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Renzi, da rottamatore a rottamato

Pubblicato il 09 dicembre 2016 da Luca Marfé

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (D)
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Mille giorni fa Renzi si era presentato al cospetto degli italiani nelle vesti di “rottamatore”.
Tre anni dopo, con un’evoluzione (involuzione) micidiale delle ultime settimane che lo hanno traghettato dritto dritto al disastro del referendum costituzionale, la gente lo ha inquadrato in chiave opposta a tutte quelle che erano esigenze e speranze di rinnovamento.
Un volto, una claque, un atteggiamento che hanno riesumato tanto del peggio della Prima Repubblica.
Ma il distacco che si è materializzato tra il Partito Democratico e gli elettori assume dei connotati ancor più precisi in queste convulse ore di consultazioni.
Padoan, Gentiloni, Franceschini.
Tre nomi che nulla hanno a che vedere con i desideri e soprattutto con i voti dei cittadini.
Non commento e non amo i 5 Stelle, ma almeno loro qualche “mi piace” in rete lo hanno preso.
O si riallaccia il legame con la base, per far sì che si senta davvero rappresentata, o Grillo e compagnia vinceranno a mani basse. Ma vinceranno per davvero, con percentuali mostruose. Inutile scannarsi dunque sulla nuova legge elettorale.
Una grossa fetta del risultato delle prossime elezioni politiche passa per il nome del successore di Renzi.
Speriamo non arrivi il pupazzo o il pupazzo del pupazzo.
O sarà l’ennesimo regalo a quella che ci ostiniamo a chiamare “anti-politica”, quando in realtà il senso della politica, quella vera, lo abbiamo perso noi.

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe

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Venezuela: l’Opposizione scende in piazza, arresti e feriti

Pubblicato il 18 maggio 2016 da redazione

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CARACAS – Il copione è stato rispettato una volta ancora. Sfidando lo stato di emergenza proclamato dal presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, il Tavolo dell’Unità (Mud) è sceso in piazza per esigere al Consiglio Nazionale Elettorale celerità nella verifica delle firme già consegnate per avviare, una volta per tutte, il referendum revocatorio. Ma i manifestanti hanno subìto una dura repressione da parte delle forze dell’ordine a Caracas e in altre città del Venezuela.

La parola d’ordine era quella di arrivare alle sedi del Cne per consegnare ai rappresentanti dell’organismo elettorale un documento. Di fatto, però, i cortei di protesta non sono riusciti a raggiungere né la sede centrale del Cne a Caracas né in molte altre città del paese, perché la polizia e la Guardia Nazionale glielo hanno impedito, sparando gas lacrimogeni e pallottole di gomma contro i manifestanti.

Il documento con le loro richieste al Cne è stato comunque consegnato. Il presidente dell’Assemblea Nazionale, Henry Ramos Allup, e l’ex candidato presidenziale, Henrique Capriles Radonski, lo hanno dato a Luis Emilio Rondon – unico esponente dell’opposizione fra i cinque rettori del Cne – che ha attraversato tutta Caracas in moto per incontrarli, dall’altra parte dei blocchi disposti dalle unità antisommossa.

Durante tutta la giornata, segnata da un clima di caos e violenza, si sono moltiplicate le informazioni sui social network su arresti e feriti durante le manifestazioni.

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Un “Decreto di Emergenza” che potrebbe limitare le libertà dei venezuelani

Pubblicato il 17 maggio 2016 da redazione

Maduro preside el Consejo de Ministros

Maduro preside el Consejo de Ministros

CARACAS – Un provvedimento polemico, come lo sono stati d’altronde anche quelli precedenti, che permette molteplici interpretazioni. Il capo dello Stato, venerdì scorso, ha annunciato un nuovo “Decreto di Emergenza Economica”. E, fin qui, nulla di nuovo.

Da mesi, ormai, il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, governa per decreto. Ma, in questa occasione, il contenuto del provvedimento è diverso. Si scosta dai precedenti. Quello che entrerà in vigore, non appena sarà pubblicato in “Gazzetta Ufficiale”, amplia il concetto di emergenza, coinvolgendo anche l’ambito delle libertà del cittadino.

E, così, il presidente Maduro, qualora lo dovesse considerare opportuno, potrebbe proibire ogni tipo di manifestazione e di riunione pubblica, la libertà di transito nel paese, limitare alcuni tipi di comunicazione e stabilire paletti ben precisi alla libertà di stampa e di opinione.

Stando agli esperti, la Costituzione, comunque, prevede che lo “Stato d’Emergenza”, qualunque esso sia, non potrà mai condizionare l’operatività dei Poteri Pubblici. Quindi, con o senza di esso, l’iter per la realizzazione del Referendum Abrogativo non dovrebbe subire alterazioni importanti.

Lo stesso non si può affermare della “campagna” volta a promuovere la consulta popolare. Se il capo dello Stato dovesse decidere di limitare alcune libertà per “ragioni di ordine pubblico” – per esempio quelle di manifestazione e di riunione – potrebbe ripresentarsi quanto già accaduto nelle regioni limitrofi in occasione delle parlamentari.

Se poi si dovessero porre barriere e controlli alle comunicazioni e quindi alla possibilità di interagire attraverso i “social-network”, l’ambito di azione del Tavolo dell’Unità sarebbe ridimensionato significativamente.

Nessuna volontà di costruire ponti verso l’Opposizione per porre fine allo scontro politico che indebolisce sempre più l’equilibrio istituzionale del Paese aprendo le porte alla possibilità di soluzioni indesiderate e violente.

Il capo dello Stato, al contrario, continua ad impiegare un linguaggio veemente che alimenta le frange radicali del Psuv e del Tavolo dell’Unità. In particolare, nel Psuv, le correnti intransigenti fanno pressione affinché, una volta pubblicato in “Gazzetta Ufficiale” il nuovo “Decreto di Emergenza Economica”, si proceda al sequestro ed esproprio di quelle aziende la cui produzione, oggi, è ferma.

Non importa se a causa della mancanza di materie prime o per l’impossibilità di trovare in loco o di importare pezzi di ricambio.

Stando al presidente di Conindustria, Juan Pablo Olalquiaga, sono ben otto mila le aziende che hanno chiuso i battenti dal 1996 ad oggi. Cioè, circa i due terzi di tutto il settore produttivo. La maggior parte di esse erano piccole e medie, molte di proprietà di connazionali.

La notevole riduzione del tessuto produttivo ha avuto necessariamente effetti devastanti sui volumi dei beni nel mercato. Le lunghe, lunghissime file di venezuelani alle porte dei supermarket e generi alimentari, i tentativi di saccheggi sempre più frequenti nelle piccole comunità agricole come nei grandi centri urbani, non pare siano il prodotto di una presunta “guerra economica” dell’oligarchia e del capitale transnazionale, come specula il governo, ma della drammatica riduzione dell’industria privata.

E della diminuzione dei volumi d’importazione, al venir meno la valuta pregiata a causa del crollo dei prezzi del barile di petrolio. La crisi economica, quindi, pare destinata a peggiorare invece di migliorare.

Un sondaggio di Datanálisis, reso noto da Luis Vicente León, illustra lo stato d’animo che accompagna oggi i venezuelani. L’opinionista, nel suo “pezzo” pubblicato dal Portale “Prodavinci”, spiega che a 2.500 venezuelani è stato chiesto se consideravano che oggi si vivesse meglio o peggio. Il 97 per cento ha risposto che la loro qualità di vita è sensibilmente peggiorata.

Certo, non c’era bisogno di un sondaggio per capire che oggi il tenore di vita del venezuelano si è deteriorato. E’ sufficiente osservare le lunghe file di consumatori alle porte dei supermarket per acquistare non ciò di cui si ha bisogno ma ciò che è disponibile. E’ negata a tutti, poi, la possibilità di scegliere tra marche differenti e diversità di prezzi.

Oggi ci si reca al supermarket solo con la speranza che l’arrivo della mercanzia coincida con l’ultimo numero della propria Carta d’Identità, lasciapassare indispensabile per l’acquisto dei beni di consumo di prima necessità. Ma non sempre si ha questa fortuna.

Non sono solo i generi alimentari quelli che mancano ma anche le medicine, nonostante le autorità s’impegnino ad affermare il contrario. Il ministro dell’Economia, Miguel Pérez Abad, ha annunciato la settimana scorsa l’arrivo al paese dicirca 40 tonnellate di medicine e prodotti farmaceutici provenienti dall’Iran.

E’ questa, indirettamente, l’ammissione di un grave deficit di produzione nel settore. Si criticavano, e con ragione, i governi della Quarta Repubblica per le gravi carenze nell’ambito dell’assistenza sanitaria. Oggi, purtroppo, la situazione è precipitata. E lo è al punto tale che la morte di bambini e anziani per mancanza di medicine non fa più notizia. Solamente intristisce.

Intanto il Tavolo dell’Unità, dopo la recente manifestazione repressa con violenza dalle forze dell’ordine, ha esortato di nuovo i venezuelani a protestare domani per esigere celerità al Consiglio Nazionale Elettorale, nel controllo delle firme al fine di procedere definitivamente all’attivazione del Referendum Revocativo.

L’obiettivo, anche in questa occasione, è di raggiungere pacificamente la sede dell’organismo elettorale. Il Sindaco di Caracas, Jorge Rodríguez, ha già dichiarato che l’iniziativa del Tavolo dell’Unità non ha i permessi delle autorità competenti e, quindi, i venezuelani non potranno sfilare lungo le strade della capitale in segno di protesta.

Il Sindaco di Caracas ha anche assicurato che le forze dell’ordine interverranno con fermezza per soffocare sul nascere ogni provocazione o violenza.Il centro storico della capitale, dove si svolgono le attività politiche ed economiche del Paese, quindi, resta “off limits” per l’Opposizione ed esclusivo appannaggio delle organizzazioni filogovernative.

Corsi e ricorsi storici. In seno al Tavolo dell’Unità, cresce come la schiuma il dibattito interno in vista delle amministrative. Le correnti radicali, che sono anche quelle che fanno più baccano, sostengono che oggi l’obiettivo fondamentale è il Referendum Revocativo e che le amministrative sono solo una perdita di tempo e di energie.

Sono, questi, i settori incapaci di apprendere dagli errori del passato recente. In democrazia il vero potere si esercita nei governi regionali e il cammino verso Miraflores passa necessariamente attraverso la loro conquista. Disertare le amministrative, e in ogni caso non attribuire loro l’importanza che hanno, rappresenterebbe un “crasso errore” che si pagherebbe in futuro in termini di quote di potere politico.

(Mauro Bafile/Voce)

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Per le prossime comunali si voterà soltanto il 5 giugno

Pubblicato il 17 maggio 2016 da redazione

Il ministri degli Interni Angelino Alfano, con il premier Matteo Renzi

Il ministri degli Interni Angelino Alfano, con il premier Matteo Renzi

ROMA. – Alla fine si è sgonfiata la querelle sulle date del voto per le prossime comunali: si voterà soltanto il 5 giugno, con eventuali ballottaggi fissati per il 19 dello stesso mese. L’annuncio del ministro Alfano lascia quindi tutto come previsto, al di là dei tanti amanti del giorno unico, tra cui l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, che non ha mancato di ricordare in un paio di tweet la propria contrarietà per l’estensione al lunedì del voto, sottolineando come al momento soltanto Egitto e India non rispettino questa regola.

E come se non bastasse, a rinfocolare le polemiche in queste ultime ore hanno contribuito anche i tanti che hanno puntato il dito sulla decisione del governo di poche settimane fa di scartare l’idea di un election day che abbinasse il referendum sulle trivelle alle comunali.

Con il ‘ravvedimento’ di Alfano perdono quota di colpo anche i calcoli sui costi del ventilato giorno in più, che secondo alcuni avrebbe comportato un aumento compreso tra i 100 e i 500 milioni. Come ha precisato più di un addetto ai lavori, l’estensione della data del voto pareva motivata non solo dai dubbi sulla partecipazione alle amministrative, quando da quella al referendum costituzionale di ottobre e quindi dalla sua affluenza (anche se in quell’occasione non ci sarà la mannaia del quorum).

Ma al di là del tira e molla tra gli amanti della data unica e i relativi detrattori, è invece utile ricordare come le scelte siano state diverse nel corso degli anni. Così se il referendum di domenica 17 aprile anti-trivelle si è svolto in un giorno solo (senza quorum), allo stesso modo di quello costituzionale del 2001 sul Titolo V (passato), quello del 2006 – anch’esso di carattere costituzionale – è stato respinto dagli elettori nel corso di due giorni (25 e 26 giugno).

Quindi decisioni diverse sono state prese a seconda del momento storico. Il referendum del ’46, ad esempio, si tenne in una sola giornata (2 giugno), per non parlare delle elezioni politiche, che dal 1948 al 1992 si sono svolte anch’esse in un solo giorno. Passando poi a due nel 1994 (27 e 28 marzo), tornando al giorno unico nel 1996 (21 aprile) e nel 2001 (13 maggio). Due date, invece, per le politiche nel 2006 (9 e 10 aprile), allo stesso modo del 2008 (13 e 14 aprile) e per quelle del 2013 (24 e 25 febbraio).

La decisione del governo di fissare a un solo giorno la data delle comunali ha stoppato anche gli organizzatori del referendum sulle trivelle, che polemicamente nelle ultime ore, a ipotesi ‘allungamento’ ancora non smentita, avevano attaccato la scelta di Palazzo Chigi di non autorizzare un election day per i quesiti che avevano promosso.

In generale un turno elettorale ha un costo all’incirca di 300 milioni di euro, quando naturalmente è chiamato alle urne l’intero corpo elettorale. Con questa cifra vengono pagati, tra l’altro, gli scrutatori, i militari che presidiano i seggi garantendone la sicurezza, l’organizzazione per l’allestimento dei seggi, il costo delle schede e delle liste elettorali e i contenitori utilizzati.

E un giorno in più, fanno sapere ancora una volta gli addetti ai lavori, non raddoppiano i costi, che sono stimabili in circa 100 milioni in più.

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Riforme: Boschi avverte, non è un referendum sul governo

Pubblicato il 13 maggio 2016 da redazione

boschi

ROMA. – Il referendum di ottobre sulle riforme deve riguardare il loro contenuto e non il governo, sul quale ci si pronuncerà alle elezioni politiche, nel 2018. Le parole del ministro Maria Elena Boschi, durante un incontro con gli studenti della Scuola superiore dell’Università di Catania, sembrano riorientare la campagna del Governo, anche se la stessa Boschi ha confermato che in caso di vittoria del “no” l’esecutivo si dimetterebbe.

Indicativo del nuovo approccio del governo è anche il format scelto dal ministro per il nuovo tour a sostegno della riforma: un confronto con gli studenti dell’ateneo etneo, durante il quale ha prima illustrato la riforma e poi ha risposto alle domande dei ragazzi, alcune delle quali critiche, con domande chiaramente non filtrate.

Tanto è vero che alla fine, dopo un intervento-comizio dell’ultimo studente, Boschi ha commentato: “Vi ringrazio per questo confronto franco e senza filtri”. Boschi, oltre ad illustrare i contenuti, ha sottolineato che le Camere hanno modificato il testo iniziale del Governo: “quindi – ha osservato – il testo approvato non è più quello del Governo ma è del Parlamento, non solo perchè lo ha votato ma perchè lo ha deciso, per di più con una maggioranza più ampia di quella prevista dalla Costituzione”, dato che nella definizione dell’attuale testo hanno preso parte anche Fi e Lega, che poi “per ragioni politiche e non di merito” non hanno più sostenuto le riforme.

Insomma il governo solo co-protagonista delle riforme, e non dominus. Il corollario è la seconda affermazione di Boschi: quella che i cittadini dovranno fare sul referendum – ha detto – “è una scelta di merito, non di simpatia o antipatia verso il Governo. Si vota sulle Riforme: su altro saremo chiamati a decidere, nel 2018”.

Certo, Boschi non ha smentito che in caso di vittoria del no l’esecutivo farà un passo indietro (“non sarebbe serio”) ma ha insistito: “Noi al referendum abbiamo chiesto un voto sul merito delle Riforme”.

Il nuovo approccio si rifletterebbe anche nella scelta del Presidente del Comitato per il sì (dovrebbe essere annunciato il 21): è circolato il nome di Luigi Berlinguer anche se questi, interpellato al telefono ha detto: “personalmente non sono stato informato di niente. Sono a Bruxelles per una attività dell’Ue”.

Ma in ogni caso sarà il profilo di una personalità non renziana. Evidentemente sono arrivati a destinazione i suggerimenti giunti da chi, pur d’accordo con le riforme, invitava a spoliticizzare il referendum: da costituzionalisti come Cesare Pinelli, alla Civiltà Cattolica che invitava ad usare il referendum come “occasione per rifondare intorno alla Costituzione la cultura politica del Paese”.

Per non parlare della moral suasion del presidente della Repubblica. Ogni giorno però ha la sua pena. Ieri ha suscitato malumori nella minoranza del Pd l’affermazione del sottosegretario Gianclaudio Bressa per il quale la legge elettorale per l’elezione del nuovo Senato la varerà “il prossimo Parlamento”, il che implica urne nel 2017 e non alla fine naturale della legislatura, indicata da Boschi.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Renzi: non penso ai voti, il referendum deciderà

Pubblicato il 12 maggio 2016 da redazione

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social "Matte Risponde"?, Roma, 5 Aprile 2016.  ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social “Matte Risponde”?, Roma, 5 Aprile 2016.
ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

ROMA. – “Se devo perdere voti per una battaglia giusta, li perdo”. Al traguardo delle unioni civili, mentre in Parlamento inizia la “festa” del Pd per l’approvazione in via definitiva della legge, Matteo Renzi rivendica senza tentennamenti il testo. Anche di fronte alla contrarietà del mondo cattolico, emersa nelle parole della Cei.

“Quando ci sono cose giuste vanno fatte. Punto”, dice il premier. E aggiunge che non su questo ma su altro tema, le riforme, si peseranno i voti. Il referendum costituzionale di ottobre sarà un giudizio ‘finale’ sul suo operato: “Non sto in paradiso a dispetto dei santi. Se perdo, non finisce solo il governo ma finisce la mia carriera come politico e vado a fare altro”.

Ci sono motivazioni personali, oltre che politiche, dietro la “battaglia” sulle unioni civili, racconta Renzi. E in mattinata, a ridosso delle votazioni alla Camera per approvare in via definitiva la legge, in un post su Facebook ricorda Alessia Ballini, sua amica e assessore della sua giunta, attivista per i diritti civili morta a 41 anni.

“Perché le leggi sono fatte per le persone, non per le ideologie. Per chi ama, non per chi proclama”, sottolinea il premier. La fiducia, spiega in questa chiave, è solo un mezzo per non tardare ancora. E per una “battaglia giusta” come questa, aggiunge in un’intervista a Radio Capital, non si potevano fare calcoli: “Nessuno ha fatto sondaggi per verificare le posizioni”, assicura.

Il rischio di perdere i voti di alcuni cattolici nelle urne il leader del Pd non lo nega. Anche se i parlamentari a lui vicini invitano a non tralasciare l’effetto opposto, positivo, che la legge approvata può avere sull’elettorato di sinistra. Ma non è questo il punto, assicura Renzi.

Le critiche dei cattolici erano “attese e persino comprensibili, se si ricorda da dove eravamo partiti”. L’unica reazione “fuori luogo”, spiega, è quella di chi, in quel mondo, ora minaccia di votare no al referendum costituzionale. Perché, sottolinea, le due questioni sono diverse: diritti da un lato, le riforme del governo dall’altro. A sottolineare la differenza, il fatto che su un eventuale referendum sulle unioni civili (“Fantapolitica, sicuri che avrebbe la maggioranza?”) non è in gioco la sua carriera, sul referendum costituzionale sì.

Nelle urne di ottobre – non nei sondaggi – si misurerà davvero il consenso del governo. Renzi ribadisce anche di non voler entrare in polemica con i magistrati che faranno attivamente campagna per il ‘no’: “Non intendo mettere bocca, rispetto le regole e la divisione dei poteri”. E anche sul “caso Lodi” assicura rispetto per i pm. Ma sottolinea che il vicesegretario Lorenzo Guerini, predecessore e amico del sindaco Pd arrestato, “non c’entra niente”.

Ma ritornare su questa vicenda è anche per il leader Dem l’occasione per rimarcare la distanza dai 5 Stelle, “garantisti a giorni alterni”. E così Renzi, dopo aver ricordato che il Pd ha votato a favore dell’arresto del suo deputato Francantonio Genovese, sfida Luigi Di Maio e Carlo Sibilia a rinunciare all’immunità per andare in tribunale a rispondere alle querele che il Pd, offeso dai loro attacchi, ha presentato contro di loro: “Perché non l’hanno fatto? Hanno paura di diventare pregiudicati come Grillo? Io non sono pregiudicato e non ho l’immunità, mi querelino”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Venezuela: represso con violenza il corteo della Mud

Pubblicato il 11 maggio 2016 da redazione

represionmarchacaracas

CARACAS. – Tutto secondo copione. Nessuna sorpresa nè colpi di scena. Il corteo dell’Opposizione, convocato dal Tavolo dell’Unità non è riuscito a raggiungere la sede centrale del Consiglio Nazionale Elettorale, come stabilito. Un cordone della Guardia Nazionale, facendo uso di bombe lacrimogene, ha disperso i manifestanti.

La città, ieri, si era svegliata con una inusuale presenza delle forze dell’Ordine e anche blindati della Guardia Nazionale.

In prima fila, nel corteo dell’Opposizione, alcuni deputati – come ad esempio Henry Ramos Allup, presidente dell’An -, esponenti della Mud – tra questi Julio Borges e Jesús Torrealba – e sindaci, governatori e leader dei partiti.

La Guardia Nazionale, in un eccesso di zelo, ha represso violentemente la manifestazione. Tra i feriti anche il Governatore dello Stato Miranda, Henrique Capriles Radoski, al quale sarebbe stato spruzzato “gas irritante” agli occhi.

Il Segretario Esecutivo del Tavolo dell’Unità, Jesús “Chuo” Torrealba ha convocato un’altra manifestazione di protesta per questo sabato. Il Tavolo dell’Unità reclama celerità al Consiglio Nazionale Elettorale al quale accusa di applicare una “strategia dilatoria” per evitare la realizzazione del “referendum revocatorio” prima della fine dell’anno.

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23:38Calcio: Udinese in ritiro da lunedì

(ANSA) - UDINE, 23 SET - L'Udinese andrà in ritiro da lunedì. Lo ha deciso la società dopo la sconfitta di questo pomeriggio con la Roma, la quinta in sei gare da inizio campionato. Il ritiro, annunciato in serata dal club con una breve nota, è stato deciso "per preparare al meglio l'importante sfida di sabato prossimo con la Sampdoria". Una partita dal risultato che appare obbligato per i bianconeri, ancora fermi a 3 punti in classifica.

23:30Calcio: Baselli si scusa, ‘troppa voglia derby,ho sbagliato’

(ANSA) - TORINO, 23 SET - "Avevo troppo voglia di derby, tenevo troppo a questa partita. Ho sbagliato". Daniele Baselli commenta così, su Twitter, l'espulsione che ha condizionato la prestazione del Torino, battuto 4-0 dalla Juventus. "Chiedo scusa ai miei compagni, ai nostri tifosi, alla società", aggiunge il giocatore granata, che posta la foto in cui esce dal campo. "Superfluo aggiunge altro. Momento durissimo - scrive il centrocampista -. Mi assumo tutte le responsabilità. Sempre e comunque forza Toro".

23:18Serie A: Juve padrona, demolisce Toro 4-0 e fa suo il derby

(ANSA) - ROMA, 23 SET - Una Juve padrona all'Allianz Stadium fa suo il derby della Mole, cancellando il Torino 4-0. Primo tempo sontuoso degli uomini di Allegri che prima a passano in vantaggio grazie al 9/o gol stagionale di Dybala e poi approfittano di uno sciagurato fallo di Baselli che costa al centrocampista granata il doppio giallo e l'inevitabile espulsione. Era il 25' e da lì la partita è corsa su un unico binario: il raddoppio di Pjanic al 40', il tris firmato da Alex Sandro al 12' st e il sigillo ancora del n.10 argentino allo scadere. Il punteggio sarebbe addirittura potuto essere ancora più severo per i granata, ma i pali, le parate di Sirigu e l'imprecisione degli attaccanti bianconeri hanno limitato i danni. Higuain ha iniziato in panchina per poi entrare negli ultimi dieci minuti. La squadra di Mihajlovic paga caro l'errore di Baselli ma già l'approccio alla gara non era stato dei migliori, sentendo forse troppo il match a cui per la prima volta dopo anni erano arrivata senza i panni dell'eterna sconfitta.

23:04I campioni dell’ Nba non andranno alla Casa Bianca, ‘delusi’

(ANSA) - NEW YORK, 23 SET - L'intera squadra dei Golden State Warriors, campione in carica della Nba, la principale lega professionistica del basket americano, non andrà alla Casa Bianca. In una nota il team si dice "deluso" e difende la sua star Stephen Curry, attaccata dal presidente americano. "Non c'è niente di più americano della possibilità che ogni cittadino possa esprimere liberamente le sue opinioni", si legge. I Warriors annunciano comunque che saranno ugualmente a Washington in febbraio e, invece della programmata visita alla Casa Bianca, troveranno il modo per "celebrare l'uguaglianza, la diversità e l'inclusione. Tutti valori che la nostra organizzazione - si legge ancora - sostiene da sempre".

21:32Minniti a Atreju,applausi e fischi,’ma non sono Crozza’

(ANSA) - ROMA, 23 SET - Il timore lo confessa subito: "mentre venivo qui pensavo: se mi applaudono troppo, significa che mi hanno scambiato per Crozza". Il ministro dell'Interno Marco Minniti esordisce così al dibattito ad Atreju, la festa di Fratelli d'Italia. Alla fine di un vivace confronto durato oltre un'ora, avrà incassato molti applausi ma anche qualche fischio - soprattutto quando liquida il fascismo - da parte di una platea con diversi nostalgici del Ventennio. Minniti strizza l'occhio al pubblico di Atreju quando ricorda che da sottosegretario alla presidenza del Consiglio gli fu assegnata la stanza con la scrivania di Mussolini e, da sottosegretario alla Difesa, quella di Balbo. Rivendica i risultati ottenuti sul fronte dell'immigrazione illegale, la direttiva sugli sgomberi che "concilia il principio di legalità con quello di umanità" e l'eliminazione del grado di appello nei ricorsi contro il diniego dello status di rifugiato: "sono ministro da 9 mesi, perché queste cose non le hanno fatte i governi di centrodestra?".

21:26Calcio: Sarri “Non ci sentiamo l’antagonista della Juventus”

(ANSA) - ROMA, 23 SET - "La Spal ha fatto un'ottima partita e abbiamo giocato su un terreno indegno per questa categoria. E per una squadra come la nostra essere costretti a fare sempre un tocco in più il problema si accentua". E' l'unico neo che Maurizio Sarri vede nella vittoria del Napoli a Ferrara. Parlando a Premium, il tecnico azzurro innanzitutto "la grande partita degli avversari. Abbiamo dovuto fare un secondo tempo di buon livello per vincere. Se la Spal è giocherà così per tutto l'anno, questo sarà un campo difficile". Nessuna novità sulle condizioni di Milik: "Domani farà un controllo e avremo le idee più chiare. Non è comunque il ginocchio che si è infortunato l'anno scorso", chiarisce Sarri che non si sente l'antagonista principale della Juventus: "Non ci sentiamo l'anti-Juve, siamo una squadra che sta facendo tanti punti e siamo migliorati rispetto agli scorsi anni: siamo più capaci di sopportare gli eventi negativi delle gare. Abbiamo fatto un buon inizio, questo ci dà fiducia per continuare a lavorare".

21:12Premier: Liverpool corsaro a Leicester, vetta a -5

(ANSA) - ROMA, 23 SET - Vittoria sofferta e 'pesante' del Liverpool al Leicester Stadium. E' finita 3-2 per la squadra di Jurgen Klopp che deve ringraziare Jamie Vardy che ha sbagliato il rigore del possibile pari a 17' minuti dal termine. Reds avanti 2-0 grazie alle reti di Salah (15') e Coutinho (23') prima del risveglio della squadra di casa con Okazaki (48' pt). Nella ripresa Herserson (68') porta a tre le reti degli ospiti ma Vardy un minuto dopo (69') riporta sotto le Foxes. Decisivo, come detto, l'errore dal dischetto dell'attaccante che al 73' spara sui guantoni di Mignolet la palla del possibile pareggio. In classifica il Liverpool sale a 11 punti, cinque in meno delle capoliste City e United (16) e due in meno del Chelsea (13).

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