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Legge elettorale: strada stretta per i ricorsi alla Consulta

Pubblicato il 09 dicembre 2017 da ansa

Il tabellone elettronico con il risultato del voto in aula al Senato durante la fiducia posta dal governo sulla legge elettorale Rosatellum. ANSA/ANGELO CARCONI

 


ROMA. – È davvero molto stretta la porta che i ricorsi contro il Rosatellum dovranno oltrepassare in Corte Costituzionale il 12 dicembre per superare il filtro di ammissibilità: le possibilità di riuscita sono giudicate molto basse da diversi “addetti ai lavori”, propensi a ritenere che i quattro conflitti tra poteri dello Stato saranno dichiarati inammissibili.

A differenza di quanto accadde con il Porcellum e poi con l’Italicum, stavolta non sono stati Cassazione e giudici di merito a investire la Corte Costituzionale, ma il Codacons, alcuni parlamentari e i capigruppo dei Cinquestelle che agiscono contro la Camera di appartenenza.

E in discussione non c’è il contenuto delle nuove regole, ma il modo in cui sono state approvate, con il ricorso alla fiducia da parte del governo. Una procedura che, secondo i ricorrenti, comprimendo il dibattito parlamentare avrebbe violato le prerogative costituzionali di deputati e senatori e dell’intero corpo elettorale.

In questa fase, però la Corte non deve entrare nel merito di questo profilo, ma deve stabilire se i ricorsi siano ammissibili; e cioè se chi li ha presentati rappresenta effettivamente un potere dello Stato e se esiste realmente la materia del conflitto.

Se questi requisiti non saranno soddisfatti, la partita sul Rosatellum in vista delle prossime elezioni si chiuderà qui. In caso di ammissibilità, invece, sulla campagna elettorale già in atto calerà una spada di Damocle in attesa che la Corte decida se il ricorso al voto fiducia sia stato legittimo o meno. Ipotesi, quest’ultima, che travolgerebbe l’intera legge elettorale alla radice.

Alcuni giuristi ritengono che il conflitto possa e debba essere ammesso, perché, come sostiene Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale, “la ferita inferta dalla legge elettorale alla sovranità popolare e alle attribuzioni del corpo elettorale è di tale entità che non è possibile non dichiarare l’ammissibilità del ricorso”. Convinzione che sorregge anche i legali che hanno curato il ricorso dei Cinquestelle, in testa Felice Besostri, già promotore delle azioni contro Porcellum e Italicum.

Ma in molti sollevano dubbi. E per il costituzionalista Stefano Ceccanti “i ricorrenti sembrano aver preso troppo alla lettera l’affermazione evangelica ‘chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto'”. Non solo. “I ricorrenti lamentano una menomazione che riguarda le modalità di svolgimento dei lavori parlamentari come disciplinati da norme e prassi regolamentari” che di per sè non vietano il ricorso alla fiducia per le leggi elettorali. Ma “la legittimazione soggettiva di singoli parlamentari quando ci si riferisca alla violazione dei Regolamenti e delle prassi non esiste”.

C’è poi da chiedersi, come fa il costituzionalista Massimo Villone e come farà anche la Corte, se giudicare ammissibili i ricorsi non “comporti in astratto la legittimazione di uno o più parlamentari a sollevare conflitto tra poteri per qualunque legge” e se questo non trasformi il conflitto da “strumento eccezionale” a “ordinario strumento di lotta politica”. Un’argomentazione che rischia di chiudere del tutto una porta già angusta.

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Sondaggi choc per Pd, scende ancora. Bene Grasso

Pubblicato il 09 dicembre 2017 da ansa

Luigi Bersani e Matteo Renzi

 

 


ROMA. – Il Pd scende ancora. Il partito dell’ex premier Matteo Renzi – dicono gli ultimi sondaggi – è attorno al 25%. Quindi sotto il 25,4, la ‘soglia Bersani’ delle ultime politiche. Dato che non sfugge all’ex segretario: “Mi stupisco che facciano più notizia i sondaggi che i dati reali. Sono tre anni – infierisce – che il Pd è sotto la soglia ‘Bersani’, quella del 2013, che perde tutti gli appuntamenti elettorali amministrativi”.

La contestazione è affidata ad un renziano di provata fede: “I sondaggi a tre mesi dal voto sono un puro esercizio di stile. Mancano le coalizioni ed i candidati” critica il dem Andrea Marcucci. Continuano a crescere invece – stando alle rilevazioni di ‘Repubblica’ e ‘Corriere – i Liberi e Uguali di Pietro Grasso, ora attorno al 6,6%. Bersani si rallegra: “Per noi 6,7,8% è un ottimo punto di partenza, basti pensare che non abbiamo ancora neanche il simbolo….”.

Nel centrodestra, intanto, Forza Italia stacca la Lega di Matteo Salvini. Va ancora avanti M5s, che si conferma primo partito con il 29%. Insomma, numeri choc per il segretario dem, che solo ieri, rompendo gli indugi, aveva di fatto aperto la campagna elettorale, chiuso la partita delle alleanze, assicurato di avere già una coalizione competitiva in vista del voto, anche senza Alfano e Pisapia.

Una speditezza che non piace alla minoranza interna dem. Ieri Gianni Cuperlo, oggi Cesare Damiano, chiedono a Renzi la convocazione di una direzione, entro Natale, per approfondire il nodo delle alleanze. “Dopo l’uscita di scena di Giuliano Pisapia – avverte Damiano – il rischio di andare a sbattere c’è tutto”. Anche Piero Fassino – scelto dal segretario dem come mediatore per ricostruire – non si rassegna e insiste per la collaborazione con l’area a sinistra del Pd.

“Ci sono ancora le condizioni per riprendere il dialogo con Giuliano Pisapia”, assicura l’ex Sindaco di Torino. Ma è all’iter parlamentare della legge sullo ius soli che tanti affidano le ultime speranze per ricucire con il leader di Campo Progressista e con la sinistra in generale, in vista di un ‘dopo voto’.

La conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ha stabilito che il dibattito sullo ius soli sarà l’ultimo appuntamento della legislatura, scelta che ha provocato la protesta di Liberi e Uguali e soprattutto la rottura, Fassino spera non definitiva, con Pisapia. Ma in tanti nel Pd, Cuperlo in testa, scommettono che la legge vedrà la luce: “Le condizioni per tagliare questo traguardo ci sono ancora: se mi viene chiesta una previsione – osserva il leader della minoranza interna – io sono pronto a dire che comunque entro la fine di questa legislatura la legge sullo Ius soli verrà approvata”.

Una strada difficile che si potrebbe mettere tutta in discesa se Gentiloni decidesse di mettere la fiducia. Ma non sfugge che questo esporrebbe il governo al rischio di cadere. Uno scenario per molti osservatori assolutamente sgradito al Colle. Una crisi politica, in vista di un voto dall’esito quanto mai incerto, sarebbe un ulteriore elemento di instabilità.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Accordo Pd-FI sui collegi, Rignano torna a Firenze

Pubblicato il 07 dicembre 2017 da ansa

 

 

ROMA. – Pd e Forza Italia ridisegnano la mappa dei collegi elettorali contenuta nel decreto del governo che chiude l’iter parlamentare del “Rosatellum” e le commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato danno parere positivo. Scatenando la polemica.

L’accordo raggiunto tra i due partiti è una “forzatura”, tuonano gli esponenti di “Liberi e Uguali”. E’ “una riedizione elettorale del Nazareno”, osserva il M5S che sceglie al Senato di non votare. “Ognuno dei nuovi collegi”, commenta la presidente dei senatori di Sinistra Italiana, Loredana De Petris, “ha un nome e un cognome” e lo “strappo” è considerato “scandaloso” dal deputato Alfredo D’Attorre.

La modifica più “eclatante” è la riscrittura dei collegi della circoscrizione della Camera Toscana che consente il passaggio del comune di Rignano, quello di appartenenza del segretario Pd Renzi, al collegio di Firenze. Mentre la commissione Istat lo aveva collocato in quello di Empoli-Livorno. Ma non è l’unica novità.

“Si è spostato Castelfiorentino a Empoli, dove probabilmente sarà candidato Lotti – spiega D’Attorre – mentre in Basilicata hanno staccato Melfi e Rionero da Potenza accorpandoli a Matera, per consentire l’accorpamento dell’area dei Pittella. A Salerno si accorpano San Severino e Fisciano alla città, per rafforzare le prospettive Pd dove probabilmente sarà candidato il figlio di De Luca. E in Campania 1 si spostano comuni come Boscoreale e Boscotrecase accorpati con Torre del Greco, sulla base di richieste di consiglieri regionali del Pd come Casillo e altri”. E a proposito di Casillo si fa insistente la voce di lui come “portatore di voti” per Maria Elena Boschi che potrebbe essere candidata in un collegio campano.

Il relatore alla Camera, Emanuele Fiano, respinge ogni accusa e per quanto riguarda le modifiche assicura che “nessuna” di queste “ha un contenuto politico”, ma “sono state chieste per una migliore omogeneità del territorio, della popolazione e tra Camera e Senato”. Sono 16 le modifiche chieste, ricorda, su 445 Collegi plurinominali e uninominali di Camera e Senato.

Parla invece di “gerrymandering” (parola che fonde due termini “Gerry” e “salamander” e che definisce il metodo ingannevole usato da un governatore americano del ‘700 per ridisegnare i collegi elettorali) Federico Fornaro. Il meccanismo studiato da Pd e FI, spiega, serve di fatto ad aumentare il numero dei seggi in determinati collegi e a garantire un migliore risultato per quei partiti che supereranno una certa soglia (dal 15% in su).

Intanto il Pd presenta un emendamento alla manovra per ridurre di un quarto il numero delle firme per le liste che non hanno un gruppo in Parlamento: esattamente la richiesta fatta da Bonino e Della Vedova nei giorni scorsi.

(di Anna Laura Bussa/ANSA)

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Pisapia chiude la porta e rompe con Renzi, il Pd in difficoltà

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

Speranza, Bordini e Pisapia.

 

 

ROMA. – Giuliano Pisapia chiude la porta: non si alleerà con il Pd di Matteo Renzi e non correrà alle prossime elezioni. Finisce male la lunga trattativa tessuta con i Dem. Non sortiscono alcun effetto neanche i contatti delle ultime ore con lo stesso Renzi. La scelta del Pd di inserire lo ius soli al’ultimo posto nel calendario del Senato è la goccia – spiegano da Campo progressista – che fa traboccare il vaso.

E dopo ore di riunione con i suoi, l’ex sindaco ufficializza il suo personale passo indietro: “Ci abbiamo provato ma è impossibile proseguire nel confronto con il Pd”. Gli esponenti di Cp prendono ora due diverse strade: gli ex Sel guardano a Liberi e uguali di Pietro Grasso, i centristi dialogano ancora con il Pd. Saranno loro – spiegano dal Nazareno – a costruire la ‘gamba’ di sinistra della coalizione Dem, con Verdi e Socialisti.

Ma nel Pd c’è grande preoccupazione: “Siamo davanti a un burrone”, dice la minoranza. La scelta di Pisapia matura dopo lungo travaglio: per ore si confronta con i suoi. Da un lato c’è l’ala sinistra di Cp, da Ciccio Ferrara e Marco Furfaro: è insostenibile, anche la base è in grande sofferenza, è la tesi, allearsi con il Pd, che sceglie l’alleanza con Ap e vuole solo una “stampella” a sinistra.

Dall’altro lato ci sono i centristi come Bruno Tabacci e gli ex prodiani come Franco Monaco, che insistono sulla necessità di tenere unito il centrosinistra con i Dem. L’ex sindaco sente Grasso, con cui i contatti negli ultimi giorni sono stati frequenti. Lo chiamano dal Pd Piero Fassino e Luigi Zanda, che gli spiegano che al momento non ci sono i numeri, ma il Pd è ancora impegnato sul fronte ius soli: si proverà fino all’ultimo minuto della legislatura.

Anche Renzi si fa sentire via messaggio. Ma, dicono i “pisapiani”, le rassicurazioni private non bastano più. C’è così poca chiarezza, affermano, che neanche erano stati avvertiti del passo indietro annunciato in tv da Angelino Alfano. Gli ex Sel suonano il “gong”: “Giuliano, non ci sono i margini”. Potrebbero ora unirsi a Liberi e uguali, magari insieme a Laura Boldrini che però per ora non scioglie la riserva.

“Cercano la poltrona, sono cadaveri politici”, li accusa Michele Ragosta. “Un’accusa meschina”, replicano da Cp. E nel movimento è caos e sconforto: “Io non ci sarò ma voi non mollate, le battaglie proseguono”, scrive Pisapia ai militanti. Renzi, in tour in Sicilia, non commenta. Ma dalle fila della maggioranza Dem trapela irritazione e anche preoccupazione per una decisione che, affermano, Pisapia aveva già preso.

“Non si usi contro di noi l’argomento ius soli: vogliamo la legge e la faremo”, dichiara Matteo Richetti. Più dura Maria Elena Boschi, convinta che il Pd potrebbe correre da solo: “Supereremo il 30% con una coalizione ampia, ma non possiamo rincorrere chiunque”.

La coalizione, spiegano dal Nazareno, avrà tre gambe. Ci sarà una lista centrista, con Pier Ferdinando Casini e Beatrice Lorenzin. Ci sarà poi una lista di sinistra, con i centristi di Cp, Leoluca Orlando ed ex Sel come il sindaco di Cagliari Zedda, oltre a Socialisti e Verdi: girano già bozzetti del simbolo “Sinistra e Progresso” con un sole che ride e una rosa. Infine, i Dem sperano di attrarre i Radicali di +Europa, che domani vedranno Gentiloni per chiedere di dimezzare le firme per presentare liste alle elezioni, ma il cui ok non è scontato.

Senza Pisapia, dicono i pasdaran renziani, il leader Dem sarà più libero di guadagnare terreno al centro. Ma la situazione è “disastrosa”, dicono a taccuini chiusi dalla minoranza Pd: si rischia una debacle elettorale. La sinistra Dem nega il rischio di un’ulteriore scissione, ma è pronta a chiedere a Renzi una “riflessione”. C’è chi, come Gianni Cuperlo, auspica un sussulto finale.

E chi spera in un appello in extremis di Romano Prodi che possa aiutare a ricompattarsi. Ma la convinzione dei più è che ormai si sia troppo avanti. Liberi e uguali, che a giorni presenterà un simbolo “con tanto rosso”, gongola: “Rispettiamo le scelte di Pisapia, lo aspettiamo”, dice Pier Luigi Bersani.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Biotestamento avanti tra le polemiche, si chiude il 14 dicembre

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

Manifestazione a favore del biotestamento.

 

 

ROMA. – Sul biotestamento si accelera e la Conferenza dei Capigruppo di Palazzo Madama impone un voto a data certa: giovedì della prossima settimana alle 11. Da martedì si cominceranno a esaminare gli oltre 3000 emendamenti presentati per lo più da Ap e Lega (per l’esattezza 3005) e i tempi del dibattito, come spiega il presidente Pietro Grasso subito dopo la Capigruppo, “verranno armonizzati” per rispettare la scadenza di giovedì. Il Pd insomma tira dritto anche se resta in piedi l’incognita dei voti segreti. Che, se richiesti, potrebbero essere molti.

Dopo aver respinto la pregiudiziale di costituzionalità presentata dal gruppo di “Federazione della Libertà” di Gaetano Quagliariello, si passa alla discussione generale. I tempi vengono rispettati, ma è evidente l’intento ostruzionistico. non solo perché i senatori ostili al testo sfruttano per intero ogni minuto concesso dal Regolamento.

Ma anche per la mole degli emendamenti presentati: 1527 da AP; 1203 dalla Lega; 147 da FI; 74 da “Federazione della Libertà”; 28 da Gal, 19 dal gruppo Autonomie-Psi-Maie e 7 del Misto. Nessuno invece da Pd e M5S. Per un totale di oltre 3000 proposte di modifica (più di quelle presentate in Commissione, che erano 2970).

Così si decide di correre ai ripari e nella Conferenza dei Capigruppo convocata al termine della dibattito generale, si raggiunge un’intesa: se i gruppi rinunciano all’illustrazione complessiva degli emendamenti non si ricorrerà al contingentamento dei tempi.

La proposta passa e si fissa una data certa per garantire comunque un dibattito senza tirarla troppo per le lunghe. Il che significa che comunque ci saranno dei “canguri” per ridurre al massimo il rischio del voto segreto e per sfoltire gli emendamenti. Il clima comunque resta teso. E anche se gli esponenti dei “Liberi e Uguali” dichiarano in aula di apprezzare la scelta di puntare sul biotestamento (Felice Casson ad esempio parla di “legge di civiltà”) fuori, diversi senatori guidati da Luigi Manconi protestano per lo slittamento dello ius soli e per l’evidente impossibilità di votarlo entro la legislatura.

“Siamo in piazza per la legge sulla cittadinanza – dichiara il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi davanti a Montecitorio dove si incontrano i contestatori – come la settimana scorsa lo eravamo per il biotestamento, perché non ci rassegniamo. Se c’è la volontà politica, in questo scorcio di legislatura si possono creare ancora le condizioni per una riforma dalla quale guadagnerebbero tutti e non perderebbe nessuno”.

Ma riuscire ad approvare anche questo ddl, per lo slittamento del quale Pisapia rinuncia all’accordo con il Pd, sembra davvero impossibile. Così ci si concentra sul biotestamento presentando anche nella legge di bilancio un emendamento per finanziare l’istituzione della banca dati nazionale delle Dat, le Disposizioni anticipate di trattamento. E si studia la strategia migliore per affrontare in tempi rapidi il voto del provvedimento.

(di Anna Laura Bussa/ANSA)

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Gentiloni: “La lotta alla mafia è problema europeo, serve unità”

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

Gentiloni a Volpedo all’incontro sui Piccoli Comuni

 


ROMA. – A fine legislatura il governo si può dire “orgoglioso dei successi conseguiti” nella lotta alle mafie anche se “consapevole che questa attività deve proseguire e aggiornarsi”. E soprattutto poter contare su un contributo che abbia un raggio di azione a livello internazionale e soprattutto europeo. Il premier Paolo Gentiloni lo ricorda in occasione della sua audizione in Commissione Antimafia, la prima di un premier dopo lungo tempo.

“Dopo Andreotti e Amato, e nel ’94 Berlusconi, l’ultimo presidente del Consiglio ad essere ascoltato dalla commissione Antimafia è stato D’Alema, nella XIII legislatura”, gli ha ricordato la presidente della commissione Rosy Bindi. Ed è un ‘bilancio’ di fine legislatura quello che Paolo Gentiloni porta in Commissione dove esibisce gi ultimi dati sui risultati della lotta alla criminalità organizzata.

Nel 2017, al 30 novembre, sono state portate a termine “numerose operazioni” antimafia, di cui 164 “particolarmente rilevanti”: sono state arrestate 1.574 persone, 296 appartenenti a Cosa nostra, 414 alla ‘ndrangheta, 645 alla Camorra, 219 alla criminalità organizzata pugliese. Sono stati inoltre catturati 42 latitanti di particolare rilievo, di cui 2 di “massima pericolosità del programma speciale di ricerca”. Inoltre sono stati sequestrati alle organizzazioni mafiose 8.199 beni per un valore di 2,01 miliardi di euro circa e confiscati 4.599 beni per un valore di 1,42 miliardi circa.

“Durante l’attuale governo, da me presieduto ci sono stati 22 nuovi scioglimenti di consiglio comunali per infiltrazioni mafiose” ha ricordato il premier segnalando pure l’esigenza, per quanto riguarda soprattutto i comuni di grandi dimensioni, di prevedere il potenziamento dell'”efficacia dell’azione commissariale e di individuare modalità per un effettivo sostegno e monitoraggio dell’amministrazione funzionale al ripristino della legalità”.

Ma se il contrasto alla criminalità organizzata “è una priorità del governo” è pure vero che lotta alla mafia “richiede un impegno unitario” delle forze politiche e da parte delle diverse istituzioni. Senza sovrapposizioni e interferenze. Un discorso che vale anche per la questione delle attività preventive e repressive per le candidature ‘impresentabili’ su cui la presidente della Commissione aveva segnalato l’esigenza di intervenire, in particolare per quanto riguarda i tempi delle verifiche delle commissioni elettorali sulle autocertificazioni, anche in vista delle prossime elezioni.

“Ci sono giocatori diversi che hanno ruoli definiti ed è bene che il governo non interferisca troppo con il ruolo dell’Antimafia, della magistratura o di altri organi dello Stato” ha risposto Gentiloni, facendo sua “la norma di prudenza segnalata dalla presidente Bindi”. E facendo notare come ormai, i tempi siano ristretti: “noi siamo favorevoli a tante cose che sono ipotizzate ma il tempo della legislatura è quello che più o meno immaginate…”.

(di Francesca Chiri/ANSA)

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Alfano non si candida, Ap si spacca tra Pd e Cavaliere

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

 

 

ROMA. – “Ho scelto di non candidarmi alle prossime elezioni e non farò nemmeno il ministro”. La resa di Angelino Alfano, dopo un quinquennio al governo e quattro legislature consecutive in Parlamento, arriva ad una manciata di giorni da una direzione di Ap che, salvo colpi di scena, potrebbe vedere la spaccatura dei centristi. Con una novità, favorita proprio dall’uscita di scena del ministro degli Esteri: quella della crescita del pressing di chi, in Ap, guarda al centrodestra ed è convinto che, a dividere i centristi da Silvio Berlusconi, era proprio la figura di Alfano.

“Lascio il Parlamento, non la politica”, sono le parole del titolare della Farnesina. Parole che arrivano inaspettate (Lupi era uno dei pochissimi a saperlo) alla gran parte degli esponenti di Ap. Alfano infatti decide di fare il suo annuncio a Porta a Porta e solo dopo incontra lo stato maggiore del partito in una lunghissima segreteria politica.

Ma la sua uscita di scena, per il momento, non risolve il destino dei centristi, con una parte (a cominciare da Beatrice Lorenzin) in procinto di allearsi il Pd e il resto in bilico tra la corsa solitaria e il sodalizio con altre anime del centro, a partire da Stefano Parisi. E con la prospettiva di andare a fare la “quarta gamba” della coalizione di centrodestra.

Perché è questa prospettiva, raccontano fonti centriste, che la scelta quasi “alla Di Battista” presa da Alfano potrebbe favorire. Una parte del partito, con i lombardi e Roberto Formigoni in testa, non ha mai nascosto di guardare proprio al centrodestra e fonti parlamentari raccontano di una telefonata tra il leader di Epi, Stefano Parisi e il coordinatore di Ap Maurizio Lupi nei minuti successivi all’annuncio di Alfano.

Con un’idea, in cantiere: quella di un polo che faccia da cuscinetto, nella coalizione di centrodestra, ai due alleati più a destra di FI, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Idea che avrebbe la benedizione di Silvio Berlusconi e sulla quale, con diversi intoppi di percorso, stanno lavorando l’Udc e gli altri componenti delle aree di centro.

Ma, al di là delle ipotesi i centristi, senza Alfano che ha sempre fatto da trait-d’union tra le varie anime del partito, vanno verso la spaccatura. “La missione politica della coalizione di governo va ribadita”, spiega Fabrizio Cicchitto che, assieme a Sergio Pizzolante, è tra quelli che guarda al Pd. E ora, in più, in Ap c’è un nodo leadership, con Lorenzin e Lupi che, difficilmente si accorderanno sulla direzione da prendere.

Nel frattempo, fuori da Ap, ad applaudire il gesto di Alfano sono Pier Ferdinando Casini e Raffaele Fitto mentre Salvini ironizza: “non si candida? Dormiremo stanotte?”. Salvini che, prima di Natale, sarà tra i partecipanti al vertice del centrodestra annunciato da Silvio Berlusconi. Un vertice che metterà in campo il tavolo sul programma e che, dopo le frizioni riemerse in questi giorni, dovrebbe servire ad riavvicinare le anime del centrodestra.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Grasso leader della sinistra: “Il vero voto utile è per noi”

Pubblicato il 03 dicembre 2017 da ansa

Il presidente del Senato Pietro Grasso durante l’Assemblea nazionale “Per una nuova proposta” (Mdp-Si-Possibile) a Roma, 3 dicembre 2017. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

 


ROMA. – “Le dimissioni dal Pd sono nate da un’esigenza interiore. Poi mi hanno offerto seggi sicuri, mi hanno chiesto di fermarmi un giro, di fare la riserva della Repubblica. Mi dispiace, questi calcoli non fanno per me”. Si presenta così, Pietro Grasso. E’ il giorno della sua discesa in campo, davanti a una platea gremita che lo acclama leader tra standing ovation e applausi scroscianti. “Io ci sono!”, esclama. E tiene a battesimo la nuova “cosa” della sinistra. “Liberi e uguali”, il nome lo ripete tre volte sul finale, commosso.

La lista che sfiderà la coalizione a trazione Pd, la destra e il M5s, nasce dalla fusione di Mdp, Si e Possibile, ma non sarà solo “rossa”, promette il presidente del Senato. “Il nostro è un progetto più grande” che ambisce a raccogliere “l’unico voto veramente utile”, quello della “metà d’Italia che non vota”.

All’Atlantico di Roma affluiscono “cinquemila persone”, molti restano fuori. Nessuna scenografia, solo tre vele colorate. Sfilano i “big” della sinistra, ma nessuno di loro ha un posto in prima fila: Pier Luigi Bersani che sventola “la bandiera dei valori”, Nichi Vendola, Antonio Bassolino, Vincenzo Visco, Guglielmo Epifani.

Massimo D’Alema scommette su un “10% ora più vicino”, respinge “l’inutile piagnisteo di appelli all’unità tardivi e contraddittori, visto che – rimarca -ci avevano detto che eravamo irrilevanti”. E (dopo una stoccata a De Benedetti: “Non ho interesse per lui, non avendo io insider trading”), assicura che il nuovo soggetto è di sinistra ma va oltre.

In sala ci sono il cattolico Enzo Carra e la leader della Cgil Susanna Camusso. In prima fila, i tre “ragazzi” Roberto Speranza, Nicola Fratoianni e Pippo Civati, segretari dei partiti fondatori. Sul palco fanno staffetta rappresentanti della società civile e i tre giovani leader. “Renzi e Berlusconi, facce della stessa medaglia, stanno allestendo coalizioni da incubo. Pisapia, dove ‘campo’ vai?”, gioca con le parole Civati, che lancia un appello a quelli del Brancaccio e ai promotori del “no” al referendum di un anno fa.

“Il Pd ha demolito cattolicesimo democratico e sinistra”, attacca Fratoianni. E Speranza, che già scommette sulla nascita di un partito dopo la lista elettorale, tira la volata a Grasso: “Se tu sei con noi, siamo dalla parte giusta”.

Il presidente del Senato, accompagnato dalla moglie Maria, sale sul palco schivo: “E’ un’emozione grande”. In un discorso lungo mezz’ora, parla alla “base” e a chi vorrebbe includere nel soggetto “largo e aperto” (“Società civile, sinistra, cattolici, democratici e progressisti”). Dice “sinistra” una sola volta. Disegna una proposta di “radicale cambiamento e discontinuità”, “senza rancori o nostalgie”.

Ma, in ossequio al proprio ruolo istituzionale, evita attacchi agli avversari. Ricorda la propria storia di lotta alla mafia e promette di battersi per i “valori”. Ma aggiunge che “mai” si farà “scudo del passato”. Non sarà, promette, “un uomo solo al comando circondato da yes man”. A giorni sarà svelato il simbolo, poi, tra metà dicembre e gennaio, un programma “partecipato” fatto “con i migliori”.

I ‘Pisapiani’ e il Pd accolgono la discesa in campo di Grasso con un gelido silenzio: c’è “amarezza”, spiegano al Nazareno, per chi “decide di dividere il centrosinistra” ma “nessun rancore”. Tra i senatori Dem girano messaggi velenosi sulla terzietà tradita dal presidente. E i renziani, pur ammettendo che il Pd subirà un danno nei collegi, scommettono che la “cosa rossa” non andrà oltre il 5%.

Ma Grasso dal palco respinge il ritratto che gli vorrebbero cucire addosso: “Non lasciamoci intimorire e scoraggiare da chi parla di rischi di sistema, di favore ai populismi, di voto utile. Serve un’alternativa per scuotere l’Italia dal torpore, una nuova proposta perché è in gioco il futuro dell’Italia. Tocca a noi”, scandisce.

E legge l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza sostanziale: “Tutti – nessuno escluso – liberi e uguali”. Parla di “speranza” ed elenca i temi: lavoro, welfare, scuola, diritti, lotta alle diseguaglianze. Niente “slogan” e “fake news”, niente “fiumi di parole”, niente “arroganza”, promette: è il “metodo Grasso”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Meloni apre la sfida sulla destra al governo: “A noi la guida”

Pubblicato il 01 dicembre 2017 da ansa

 

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia.

 


TRIESTE. – La doppia sfida della destra di Giorgia Meloni: essere alla guida del centrodestra e del Paese. Con questo obiettivo aprirà a Triste il secondo congresso nazionale di Fratelli d’Italia. Un ‘appello ai patrioti’ è lo slogan scelto per la due giorni di assise che si concluderà con la rielezione della leader alla presidenza del partito.

Un congresso che cade in un momento delicato per tutto il centrodestra, in tensione per il continuo gioco al rialzo tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini su programma e leadership. L’ultima goccia, in ordine di tempo, è l’esclusione della Lega dalla giunta siciliana di Nello Musumeci. Ma a mantenere alta la febbre tra gli alleati c’è soprattutto il duello sulla premiership. Il rilancio del Cavaliere con l’indicazione del generale Gallitelli come candidato alla presidenza del Consiglio è stato accolto da un violento fuoco di fila a destra e dal Carroccio.

Nonostante il leader di Fi minimizzi e ai microfoni del Tg3 si affretti a gettare acqua sul fuoco declassando le divisioni interne a fatti “secondari” rispetto all’unità “sui temi importanti”, sia il segretario della Lega che la leader di Fdi invocano chiarezza. E Meloni ha fatto sapere che appena si chiuderà il congresso di Fratelli d’Italia chiederà una vertice con gli alleati.

Davanti a 4.000 delegati in arrivo da tutto il paese, oltre alle delegazioni dei partiti alleati (domenica è previsto il saluto anche del presidente della regione Sicilia Nello Musumeci), Meloni illustrerà la “seconda fase” e gli obiettivi in vista delle elezioni politiche a cui mira il suo Movimento. “Fratelli d’Italia – ha ricordato presentando il congresso nazionale – è nato 5 anni fa per dare casa e speranza alla storia della destra italiana. Mi pare che l’obiettivo sia stato centrato”.

Leitmotiv della due giorni triestina è l’appello rivolto ai patrioti. Un riferimento, ci tiene a precisare, che non guarda al passato: “non intendo qualcosa di antico o museale, oggi per noi i patrioti sono operai, gli imprenditori che non delocalizzano, le coppie di precari che mettono al mondo un bambino, le maestre che non rinunciano presepe in classe, le mamme che io considero delle vere eroine”.

E non è un caso infatti che i vertici del partito abbiano deciso di celebrare proprio nel capoluogo giuliano il secondo congresso del partito: Trieste – osserva Meloni – è una delle città simbolo dell’amore per l’Italia e città che più di tutte ha voluto essere italiana”.

Con il congresso del partito, la leader di Fdi si prepara dunque a lanciare la “sfida per il governo del paese. Pensiamo di poter essere il valore aggiunto per la vittoria del centrodestra”. Nessuna intenzione di lasciare la scena solo a Salvini e Berlusconi, anzi la stessa leader di Fdi ribadirà di essere in campo per conquistare la leadership della coalizione. Chiuso il congresso, Meloni ha fatto già sapere di voler chiedere un incontro al Cavaliere e al segretario della Lega per iniziare a parlare in modo concreto del programma. Un canovaccio a cui ogni leader potrà offrire il suo contributo.

E nel pacchetto di proposte di Fratelli d’Italia ci sarà il reddito d’infanzia e il sostegno alla natalità, la super-deduzione delle tasse per chi assume, l’espulsione dei clandestini,il blocco navale e l’abolizione della protezione umanitaria. Tutti temi che saranno discussi nel corso del congresso nazionale. C’è anche attesa per il possibile passaggio di Daniela Santanchè da Fi a Fratelli d’Italia. L’ufficializzazione, anche se la parlamentare azzurra non dà al momento conferme ufficiali, dovrebbe avvenire domenica.

(dell’inviata Yasmin Inangiray/ANSA)

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M5s: nasce il Comitato elettorale, con tre fedelissimi di Di Maio

Pubblicato il 30 novembre 2017 da ansa

Luigi Di Maio interviene durante la proclamazione del candidato presidente del Movimento 5 Stelle per la Regione Lombardia. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

 

 


ROMA. – Via il direttorio, via il fondatore, via i “contratti” fatti firmare al candidato: il M5s con Luigi Di Maio come capo politico avvia una nuova fase dalla sua irruzione sulla scena politica del Paese. Il 18 novembre scorso, il giorno dopo il vertice dei “big” del Movimento alla Casaleggio Associati, è nato il “Comitato elettorale per le elezioni politiche”, un’associazione creata ad hoc per la campagna elettorale e composto da persone “di fiducia” del candidato premier Luigi Di Maio: il “guru” della Comunicazione, Pietro Dettori, il braccio destro e responsabile delle relazioni istituzionali del vicepresidente della Camera, Vincenzo Spadafora e Dario De Falco, consigliere comunale a Pomigliano d’Arco, la città di Di Maio.

Sarà la “cassaforte” del Movimento in campagna elettorale ma non solo: il Comitato curerà la campagna di Di Maio e dei candidati alle prossime elezioni politiche “supportandone il programma, sviluppando la più ampia rete possibile di consensi” e gestendo i fondi che arriveranno dalle donazioni. Dalla sua costituzione ha già raccolto quasi 64 mila euro, 40 mila dei quali nei primi due giorni di partenza della campagna elettorale.

L’organismo è aperto all’inserimento di altre persone ma al momento non figura né Beppe Grillo, né Davide Casaleggio. Ma neppure Di Maio e nessun “eletto” dal Movimento. Ma la nascita del Comitato, probabilmente costruito per rispondere alle esigenze richieste dalla legge del 2014 sul ‘nuovo’ finanziamento ai partiti, ha già creato un putiferio nelle retrovie del Movimento.

Non sarà “nulla di più” di un comitato elettorale si apprestano a chiarire dallo staff 5 Stelle. Anche se qualche preoccupazione, anche leggendo l’atto costitutivo del nuovo organismo, per gli iscritti al M5s è lecita. Nel documento, ad esempio, si legge che “nel caso in cui il Comitato abbia usufruito dei contributi per le spese elettorali o abbia partecipato alla ripartizione delle risorse di cui all’articolo 1 della legge 2 Gennaio 1997 (Destinazione del quattro per mille dell’IRPEF) deve redigere il rendiconto di esercizio…”. Lo stesso atto, tuttavia, precisa nero su bianco che “il Comitato si ispira ai valori forti del M5s”.

Il nuovo clamore sul Comitato, intanto, arriva nel pieno dell’offensiva elettorale del candidato premier che ha già ottenuto un primo riscontro dall’Osce all’appello per la presenza di osservatori alle prossime elezioni. Ma non basta perché Di Maio rilancia: in una lettera all’Osce chiede di monitorare non solo le operazioni di voto alle prossime elezioni politiche ma anche la campagna elettorale con un “focus sulla situazione dei media e del tempo da loro dedicato ai vari gruppi politici”.

Nel mirino dei 5 Stelle c’è Mediaset: “il M5s ottiene molto meno spazio di parola rispetto a gruppi parlamentari meno suffragati. Il divario diventa ancora più ampio quando si analizzano i dati relativi alle emittenti Mediaset”. E considerato “che il maggior azionista è uno degli attori della imminente campagna elettorale, direi che il rischio di disparità sia tutt’altro che remoto”.

(Di Francesca Chiri/ANSA)

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Bce, faro sull’incertezza politica. La minaccia del debito pubblico

Pubblicato il 29 novembre 2017 da ansa

 

 


ROMA. – Nell’Europa della ripresa ai massimi di 10 anni, la Banca centrale europea invita tutti alla prudenza e lo fa in particolare per i Paesi fortemente indebitati: l’incertezza politica rischia di riaccendere i timori sulla sostenibilità dei debiti pubblici nazionali.

E’ un monito che tocca nel vivo i Paesi della sponda sud dell’euro, e che arriva nel Financial Stability Review, il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria. Proprio mentre l’agenzia di rating Fitch accende i riflettori sulle elezioni in Italia, che “rischia uno stallo politico dopo le elezioni del 2018”, e questo “lascerebbe deboli le prospettive di riforme economiche” così come fornirebbe a partiti come il M5S e la Lega Nord la leva per spingere verso un “allentamento di bilancio”.

C’è la ripresa forte, nel bilancio dei rischi dei tecnici dell’Eurotower, che con le politiche espansive dell’Eurotower ha fatto crollare i premi di rischio, lo spread, e anche la pressione sulle banche. Le prospettive per la sostenibilità dei debiti dei paesi dell’Eurozona sono migliorate. Basti pensare, in Italia, all’andamento delle aste di debito pubblico: ieri i minimi record sul Bot semestrale (-0,436%), oggi il calo del btp decennale, venduto per 1,75 miliardi, all’1,73%.

Ma sull’altro piatto della bilancia, la Bce mette in guardia dai rischi di volatilità sui mercati, dai segnali di maggiore propensione al rischio sui mercati, specie fra i fondi d’investimento: fattori definiti “fonte di preoccupazione”. E si sofferma – in vista di un 2018 che sarà dominato dal dibattito sull’uscita dal quantitative easing che ha fatto crollare gli spread e da appuntamenti elettorali in alcuni paesi, fra cui l’Italia – sulla politica e il debito sovrano.

Mettendo in luce un meccanismo, una sorta di domino, potenzialmente pericoloso: “una rinnovata incertezza politica potrebbe portare a maggiori premi di rischio sui titoli di Stato, potenzialmente innescando preoccupazioni per la sostenibilità del debito in alcuni Paesi”.

La campana suona per i governi, con le loro politiche di bilancio, e per le istituzioni finanziarie. E fra i rischi politici non ci sono soltanto quelli dei governi nazionali, ma anche lo scenario geopolitico divenuto piuttosto imprevedibile. così come c’è da fare i conti con quanto accade negli Usa. DOve Janet Yellen, presidente uscente della Fed, nota una ripresa economica che si sta allargando, creando spazi per portare avanti il rialzo graduale dei tassi. Che non potrà non avere ripercussioni anche sull’Eurozona.

(di Domenico Conti/ANSA)

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Tensioni nel centrodestra, Salvini a Berlusconi: “Serve un chiarimento”

Pubblicato il 29 novembre 2017 da ansa

 

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

 


ROMA. – Giorgia Meloni è pronta a chiedere un incontro già la prossima settimana, Matteo Salvini rincara la dose mandando un nuovo avviso a Silvio Berlusconi con la richiesta di un “chiarimento”. In più a peggiorare la situazione nel precario equilibrio del centrodestra è la ‘tegola’ che piomba dalla Sicilia dove l’esclusione della Lega dalla giunta guidata da Nello Musumeci manda in soffitta il ‘modello’ che aveva portato alla vittoria delle elezioni e che rappresentava la base da cui partire in vista delle politiche.

Certo, i sondaggi continuano ad indicare come l’unica strada da seguire sia quella della coalizione (l’ultimo sondaggio Ixè per Radiouno attesta il centrodestra in testa con il 35,5%) e nessuno dei tre ‘capi’ sembra disponibile a rompere l’alleanza ma, complice anche la sfida interna per la leadership, ognuno cerca di guadagnare terreno per il proprio partito. Sicuramente è l’obiettivo di Matteo Salvini che da due giorni ha ripreso ad attaccare a ‘testa bassa’ il Cavaliere.

Il segretario della Lega che ha incassato anche il sostegno del Movimento nazionale di Alemanno e Storace per la corsa alla premiership, prosegue nel suo disegno di estendere il più possibile i confini del suo partito puntando sul meridione: “Salvini al 20% è la garanzia contro un governo tecnico o inciuci”, è ad esempio il ragionamento dell’ex sindaco di Roma. Ed è proprio in virtù del fatto di voler accreditare la Lega come traino di tutto il centrodestra che il segretario chiede al leader di Forza Italia un chiarimento su quella che sarà la linea del centrodestra in caso di vittoria.

Per il Carroccio è fondamentale mettere in chiaro alcuni punti come il rapporto con l’Europa che da sempre è fonte di tensione con Fi: “Se Berlusconi ha come punto di riferimento Angela Merkel è una cosa da chiarire. Non voglio andare al governo per fare la succursale di Berlino”, mette in chiaro il leader leghista. La proposta recapitata ad Arcore è di un programma in 10 punti e aggiunge, con una punta di ironia Salvini, “se a Berlusconi non va bene il notaio possiamo fare dal macellaio, dal benzinaio, insomma dove vuole lui”.

Se l’Europa fa discutere lo stesso vale per il ‘capitolo’ giustizia dopo la decisione presa dagli azzurri di astenersi sulla proposta di legge del Carroccio (e sostenuta anche dal Pd) di eliminare il rito abbreviato per reati come lo stupro e l’omicidio: “E’ incredibile. Era una proposta di legge intelligente ma Fi vota nel nome di un garantismo che non c’entra nulla, in questo caso. E’ grave”.

Ed ancora l’ex premier a finire sempre nel mirino del segretario della Lega che torna a puntare il dito sulla rosa di nomi avanzata dal Cavaliere come possibili candidati alla presidenza del Consiglio: “Io non lancio candidati a capocchia per avere tre titoli sui giornali – è l’accusa – Berlusconi ha già dato la composizione del governo, un dibattito surreale, lo invito a smettere”.

Il pensiero corre ancora al generale Gallitelli, l’ultimo candidato (in ordine cronologico) proposto dal leader di Fi: “E’ il quinto – osserva Salvini – Quando uno lancia un candidato ogni quarto d’ora non fa una operazione di concretezza e trasparenza”.

(Di Yasmin Inangiray/ANSA)

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M5S stringe sulle regole della campagna elettorale, verso la doppia candidatura

Pubblicato il 29 novembre 2017 da ansa

M5S stringe sulle regole della campagna elettorale.

 

 


ROMA. – Il voto si avvicina, la scioglimento delle Camere ancor di più: per il M5S è l’ora di stringere sulla campagna elettorale e sulle regole per le candidature. In un’assemblea congiunta solo il primo punto dovrebbe essere affrontato, ma anche sul secondo i vertici del Movimento sembrano a buon punto. Anche perché, rispetto al 2013, non ci saranno modifiche epocali: resteranno, è ormai la convinzione che serpeggia tra i 5 Stelle, la regola dei due mandati e il “No” alle pluricandidature e non dovrebbero essere previste eccezioni per gli attuali parlamentari.

Unica deroga al momento accreditata è quella, complice il Rosatellum, di potersi candidare all’uninominale e al listino collegato. “Non credo che cambieremo dei punti sui quali abbiamo fatto la nostra battaglia sul Rosatellum”, spiega un parlamentare motivando così l’impossibilità per un candidato di presentarsi in più listini proporzionali.

La novità, però, potrebbe essere quella di permettere che chi corre negli uninominali possa essere inserito anche nel listino collegato. E’ una deroga, si spiega, motivata dalla legge elettorale stessa visto che, candidando un parlamentare solo per l’uninominale si rischierebbe, seriamente, di perderlo. Non ci dovrebbero essere, invece, particolari trattamenti di favore per i “big” nelle primarie online.

A correre negli uninominali dovrebbe essere il capolista, ovvero chi, nelle parlamentarie organizzate in corrispondenza di ciascun collegio, prenderà più click. Nelle prossime settimane l’impianto avrà una sua ufficialità in un contesto nel quale, tra i parlamentari, si fa la conta di chi non ha intenzione di ricandidarsi.

La cifra più accreditata alla Camera è “25” e chissà se è un caso che, tra i deputati che potrebbero seguire la strada del “Dibba” prendendosi un periodo di pausa dal Palazzo, figurino diversi “ortodossi”. All’assemblea congiunta prevista in serata il nodo non dovrebbe emergere sebbene una certa urgenza, tra deputati e senatori, si avverta.

“Magari ne parlassimo”, ironizza, infatti un deputato. A parlare, però, sarà Luigi Di Maio sceso a Roma in mezzo ad una settimana tutta di stampo “meneghino”. E il candidato premier farà un aggiornamento su programma e campagna elettorale. Una campagna che avrà più volti. Al rally trimestrale di Di Maio si affiancherà – e, in alcuni casi, le due cose potrebbe coincidere – il tour del M5S sul programma, con i parlamentari, italiani e europei, divisi per luogo di provenienza e per settore di competenza.

Sarà, si sottolinea nel M5S, un tour che toccherà i luoghi “simbolo” di un’Italia che il M5S prometterà di cambiare da cima a fondo. Ma come farà il Movimento ad applicare il suo programma senza maggioranza alle Camere? “Ci sono delle priorità, in ciascun settore, che, su Rousseau, gli iscritti hanno votato. E saranno quelli i nostri punti intoccabili”, spiegano dal M5S.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Manovra: 60 milioni per tutelare chi assiste un familiare

Pubblicato il 27 novembre 2017 da ansa

Contributo per l’assistenza dei familiari più prossimi gravemente malati.

 


ROMA. – I fondi ci sono, la legge non ancora. Ma il riconoscimento dei ”caregiver”, le persone che assistono gratuitamente i propri familiari con handicap gravissimi, è cosa fatta e presto le risorse, ora stanziate in legge di Bilancio, potranno servire a garantire maggiori tutele a chi si trova ad accudire un familiare non più in grado di farlo da sè. Il testo è già depositato in commissione Lavoro al Senato ma le norme dovranno ora essere misurate con le risorse messe in campo, in totale 60 milioni equamente suddivisi sul triennio 2018-20. Il nodo sciolto non riguarda però le sole risorse.

La norma, fortemente voluta dalla senatrice Laura Bignami, del Movimento X, e che ha trovato il sostegno di oltre 130 senatori, ha messo a punto l’identikit di coloro che beneficeranno dei fondi. Il caregiver è “la persona che assiste e si prende cura del coniuge, di una delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto, di un familiare o di un affine entro il secondo grado, anche di un familiare entro il terzo grado, che a causa di malattia, infermità o disabilità, anche croniche o degenerative, non sia autosufficiente e in grado di prendersi cura di sé, sia riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata, o sia titolare di indennità di accompagnamento”.

Sarà però prima una legge e poi il decreto ministeriale attuativo del ministero del Lavoro, da emanare in tre mesi, a definire l’utilizzo di queste risorse. L’obiettivo è quello di favorire i caregiver viste le difficoltà che le assenze per la cura del familiari possono provocare al lavoro e per i contributi ai fini pensionistici. Il Ddl ipotizza allora di incentivare i datori di lavoro per la collocazione e la ricollocazione di persone impegnate nell’assistenza, prevedendo anche forme di telelavoro e smartworking.

Sui contributi l’ipotesi è quella di computare le ore destinate alla cura sia per alimentare una gestione separata, sia per integrare gli anni ai fini pensionistici. Non solo, le ipotesi in commissione prevedono anche ‘aiuti’ nel caso di malattia di chi presta assistenza, che quindi deve essere sostituito da un badante. Insomma molte misure che ora sono in rampa di lancio ma che, solo dopo l’ok parlamentare, potranno diventare realmente concrete.

(di Corrado Chiominto/ANSA)

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Tensione sulla manovra, pochi fondi e maggioranza sul filo

Pubblicato il 27 novembre 2017 da ansa

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, insieme ai Ministri Carlo Calenda e Gian Luca Galletti.

 

ROMA. – Tutto esaurito. Anche a cercare nelle pieghe del bilancio, le risorse a disposizione di governo e maggioranza per accogliere le numerose richieste accantonate nel corso di questi giorni sono sempre più ridotte, rallentando automaticamente i lavori di commissione e Aula: la manovra è infatti slittata di quasi due giorni e sarà all’esame dell’Assemblea a partire da mercoledì.

A complicare il quadro, il difficile equilibrio all’interno delle forze che sostengono l’Esecutivo. I numeri continuano a correre sul filo, anche in commissione, e dunque i partiti, da Ala a Campo progressista passando per Alternativa popolare e talvolta lo stesso Pd, hanno gioco facile nel chiedere e, in parte ottenere, che almeno le proposte ‘bandiera’ siano soddisfatte.

E così a due giorni dall’approdo in Aula, in Senato la maggioranza torna a fare i conti e a sperare che anche le opposizioni, in particolare Forza Italia, non alzino barricate. Sul fronte delle risorse, il rinvio al 2019 della web tax e la scelta di non toccare le tasse sul fumo hanno di fatto comportato la rinuncia a una dote finanziaria, seppure modesta, che avrebbe potuto contribuire a sbloccare qualche partita considerando anche l’impegno a lasciare margini di manovra, seppure ristretti, ai deputati che avranno la legge bilancio in seconda lettura.

Ragion per cui anche i capitoli su cui Palazzo Madama è riuscita a mettere mano sono tutti finanziati solo parzialmente: per il bonus bebè, voluto da Ap, arrivano 185 milioni il prossimo anno ma nel biennio successivo i soldi a disposizione sono la metà dei necessari; per il superticket, caldeggiato da Giuliano Pisapia, la cui abolizione come nota Mdp vale 600 milioni, ne vengono messi in campo 60, almeno per il momento; poi si vedrà. “La coperta è molto corta”, riconosce la stessa ministra della Salute Beatrice Lorenzin.

Infine, il caregiver, vale a dire l’assistenza dei familiari più prossimi gravemente malati è battaglia più trasversale delle altre: qui la novità è l’arrivo di un fondo ad hoc da 60 milioni l’anno per un triennio eppure anche fra i sostenitori della norma non si nascondono perplessità circa l’adeguatezza dello stanziamento.

Ma non sono solo i soldi a creare divisioni. Con un emendamento a firma di un senatore di Ap, Guido Viceconte, è infatti spuntata in Senato la tentazione di introdurre un pezzo della riforma della Giustizia civile via emendamento: l’obiettivo sarebbe quello di estendere il rito sommario a tutte le cause di competenza del giudice unico, che rappresentano la maggior parte delle controversie civili.

Una proposta che avrebbe incassato l’ok del Guardasigilli Andrea Orlando e che però non sarebbe condivisa del tutto all’interno del governo e sui cui, inoltre, si sono registrate le perplessità di magistrati e avvocati. L’esito è ancora incerto ma c’è chi scommette su un rinvio, che comporterebbe nei fatti cancellare le chance di una qualsivoglia approvazione della norma a causa della fine della Legislatura ormai prossima.

Nonostante i veti incrociati, i senatori sono comunque intanto riusciti ad approvare una manciata di norme oltre a quelle legate al welfare e alla famiglia. La commissione Bilancio ha infatti dato l’ok agli sconti per le librerie, registrando la soddisfazione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini; sì anche ad un cambio di passo per l’Autorità per l’energia (i cui componenti scendono a 3), che d’ora in poi sarà competente anche su un tema chiave come quello dei rifiuti.

Hanno poi incassato il via libera un paio di emendamenti ‘minori’, che qualcuno legge in chiave ‘elettoralistica’: si va dalla proposta a firma Ala che istituisce il “Registro nazionale degli agenti sportivi” al contributo, approvato all’unanimità, di 50 mila euro l’anno da destinare alla manutenzione del Cimitero monumentale delle vittime del Vajont. Un emendamento, poi, riguarda il Cnel: la riforma costituzionale voleva cancellarlo, ora la legge di bilancio autorizza i vertici al rimborso delle spese di viaggio, ma la copertura dovrà essere garantita dagli stessi fondi usati per la gestione di questo organo rimasto di rilevanza costituzionale.

(di Chiara Scalise/ANSA)

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Gallitelli, il generale che Berlusconi vuole candidare

Pubblicato il 27 novembre 2017 da ansa

 

Il generale Leonardo Gallitelli.

 


ROMA. – Il generale Leonardo Gallitelli, indicato da Silvio Berlusconi come un possibile candidato alla guida di un governo di centro destra, è stato comandante generale dell’Arma dei carabinieri fra il 2009 ed il 2015. Dopo aver lasciato l’incarico, è stato nominato responsabile dell’ufficio antidoping italiano il 15 settembre 2015; in quell’occasione il presidente del Coni, Giovanni Malagò, aveva sottolineato che la nomina era stata “condivisa e avallata dal presidente del consiglio, Matteo Renzi”.

Ma era stato comunque Silvio Berlusconi il primo ad ipotizzare un suo impegno in politica nell’ambito di un governo formato in prevalenza da persone della “società civile”, con il generale Gallitelli all’Interno, Mauro Moretti alle infrastrutture e l’astronauta Samantha Cristoforetti alla ricerca.

Più di recente, il nome di Gallitelli era stato fatto come possibile candidato alla guida del centro destra nelle prossime elezioni regionali nel Lazio, ma era stato lo stesso generale a smentire questa notizia lo scorso 14 gennaio. Gallitelli, sposato e padre di due figli, è nato a Taranto il 9 giugno 1948. Ha iniziato la carriera militare il 22 ottobre 1967, frequentando i corsi dell’Accademia Militare di Modena e della Scuola di Applicazione Carabinieri in Roma.

E’ stato comandante delle Compagnie di Viggiano, Aosta e Genova Portoria, poi al Nucleo investigativo di Torino con rilevanti impegni per il contrasto al terrorismo e ai sequestri di persona. Laureato in Giurisprudenza, ha superato con successo i corsi di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra, che abilitano all’esercizio delle più alte funzioni dirigenziali.

Dopo una esperienza nello Stato Maggiore del Comando generale, da ufficiale superiore e’ stato chiamato ad assolvere compiti di primario rilievo, avendo retto, in successione, il Comando provinciale di Torino, l’Ufficio operazioni del Comando generale dell’Arma e, dopo aver conseguito il grado di colonnello, il Comando provinciale di Roma per cinque anni.

Ha ricoperto l’incarico di capo del II Reparto del Comando generale, incarico di vertice e di massima responsabilità della struttura operativa dell’Arma, cui sono devoluti, fra l’altro, il coordinamento e la direzione dell’attività svolta dall’Arma nel contrasto a tutte le manifestazioni delinquenziali che interessano il Paese, anche nei loro risvolti internazionali.

Dal 2000 al 2002 è stato sottocapo di Stato Maggiore del Comando generale e, successivamente, comandante della Scuola Ufficiali dell’Arma. Dal 7 ottobre 2003 al 4 settembre 2006 è stato comandante della Regione Carabinieri Campania. Dal 5 settembre 2006 è stato capo di Stato Maggiore del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, per poi ricoprire l’incarico di comandante generale dal 2009 al 2015.

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Rosatellum alla prova della Consulta, i dubbi dei giuristi

Pubblicato il 26 novembre 2017 da ansa

Il tabellone della Camera con i sì e no al Rosatellum 2.

 

 


ROMA. – La campagna elettorale, di fatto, è già iniziata, ma sulla legge che dovrà regolare il voto pende ancora la spada di Damocle della Consulta, chiamata il 12 dicembre a pronunciarsi sul Rosatellum bis. Un passaggio che potrà essere da subito decisivo oppure riservare un secondo round, ma che fin d’ora apre molti interrogativi tra gli stessi giuristi.

A differenza di quanto accadde col Porcellum, inviato alla Corte dalla Cassazione, e con l’Italicum, che arrivò alla Consulta perché alcuni tribunali sollevarono dubbio di costituzionalità, questa volta sul Rosatellum i giudici sono chiamati a dirimere un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.

A proporlo, i capigruppo Cinquestelle contro la Camera di appartenenza, ritenendo lese le loro prerogative di parlamentari perché la norma è stata approvata con diversi voti di fiducia. A rappresentarli un pool di legali, tra cui Felice Besostri, già in campo contro Porcellum e Italicum.

Nella camera di consiglio fissata per le 16 del 12 dicembre, la Corte valuterà anche alcuni ricorsi sull’Italicum. Ma il piatto forte è ovviamente il Rosatellum. E trattandosi di un conflitto, non di una questione di costituzionalità, la Corte, prima di esaminare la norma, dovrà valutare se il ricorso ha tutte le carte in regola per essere ammissibile e se i ricorrenti si qualifichino come poteri dello Stato.

Se questo step non dovesse essere superato, la partita si chiuderà e il Rosatellum sarà salvo. Altrimenti, sarà fissata una data d’udienza per discutere i contenuti della legge.

In altri conflitti ad alta densità politica, la decisione sull’ammissibilità era scontata. Questa volta no e il tema fa discutere gli esperti. Se ne ha un ‘assaggio’ su Nomos, la rivista coordinata dal costituzionalista Fulco Lanchester, che on line pubblica le anticipazioni del prossimo numero e i contributi di numerosi giuristi e addetti ai lavori – gli stessi che il 5 dicembre ne discuteranno alla Sapienza in un incontro insieme ad Alfredo D’Attorre (Mdp), Lucio Malan (Fi), Ettore Rosato (Pd) e Danilo Toninelli (M5S).

Per Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale, la posta in gioco investe “l’esercizio della ‘sovranità popolare'” attraverso i suoi rappresentati e “la ferita inferta dalla legge elettorale alla sovranità del Popolo e alle attribuzioni del Corpo elettorale è di tale entità che non è possibile non dichiarare l’ammissibilità del ricorso”.

Di tutt’altro avviso il costituzionalista Stefano Ceccanti, che non solo sottolinea come il ricorso “riproponga argomenti già bocciati”, ma parla senza mezzi termini di “estroso tentativo di conflitto di attribuzioni”, ricordando come i regolamenti parlamentari non prevedono la legge elettorale tra le materie per cui è esclusa la fiducia.

Ma Giampiero Buonomo, consigliere del Senato, fa notare che “la maggioranza, su ben due leggi elettorali”, Italicum e Rosatellum, “è andata a testa bassa con ripetuti voti di fiducia” e proprio il conflitto tra poteri può essere lo strumento che “sanzioni non tanto e non solo il prodotto della forzatura, ma la forzatura in sé”.

Resta da chiedersi se imboccare questa strada non possa “in astratto comportare la legittimazione di uno o più parlamentari a sollevare conflitto per qualunque legge” e se questo non trasformi il conflitto da “strumento eccezionale” a “ordinario strumento di lotta politica”. E’ la domanda che si pone il costituzionalista Massimo Villone e se la porranno senz’altro anche i giudici della Corte.

(di Eva Bosco/ANSA)

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Ap, con Pd o soli? Sette giorni per decidere

Pubblicato il 24 novembre 2017 da ansa

Matteo Renzi e Angelino Alfano in un’immagine d’archivio. ANSA / ANGELO CARCONI

 

 

ROMA. – Sette giorni per decidere il proprio destino. Ap, al termine di una direzione fiume, chiude la porta al centrodestra, ma non apre ancora quella al Pd: un’ulteriore “istruttoria”, infatti, verificherà da qui a venerdì prossimo se esistono o meno le condizioni per allearsi con i Dem alle Politiche.

E’ Angelino Alfano a proporre “le esplorazioni supplementari”, consapevole del fatto che a diversi esponenti centristi l’idea di allearsi con il Pd continua a non piacere e tenendo aperto più di uno spiraglio all’ipotesi – che piace al coordinatore Maurizio Lupi – di correre da soli, alla guida di un’aggregazione di moderati. Ma la proposta di Alfano vede il netto “no” degli esponenti lombardi, che invece continuano a guardare a Silvio Berlusconi.

Decisivi saranno i nodi dello ius soli e del biotestamento. E l’apertura di Matteo Renzi su quest’ultimo provvedimento arriva come un fulmine a ciel sereno nella direzione centrista. “Questi sono temi identitari, diciamo no e non accetteremo la fiducia”, sbotta Lupi, mentre Alfano rimarca come, anche in caso di alleanza con il Pd, “Ap non voterà il candidato premier Dem ma il suo candidato”.

I 64 (su 88) delegati della Direzione Nazionale di Ap si riuniscono ad una settimana dalla nettissima chiusura – a Porta a Porta – di Berlusconi a un ritorno degli “ex”. E, quelle del leader FI, sono parole che pesano. “L’alleanza con il centrodestra non è un’opzione in campo. Sarebbe da coglioni allearsi con chi ci considera ininfluente”, sottolinea Lupi ribadendo a FI, ma anche ai suoi colleghi ,come AP “non è né morto, né scomparso. Gli ultimi sondaggi ci danno al 2,8%”.

Ed è con questa motivazione che Lupi vuole dare forza all’idea di una corsa elettorale in solitaria. Solo venerdì prossimo, comunque, si arriverà ad un verdetto. Al momento, all’interno di Ap permangono “sensibilità diverse”, come ammette lo stesso Alfano al termine della riunione. Piuttosto folto appare il gruppo che guarda al Pd e che, per usare un eufemismo, accoglierebbe con poco entusiasmo la corsa solitaria di Ap.

“Berlusconi sta con i populisti e da soli rischiamo di scomparire”, spiega Sergio Pizzolante, tra i più attivi – assieme a Fabrizio Cicchitto – nel tentativo di non smontare l’alleanza di governo alle Politiche. “Serve garantire al prossimo governo italiano di non essere populista”, sottolinea il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Ma dalla Direzione  emerge nettamente anche una minoranza interna, guidata da Roberto Formigoni, Raffaele Cattaneo e Gabriele Albertini, i tre “no” alla proposta di Alfano.

“Io resto, ma fra una settimana anche gli altri capiranno che l’alleanza con il Pd è impraticabile”, sottolinea Formigoni che puntava a un documento che dichiarasse chiuso il rapporto con i Dem. Documento poi superato dalla proposta di Alfano ma che, venerdì prossimo, potrebbe fare da base per chi, tra i centristi, con il Pd non ha alcuna intenzione di allearsi.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Renzi critica i nuovi collegi elettorali. Allarme FI, Pd tranquillizza

Pubblicato il 24 novembre 2017 da ansa

Regioni d’Italia

ROMA. – Il governo trasmette alle Camere il decreto legislativo con i nuovi collegi del Rosatellum 2.0 recependo senza modifiche il lavoro della Commissione tecnica. Ma si aprono subito le critiche a cominciare da quelle di Matteo Renzi, che ironizza sul fatto che il collegio della sua Rignano sia inserito nel collegio plurinominale di Livorno anziché di Firenze. La cosa allarma Forza Italia, tranquillizzata in serata dal Pd.

Martedì prossimo le Commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato inizieranno l’esame del decreto che dovrà concludersi con un parere entro il 9 dicembre. E si comincerà con una audizione dell’Istat su cui sono stati lanciati i primi strali per i confini dei collegi. La legge prevede 232 collegi uninominali alla Camera e 116 al Senato; per la parte proporzionale, in cui verranno eletti 386 deputati e 193 senatori la legge stabilisce di accorpare due-tre collegi uninominali per approntare i collegi plurinominali dove vengono eletti 5-6 deputati o senatori.

Per la Camera la legge invitava ad usare i vecchi collegi del Mattarellum del 1993 ma aggiornati al Censimento del 2011. E qui sono cominciati i problemi. Nella relazione di accompagnamento del decreto, il governo spiega di aver recepito senza modifiche le proposte redatte dalla Commissione tecnica di 10 esperti guidati dal presidente dell’Istat Alleva.

“Le soluzioni prescelte sono state valutate dal Governo e, pur avendo individuato in alcune di esse alcuni elementi che si prestano a valutazione diversa da quella effettuata dalla Commissione, ha ritenuto comunque di sottoporre all’esame parlamentare la determinazione dei collegi elettorali che discende dalla proposta della Commissione e su questa base è stato predisposto il presente decreto legislativo”.

Insomma il governo chiarisce che le criticità nascono in ambito tecnico e che lui è estraneo alle scelte. Ovviamente i cambiamenti demografici incidono sia perché alcune Regioni perdono deputati o senatori (per esempio Basilicata, Sardegna o Sicilia occidentale) mentre altre ne guadagnano (es. due in più alla Lombardia), sia perché in 20 anni è mutato il numero di abitati delle diversi città e quindi dei rispettivi collegi. Ma gli elementi più problematici emergono nei collegi plurinominali, quelli per la parte proporzionale, nati dall’accorpamento di due o tre collegi uninominali.

Se ne è fatto portavoce Renzi, che ha ironicamente definito “meraviglioso” l’accorpamento del collegio uninominale della sua Rignano a quello di Livorno anziché a Firenze: “se mi candido a Rignano – ha detto – sono capolista a Livorno”. Ma lo stesso governo, nella sua relazione, indica vari altri esempi in particolare in Toscana, Umbria, Marche e nel Lazio i collegi di Civitavecchia e Viterbo.

Il tutto mette in allarme Fi, visto che si parla di “regioni rosse”. Di qui il monito di Renato Brunetta a non attivare un “mercato delle vacche” per favorire i partiti di maggioranza e ad attestarsi al lavoro della Commissione tecnica. In serata il capogruppo Dem Ettore Rosato tranquillizza Forza Italia: da Renzi solo una “battuta”, ma il Pd “lavorerà sui collegi con gli altri partiti, a cominciare da quelli con cui ha approvato la legge elettorale”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Renzi lancia Leopolda di “lotta”. E spinge intesa Ap-Cp

Pubblicato il 24 novembre 2017 da ansa

Il segretario del Partito democratico Matteo Renzi con Bruno Vespa durante la trasmissione Rai “Porta a Porta” ANSA/ ETTORE FERRARI

 


FIRENZE. – Matteo Renzi sfoglia l’ultimo sondaggio Swg che dà il Pd in lieve calo ma il potenziale centrosinistra, ancora tutto da costruire, al 32% contro il 33,9% del centrodestra. Ma perchè il centrosinistra sia competitivo, Renzi, che quest’anno torna alla Leopolda da uomo libero dai lacci da premier, sa che deve fare di tutto per portare nell’alleanza sia Pisapia sia Ap. E se ai centristi promette il bonus bebè, a Campo Progressista dà garanzie sul superamento del superticket ma soprattutto sostiene che ci siano i numeri per approvare il biotestamento e non si scandalizza all’idea della fiducia nonostante sia un tema etico.

L8, che sta per “lotto”, e “incontro” sono i due marchi dell’ottava edizione della kermesse renziana, che, chiarisce il leader dem è “un’altra cosa” rispetto al Pd. Due slogan che l’ex premier è convinto di riuscire a conciliare senza creare problemi al governo e portando “100 proposte” in dote al Pd alla vigilia della campagna elettorale.

I pasdaran renziani, come scrive Giuliano Da Empoli su Democratica, vorrebbero che dalla Leopolda uscisse “un’agenda radicale capace di rompere gli schemi”, di archiviare successi e sconfitte passate – nell’edizione passata non c’era ancora stata la batosta al referendum – e di guardare al futuro.

Renzi usa toni meno bellicosi, promette che dall’incontro con le tante persone avute nell’ultimo anno usciranno spunti per il programma, dall’ambiente al sociale. Ma soprattutto l’obiettivo dell’ex premier è lasciare fuori dalla stazione fiorentina il dibattito sulle alleanze che a suo avviso nelle ultime due settimane ha penalizzato il Pd nei sondaggi.

E resteranno fuori dalla stazione sia i padri nobili, da Walter Veltroni a Romano Prodi, sia i potenziali alleati come Pisapia e Alfano. Il Professore, oggi a Firenze, finge prima di non sapere della kermesse poi aggiunge: “Non vedo perché mi dovessero invitare: è una roba da giovani, m’han detto…”.

Anche se non sul palco, però, il lavoro per stringere l’intesa sul centrosinistra è alle battute finali, Renzi ha fretta di chiudere e cominciare la campagna elettorale. Campo Progressista ieri ha chiarito di volere subito segnali concreti, come la calendarizzazione dello ius soli e del biotestamento. Il leader dem oggi sul treno, che da Roma lo porta alla Leopolda, sorvola sulla cittadinanza ma rilancia sul biotestamento: “I numeri ci sono”, dice con certezza spiegando di non essere contrario al voto di fiducia che poi, con una mole di 3mila emendamenti, sarebbe l’unico modo per approvare la legge.

Un’apertura che fa alzare il muro da Ap, ancora al bivio se andare sola o con il Pd. Ma anche sulla manovra il leader sostiene che “le esigenze degli alleati hanno la priorità” e il capogruppo Rosato, con lui sul treno, fa capire che alcune misure se non passeranno al Senato potranno entrare nella legge di bilancio a Montecitorio.

Insomma il Pd punta ad allargare il più possibile l’alleanza per essere competitivo. Ed evitare lo scenario peggiore: quello che non veda il centrosinistra neanche in partita. Il gioco della torre tra Berlusconi e Di Maio “è una panzana epica”, mostra i muscoli Renzi.

Certo la reunion con gli ex dem di Mdp è ormai data per persa da tutti. Massimo D’Alema stronca “un negoziato surreale” e guarda a Pietro Grasso, il presidente del Senato che ancora non scioglie la riserva sulla scelta di fare il leader della sinistra ma, a quanto si apprende, non è intenzionato a mollare. “L’hanno scorso alla Leopolda ci gridavano ‘fuori, fuori’, oggi che gridano ‘dentro,dentro’?”, è la battuta di Pier Luigi Bersani che dà il senso dell’addio.

(Dell’inviata Cristina Ferrulli/ANSA)

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Arriva ReI, fino a 485 euro per 490.000 famiglie

Pubblicato il 23 novembre 2017 da ansa

Arriva ReI, fino a 485 euro per 490.000 famiglie

 


ROMA. – Scatta il primo dicembre la corsa alla presentazione delle domande per ottenere il ReI, la nuova misura permanente di contrasto alla povertà: lo strumento che potrà interessare in prima battuta poco meno di 500.000 famiglie per circa 1,8 milioni di persone avrà un tetto di 485 euro al mese nel caso di famiglia in difficoltà con almeno cinque componenti. L’Inps ha pubblicato una circolare per chiarire i requisiti necessari e le modalità di presentazione della domanda.

Le prime carte Rei potranno essere riconosciute a partire dal 2018. Ecco in sintesi a chi spetta il beneficio che sarà affiancato però di un progetto personalizzato per l’uscita dallo stato di bisogno e le modalità di erogazione del sussidio: La misura prevista dal decreto legislativo che riordina le prestazioni di natura assistenziale sostituisce il Sia (sostegno per l’inclusione attiva) e l’Asdi (l’assegno sociale di disoccupazione erogato dopo la Naspi).

COSA PREVEDE: Il Rei è un beneficio economico condizionato alla prova dei mezzi e all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa. Viene riconosciuto ai nuclei familiari che hanno un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro. Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la percezione della Naspi o di altri ammortizzatori sociali per la disoccupazione involontaria.

REQUISITI: Per avere accesso al Rei bisogna essere cittadino comunitario o extracomunitario con permesso di lungo soggiorno ma è necessario anche risiedere in via continuativa in Italia da almeno due anni al momento di presentazione della domanda. In sede di prima applicazione si partirà dalle famiglie che hanno almeno un minore, o una donna in stato di gravidanza accertata (ma il Rei potrà in questo caso essere chiesto non prima di quattro mesi dalla data di parto presunta),o disabili o persone over 55 disoccupate.

TETTO MASSIMO A 490 EURO A NUCLEO: Il beneficio può arrivare al massimo a 187,5 euro per una persona sola fino a 485 euro per un nucleo di 5 o più persone. Il reddito viene erogato per 12 mensilità e può durare al massimo 18 mesi. Sarà necessario che trascorrano almeno 6 mesi dall’ultima erogazione prima di poterlo richiedere di nuovo (per un massimo di altri 12 mesi). Il tetto è legato a quello dell’assegno sociale per gli over 65 senza reddito.

493.000 FAMIGLIE COINVOLTE: In prima battuta le famiglie coinvolte saranno quasi 500.000 per circa 1,8 milioni di persone complessive. Dal primo luglio la misura diventa universale e, togliendo i paletti su minori, disabili e over 55 si dovrebbero raggiungere circa 700.000 nuclei per oltre 2,3 milioni di persone. Per questa misura nell’anno sono stati stanziati nella legge di Bilancio all’esame del Parlamento due miliardi.

PROGETTO PERSONALIZZATO PER USCIRE DALLA POVERTA’: Oltre alla componente economica il ReI si concentrerà sull’occupabilità della persona che lo chiede, guardando alla sua situazione complessiva e dando vita a un “progetto personalizzato” volto al superamento della condizione di povertà. Il beneficio economico verrà decurtato o sospeso nel caso i componenti della famiglia sostenuta non si presentino alle convocazioni.

BENEFICIO EROGATO CON CARTA PREPAGATA: Il nucleo che avrà diritto al beneficio avrà una Carta di pagamento elettronica (Carta Rei), simile a una prepagata. La Carta potrà essere usata, per metà dell’importo, anche per fare prelievi di contanti. Finora invece l’uso è stato vincolato sempre ad acquisti nei supermercati, negli uffici postali e in farmacia.

DAL PRIMO DICEMBRE DOMANDE: Le domande potranno essere presentate dal primo dicembre ai comuni o altri punti di accesso identificati dai comuni stessi. I comuni invieranno le informazioni all’Inps entro 15 giorni. L’Istituto una volta controllati i requisiti potrà riconoscere il diritto previo però la firma del progetto personalizzato.

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Election day divide il centrodestra. Salvini invoca notaio antinciucio

Pubblicato il 23 novembre 2017 da ansa

Nella foto Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini

 

 

ROMA. – A parole tutti e tre i leader del centrodestra sono contrari alle larghe intese ma, di fronte al rischio che il responso delle urne non indichi un vincitore netto aprendo di fatto all’ipotesi di nuove alleanze, Matteo Salvini, che boccia l’election day sostenuto dal Cav, chiede ai suoi alleati, e soprattutto a Silvio Berlusconi, che l’accordo preso a parole venga messo nero su bianco da un notaio.

Una sorta di patto ‘anti inciucio’ che preveda anche liste pulite:”chiederemo l’impegno formale a chiunque venga eletto nelle liste del centrodestra di non appoggiare mai un governo con il Pd o con il centrosinistra, per evitare scherzi il giorno dopo il voto”.

Pronta a sottoscrive l’accordo è Giorgia Meloni che però rivendica la proposta ricordando che la propone da tre mesi insieme ai criteri per la scelta del leader.

Il Cavaliere, rientrato a Milano per fare il punto con i suoi avvocati reduci dalla trasferta a Strasburgo per l’udienza sul suo ricorso contro la legge Severino, preferisce non replicare direttamente al leader della Lega, lasciando che a mobilitarsi siano i dirigenti del partito che invitano sia Salvini che Meloni a “stare tranquilli” perchè all’orizzonte non c’è nessun accordo con la sinistra.

Prima di pensare al post elezioni, il centrodestra si trova a dover discutere anche i tempi in cui andare a votare. Il leader di Forza Italia non intende modificare i suoi piani in attesa della sentenza della corte dei diritti dell’uomo e l’idea di ‘candidarsi con riserva’ appare abbastanza complicata poi nell’applicazione.

Se infatti le elezioni si terranno a scadenza naturale della legislatura il Cavaliere non avrebbe chance visto che per la riabilitazione il tribunale per decidere ha a disposizione 90 giorni di tempo. Ecco perchè Forza Italia insiste nel chiedere che le elezioni si tengano a maggio, in un election day con le regioni ed i comuni chiamati al voto. Più tempo c’è a disposizione e maggiori speranze ci sono di poter avere il Cavaliere in prima linea a tutti gli effetti.

Votare a maggio però non rientra nei piani della Lega e di Fratelli d’Italia. Sia Meloni che Salvini non accettano che si vada oltre la scadenza naturale: “Gli italiani non hanno più pazienza”, osserva la leader di Fdi. L’auspicio dei due alleati del Cavaliere è che la sentenza di Strasburgo arrivi prima delle urne, anzi per la presidente di Fratelli d’Italia dovrebbe essere “il governo italiano a chiedere che la corte dei diritti dell’uomo si pronunci prima della scadenza della legislatura”.

Il segretario del Carroccio si prepara alla sfida per la leadership, così come Meloni che si prepara per congresso nazionale del partito. In Forza Italia invece c’è chi guarda con attenzione al calendario non scartando l’ipotesi, nel caso non si riuscisse a formare un governo in primavera, di tornare alle urne già a giugno con Berlusconi di nuovo candidabile.

(di Yasmin Inangiray/ANSA)

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Sospesa l’intesa tra Pd e Cp. Renzi: “Errore parlare di alleanze”

Pubblicato il 23 novembre 2017 da ansa

ROMA. – Ha fatto arrabbiare tutti, da Giuliano Pisapia a Gianni Cuperlo, l’insofferenza di Matteo Renzi per un dibattito protratto e mediatico sulle alleanze con effetti negativi sui sondaggi. Ma il leader dem non cambia idea e non vede l’ora di girare pagina e buttarsi da domani, alla Leopolda, nella campagna elettorale a modo suo.

Ma la “tela” delle alleanze è tutt’altro che conclusa: il nuovo incontro di oggi tra il Pd e Campo Progressista non è stato risolutivo, il movimento di Pisapia apprezza gli intenti programmatici ma chiede un segnale qui e ora: la calendarizzazione martedì dello ius soli e del biotestamento, ipotesi che però dalle parti del Senato vedono difficile. In realtà la voglia di mollare gli ormeggi e di avviare la lunga corsa al voto non è solo di Matteo Renzi.

Anche la sinistra, che il 3 dicembre unirà insieme Mdp, Si e Possibile, morde il freno e prepara la partecipazione alla piazza della Cgil contro il mancato accordo con il governo sulle pensioni. Se è certo che sfileranno Pier Luigi Bersani come Roberto Speranza, non si sa se ci sarà Giuliano Pisapia mentre manifesteranno molti dei suoi ma “a titolo personale”, precisa Bruno Tabacci che non sarà alla manifestazione.

Non apprezza il cappello della sinistra sullo sciopero Renzi: “Non è uno sciopero politico, la Cgil è un’organizzazione che merita rispetto e mi dispiace quando i sindacati si dividono”. Ad influire sulla scelta di Cp sarà certo l’esito del confronto tra il movimento dell’ex sindaco di Milano e il Pd: nel nuovo incontro con Piero Fassino e Maurizio Martina, i dem hanno offerto grande disponibilità a ragionare nel programma sia a integrazioni al jobs act sia a interventi nella manovra sul superticket.

Ma, avverte Ciccio Ferrara, “non basta: per poter proseguire il confronto servono fatti politici concreti”, che vuol dire incardinare nella capigruppo lo ius soli e il biotestamento. Ma, spiegano fonti dem in Senato, è difficile che martedì sia concluso l’esame della manovra e quindi si faccia la capigruppo più probabile giovedì. E poi, al di là dei tempi, il tema vero è che il governo deve stabilire quali riforme portare a termine entro fine anno e forse lasciare lo ius soli per ultimo per non mettere a rischio il governo che, in mancanza dei numeri, sarebbe sfiduciato.

L’altro punto che è rimasto in stand by tra il Pd e Cp è la figura del garante della coalizione. Campo Progressista vorrebbe che invece di Renzi fossero figure come Prodi a rappresentare il centrosinistra. Ma Fassino e Martina, a quanto si apprende, hanno glissato sul tema dando l’impressione di non poter prendere impegni.

“Ho lasciato la tela a Fassino – spiega l’ex premier sostenendo il suo fastidio per l’immagine dell’uomo solo al comando – e penso che bisogna fare di tutto per tenere le porte aperte ma dobbiamo rispondere anche a 2 milioni di persone che sono comproprietarie di questa straordinaria esperienza della sinistra italiana”. Come a dire che si può parlare di tutto ma non si può stravolgere l’esito delle primarie che lo hanno rieletto segretario del Pd. Il segretario dem ammette che non sa come finirà ma è comunque ottimista: “La nostra coalizione andrà sopra il 30 e vicini al 40%, mai mettere limiti alla provvidenza”.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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Berlusconi va oltre Strasburgo: “Io centrale anche dopo il voto”

Pubblicato il 22 novembre 2017 da ansa

 

Silvio Berlusconi alla cerimonia in onore di Helmut Kohl. EPA/MATHIEU CUGNOT

 


ROMA. – La convinzione è che la corte di Strasburgo non possa che accettare il suo ricorso. Ma Silvio Berlusconi, ancora a Merano per proseguire la “remise in forme” (ma per tutto il giorno in contatto con i suoi avvocati), non si sbilancia e preferisce quasi affidarsi al fato: comunque dovesse andare io non ho intenzione di farmi da parte né in campagna elettorale e nemmeno dopo le elezioni.

Già perchè il pensiero del leader di Fi e dei suoi dirigenti va sì a Strasburgo ma non avendo certezza sui tempi del verdetto (anzi gli stessi avvocati del Cavaliere si dicono convinti che non saranno brevissimi) la strategia da mettere in campo è quella di depotenziare l’attesa ed evitare che la ‘scure’ della sentenza possa condizionare una campagna elettorale che Berlusconi ha deciso di iniziare in anticipo rispetto al solito e cioè quando concentrava nell’ultimo mese la presenza sulla scena mediatica.

Domenica infatti l’ex premier sarà da Fazio in tv e chiuderà la kermesse organizzata da Maria Stella Gelmini. Una sorta di sfida a distanza con Renzi impegnato nell’ultima giornata della Leopolda. E un ruolo da protagonista il capo di Forza Italia ha intenzione di giocarlo anche dopo le elezioni sia nel caso di vittoria ma soprattutto, se si dovesse paventare il rischio di un “non vincitore” e quindi si aprisse la strada a nuovi scenari: Candidabile o meno – osservano diversi azzurri – è sempre Berlusconi a dare le carte. Certo una sentenza favorevole gli consentirebbe di poter giocare la partita a tutti gli effetti anche rispetto agli alleati della coalizione, Lega in primis.

E’ l’auspicio d’altronde di tutta Forza Italia che all’unisono ha invocato “giustizia” per il Cavaliere e la possibilità che torni candidabile. Una speranza ma anche “un bene per la democrazia”, come dice il presidente dei senatori azzurri che invita “il governo, il Paese, le Istituzioni, a tener conto di quello che puo’ accadere in una partita molto difficile, che forse per la prima volta potrebbe generare un non vincitore”.

Per Fi sarebbe ottimale che lo scioglimento delle Camere avvenisse il più tardi possibile non solo per sperare che da Strasburgo possano arrivare della buone notizie ma anche perchè l’obiettivo resta sempre quello dell’election day. Un modo – viene spiegato – per evitare che a distanza di poco tempo si debba andare troppe volte alle urne e che questo favorisca l’astensione.

(Di Yasmin Inangiray/ANSA)

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Mafia, cinque Comuni sciolti in Calabria: gravi condizionamenti

Pubblicato il 22 novembre 2017 da ansa

Il fermo immagine tratto dal Tg1 mostra una veduta dall’alto del campo nomadi di Lamezia Terme.
ANSA/FERMO IMMAGINE TG1

 

 


CATANZARO. – Gravi condizionamenti da parte della criminalità organizzata, con pesanti riflessi sull’attività degli enti: é la motivazione alla base del provvedimento col quale il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha sciolto ben cinque Comuni calabresi: Lamezia Terme, Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Jonica e Petronà.

Una “ecatombe” che conferma la pesante influenza che la ‘ndrangheta esercita in molti Comuni calabresi per condizionarne l’attività ed accaparrarsi appalti e commesse. La proposta del ministro Minniti é stata fatta sulla base delle relazioni redatte delle Commissioni d’accesso nominate dai Prefetti delle tre province in cui ricadono i Comuni sciolti, Catanzaro (Lamezia e Petronà), Cosenza (Cassano allo Jonio), Crotone (Isola Capo Rizzuto) e Reggio Calabria (Marina di Gioiosa Jonica).

Il lavoro delle Commissioni si era concluso nelle settimane scorse con la proposta di scioglimento rivolta ai Prefetti, che l’avevano poi trasmessa al Ministro dell’Interno. Il Comune più importante tra quelli sciolti é quello di Lamezia Terme, che con i suoi oltre 70 mila abitanti é la terza città per popolazione della Calabria dopo Reggio e Catanzaro.

Per Lamezia, tra l’altro, é il terzo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose dopo quelli del 1991 e del 2002. L’accesso antimafia nel Comune di Lamezia che ha portato allo scioglimento deciso stasera era stato disposto dal prefetto di Catanzaro, Luisa Latella, su delega del Ministro dell’Interno, Marco Minniti, il 9 giugno scorso.

La decisione seguì solo di pochi giorni un’operazione contro la ‘ndrangheta, denominata “Crisalide”, condotta dai carabinieri e coordinata dalla Dda di Catanzaro contro la cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri, che portò a decine di arresti. Nell’inchiesta vennero indagati in stato di libertà, tra gli altri, il vicepresidente del Consiglio comunale, Giuseppe Paladino, poi dimessosi dalla carica, e Pasqualino Ruberto.

Quest’ultimo, che fu candidato a sindaco in occasione delle amministrative del 2015, era stato sospeso dalla carica di consigliere comunale dal Prefetto di Catanzaro dopo essere stato arrestato nel febbraio scorso in un’altra operazione della Dda , denominata “Robin Hood”, riguardante il presunto utilizzo illecito dei fondi comunitari destinati alle famiglie bisognose.

Fondi che, in realtà, sarebbero stati utilizzati, secondo l’accusa, per altri scopi, anche col contributo di presunti affiliati a cosche di ‘ndrangheta lametine. La Giunta comunale che é decaduta in seguito allo scioglimento deciso oggi era guidata da Paolo Mascaro, alla guida di una coalizione di centrodestra.

Anche per il Comune di Isola Capo Rizzuto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non rappresenta un fatto nuovo. Un analogo provvedimento, infatti, era stato adottato nel 2003. A Cassano allo Jonio, appena lunedì scorso, era stata consegnata al sindaco, Gianni Papasso, del centrosinistra, una villa confiscata nel 2010 ad un presunto boss della ‘ndrangheta, Vincenzo Forastefano. L’intenzione del sindaco era di realizzare nella villa un centro ‘Dopo di noi’, una struttura cioé in cui accogliere i ragazzi portatori di handicap che restano soli dopo la morte dei genitori.

(di Ezio De Domenico/ANSA)

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Dalla Leopolda Renzi apre la corsa al voto, largo a giovani

Pubblicato il 22 novembre 2017 da ansa

Maria Elena Boschi e Matteo Renzi.

 

 

FIRENZE.- ‘Tutti protagonisti, non spettatori’. E’ uno degli slogan usati da Matteo Renzi per lanciare la Leopolda, ‘L8-In/Contro’, la tradizionale kermesse renziana da venerdì 24 a domenica a Firenze. Il segretario del Pd quest’anno ha le mani più libere rispetto alle edizioni in cui era presidente del Consiglio ed infatti presenta la Leopolda come “poco governativa e molto vecchio stile”. E la manifestazione sarà l’occasione per dare di fatto il via alla campagna elettorale per le politiche.

Venerdì sera Renzi salirà sul palco, dove i suoi lo spingono ad essere l’unico protagonista fino a domenica. Accanto avrà un gruppo di ventenni che rappresentano la voglia di andare “avanti” perchè, ha ribadito due giorni fa, “questo è il tempo di chi ha voglia di mettersi in gioco, non dei rinunciatari”.

“L’invito a chi verrà a Firenze è raccontarci per cosa ciascuno di voi vuole lottare. L8, Leopolda 8, si presta al gioco di parole. L8 per…”, ha scritto oggi nell’e.news. Quanti saranno i giovani, e meno giovani, che vogliono ancora stare al suo fianco sarà possibile capirlo solo dopo la chiusura della manifestazione: lo scorso anno, nei tre giorni, circa 26 mila persone varcarono i cancelli della Leopolda non senza essersi sottoposti a lunghe code nonostante la pre-registrazione.

Di certo non faciliterà i movimenti di chi vuol raggiungere la zona di Porta al Prato la maratona in programma a Firenze proprio domenica mattina per le strade della città. Inutile cercare grandi anticipazioni sulla kermesse che partirà, come sempre, con un aperitivo intorno alle 19 di venerdì. Dietro le quinte torna, quasi con il ruolo di regista, Maria Elena Boschi. Via Simona Ercolani che aveva preparato l’edizione scorsa.

Almeno fino a ora (Renzi potrebbe uscire nei prossimi giorni con una e-news interamente dedicata all’appuntamento) nessuna notizia neppure sul palco. Così come sui moderatori dei ‘tavoli’, previsti in due sezioni sabato mattina: ci saranno i ministri del governo di Paolo Gentiloni, qualche deputato e esperti delle diverse materie proposte ma saranno resi noti all’ultimo minuto.

Di certo si sa, invece, che non sarà presente il presidente del Consiglio Gentiloni: è in partenza per l’Africa venerdì. Inviti non ne vengono fatti, ha ricordato due giorni fa Maria Elena Boschi. “Noi invitiamo tutti: non ci sono inviti ufficiali, formali, come sapete la Leopolda è luogo di confronto”, ha detto. Da escludere, però, che arrivino esponenti di Mdp mentre qualcuno tra i nomi dei possibili big presenti fa quello di Giuliano Pisapia. Renzi lo dice da tempo: quest’anno la Leopolda sarà un’occasione di confronto, non di scontro.

Il nuovo centrosinistra che con Piero Fassino sta cercando di mettere insieme in vista delle prossime elezioni potrebbe ripartire proprio dall’ex stazione che Leopoldo II fece costruire a Firenze tra il 1841 e il 1848. Doveva collegare il capoluogo al porto di Livorno: ora l’obiettivo è far discutere e collegare persone comuni ma anche partiti e movimenti che in altri luoghi per ora non riescono neppure a parlarsi senza litigare.

(di Domenico Mugnaini/ANSA)

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Renzi da Macron, sponda Parigi per battere i populismi

Pubblicato il 21 novembre 2017 da ansa

Renzi da Macron

 

 


PARIGI. – “E’ andata molto bene”: è un Matteo Renzi sorridente quello che lascia l’Eliseo nel grigio mattino di Parigi, oltre un’ora dopo essere stato accolto dal presidente Emmanuel Macron. Con la Germania in impasse e l’Italia in prospettiva elettorale, la Francia di Macron vuole più che mai sentirsi al centro del progetto europeo. Lotta ai populismi e riforma dell’Unione europea sono stati i temi sui quali Renzi e Macron hanno espresso assoluta convergenza.

Renzi era accompagnato dal sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, che di una svolta europea è assertore convinto: “rifondare l’Unione europea partendo dall’Europa della cultura e dalla riforma delle zona euro”, questo l’obiettivo sul quale Renzi e Macron si sono detti d’accordo. E in particolare sulla proposta, che era stata di Renzi e che Macron ha fatto sua nel discorso sull’Europa alla Sorbona, di presentare liste transnazionali alle elezioni Ue”.

“Si tratta di una riforma dell’Europa senza tabù – ha spiegato Gozi all’ANSA – c’è una convergenza totale fra noi sulla necessità di cambiare l’Europa per salvarla. Essere europeisti non vuol dire accettare status quo europeo ma cambiare profondamente l’Europa. Macron parla di ‘rifondazione’, noi diciamo ‘cambiamento profondo'”.

In concreto, sarà Gozi a continuare il dialogo fin dai giorni prossimi con il nuovo leader de La Republique en Marche, Christophe Castaner. Renzi, che ha condiviso con Macron “la preoccupazione per la situazione di incertezza in Germania”, ha convenuto che proprio il presidente francese “rappresenta oggi il punto di riferimento europeo”.

“Non c’è tempo da perdere” è stata una frase pienamente condivisa dai partecipanti all’incontro dell’Eliseo. Non soltanto per la riforma Ue, ma anche per “battere i populismi”, per dare battaglia “al lepenismo e ai suoi alleati, anche italiani, come Salvini”.

“In Italia abbiamo due populismi – ha spiegato Gozi – uno antieuro e xenofobo rappresentato da Salvini, e uno antieuropeo, incompetente e improvvisato di Di Maio e dei suoi congiuntivi. Noi – ha continuato – siamo l’unica grande forza politica che si impegna per riformare l’Italia e confermare la nostra scelta europea. Che non è quella dei nostri predecessori, lo status quo di Monti e di Letta, ma è quella di cambiare l’Europa”.

Nella sostanza, uno scambio di vedute “più che cordiale”, come è stato riferito, con la conferma di forti punti di contatto, che erano già emersi in passato. Macron non perde occasione di sottolineare di aver copiato proprio da Renzi la proposta del bonus cultura per i giovani, così come forti sono apparse le analogie fra il jobs act italiano e la riforma del codice del lavoro francese.

“La volontà del presidente Macron e di Matteo Renzi – ha detto una fonte al termine dell’incontro – è quella di andare avanti con il programma sull’Europa che in gran parte è condiviso e coincide. Tanto che molte proposte di Parigi oggi facevano parte delle priorità del semestre italiano di presidenza Ue nel 2014”.

Per quanto riguarda le voci di una richiesta di uscita dal Pse da parte di Marcon, Renzi risponde così durane la registrazione di Porta a Porta: “Veramente no, abbiamo però parlato di altro. Come la card dei diciottenni per cui in Italia molti mi hanno preso in giro e che Macron ha copiato. O tante misure come il servizio civile europeo, il lavoro sull’educazione e la ricerca. Su questi temi si gioca un pezzo di Europa interessante. Abbiamo parlato di questo, non di alchimie politiche. Per evitare che si finisca con le monetine…”.

E comunque sia non c’è nessuna volontà del Pd di uscire dal gruppo socialista. Da Renzi infine il riconoscimento del ruolo forte di Macron in Europa: “è un personaggio oggi particolarmente importante, è il presidente della Francia e il leader più importante che c’è in Europa in questa fase, più della Merkel che si trova in una situazione di impasse”.

(di Tullio Giannotti/ANSA)

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Lazio: mossa anti Pirozzi, “lista sindaci” per Zingaretti

Pubblicato il 21 novembre 2017 da ansa

 

Il presidente della Regione Lazio, Zingaretti

 

ROMA. – Oltre duecento sindaci del Lazio su 378 hanno messo faccia e firma a sostegno della ricandidatura di Nicola Zingaretti alla presidenza della Regione Lazio: “E’ l’unico leader possibile per un Lazio ancora più forte e competitivo – scrivono in un appello pubblicato su internet – In anni drammatici la Regione ha tenuto, e lui è stato un buon presidente”.

Un endorsement, quello per il governatore Pd, che non nasce dal nulla – solo poche settimane fa l’annuncio che in caso di rielezione i piccoli centri avranno un assessore ad hoc – e che conferma, se ancora c’erano dubbi, una tendenza di questa campagna elettorale in cui ogni singolo voto peserà parecchio: la strada per via Cristoforo Colombo passa (anche) per i mille ‘campanili’ del Lazio, lì dove il consenso si fa capillare e spesso il Comune è l’unico interlocutore del cittadino e dei suoi bisogni.

La rivale pentastellata Roberta Lombardi ha annunciato dal primo giorno, non a caso, di voler ripartire “dalle province e dai borghi”, e sindaco in prima persona è l’altro competitor di Zingaretti già in campo, il primo cittadino di Amatrice Sergio Pirozzi. Nella sua ‘lista dello Scarpone’, annunciava giorni fa, ci saranno anche diversi primi cittadini, i cui nomi però non sono ancora stati ufficialmente presentati.

Sul sito dove è stato pubblicato l’appello pro-Zingaretti, invece, l’elenco delle 203 ‘fasce tricolori’ è esplicito: da Acquapendente a Zagarolo, dalla piccolissima Saracinesco fino a un capoluogo come Viterbo, i primi cittadini hanno messo la firma a sostegno del ‘bis’ del presidente della Regione.

E l’elenco potrebbe crescere ancora. Anche se, al momento, non si può parlare di una ‘lista dei sindaci’, certo è, ha spiegato il governatore, che ci sarà “un loro protagonismo nelle liste civiche: li incontrerò per scrivere insieme il programma, in 5 appuntamenti nelle province. E’ una alleanza nuova, fuori da ogni schema, che sta nascendo per difendere la nostra comunità”.

Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Francesco Storace, primo sponsor del sindaco di Amatrice, però, “Zingaretti è terrorizzato da Pirozzi, che già ha iniziato a dettare l’agenda delle Regionali. Un annuncio bluff: almeno una decina di sindaci non ne sapevano nulla. Pirozzi ne ha già tanti con sé”.

(di Gabriele Santoro/ANSA)

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Berlusconi avvisa: “Sarò comunque in campo. M5s è il nemico”

Pubblicato il 21 novembre 2017 da ansa

Silvio Berlusconi

 

 


ROMA. – A meno di ventiquattro ore dalla riunione della corte di Strasburgo che dovrà decidere se alle prossime elezioni sarà candidato o meno, Silvio Berlusconi non lascia trasparire l’emozione, anzi, tenta in ogni modo di smorzare l’attesa. A Merano dove è arrivato in mattinata e dove rimarrà fino a venerdì il Cavaliere, a differenza delle volte precedenti, non stacca la spina con la politica ma prosegue nell’obiettivo di volersi riappropriare della scena prima ancora che la campagna elettorale abbia inizio ufficialmente.

Una strategia che ha come obiettivo quello di evitare che tutto ruoti intorno ad un sentenza che salvo sorprese non arriverà prima di sei, otto mesi: “Spero che in tempi brevi la corte accolga il mio ricorso – dice ospite della trasmissione Matrix su radio 105 – ma indipendentemente dalla candidabilità sarò in campo per portare il centrodestra al governo del paese”.

Insomma nessuna intenzione di farsi dettare il timing dalla corte di Strasburgo. E per dimostrare che per Forza Italia la campagna elettorale è già iniziata da tempo, l’ex premier ha in programma di partecipare domenica alla trasmissione ‘che tempo che fa’ su Raiuno e di chiudere la kermesse milanese organizzata dalla Gelmini che prenderà il via venerdì.

Non solo l’ex premier non ha intenzione di cedere il passo ma si dice sicuro di essere “l’unico in grado di convincere gli italiani a non votare M5s”. Sono i 5 stelle il ‘nemico’ che il Cavaliere ha inquadrato già da diverso tempo e contro di loro concentrerà il battage elettorale. Diverso è invece il discorso per Matteo Renzi che per il Cavaliere “non rappresenta più un’alternativa credibile”.

Ma è proprio il leader Dem ha lanciare il primo guanto di sfida al Cavaliere invitandolo, nel caso fosse candidabile, a presentarsi nello stesso collegio (il leader Dem propone Milano 1): “visto che leggo che c’è l’accordo segreto o chissà cosa. Vorrei che i cittadini vedessero candidarsi me contro Berlusconi”.

Ma per il Cavaliere è Grillo il pericolo nel caso il suo partito andasse al governo: “Sono persone che campano solo dello stipendio da parlamentare e molti di loro prima di entrare in Parlamento non facevano nemmeno la dichiarazione dei redditi perché non hanno mai lavorato per cui sono disposti anche a sostenere un programma delirante che è basato sull’invidia”.

L’unica alternativa dunque è presentare una coalizione unita. Per Berlusconi non ci sono problemi con gli alleati ma nel definire le caratteristiche del centrodestra l’ex premier cita il riferimento al Ppe di cui il suo partito ne è rappresentante in Italia. Una partito a cui l’ex capo del governo ha intenzione di dare un bel restyling: “I professionisti della politica hanno fallito”, è la convinzione del Cavaliere che si dice convinto della necessità di un “radicale rinnovamento delle persone che andranno in Parlamento e al governo. E questo è quello di cui mi sto occupando personalmente per quanto riguarda Fi”.

(di Yasmin Inangiray/ANSA)

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Manovra: sconto web tax alle imprese italiane. Ap si impunta su bonus bebè

Pubblicato il 21 novembre 2017 da ansa


ROMA. – Web tax sì ma salvaguardando le imprese italiane: i lavori parlamentari sulla manovra entrano nel vivo e si vanno così definendo le proposte di modifica che dovranno essere approvate entro il prossimo lunedì quando la legge di bilancio è attesa nell’Aula del Senato.

Ma non sono solo i giganti della Rete a occupare maggioranza e governo nella ricerca di un equilibrio: c’è il nodo pensioni, che registra il niet della Cgil e la cui intesa parziale con i sindacati dovrebbe essere tradotta in un emendamento da presentare domani, e quello degli interventi a favore dalla famiglia, con Alternativa popolare che è tornata a puntare i piedi minacciando di non votare la legge di bilancio in assenza del rifinanziamento del bonus bebè.

Il partito di Angelino Alfano in serata incassa però il sostegno di Matteo Renzi, che apre anche a una revisione dei superticket. “Apprezziamo lo spirito con cui il segretario del Pd ha condiviso la nostra iniziativa”, chiosa quindi la capogruppo di Ap a Palazzo Madama Laura Bianconi dicendosi convinta che si tratta di “un indirizzo politico di cui il governo non potrà non tenere conto”.

Che le risorse “non siano infinite”, come ribadisce la relatrice Magda Zanoni, è cosa nota; il punto – aggiunge – è consentire sentire che all’interno del pacchetto trovino spazio tutti i temi”. Stessa linea sul fronte governo, che secondo quanto viene riferito, resta pronto ad ascoltare le richieste dei partner di maggioranza nella consapevolezza però dei paletti dei saldi di bilancio.

Chiaro quindi che occorrerà fare delle scelte, magari rifinanziando almeno in parte le agevolazioni per i nuovi nati, introducendo le norme sul caregiver ma senza intervenire anche sulle famiglie numerose o sull’ampliamento della soglia entro la quale i figli restano a carico dei genitori. Lo stesso vale per il fronte sanità: “il superticket lo chiede Campo progressista. Fossi da solo – spiega il leader Dem – non lo farei ma per accordo sono pronto a farmi carico di alcune delle richieste degli altri”.

Tornando alla web tax, si tratta di una misura oggetto da giorni di polemiche e punti di vista diversi all’interno della maggioranza: a indicare però la strada per uscire dall’impasse è il consigliere economico del Mef, Mauro Marè. A Palazzo Madama è stato infatti nei giorni scorsi presentato un emendamento, a firma del presidente della commissione Industria Massimo Mucchetti, che prevede un’imposta al 6% sui ricavi per tutte le aziende digitali e che per non rischiare rilievi da parte dell’Ue è stata estesa a tutti, finendo così per pesare sulle imprese italiane che, a differenza delle multinazionali del web, già pagano regolarmente le tasse e che in più producono reddito e lavoro in Italia.

E proprio quindi per evitare questo scenario, si sta lavorando per introdurre, parallelamente alla web tax, una detrazione d’imposta in modo da bilanciarne il peso. Nel complesso, si tratta di una “soluzione tampone”, riconosce il viceministro dell’economia Luigi Casero, convinto che la risposta migliore sarebbe un accordo internazionale.

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Sulle pensioni e l’art.18 scontro frontale tra Renzi e Sinistra

Pubblicato il 21 novembre 2017 da ansa

Il segretario del Partito democratico Matteo Renzi con Bruno Vespa durante la trasmissione Rai “Porta a Porta” . ANSA/ ETTORE FERRARI

 

 

ROMA. – C’è tempo “fino al 3” dicembre per “provare a rimettere insieme i cocci” del centrosinistra. Matteo Renzi indica la data di fine delle trattative per la coalizione. Ed è la data dell’assemblea di Mdp-Si-Possibile per la lista unitaria della sinistra che potrebbe essere guidata da Pietro Grasso. Per allora, il leader Dem spera di incassare l’alleanza con Pisapia da un lato e Ap dall’altro: per favorire l’accordo, sosterrà gli emendamenti alla manovra di Cp sui superticket e degli alfaniani sul bonus bebè.

Ma con Mdp non sembrano esserci spiragli. Anzi, sale lo scontro. E’ netto il “no” di Renzi a reintrodurre l’articolo 18. E altrettanto netto il “no” di Mdp alla proposta del governo sulle pensioni. Il “campo” dello scontro si sposta così sul terreno dei sindacati. Perché Mdp sposa la linea della rottura della Cgil: per partecipare alla mobilitazione indetta il 2 dicembre contro il pacchetto pensioni, i bersaniani rinviano anche l’assemblea per la lista unitaria al 3.

E il Pd sposa la mediazione e tessitura di Paolo Gentiloni: è stato lui a riaprire il tavolo alle confederazioni, dopo lo stop della stagione renziana. E i Dem sottolineano che anche se alla fine è arrivato il sì di Cisl e Uil ma non della Cgil, è acquisito un metodo di confronto che la stessa Camusso riconosce.

E, anche in vista del voto, si riapre un canale di dialogo non scontato. “Non credo – dice un dirigente – che Cgil voglia fare di Mdp la sua ‘cinghietta di trasmissione’, tanto più che i pensionati Spi stanno con noi”. E se da Mdp sottolineano l’autonomia del sindacato, Renzi la mette così: “Camusso rappresenta la Cgil non Mdp”. E Camusso afferma: “Facciamo scelte sindacali, non possiamo essere assimilati al centrosinistra figuriamoci a una formazione”.

Un’altra pietra tombale sul dialogo tra sinistra e Pd promette di essere il voto che rispedirà in commissione la proposta di legge di Mdp per il ritorno all’articolo 18. Formalmente però i Dem tengono aperto il tavolo: in mattinata Piero Fassino e Maurizio Martina vedranno i capigruppo di Si Giulio Marcon e di Mdp Maria Cecilia Guerra. “Diremo che il tempo è scaduto”, dichiara però alla vigilia Nicola Fratoianni.

E Pier Luigi Bersani ribadisce che col Pd ci si vedrà dopo il voto: “Non chiudo, venite, ma non faccio la lista civetta”. “Vederci dopo per commentare che abbiamo perso non mi pare una buona idea”, replica Piero Fassino. “Siamo pronti a scrivere una pagina nuova ma non ad abiurare il passato”, dichiara Renzi, con un messaggio rivolto a tutti i potenziali alleati. E così, accogliendo la richiesta di Pisapia, dice sì a un tavolo su future modifiche al Jobs act per aumentare il peso dei contratti a tempo indeterminato, anche se è netto il no al ritorno all’articolo 18.

E dal salotto di Porta a Porta, a poche ore dal colloquio all’Eliseo con Emmanuel Macron (nome che di certo non piace a sinistra), Renzi afferma inoltre che anche se lui è segretario e candidato premier Dem, il Pd “si apre a considerazioni della coalizione” sulla premiership. Poi, rimarca, sarà Mattarella a dare l’incarico in base al risultato delle elezioni e ai voti in Parlamento.

Quanto alle candidature, Renzi, che dice di voler sfidare Silvio Berlusconi a Milano 1, annuncia che il Pd schiererà nei collegi “un sacco di bella gente”: da Gentiloni a Minniti, da Delrio a Orlando. E poi un giovane ricercatore del Sud contro Luigi Di Maio. “Numeri alla mano – scommette – il Pd sarà il baricentro della prossima legislatura. Perché la sommatoria dei collegi e del proporzionale ci darà un ruolo fondamentale”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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I sondaggi incoraggiano il M5s, ma la scelta di Di Battista spiazza gli elettori

Pubblicato il 21 novembre 2017 da ansa

 

La scelta di Di Battista spiazza gli elettori.

 

ROMA. – La scelta di Alessandro Di Battista di non ricandidarsi alle prossime politiche spiazza gli elettori M5s che già guardano al loro idolo con un rimpianto che trasuda dalle centinaia di commenti lasciati nella sua bacheca Facebook. Ma tra gli attestati di stima e gli incoraggiamenti una sola consolazione placa i suoi estimatori: la speranza che la scelta del deputato possa servire a costruire una “riserva” per una successiva legislatura, quando Luigi Di Mario, avendo ormai terminato i due mandati, non potrà ricandidarsi.

Senza contare che la mancata candidatura non impedirebbe, nel caso Di Battista volesse rientrare a fare politica dentro le istituzioni, una sua cooptazione come membro di un eventuale governo pentastellato. Ma queste, non si stanca di ripetere il deputato quando ha fatto ritorno in Transatlantico, sono solo congetture: “Quello che avevo da dire l’ho già detto” risponde a chi gli chiede chiarimenti sulle sue prossime intenzioni.

“La mia decisione fa scandalo un po’ in Italia perché sono tutti abbullonati alle poltrone” commenta il deputato che, rispetto alla sfida elettorale, è ottimista: “Spero davvero che riusciremo a farcela, ho piena fiducia nel Movimento”. I sondaggi che ha potuto leggere il M5s infatti sono molto buoni per i 5 Stelle.

Stando all’indagine realizzata da un istituto demoscopico, se si votasse ora il Movimento starebbe al 29% contro il 23,8% del Pd (Fi al 16,4%). E, a tirare la volata sarebbe soprattutto Luigi Di Maio che raddoppia il giudizio positivo degli elettori rispetto a Matteo Renzi ed è ampiamente sopra Silvio Berlusconi: al candidato premier del M5s vanno al momento il 30,4% dei consensi contro il 16,2% di Renzi e il 23,7% di Berlusconi.

Ma anche se il candidato premier del M5s raccoglie consenso crescente, l’aiuto di Di Battista non mancherà in campagna elettorale. Lo promette anche alla collega in corsa per il Lazio Roberta Lombardi: “Dobbiamo vincere, faremo campagna elettorale insieme!”.

La macchina elettorale del M5s si muove anche in Lombardia dove sono partire le ‘Regionarie” per l’individuazione dei candidati ed aspiranti Presidenti e si sono fatti avanti in 560. Il M5s è infatti alle prese con il nodo del rinnovo della sua classe politica. Al di là delle scelte di Di Battista sono almeno una quindicina i parlamentari che, per necessità imposte dalle regole pentastellate o per scelta, non si ripresenteranno.

Alla Camera, inoltre, il ricambio sarà forzato: stando alle regole attuali ci sono una trentina di deputati (su 88) che hanno ormai oltrepassato il limite dei 40 anni oltre il quale gli aspiranti parlamentari vengono indirizzati al Senato e non a Montecitorio.

A meno di una modifica (il M5s sta riscrivendo le regole per le candidature) il Movimento dovrebbe fare fronte ad un netto rinnovamento dei candidati cercando di destreggiarsi tra le nuove circoscrizioni imposte dal Rosatellum. Tra gli ultra quarantenni che in teoria passerebbero al Senato ci sono anche Roberto Fico, Danilo Toninelli, Alfonso Bonafede.

(di Francesca Chiri/ANSA)

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Il governo non convince la Cgil, Camusso chiama la piazza

Pubblicato il 21 novembre 2017 da ansa

Camusso chiama la piazza

ROMA. – Non sono bastati gli aggiustamenti dell’ultimo minuto sul pacchetto di misure sulla previdenza del Governo a convincere la Cgil: Susanna Camusso ha definito insufficiente l’insieme delle proposte presentate dal premier, Paolo Gentiloni, ai sindacati e ha annunciato l’avvio di una mobilitazione che partirà sabato 2 dicembre con 5 manifestazioni territoriali, di cui una a Roma. Cisl e Uil hanno invece dato un giudizio articolato ma di fatto positivo sul pacchetto e sull’impegno a proseguire il confronto su giovani e donne.

Oltre allo stop a quota 67 anni nel 2019 per 15 categorie di lavori gravosi e la revisione del meccanismo per il calcolo dell’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita dal 2021, già annunciati negli scorsi incontri, sono arrivati aggiustamenti sulle platee (con l’inserimento dei siderurgici di prima fusione) e nuove aperture sull’Ape sociale.

 

Questo ammortizzatore sarà accessibile nel 2018 ai lavoratori impegnati nelle 15 attività gravose (dalle 11 attuali) mentre saranno previsti requisiti ridotti per le donne che hanno avuto figli. Sarà prevista una riduzione del requisito contributivo di un anno per ogni figlio fino a un massimo di due anni. Il Governo inoltre ha ricordato le risorse stanziate sulla previdenza dall’anno scorso con 7 miliardi in 3 anni e gli ulteriori 300 milioni previsti per questo pacchetto. Le misure proposte saranno inserite in un emendamento alla legge di Bilancio.

Sul documento non è stato espresso un giudizio scritto, evitando così di formalizzare la spaccatura tra i sindacati con un accordo separato. “Siamo convinti – ha detto Gentiloni aprendo l’incontro – che nell’ambito di una legge di Bilancio che già, pur con risorse limitate, viene incontro a numerose esigenze sociali e espresse dal mondo del lavoro, abbiamo messo insieme in queste tre settimane un pacchetto di misure molto rilevante e sostenibile. Più sostegno avrà dalle forze sindacali più sarà forte nel trovare spazio compiuto nella legge di Bilancio, come si dice in gergo, sarà più blindato”.

“Confermiamo il giudizio di grande insufficienza rispetto all’impegno che aveva preso il Governo – ha detto Camusso – le distanze sono evidenti. Per noi la vertenza resta aperta. Il 2 dicembre ci sarà la mobilitazione”. Al momento sono previste 5 manifestazioni, la principale a Roma, a piazza del Popolo, con la segretaria generale (le altre a Torino, Bari, Cagliari, Palermo). “Parliamo di risorse già stanziate – ha detto – non aggiuntive, per noi in questo pacchetto ci sono 63 milioni, non 300”.

La Cisl ritiene “che il percorso prospettato dal Governo e la sintesi fatta – ha detto Annamaria Furlan, che parla di legge Fornero scardinata – siano assolutamente positivi”. Le valutazioni, ha aggiunto, si fanno “sull’esistente, non sui desiderata. Babbo Natale non esiste. Aver messo in sicurezza tanti lavoratori per cui lo scatto c’era è un buon lavoro che va tutelato. Bisogna stare con i piedi per terra”.

“Se partiamo dalla valutazione che le risorse sono scarse – per il leader Uil Carmelo Barbagallo – abbiamo fatto il massimo possibile con le condizioni economiche date. Abbiamo aperto una breccia sulla rigidità della legge Fornero” ottenendo il riconoscimento che i lavori sono diversi. Il giudizio della Uil è “articolato”. Ora si apra la “terza fase”.

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Forum con Antonella Pinto e Mariano Palazzo, Circolo Pd – Venezuela

Pubblicato il 28 settembre 2013 da redazione

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01:37Pallavolo: 3-0 a Civitanova,Zenit Kazan vince Mondiale club

(ANSA) - ROMA, 18 DIC - I russi dello Zenit Kazan hanno vinto il Mondiale per club di pallavolo battendo in finale a Cracovia la Lube Civitanova per 3-0 (27-25, 25-22, 25-22). Sfuma quindi il sogno della squadra marchigiana di salire sul tetto del mondo.

01:34Pallavolo: Superlega, risultati e classifica

(ANSA) - ROMA, 18 DIC - Risultati della 12/a giornata della Superlega di pallavolo: Lube Civitanova - Wixo Piacenza 3-2 (giocata il 16/11) Sir Safety Perugia - Azimut Modena 0-3 Calzedonia Verona - Callipo Vibo V. 3-0 (ieri) Gi Group Monza - Bunge Ravenna 3-1 Kioene Padova - Taiwan Ex. Latina 3-0 Biosi' Indexa Sora - Diatec Trentino 1-3 (giocata il 13/12) Revivre Milano - BCC Castellana Grotte 3-0 - Classifica: Civitanova 31; Perugia e Modena 30; Verona 24; Padova e Ravenna 20; Piacenza e Trentino 19; Milano 18; Monza e Latina 12; Vibo Valentia 9; Castellana 5; Sora 3.

01:14Calcio: Inzaghi, la Lazio ha dimostrato che non molla mai

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - "Abbiamo dato una bella risposta su un campo difficile, sapevamo che avremmo sofferto. Siamo andati sotto di due gol e per molti sarebbero stati colpi decisivi, invece non ci siamo disuniti e siamo riusciti a pareggiare. Poi abbiamo commesso un errore sul rigore, ma siamo riusciti ancora a pareggiare: penso che non si sia annoiato nessuno". Così il tecnico della Lazio Simone Inzaghi al termine di Atalanta-Lazio. "Non sono due punti persi rispetto alle prime - dice ancora il tecnico -. L'Atalanta è la squadra che mi ha impressionato di più per ritmo e qualità dei giocatori. Infatti è arrivata quarta nella scorsa stagione e prima nel girone in Europa League. Segnare 3 gol qui non è facile, abbiamo dimostrato di non mollare mai e vogliamo restare attaccati al treno delle prime qualsiasi cosa succeda". Un commento sull'espulsione: "Non ho detto una parola - spiega -, ma Irrati mi ha mandato via. Mi dispiace perché non ho mai protestato per tutta la gara, forse Irrati era un po' prevenuto, al ritorno starò attento".

01:04Calcio: Messi rigore parato, ma Barcellona serve il poker

(ANSA) - BARCELLONA, 17 DIC - In attesa di giocare l'attesissimo 'Clasico' di sabato prossimo (ore 13) al Santiago Bernabeu, il Barcellona ne fa quattro al Deportivo La Coruna nel posticipo serale della Liga. Luis Suarez e Paulinho, con una doppietta a testa, sono i protagonisti del 4-0 finale, ma di questa partita rimane anche l'immagine di Lionel Messi che si è fatto parare un rigore da Ruben Martinez, portiere della squadra galiziana. Con i tre punti di questa sera il Barcellona è primo in classifica con 6 punti di vantaggio sull'Atletico Madrid, che ha scavalcato il Valencia (sconfitto dall'Eibar) e ora è secondo. Il Real Madrid, impegnato ieri nella finale del Mondiale per club contro il Gremio, ha undici punti di ritardo dagli arcirivali.

00:55Calcio: Gasperini, da questa sfida Atalanta esce più forte

(ANSA) - BERGAMO, 17 DIC - "Sono comunque soddisfatto, la Lazio ha delle risorse importanti. Non siamo riusciti a chiuderla in molti momenti, ma abbiamo fatto una partita importante e usciamo più forti da questa sfida. Abbiamo giocato nel modo in cui mi piace". L'allenatore dell'Atalanta Gian Piero Gasperini è soddisfatto del pareggio della sua squadra nonostante si sia fatta raggiungere per due volte dalla Lazio. "Abbiamo avuto delle difficoltà solo nel finale del primo tempo - dice ancora Gasperini -, poi il loro primo gol ha dato grande fiducia alla Lazio che ha dei giocatori molto abili e veloci. A fine gara c'era molta delusione nello spogliatoio perché se avessimo vinto avremmo fatto un bel salto in classifica. Ma questo campionato è molto equilibrato, abbiamo affrontato una squadra molto forte e abbiamo capito che possiamo fare bene, e mi sento più forte dopo questa gara. Preoccupato per l'astinenza da gol di Gomez e Petagna? No perché abbiamo fatto tre gol e abbiamo avuto moltissime occasioni. Peccato non aver chiuso la gara".

00:54Basket: serie A, risultati e classifica

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - Risultati dell'11/a giornata del campionato di serie A di basket: Grissin Bon Reggio Emilia - Openjobmetis Varese 76-66 (ieri) Betaland Capo d'Orlando - Happy Casa Brindisi 67-66 (ieri) Banco di Sardegna Sassari - The Flexx Pistoia 88-81 (ieri) Segafredo Virtus Bologna - Fiat Torino 84-76 EA7 Emporio Armani Milano - Red October Cantù 93-77 Dolomiti Energia Trentino - Vanoli Cremona 90-79 VL Pesaro - Sidigas Avellino 78-83 Germani Brescia - Umana Reyer Venezia 90-71 - Classifica: Brescia 20; Avellino e Milano 16; Venezia, Torino e Sassari 14; Cantù, Capo d'Orlando, Trentino e Bologna 10; Reggio Emilia, Varese, Cremona e Pistoia 8; Pesaro 6; Brindisi 4.

00:36Calcio: Atalanta-Lazio 3-3

(ANSA) - BERGAMO, 17 dic - Posticipo spettacolare quello fra Atalanta e Lazio. Il match finisce 3-3, con i bergamaschi avanti di due gol già al 26' con Caldara e Ilicic (bellissima rete). Poi però i padroni di casa si fanno raggiungere dai biancocelesti, trascinati da Luis Alberto e Milinkovic Savic, quest'ultimo autore della doppietta per il 2-2 (berisha non sembra impeccabile). Nella ripresa Ilicic riporta avanti la Dea trasformando un rigore concesso per fallo di Bastos su Gomez. L'arbitro Irrati annulla con l'ausilio del Var un gol a Caldara, poi la Lazio pareggia ancora con una rete di Luis Alberto, oggi il suo uomo migliore.

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