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Obama e Bush attaccano Trump: “No a politica della paura”

Pubblicato il 20 ottobre 2017 da ansa

Obama e Bush attaccano Trump, no a politica della paura.

 


WASHINGTON. – E’ inusuale che un ex presidente scenda in campo criticando in maniera evidente chi lo ha succeduto alla Casa Bianca. Ma è perfino inedito che due ex presidenti, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, sferrino un duro attacco a Donald Trump e al ‘trumpismo’, pur mai menzionandolo per nome, ma scandendo un fermo monito e lanciando un accorato appello, praticamente all’unisono.

Sono Barack Obama e George W. Bush che, ognuno a suo modo, hanno condannato l’intolleranza e supplicato di non fare passi indietro, in particolare sui valori che hanno dato e danno forma all’America, da qualsiasi parte politica li si guardi. Obama è salito sul palco prima in New Jersey e poi in Virginia a sostegno di candidati governatori nei due stati, in una giornata che segna il ritorno dell’ex presidente nell’arena politica.

E torna con un messaggio chiaro: “rifiutiamo la politica della divisione e della paura” dice, spiegando che “chi vince” le elezioni “dividendo la gente, non potrà poi governarla. E non potrà unirla. In gioco c’è la democrazia”. A Newark, la città più grande del New Jersey, Obama scende in campo per Phil Murphy come prossimo governatore dello Stato.

“Respingiamo la politica delle divisioni. Respingiamo la politica della paura”, dice, e insiste: “Parte della politica cui assistiamo oggi pensavamo di averla lasciata alle spalle. C’è gente che guarda a 50 anni fa. Siamo nel 21/mo secolo, non nel 19/mo”. Quindi a Richmond, in Virginia, per sostenere il candidato democratico a governatore Ralph Northam, rimarca che “la politica sta infettando le nostre comunità invece di rappresentare i nostri valori”.

E strigliando anche i democratici in vista degli appuntamenti elettorali di novembre e delle elezioni di midterm, li esorta al voto. “I democratici qualche volta sono pigri: la posta in gioco è alta e non consente di essere addormentati e pigri”.

Ma se, pur irrituale, l’attacco dell’ex presidente democratico verso il successore repubblicano può avere una sua logica ‘di parte’, il duro monito lanciato da George W. Bush durante un raro intervento pubblico ha particolarmente colpito l’immaginario americano: “L’intolleranza sembra rinvigorita. La nostra politica appare più vulnerabile alle teorie del complotto e ad invenzioni totali”, ha detto l’ex presidente dal podio del Time Warner Centrenel di New York durante un evento del Bush Institute.

“L’intolleranza, in qualsiasi forma, è blasfemia per i valori americani”, ha aggiunto, “vuol dire che l’identità stessa della nostra nazione dipende dalla trasmissione degli ideali di civiltà alle prossime generazioni. E, ancora: “Il bullismo e il pregiudizio nella nostra vita pubblica definisce i toni, consente crudeltà e intolleranza”.

Parole come macigni, che sorprendono pronunciate da George W. Bush, non tanto nei contenuti quanto nella forma: l’ex commander in chief nei nove anni da quando ha lasciato la Casa Bianca ha scelto infatti di rimanere lontano dalla ribalta. Non ha criticato il suo successore Barack Obama e anche durante l’ultima campagna elettorale si è tenuto ai margini, salvo prendere una posizione netta nel decidere di non dare il suo appoggio a Donald Trump.

“Quando perdiamo di vista i nostri ideali – ha detto l’ex inquilino della Casa Bianca- non è la democrazia che ha fallito. Il fallimento è di coloro incaricati di proteggere e difendere la democrazia”.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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Trump cancella l’eredità Obama su contraccezione e Lgbt

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Trump cancella eredità Obama su contraccezione e Lgbt

WASHINGTON. – Colpo di spugna sulla contraccezione gratis e sulle tutele contro le discriminazioni della comunità Lsgb, in nome della difesa della libertà religiosa e di coscienza: l’amministrazione Trump smantella un altro pezzo rilevante dell’epoca Obama, continuando a corteggiare l’elettorato più conservatore e tradizionalista, in particolare gli evangelici.

Il primo colpo di scure riguarda l’Obamacare, che obbligava i datori di lavoro a pagare i contraccettivi femminili nella copertura sanitaria per i propri dipendenti. Ora Trump ha deciso di estendere l’esenzione del pagamento, già concessa in maggio ad alcune organizzazioni religiose con un ordine esecutivo, a tutte le imprese commerciali (anche ad alcune non profit) e alle assicurazioni, sulla base di convinzioni religiose o morali.

Una mossa accolta con favore dai gruppi religiosi, ma anche dal mondo economico. Critiche invece le organizzazione per i diritti delle donne e alcune associazioni mediche. “Le nuove norme porteranno indietro l’orologio sulle salute delle donne”, ha osservato Haywood L. Brown, presidente dell’American College of obstetricians and gynecologists. “Una contraccezione abbordabile per le donne salva vite, previene gravidanze indesiderate, soprattutto tra le adolescenti, e riduce il tasso di mortalità materna”, ha aggiunto.

Le prime azioni legali per impugnare il provvedimento sono già state preannunciate. Il National Women’s Law Center (Centro legale nazionale per le donne) si prepara a dar battaglia, sulla base di argomentazioni come la “discriminazione sessuale e religiosa”. Per alcune donne, aggiunge, questo vorrà dire dover scegliere “tra le cure preventive, come i contraccettivi, e l’affitto, il mutuo o la bolletta elettrica”.

La decisione interesserà oltre 55 milioni di donne che ora hanno accesso gratuito a metodi contraccettivi come la pillola. La percentuale di quelle che pagavano di tasca propria era scesa dal 21% al 4% con l’Obamacare. Ma questo aspetto della riforma sanitaria di Obama aveva generato una ondata di cause da parte di vari datori di lavoro, tra cui scuole, college e ospedali religiosi, organizzazioni caritatevoli. Tra questi anche l’ordine cattolico delle Little sisters of the poor, secondo cui l’obbligo equivaleva a renderle “moralmente complici di un grave peccato”.

Il provvedimento era stato annunciato da mesi e si inserisce nella battaglia legale e ideologica contro l’Obamacare, che Trump sta tentando di boicottare in ogni modo dopo che non e’ riuscito a cancellarlo al Congresso. L’amministrazione Trump ha ribaltato anche le politiche di Obama per la difesa della comunità Lgbt: l’attorney general Jeff Sessions ha emesso una direttiva in cui sollecita le agenzie governative a fare il possibile per soddisfare chi rivendica la violazione delle proprie libertà religiose.

Il provvedimento rimuove l’onere per gli obiettori religiosi di provare la sincerità delle loro convinzioni in materia di matrimonio o di altri temi per eludere le tutele per le persone della comunità Lgbt. Ciò significa che gli ospedali cattolici potranno negare loro le cure o che le imprese potranno rifiutarsi di assumerle o di prestare loro servizi. Come ha fatto un pasticciere del Colorado, che non ha voluto preparare una torta per un matrimonio gay.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)

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Elezioni USA – Capacità e carisma

Pubblicato il 03 novembre 2016 da Luca Marfé

luca

Io credo che si debba distinguere la capacità #politica dal carisma.
#Obama è stato un buon presidente. Ma è stato soprattutto un presidente brillante, carismatico per l’appunto.
Se oltre ad essere un gentleman sorridente, avesse risolto i problemi che gli statunitensi percepiscono come tali, oggi il fenomeno #Trump non esisterebbe.
#Hillary non avrebbe dovuto fare altro che promettere il “pilota automatico”, continuare il suo operato ed amministrare questo Paese per altri 8 anni.
E invece accanto ad una buona crescita economica restano le disuguaglianze di sempre. E invece il sogno #ObamaCare fa acqua un po’ da tutte le parti, a detta di molti tra gli stessi #democratici.
Insomma, Obama lascia con un sorriso splendido che se fossimo ad Hollywood gli farebbero recapitare un carrello di Oscar.
Ma lascia anche e soprattutto tante situazioni irrisolte.
Distinguere, dunque, l’estetica dalla sostanza.
Perché è proprio in quella sostanza che Trump, senza sapere neanche troppo bene come, ha impiantato le sue radici di rivalsa e di rancore dalle quali oggi succhiano linfa milioni di #americani.
Perché è proprio in quella sostanza che Trump potrebbe davvero aver gettato le basi di una sua strampalata vittoria.

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe
#ElezioniUSA #USA

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Al G7 domina la crescita, Italia aprirà il tema dei migranti

Pubblicato il 25 maggio 2016 da redazione

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ISE-SHIMA (GIAPPONE). – Sarà la crescita, o meglio la mancanza di crescita, a dominare i lavori del G7 di a Ise-Shima in Giappone con tutti i leader preoccupati per una ripresa che stenta ed una domanda che non decolla. Ma sul tavolo del summit rimbalzerà con forza anche l’immigrazione, che ormai rappresenta una sfida globale.

Il tema era già nell’agenda messa a punto dal premier nipponico, Shinzo Abe, ma una spinta in più ad affrontarlo arriverà da Matteo Renzi. Il premier vola in Giappone determinato, facendosi precedere dall’annuncio che l’edizione 2017 del summit, a guida italiana, si svolgerà in Sicilia.

Una scelta che vuole essere un messaggio chiaro sull’emergenza che il primo ministro italiano ha annunciato metterà al centro del suo intervento al vertice: “Vorrei che ci fosse posto, al tavolo dei potenti, anche e soprattutto per chi non ha voce, per gli occhi dei bimbi di Idomeni”, il campo al confine greco-macedone che Atene sta sgomberando proprio in queste ore.

Il premier lo dice puntando il dito, ancora una volta, “sulla demagogia” di chi parla di profughi dimenticando che spesso la minaccia terrorismo arriva da dentro le “nostre città”. E non nascondendo la soddisfazione per l’attenzione in Europa ma non solo (è di ieri anche il plauso dell’Oim) che sta avendo il suo Migration Compact, il piano presentato a Bruxelles.

Ma questo G7 certamente passerà alle cronache per la storica visita, la prima di un presidente americano in carica, che Obama farà a Hiroshima (possibile anche l’incontro con i sopravvissuti all’olocausto nucleare) al termine del vertice.

Una visita molto attesa che però non sarà contraccambiata da quello che si aspettava essere il gesto di risposta giapponese: “Io non andrò a Pearl Habor”, ha fatto sapere Abe dopo un bilaterale avuto stasera all’arrivo di Obama in Giappone nel quale l’inquilino della Casa Bianca ha anche riconosciuto come “inaccettabile” l’omicidio di una ragazza giapponese da parte di un militare Usa a Okinawa.

Tornando ai lavori, “sono tanti i punti che interessano anche noi” dell’agenda messa a punto dalla presidenza nipponica, ha fatto sapere Renzi. E di certo tra questi c’è la crescita. Il G7 “deve mostrare coesione e mandare un forte messaggio”, ha detto Abe qualche settimana fa a Firenze, nel suo tour europeo in vista del summit.

Ma la ricetta non è semplice, e l’intesa su una possibile strategia di ‘flessibilità fiscale’ trova anche in Giappone il fronte dei falchi pronto ad alzare un muro contro quello che viene polemicamente bollato come un “acquisto di crescita con maggior debito”. Abe comunque ha già il pieno appoggio di Renzi, e potrà contare certamente su quello di Obama.

Sul tavolo dei Grandi rimbalzeranno poi tutte le crisi del pianeta, dai migranti al terrorismo alla lotta all’Isis. Con un comunicato finale che, è atteso, riprenderà anche quanto deciso nei giorni scorsi dal G7 dei ministri finanziari che ha messo sul tavolo un maggiore impegno contro il finanziamento dei terroristi.

Così come si parlerà di Siria, Iraq, di Libia e di Ucraina. Temi cruciali, a fronte dei quali però l’assenza di un player strategico come la Russia, uscita due anni fa dal formato G8 per le vicende ucraine, limiterà probabilmente l’azione dei leader ad un messaggio di indirizzo.

Di certo sarà ribadito anche l’allarme per una possibile uscita del Regno Unito dall’Ue, già lanciato da Obama e rilanciato dal G7 finanziario di Sendai. Ise-Shima, nella prefettura di Mie, aspetta i leader con oltre 23mila agenti e uomini della sicurezza schierati per proteggere le suite dell’isoletta del Shima Kanko Hotel, dove i Grandi alloggeranno e terranno le loro riunioni. Un altro ‘esercito’ di oltre 4.500 uomini è stato invece previsto per la visita di Obama a Hiroshima.

(dell’inviata Marina Perna/ANSA)

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