervento di Federico Fornaro a nome di Mdp in Aula nel dibattito dopo le comunicazioni di Paolo Gentiloni in vista del Consiglio Ue del 20 ottobre. “Nessun Governo – ha affermato – sin dall’Unità d’Italia nel 1861 ha mai imposto la doppia fiducia sulla legge elettorale”; e dopo un parallelo tra il premier e Mussolini, l’appello: “si fermi presidente Gentiloni, è ancora in tempo”.

Un appello che punta sulla preoccupazione del Governo in vista della legge di Bilancio, visto che in Senato, dopo la rottura con Mdp, non ha più la maggioranza, dovendo quindi andarsi a cercare i voti tra forze ‘esterne’. Se non si dovesse porre la fiducia in Aula, la prossima settimana, si aprirebbero alcuni spazi innanzi tutto sugli emendamenti sulle minoranze linguistiche, per le quali è previsto il voto segreto.

E’ invece rientrato, tra i partiti che sostengono il Rosatellum 2.0, l’allarme per la posizione di Ala-Sc, dopo che mercoledì il senatore Ciro Falanga aveva votato contro la sua calendarizzazione in aula il 24 ottobre, per protestare contro lo stop alla sua legge sull’abusivismo.

Dopo le polemiche da parte di M5s (“indegno mercimonio tra Pd e Verdini” ha detto Vito Crimi), il capogruppo di Ala Lucio Barani ha chiarito che quella di Falanga è una posizione personale e in commissione Riccardo Mazzoni ha ribadito l’appoggio di Ala al Rosatellum.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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L.elettorale: Di Battista, democrazia è a rischio

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Legge elettorale: prime fiducie, M5s e Mdp mobilitano la piazza

Pubblicato il 11 ottobre 2017 da ansa

fiducia

Il tabellone elettronico dopo la votazione sulla fiducia che il governo ha posto sul primo dei cinque articoli di cui si compone la legge elettorale, Aula della Camera, Roma, 11 ottobre 2017.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

ROMA. – Il Rosatellum 2.0 supera i primi ostacoli nell’aula della Camera, con l’approvazione di due delle tre fiducie poste dal governo. L’obiettivo è di chiudere entro domani la partita a Montecitorio. Intanto infuria la polemica sulla decisione dell’Esecutivo: la fiducia non solo ha indignato gli oppositori della legge, che hanno portato in piazza i militanti, ma ha suscitato obiezioni anche nella maggioranza e al Pd, e persino nell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il Pd difende la scelta, unico modo per portare a casa la riforma elettorale. Che il governo abbia subito la richiesta della maggioranza di porre la fiducia sul Rosatellum 2.0 lo ha dimostrato l’assenza dei ministri sui suoi banchi; c’era solo il sottosegretario all’Interno Giampiero Bocci.

In Aula si è verificato quello che i gruppi avevano annunciato: le due fiducie sono passate con i voti di Pd, Ap, Civici, Minoranze linguistiche, mentre FI e Lega sono usciti dall’Aula per marcare il loro accordo sulla legge. il “no” è giunto da M5s, Mdp e Fdi.

Alla fine nella prima fiducia si sono registrati 307 sì, 90 no e 9 astenuti, mentre nella seconda ci sono stati 308 sì, 81 no e 8 astenuti. Le astensioni sono arrivate da quanti nella maggioranza hanno definito “inopportuna” la fiducia, come alcuni deputati di Des-Cd o, nel Pd, Gianni Cuperlo. Dissenso anche da Rosi Bindi, che ha votato la fiducia, ma dirà “no” alla legge nel voto finale.

Matteo Renzi, ha ricordato che la fiducia sulla legge elettorale fu posta da De Gasperi nel 1953: “Si è parlato di fascistellum – ha attaccato – abbiamo una torsione verso l’assurdo di commenti che ci definiscono come fotocopia del fascismo. Ci rendiamo conto della gravità di questa violenza verbale? Il Rosatellun prevede collegi in misura inferiore al Mattarellum ma dove sia l’elemento fascista dei collegi sfugge”.

fiducia

Un momento della manifestazione di protesta del M5S davanti Montecitorio contro la fiducia posta dal Governo alla Camera sulla legge elettorale Rosatellum, 11 ottobre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

 

Il “no” delle opposizioni è stato gridato sia in Aula che nelle piazze. Nel pomeriggio Mdp ha chiamato nella vicina piazza del Pantheon i propri militanti, mentre i simpatizzanti di M5s hanno ascoltato le “arringhe” di Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Roberto Fico davanti Montecitorio. Le parole usate sono state forti (“golpe istituzionale”, attacco alla democrazia”). E punta a mobilitare la piazza anche Beppe Grillo: “i cittadini avranno la loro parte di responsabilità se nascerà l’ennesima legge elettorale porcata”.

 

 

 

La fiducia sembra aver spezzato anche il rapporto di rispetto di Mdp verso Paolo Gentiloni: “Ha perso credibilità, uno con credibilità avrebbe detto ‘non ci sto'”, ha detto Pierluigi Bersani. Giorgio Napolitano ha criticato il ricorso alla fiducia che, ha sostenuto, “limita pesantemente” l’ambito di intervento dei parlamentari. E mentre l’avvocato Felice Besostri e Roberto Fico tirano per la giacca Mattarella, invitandolo a non firmare la legge, il capo dello Stato ha invitato a tener a mente innanzi tutto l’obiettivo di avere una legge varata dal Parlamento: “La forza della nostra democrazia sta nella capacità di rispettare la pluralità e di comprendere quando è in gioco il bene comune che richiede un impegno condiviso”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Vertici M5s blindano Di Maio, grande freddo degli ortodossi

Pubblicato il 26 settembre 2017 da redazione

 

Beppe Grillo (S) con Luigi Di Maio al convegno promosso dal M5S a Montecitorio sul debito pubblico italiano e l’eurozona, Roma, 3 luglio 2017. ANSA/ETTORE FERRARI

 

ROMA. – Nessun mini-direttorio, nessun organo collegiale a cui affidare le decisioni apicali: i vertici M5S blindano la leadership di Luigi Di Maio ribadendo come il candidato premier sia anche il titolare “della guida e dell’indirizzo” del Movimento. Parole che suonano come l’ennesima stoccata per le richieste dell’ala ortodossa, sempre più convinta che a fare da “controllore” al candidato premier debba esserci una persona o un organo super-partes.

Lo scontro, per ora, resta sottotraccia. Ma alla prima assemblea congiunta del nuovo corso M5S, le tensioni potrebbero emergere in tutta la loro intensità. Di Maio, a quanto si apprende, parlerà ai parlamentari all’inizio della riunione e l’impressione è che il suo primo discorso da leader ai suoi colleghi ponga l’accento sulla necessità di essere compatti e miri a rasserenare il clima.

Non è ancora certo, invece, se all’assemblea sarà presente Roberto Fico, l’uomo che, a Italia 5 Stelle, ha rappresentato plasticamente il dissenso ortodosso. Un dissenso palpabile anche nel primo giorno di lavori alla Camera dopo la festa di Rimini.

“E’ giusto che Di Maio abbia la leadership ma non può decidere le regole o chi candidare alle tornate elettorali locali o nazionali”, spiega un deputato ponendo anche il punto dei ricorsi: “se da oggi in poi il destinatario sarà Di Maio avremo un premier indagato ogni due giorni…”.

Tra gli ortodossi, tuttavia, non si parla di dissenso. Anche perché, si spiega, così si darebbe l’impressione di una minoranza numerica che viene negata. Allo stesso tempo, tuttavia, uscire all’attacco allo scoperto rischia di marginalizzare ulteriormente l’ala dei “duri e puri”.

Anche perché da Milano si torna a blindare Di Maio. “Non ci sarà alcun mini-direttorio, il tema non è in agenda e non è stato mai discusso”, sottolineano fonti vicine al candidato premier e a Davide Casaleggio quasi a delineare un totale accordo tra il neo-leader e il deus ex machina della piattaforma Rousseau.

E allo stesso tempo ci pensa anche Di Maio a spegnere le ambizioni regolamentari degli ortodossi: “Il ruolo di Grillo sarà quello di Garante delle regole, la mia funzione è presentare le liste, il programma, e portare avanti la linea politica”, chiarisce a El Pais.

Di Maio prova a ricucire il gruppo attorno alla sua leadership. Compito non arduo sebbene, da Alessandro Di Battista arrivi un netto endorsement: “ho fiducia in Luigi, va sostenuto. Ed è obbligatorio restare compatti”, spiega il “Dibba” pubblicando il discorso che avrebbe detto a Rimini. Ed è a lui, nel ruolo di “gran mediatore” tra l’anima istituzionale e quella movimentista che guarda più di un ortodosso.

E Di Battista sembra quasi confermarlo: “Io non sono un moderato, moderati si muore. Il Movimento non è di tutti”, è il suo messaggio. Ma c’è un’ulteriore ombra all’orizzonte: quella che qualcuno tra gli iscritti ricorra contro le primarie che hanno incoronato Di Maio. Per ora, l’avvocato Lorenzo Borré è stato solo sondato ma il legale oggi spiega: “ci sono buone probabilità che siano invalidate, come in Sicilia”.

(di Michele Esposito/ANSA)

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L.elettorale: Brunetta,vediamo testo ma primo ok FI

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Arriva la nuova Legge elettorale: si profila un’intesa a quattro

Pubblicato il 21 settembre 2017 da ansa

Legge elettorale

Il relatore di maggioranza Emanuele Fiano durante la discussione generale sulla riforma della legge elettorale nell’Aula della Camera, Roma, 6 giugno 2017. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

ROMA. – Si passa dalle parole ai fatti con il nuovo tentativo di legge elettorale: il relatore Emanuele Fiano, ha infatti depositato in Commissione Affari costituzionali della Camera il cosiddetto Rosatellum 2.0, oggetto di indiscrezioni prima e di un confronto informale tra i gruppi poi. La mossa avviene dopo l’apertura di FI e della Lega, che teoricamente assicurerebbero l’approvazione del testo sia alla Camera che al Senato. Questo al netto dell’incognita dei voti segreti nell’Aula di Montecitorio, il vero spauracchio, e del “niet” di Mdp.

Rabbia di M5s, che effettivamente potrebbe essere l’unico perdente, anche se nel Movimento si scommette in un nuovo flop. Il testo, rispetto al proporzionale del Fianum, naufragato in Aula l’8 giugno scorso, introduce una quota di seggi uninominali maggioritari (231 pari al 36%), che incentivano le coalizioni, come ha sottolineato il proponente. Un elemento che ricompatta il Pd e la fronda degli “orlandiani” (“sono fiducioso” ha detto Andrea Giorgis, l’esperto di legge elettorale della minoranza) ed anche quanti, in Campo Progressista e in Mdp, puntano a una coalizione con il Pd spostata più a sinistra.

L’auspicio a cui ha dato voce Michele Ragosta è però stato sovrastato dai giudizi negativi dei bersaniani, come Alfredo D’Attorre o Miguel Gotor. In effetti la soglia del 10% per una coalizione, rende rischioso a Mdp una corsa insieme a Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e quindi sarebbe indotto ad accordarsi con Renzi.

La soglia bassa al 3% per i partiti che corrono da soli o in coalizione ha riappacificato Ap con il Pd: e l’incoraggiamento ad andare avanti è giunto dal capogruppo Maurizio Lupi. Sempre più aperturista Forza Italia, mentre Matteo Salvini ha detto che la Lega è pronta a votare il Rosatellum 2.0 dalla prossima settimana.

Colpisce che i rappresentanti di Pd, Ap e Fi (Fiano, Lupi e Francesco Paolo Sisto) abbiano espresso lo stesso concetto: occorre una legge elettorale scritta dal Parlamento e non dalla Consulta, perché altrimenti la politica ne uscirebbe delegittimata. Una idea che da una settimana viene ripetuta dal Quirinale, ed è proprio a partire da essa che i leader dei tre partiti si sono decisi a trovare un compromesso su una legge “che scontenta un po’ tutti”, come l’ha definita Sisto.

Infatti, se Fi deve rinunciare al proporzionale, è pur vero che evita il listone unico con Lega e Fdi, a cui sarebbe stata costretta con l’Italicum. Ap rinuncia alle preferenze, ma incassa la soglia al 3%. Anche Fdi, oggi meno tranchant con Ignazio La Russa, deve cedere sulle preferenze, ma ottiene la coalizione, così come la Lega.

Chi ha un saldo solo negativo sembra M5s: “Fi e Pd hanno fatto un inciucio per fermarci” ha detto Luigi Di Maio, mentre Danilo Toninelli ha preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale, che sarebbe comunque inefficace prima del voto. In effetti M5s, che non si coalizza con nessuno, con i collegi uninominali potrebbe prendere meno seggi rispetto a un proporzionale puro, specie in alcune Regioni, dove il centrodestra unito (soprattutto in Lombadia, Veneto, Puglia) o una alleanza di centrosinistra (regioni Rosse, la stessa Puglia) sono molto più competitivi.

Secondo i calcoli degli sherpa del Pd alle fine potrebbero esserci fino a 50 i seggi in meno per il Movimento. La rabbia in M5s è tanta, ma Toninelli ha dato voce a una speranza recondita, quella che il tentativo si concluda in un nuovo flop. “Alfano e Renzi non si metteranno d’accordo mai sui collegi” ha detto. Lo scenario potrebbe prendere corpo nei voti segreti, previsti dal regolamento della Camera.

E’ un timore diffuso: “partendo facciamo un atto di fede” ammette Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto. Il timore è che si congiungano i voti dei partiti contrari (M5s e Mdp) a quelli dei peones di Fi e Pd candidati nelle Regioni dove invece il Rosatellum 2.0 li sfavorisce. Ma intanto c’è la Commissione, dove il 27 settembre arrivano gli emendamenti.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Una delegazione del M5s assisterà alle manifestazioni per la commemorazione della morte del presidente Chavez

Pubblicato il 03 marzo 2017 da redazione

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M5S vuole sbarcare in Sud America: “Siamo forza di governo”

Pubblicato il 01 marzo 2017 da redazione

M5s punta alle elezioni e ragiona sulla squadra di governo

ROMA – Prima sono state Europa, Russia e Israele. Ora è il turno dell’America del Sud, quella parte del mondo più legata all’Italia grazie alle comunità di emigranti che vi sono radicate. L’obiettivo della delegazione del M5s che ha iniziato una tournèe in questa parte del mondo è quello di ‘presentare’ all’America Latina la propria storia politica, una storia che gli italiani del sud-america conoscono molto bene.

La tournèe dei “cinquestelle” è iniziata in Argentina. Per la delegazione dei parlamentari, composta da Manlio Di Stefano, Ornella Bortolotta e Vito Petrocelli, sono previsti incontri con i rappresentanti del governo Macrì. Incontri con esponenti del governo, e probabilmente anche del Psuv e dell’Opposizione, sono previsti anche in Venezuela. Nell’agenda degli esponenti del “Movimento 5 Stelle” è in programma anche la partecipazione alla ricorrenza della scomparsa del presidente Hugo Chàvez, forse la più importante assieme a quella del fallito “Golpe” del 1989.

Dal “lancio” dell’agenzia Ansa si apprende che “in valigia i pentastellati porteranno un ‘mini-report’ in lingua spagnola – con tanto di foto e frasi di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo – che racconta la storia del Movimento, dalla sua nascita ai successi alle amministrative di Roma e Torino”.

La commemorazione della morte dell’estinto presidente Chàvez permetterà alla delegazione dei deputati del M5s d’incontrare delegazioni e rappresentanti governativi dell’America Latina che si recheranno a Caracas. Anche quelli dell’Ecuador ai quali Beppe Grillo, non molto tempo fa, tesseva le lodi via blog definendo quello equatoriano un modello da seguire. Si spera, comunque, che nonostante i tanti impegni ufficiali che sicuramente li terranno occupati, i pentastellati riescano a trovare tempo non osservare la realtà del Paese che oggi attraversa una profonda crisi economica e sociale che si manifesta attraverso le file davanti ai supermarket, la disperazione per la mancanza di medicine e le tante famiglie raccogliendo alimenti nei bidoni della spazzatura.

Nel caso della nostra Comunità, nell’incremento della richiesta di aiuto al Consolato. Sono sempre più, infatti, le famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese con la misera pensione, che hanno bisogno di medicine irreperibili in Venezuela o che devono sottoporsi a interventi chirurgici i cui costi sono proibitivi. E magari anche per incontrare la nostra comunità, così come fecero il Sottosegretario Mario Giro, il deputato Fabio Porta e il Senatore Claudio Micheloni e, più di recente, il Senatore Pier ferdinando Casini promotore della mozione approvata qualche settimana fa dal Parlamento

– Vogliamo presentare il M5S così com’è a una realtà molto importante per l’Italia, qual è l’America Latina – ha spiegato Manlio partito per Buenos Aires assieme ad altri parlamentari -. E raccontare il lavoro che abbiamo fatto finora. Insomma, ci presentiamo come forza di governo nell’interesse di tutti gli italiani.

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Renzi, da rottamatore a rottamato

Pubblicato il 09 dicembre 2016 da Luca Marfé

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (D)
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Mille giorni fa Renzi si era presentato al cospetto degli italiani nelle vesti di “rottamatore”.
Tre anni dopo, con un’evoluzione (involuzione) micidiale delle ultime settimane che lo hanno traghettato dritto dritto al disastro del referendum costituzionale, la gente lo ha inquadrato in chiave opposta a tutte quelle che erano esigenze e speranze di rinnovamento.
Un volto, una claque, un atteggiamento che hanno riesumato tanto del peggio della Prima Repubblica.
Ma il distacco che si è materializzato tra il Partito Democratico e gli elettori assume dei connotati ancor più precisi in queste convulse ore di consultazioni.
Padoan, Gentiloni, Franceschini.
Tre nomi che nulla hanno a che vedere con i desideri e soprattutto con i voti dei cittadini.
Non commento e non amo i 5 Stelle, ma almeno loro qualche “mi piace” in rete lo hanno preso.
O si riallaccia il legame con la base, per far sì che si senta davvero rappresentata, o Grillo e compagnia vinceranno a mani basse. Ma vinceranno per davvero, con percentuali mostruose. Inutile scannarsi dunque sulla nuova legge elettorale.
Una grossa fetta del risultato delle prossime elezioni politiche passa per il nome del successore di Renzi.
Speriamo non arrivi il pupazzo o il pupazzo del pupazzo.
O sarà l’ennesimo regalo a quella che ci ostiniamo a chiamare “anti-politica”, quando in realtà il senso della politica, quella vera, lo abbiamo perso noi.

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe

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Grasso, avanti la legge sui partiti assieme alle riforme

Pubblicato il 17 maggio 2016 da redazione

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

ROMA. – La vicenda Pizzarotti piomba sulla legge sui partiti, in discussione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, dove oggi inizia il voto degli emendamenti. E proprio sulla necessità di portare avanti questa legge “all’unisono” con le riforme costituzionali e quella elettorale, ha insistito il presidente del Senato, Pietro Grasso, come già aveva fatto in precedenti occasioni.

Le sanzioni di M5s contro Pizzarotti, arrivano mentre la Commissione Affari costituzionali della Camera sta discutendo anche del tema delle vita democratica interna di partiti e movimenti. In commissione sono state presentate varie proposte di legge, tra cui una del Pd che obbliga partiti e movimenti ad avere uno statuto, pena l’esclusione dalle elezioni. Approccio contestato da M5s che non ha uno statuto.

Il relatore Matteo Richetti (Pd) ha presentato un testo unificato che prevede due vie: per i partiti che vogliono usufruire dei benefici fiscali ci sono obblighi maggiori, mentre per i movimenti che vi rinunciano (come M5s) gli oneri sono minori. Ma, come ha osservato Pino Pisicchio, presidente del gruppo misto, la vicenda Pizzarotti pone il problema della democrazia interna a partiti e movimenti.

Mentre i partiti come il Pd o Fi hanno un codice etico noto, con sanzioni definite ed erogate da un organo diverso da quello di direzione politica, M5s non ha nulla di tutto ciò, con conseguenti minori garanzie per i suoi iscritti o militanti, come Pizzarotti.

M5s ha presentato degli emendamenti che eliminano dal testo di Richetti l’obbligo per partiti e movimenti del “metodo democratico” nella “vita interna”. Ma Richetti non prevede sanzioni se il M5s o altri movimenti non adempiono a questo obbligo.

Altri partiti (Sel, Lega, gli ex M5s) hanno presentato emendamenti – subito ribattezzati “salva Pizzarotti” – che giungono ad escludere dalle elezioni i movimenti che non hanno un organo disciplinare o di controllo diverso da quello esecutivo (nel caso di M5s dal Direttorio).

Oggi si votano gli emendamenti e si prevede un confronto duro. Non a caso Davide Ermini ha detto che M5s “è allergico alla democrazia”, visti i suoi emendamenti. Grasso, ricordando Pietro Scoppola, ha detto che “è vitale” fare procedere la legge sui partiti di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione “all’unisono con la revisione istituzionale per garantire la realizzazione del ‘metodo democratico’ espressamente voluto dalla Costituzione”.

Come ha spiegato in altri frangenti, il corollario della legge maggioritaria e del fatto che la sola Camera è eletta a suffragio universale, è costituito dall’assicurazione della vita democratica interna dei partiti. “Sono convinto – ha aggiunto Grasso – che l’attuazione di questa norma sia anche la premessa necessaria a rafforzare la legittimazione etica dei Partiti e la loro capacità di selezionare la classe dirigente, in modo da prevenire la grave questione morale che oggi colpisce trasversalmente la politica italiana”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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