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Nel centrodestra nodo candidature. Meloni lancia le primarie

Pubblicato il 04 dicembre 2017 da ansa

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia a Porta a Porta.

 

 


ROMA. – Primarie e liste pulite, oltre a fermo “no” a qualsiasi prospettiva di larghe intese, che siano con il Pd o con il M5S. All’indomani del congresso di Trieste Giorgia Meloni ribadisce alcune delle condizioni chiave che Fdi pone a FI e Lega per la coalizione di centrodestra.

Una coalizione dove resta più che mai aperto il nodo delle candidature e della premiership, con Meloni che propone primarie in ogni collegio laddove Matteo Salvini rimanda la questione al giorno delle elezioni, quando emergerà chi, tra i tre alleati, avrà preso più voti.

Insomma, in attesa di un nuovo incontro Meloni, Salvini e Silvio Berlusconi appaiono piuttosto distanti. E se fino a qualche tempo fa l’asse tra Lega e Fdi sembrava saldissimo, negli ultimi giorni anche il sodalizio dei due alleati più a destra sembra vacillare. Del resto, con il congresso di Fdi, Meloni candida il suo partito a essere una forza del Nord “invadendo”, di fatto, un campo storicamente legato al Carroccio.

In Sicilia, “abbiamo dimostrato che quando diamo un’indicazione è quella vincente, non siamo un un vaso di coccio”, è il refrain che emerge dal quartier generale di Fdi all’indomani del Congresso. Un Congresso dopo il quale Meloni chiede con ancor più forza un accordo sul programma con un duplice appello: “da Salvini voglio sapere se è d’accordo con il presidenzialismo, da Berlusconi se concorda”, in chiave europea, “con la clausola di sovranità”, spiega Meloni rilanciando anche l’urgenza di un controllo interno sulle liste e di primarie che, “nel modo più meritocratico possibile”, individuino i candidati nei collegi uninominali.

Sul tema, Salvini per adesso resta in silenzio. Ma a fare rumore, in merito al leader leghista, è la foto postata da “Vento ribelle” che ritrae Salvini imbavagliato davanti al simbolo delle Br e con il commento “ho un sogno”. “Questa è vera violenza. Non mi fanno paura, mi danno ancora più forza: andiamo a governare”, sottolinea Salvini rimandando, implicitamente, alle polemiche scoppiate sulle sue posizioni rispetto al blitz naziskin a Como.

E al leader leghista arriva una solidarietà bipartisan: oltre al centrodestra anche il Pd (“un post indegno”) e Sinistra Italiana (“solidali ma rifletta sulla violenza”) intervengono sul tema laddove uno degli amministratori del profilo “Vento Ribelle”, Davide Codenotti derubrica il post a mera “satira”.

E’ in pieno fermento, intanto, la cosiddetta “quarta gamba” della coalizione di centrodestra. “Benedetta” da Berlusconi, la gamba centrista continua a allargarsi e domani, a quanto si apprende da fonti parlamentari, vedrà riunite al tavolo tutte le sue anime: dall’Udc a Fare, fino a Saverio Romano, con più di un piede – assieme ad altri parlamentari – fuori dal gruppo Ala. Un gruppo che, come spiega Enrico Zanetti di Sc, unendosi in un unico listone ha l’ambizione di superare il 3%.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Vertici M5s blindano Di Maio, grande freddo degli ortodossi

Pubblicato il 26 settembre 2017 da redazione

 

Beppe Grillo (S) con Luigi Di Maio al convegno promosso dal M5S a Montecitorio sul debito pubblico italiano e l’eurozona, Roma, 3 luglio 2017. ANSA/ETTORE FERRARI

 

ROMA. – Nessun mini-direttorio, nessun organo collegiale a cui affidare le decisioni apicali: i vertici M5S blindano la leadership di Luigi Di Maio ribadendo come il candidato premier sia anche il titolare “della guida e dell’indirizzo” del Movimento. Parole che suonano come l’ennesima stoccata per le richieste dell’ala ortodossa, sempre più convinta che a fare da “controllore” al candidato premier debba esserci una persona o un organo super-partes.

Lo scontro, per ora, resta sottotraccia. Ma alla prima assemblea congiunta del nuovo corso M5S, le tensioni potrebbero emergere in tutta la loro intensità. Di Maio, a quanto si apprende, parlerà ai parlamentari all’inizio della riunione e l’impressione è che il suo primo discorso da leader ai suoi colleghi ponga l’accento sulla necessità di essere compatti e miri a rasserenare il clima.

Non è ancora certo, invece, se all’assemblea sarà presente Roberto Fico, l’uomo che, a Italia 5 Stelle, ha rappresentato plasticamente il dissenso ortodosso. Un dissenso palpabile anche nel primo giorno di lavori alla Camera dopo la festa di Rimini.

“E’ giusto che Di Maio abbia la leadership ma non può decidere le regole o chi candidare alle tornate elettorali locali o nazionali”, spiega un deputato ponendo anche il punto dei ricorsi: “se da oggi in poi il destinatario sarà Di Maio avremo un premier indagato ogni due giorni…”.

Tra gli ortodossi, tuttavia, non si parla di dissenso. Anche perché, si spiega, così si darebbe l’impressione di una minoranza numerica che viene negata. Allo stesso tempo, tuttavia, uscire all’attacco allo scoperto rischia di marginalizzare ulteriormente l’ala dei “duri e puri”.

Anche perché da Milano si torna a blindare Di Maio. “Non ci sarà alcun mini-direttorio, il tema non è in agenda e non è stato mai discusso”, sottolineano fonti vicine al candidato premier e a Davide Casaleggio quasi a delineare un totale accordo tra il neo-leader e il deus ex machina della piattaforma Rousseau.

E allo stesso tempo ci pensa anche Di Maio a spegnere le ambizioni regolamentari degli ortodossi: “Il ruolo di Grillo sarà quello di Garante delle regole, la mia funzione è presentare le liste, il programma, e portare avanti la linea politica”, chiarisce a El Pais.

Di Maio prova a ricucire il gruppo attorno alla sua leadership. Compito non arduo sebbene, da Alessandro Di Battista arrivi un netto endorsement: “ho fiducia in Luigi, va sostenuto. Ed è obbligatorio restare compatti”, spiega il “Dibba” pubblicando il discorso che avrebbe detto a Rimini. Ed è a lui, nel ruolo di “gran mediatore” tra l’anima istituzionale e quella movimentista che guarda più di un ortodosso.

E Di Battista sembra quasi confermarlo: “Io non sono un moderato, moderati si muore. Il Movimento non è di tutti”, è il suo messaggio. Ma c’è un’ulteriore ombra all’orizzonte: quella che qualcuno tra gli iscritti ricorra contro le primarie che hanno incoronato Di Maio. Per ora, l’avvocato Lorenzo Borré è stato solo sondato ma il legale oggi spiega: “ci sono buone probabilità che siano invalidate, come in Sicilia”.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Primarie M5S, la piattaforma è sovraccarica e gli utenti non riescono a votare

Pubblicato il 21 settembre 2017 da redazione

Grillo e Di Maio

ROMA – Oggi è la giornata delle primarie del Movimento 5 Stelle con gli iscritti che da stamattina possono esprimere online la loro preferenza per il candidato premier del partito di Beppe Grillo. Si voterà per tutta la giornata del 21 settembre anche se, fanno sapere da Genova, i risultati non si sapranno prima di sabato.

Il problema però, nelle ultime ore, sarebbe per la piattaforma “Rousseau” a cui molti utenti votanti non riuscirebbero ad accedere. Il Blog di Beppe Grillo risponde al disagio con un avviso: “Le prestazioni del sistema operativo Rousseau sono condizionate dall’alta affluenza in contemporanea che si sta registrando”.

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Renzi si riprende il Pd e vince con oltre 70 per cento

Pubblicato il 30 aprile 2017 da ansa

Matteo Renzi, e la moglie Agnese, al voto per le primarie., 30 April 2017.
ANSA/ MAURIZIO DEGL’INNOCENTI

ROMA. – Matteo Renzi torna leader del Pd, rilegittimato dopo la pesante sconfitta al referendum e le dimissioni da premier. Quasi 2 milioni di elettori, smentendo le previsioni fosche della vigilia, hanno votato alle primarie e, secondo i dati non ancora ufficiali, quasi il 75% ha scelto il bis dell’ex segretario rispetto ai rivali Andrea Orlando, intorno al 20%, e Michele Emiliano sul 5%. Una sfida dall’esito scontato, secondo molti, ma che i renziani festeggiano come la ripartenza in vista delle elezioni politiche.

“Una responsabilità straordinaria”, ringrazia l’ex premier. La scissione di Bersani e D’Alema, consumatasi dopo il 4 dicembre, aveva fatto temere un crollo dei votanti ai gazebo rispetto ai 2,8 milioni delle precedenti primarie. Ed invece, soprattutto nelle città, il calo è stato contenuto e in alcuni momenti si sono create file ai seggi che hanno allungato l’orario di chiusura.

Così come non sono mancate denunce e accuse incrociate tra le mozioni rivali: annullati i voti di Nardò, Gela e Cariati mentre a Napoli, dove il deputato renziano Ernesto Carbone era stato mandato come ‘osservatore’ in Campania, pare evitato il caos brogli del passato.

“Smentito chi aveva già fatto il funerale delle primarie”, commenta il vicesegretario Lorenzo Guerini ribattendo a Beppe Grillo ma avvisando anche chi, dentro il Pd, considera i gazebo uno strumento superato. C’è, invece, ancora chi crede nella scelta del leader attraverso le primarie: nel savonese ha addirittura votato una nonna di 102 anni.

E sembrano crederci ancora anche i leader del passato: Walter Veltroni ha votato nel circolo Berlinguer a Buenos Aires, Enrico Letta, che ha votato per Orlando, a Parigi. E Romano Prodi, facendo la sua scelta a Bologna e ricordando che alle sue primarie in 3,7 milioni andarono ai gazebo, ha auspicato che “la partecipazione non sia solo il giorno delle primarie, impegno per il dopo”.

E in coda per votare si è messo anche il premier Paolo Gentiloni che ha votato a Roma prima di partire per una missione in Kuwait, salvo poi congratularsi in serata con il suo predecessore per vittoria. Ma le primarie non risolvono tutti i problemi del Pd, a partire dall’unità del partito. Solo Matteo Renzi, dopo aver votato in mattinata a Pontassieve insieme alla moglie e alla figlia, ha raggiunto in serata il Nazareno, dove ha festeggiato con i sostenitori della sua mozione.

Orlando è rimasto nel suo comitato a Roma ed Emiliano ha preferito restare nella sua Bari. Entrambi escludono nuove scissioni ma le distanze con il vincitore sono profonde, a partire dalle alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni.

“Chi ha vinto da domani deve essere il segretario di tutto il Pd”, chiede Gianni Cuperlo riconoscendo il risultato. Gli sfidanti di Renzi si preparano ora a dare battaglia dentro il partito sia nella linea politica sia nella definizione della legge elettorale. “Noi saremo sempre leali ma non obbedienti”, chiarisce Francesco Boccia. E farà discutere il nodo delle alleanze. “L’intesa con Berlusconi non esiste”, taglia corto Matteo Richetti alla vigilia dello sprint che il neosegretario si prepara a fare.

Ma per molti legge elettorale fa rima con elezioni politiche. Fuori e dentro il Pd sospettano che ora Renzi, davanti ad una vittoria così schiacciante, metterà il piede sull’acceleratore della legislatura, magari dopo aver fatto piccoli ritocchi per rendere omogenee la legge elettorale. Uno show down ai danni di Paolo Gentiloni che sia Dario Franceschini sia Maurizio Martina, in ticket con Renzi al congresso, escludono.

“Siamo protagonisti di questo sforzo di governo”, assicura Martina – e con lui Franceschini – facendo però capire che il Pd vuole avere voce in capitolo nelle scelte di governo, dal crac Alitalia alla manovra di ottobre. Ma a prescindere da quando si voterà il neoleader ha già scelto il suo principale avversario: Beppe Grillo che oggi ha accusato il Pd di “una visione anti-storica, rivolta al passato” esaltando la democrazia dei gazebo su quella dei clic. Ma è soprattutto sui social che da domani Renzi intende ripartire.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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