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Obama e Bush attaccano Trump: “No a politica della paura”

Pubblicato il 20 ottobre 2017 da ansa

Obama e Bush attaccano Trump, no a politica della paura.

 


WASHINGTON. – E’ inusuale che un ex presidente scenda in campo criticando in maniera evidente chi lo ha succeduto alla Casa Bianca. Ma è perfino inedito che due ex presidenti, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, sferrino un duro attacco a Donald Trump e al ‘trumpismo’, pur mai menzionandolo per nome, ma scandendo un fermo monito e lanciando un accorato appello, praticamente all’unisono.

Sono Barack Obama e George W. Bush che, ognuno a suo modo, hanno condannato l’intolleranza e supplicato di non fare passi indietro, in particolare sui valori che hanno dato e danno forma all’America, da qualsiasi parte politica li si guardi. Obama è salito sul palco prima in New Jersey e poi in Virginia a sostegno di candidati governatori nei due stati, in una giornata che segna il ritorno dell’ex presidente nell’arena politica.

E torna con un messaggio chiaro: “rifiutiamo la politica della divisione e della paura” dice, spiegando che “chi vince” le elezioni “dividendo la gente, non potrà poi governarla. E non potrà unirla. In gioco c’è la democrazia”. A Newark, la città più grande del New Jersey, Obama scende in campo per Phil Murphy come prossimo governatore dello Stato.

“Respingiamo la politica delle divisioni. Respingiamo la politica della paura”, dice, e insiste: “Parte della politica cui assistiamo oggi pensavamo di averla lasciata alle spalle. C’è gente che guarda a 50 anni fa. Siamo nel 21/mo secolo, non nel 19/mo”. Quindi a Richmond, in Virginia, per sostenere il candidato democratico a governatore Ralph Northam, rimarca che “la politica sta infettando le nostre comunità invece di rappresentare i nostri valori”.

E strigliando anche i democratici in vista degli appuntamenti elettorali di novembre e delle elezioni di midterm, li esorta al voto. “I democratici qualche volta sono pigri: la posta in gioco è alta e non consente di essere addormentati e pigri”.

Ma se, pur irrituale, l’attacco dell’ex presidente democratico verso il successore repubblicano può avere una sua logica ‘di parte’, il duro monito lanciato da George W. Bush durante un raro intervento pubblico ha particolarmente colpito l’immaginario americano: “L’intolleranza sembra rinvigorita. La nostra politica appare più vulnerabile alle teorie del complotto e ad invenzioni totali”, ha detto l’ex presidente dal podio del Time Warner Centrenel di New York durante un evento del Bush Institute.

“L’intolleranza, in qualsiasi forma, è blasfemia per i valori americani”, ha aggiunto, “vuol dire che l’identità stessa della nostra nazione dipende dalla trasmissione degli ideali di civiltà alle prossime generazioni. E, ancora: “Il bullismo e il pregiudizio nella nostra vita pubblica definisce i toni, consente crudeltà e intolleranza”.

Parole come macigni, che sorprendono pronunciate da George W. Bush, non tanto nei contenuti quanto nella forma: l’ex commander in chief nei nove anni da quando ha lasciato la Casa Bianca ha scelto infatti di rimanere lontano dalla ribalta. Non ha criticato il suo successore Barack Obama e anche durante l’ultima campagna elettorale si è tenuto ai margini, salvo prendere una posizione netta nel decidere di non dare il suo appoggio a Donald Trump.

“Quando perdiamo di vista i nostri ideali – ha detto l’ex inquilino della Casa Bianca- non è la democrazia che ha fallito. Il fallimento è di coloro incaricati di proteggere e difendere la democrazia”.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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Europa unita: “Non smantellate l’accordo con l’Iran”

Pubblicato il 13 ottobre 2017 da ansa

Trump dopo aver firmato l’ordine esecutivo. (ANSA/AP Photo/Evan Vucci)

 

ROMA. – Fra Europa e Stati Uniti si è aperto un nuovo fossato. La disdetta americana dell’accordo sul nucleare con l’Iran è stata nell’immediato rinviata, parola di Donald Trump che ne ha demandato la revisione al Congresso. L’Ue gli risponde unita con Federica Mogherini: l’accordo non è mai stato violato, funziona ed è da tutelare, comunque.

Ma l’Europa, ormai da mesi, è in fibrillazione, perché non accetta l’idea anche solo di mettere in pericolo quello che considera il primo vero, solido successo diplomatico in Medio Oriente. In suo favore si sono spese le tre potenze europee che avevano partecipato alle lunghe trattative, per quanto i loro governi siano cambiati dal 2015: Theresa May, che si è consultata con Trump per telefono, ha ribadito che l’intesa “è di vitale importanza per la sicurezza della regione”.

E la premier dell’alleato privilegiato degli Usa ha ribadito insieme a Emmanuel Macron e Angela Merkel che Londra, Parigi e Berlino “restano vincolate” a rispettarla. L’accordo – hanno scritto – “è stato il culmine di 13 anni di diplomazia e un passo importante per assicurare che il programma nucleare iraniano non deviasse verso scopi militari”.

Ma oggi la linea rossa l’ha tirata Mogherini: l’Unione europea continuerà a sostenere e a tutelare in ogni sua parte l’accordo e la sua piena e rigorosa attuazione da parte di tutti”, “a beneficio di tutte le parti”: “Un accordo che funziona e continuerà a funzionare”, ha risposto a breve giro a Trump l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini.

Un accordo – ha messo in chiaro – che non può essere disdetto unilateralmente dagli Usa, in quanto “non è un accordo bilaterale e non appartiene ad un singolo Paese”, ma è stato approvato unanimemente dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e rappresenta quindi l’intera comunità internazionale. E tantomeno è “affare interno americano”.

Secondo Trump, la ‘sunset clause’, la provvisorietà dei limiti imposti al programma nucleare iraniano, hanno solo “rinviato” il momento in cui Teheran otterrebbe la bomba; secondo Mogherini, invece, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) raggiunto nel 2015 fra Teheran e sei potenze occidentali (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) sotto l’egida Onu, “impedisce e continuerà a impedire che Teheran abbia accesso all’arma atomica”. Quindi è “un pilastro della non-proliferazione” in un momento in cui il pericolo nucleare è tornato di attualità con la crisi nordcoreana.

Ci sono poi anche i risvolti economici: il presidente Usa ha detto che lavorerà a nuove sanzioni, con gli alleati, ma a quelle sanzioni, per superare le quali sono stati necessari anni e anni di duro confronto fra le sei principali potenze occidentali e Teheran, l’Unione europea non intende naturalmente tornare.

Anche perché solo nel primo anno dopo l’entrata in vigore del Jcpoa gli affari reciproci con l’Iran si sono impennati: l’export della Repubblica islamica verso il Vecchio continente è aumentato fra 2015-16 del 375% (scrive il Washington Post), e lucrosi contratti sono stati già firmati, ricorda il Financial Times, fra gli altri da Total, Airbus e Peugeot, e altri sono in fase di negoziazione. Da diverso tempo, si è saputo è in corso un lavoro di lobbying dell’Unione europea presso il Congresso, nel cui campo Trump ha buttato la palla.

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Accordo con Iran, braccio di ferro fra Trump ed Europa

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Una protesta a Teheran, in Iran, contro il discorso di Donald Trump

 

 

WASHINGTON. – “Teheran non rispetta lo spirito” dell’accordo sul nucleare: sono perentorie le parole di Donald Trump, che però non svela le sue intenzioni finali, se cioè intenda ufficialmente non certificarne il rispetto da parte di Teheran, aprendo così anche un duro braccio di ferro con l’Europa.

“Non dobbiamo consentire all’Iran di ottenere le armi nucleari”. “Il regime iraniano sostiene il terrorismo ed esporta violenza, spargimenti di sangue e caos nel Medio Oriente. Quindi l’Iran” che “non è stato all’altezza dello spirito dell’accordo”. Nell’accogliere a cena i suoi vertici militari, il presidente degli Stati Uniti parla di “calma prima della tempesta”: una frase criptica alla quale aggiunge un “vedrete presto” detto ai giornalisti.

Dall’altra parte dell’Atlantico nessuna sponda a Trump: l’Ue non lascia spazio a ‘sfumature’. L’accordo sul nucleare iraniano “funziona e sta dando risultati” e la Commissione europea “si aspetta che tutti gli attori coinvolti lo rispettino”, ha detto una portavoce dell’esecutivo europeo. Che, interpellata sulle intenzioni di Trump, ha richiamato le posizioni espresse dall’Alto rappresentante per la politica estera: “Federica Mogherini ha detto chiaramente che l’accordo non può essere rinegoziato”.

Ed ha ribadito l’impegno: “Continueremo ad assicurare che l’accordo con l’Iran sia pienamente implementato da tutte le parti in causa”, ha detto in un messaggio di congratulazioni all’organizzazione per il bando alle armi nucleari (Ican), fresca di Nobel per la Pace. In un mondo che “ha di fronte nuovi test nucleari e il rischio di una crisi atomica”, l’Ue “condivide l’impegno per arrivare a un mondo libero dalle armi nucleari”.

Pure Londra segnala che su questo punto viaggia in senso contrario a Trump, stando al profilo Twitter dell’ambasciata britannica a Washington: “L’accordo con l’Iran sul nucleare sta funzionando” si legge, a corredo di uno schema con le cifre del ‘prima e dopo’: prima dell’accordo Teheran aveva 19mila centrifughe funzionanti, 8mila chili di uranio arricchito a basso livello e una riserva di materiale di qualità adatta ad armamenti. Dopo l’accordo ha trasferito il 95% dell’uranio e l’intera riserva di materiale.

Linea condivisa anche da Berlino e Parigi, che hanno ribadito di non voler rinegoziare l’accordo. In queste ore emerge anche l’auspicio di Mosca, che la decisione di Trump sia bilanciata e basata sulla realtà: “Speriamo che i contatti continui tra nazioni europee, altri membri della comunità internazionale e Washington sulla questione dell’ accordo sul nucleare iraniano non siano inutili e che la decisione finale del presidente americano sia equilibrata e basata sulla realtà”, ha detto il ministro degli Esteri, Serghiei Lavrov.

Così, dopo lo scossone provocato dal ritiro Usa dall’accordo di Parigi sul clima, la coesione transatlantica è appesa al filo del dossier iraniano. Ma la palla con tutta probabilità sarà presto nel campo del Congresso, se è vero – come trapelato – che Trump intende annunciare la prossima settimana che non certificherà il rispetto dell’accordo. Il Congresso avrà poi 60 giorni di tempo per decidere se imporre le sanzioni revocate in base all’intesa.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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Trump cancella l’eredità Obama su contraccezione e Lgbt

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Trump cancella eredità Obama su contraccezione e Lgbt

WASHINGTON. – Colpo di spugna sulla contraccezione gratis e sulle tutele contro le discriminazioni della comunità Lsgb, in nome della difesa della libertà religiosa e di coscienza: l’amministrazione Trump smantella un altro pezzo rilevante dell’epoca Obama, continuando a corteggiare l’elettorato più conservatore e tradizionalista, in particolare gli evangelici.

Il primo colpo di scure riguarda l’Obamacare, che obbligava i datori di lavoro a pagare i contraccettivi femminili nella copertura sanitaria per i propri dipendenti. Ora Trump ha deciso di estendere l’esenzione del pagamento, già concessa in maggio ad alcune organizzazioni religiose con un ordine esecutivo, a tutte le imprese commerciali (anche ad alcune non profit) e alle assicurazioni, sulla base di convinzioni religiose o morali.

Una mossa accolta con favore dai gruppi religiosi, ma anche dal mondo economico. Critiche invece le organizzazione per i diritti delle donne e alcune associazioni mediche. “Le nuove norme porteranno indietro l’orologio sulle salute delle donne”, ha osservato Haywood L. Brown, presidente dell’American College of obstetricians and gynecologists. “Una contraccezione abbordabile per le donne salva vite, previene gravidanze indesiderate, soprattutto tra le adolescenti, e riduce il tasso di mortalità materna”, ha aggiunto.

Le prime azioni legali per impugnare il provvedimento sono già state preannunciate. Il National Women’s Law Center (Centro legale nazionale per le donne) si prepara a dar battaglia, sulla base di argomentazioni come la “discriminazione sessuale e religiosa”. Per alcune donne, aggiunge, questo vorrà dire dover scegliere “tra le cure preventive, come i contraccettivi, e l’affitto, il mutuo o la bolletta elettrica”.

La decisione interesserà oltre 55 milioni di donne che ora hanno accesso gratuito a metodi contraccettivi come la pillola. La percentuale di quelle che pagavano di tasca propria era scesa dal 21% al 4% con l’Obamacare. Ma questo aspetto della riforma sanitaria di Obama aveva generato una ondata di cause da parte di vari datori di lavoro, tra cui scuole, college e ospedali religiosi, organizzazioni caritatevoli. Tra questi anche l’ordine cattolico delle Little sisters of the poor, secondo cui l’obbligo equivaleva a renderle “moralmente complici di un grave peccato”.

Il provvedimento era stato annunciato da mesi e si inserisce nella battaglia legale e ideologica contro l’Obamacare, che Trump sta tentando di boicottare in ogni modo dopo che non e’ riuscito a cancellarlo al Congresso. L’amministrazione Trump ha ribaltato anche le politiche di Obama per la difesa della comunità Lgbt: l’attorney general Jeff Sessions ha emesso una direttiva in cui sollecita le agenzie governative a fare il possibile per soddisfare chi rivendica la violazione delle proprie libertà religiose.

Il provvedimento rimuove l’onere per gli obiettori religiosi di provare la sincerità delle loro convinzioni in materia di matrimonio o di altri temi per eludere le tutele per le persone della comunità Lgbt. Ciò significa che gli ospedali cattolici potranno negare loro le cure o che le imprese potranno rifiutarsi di assumerle o di prestare loro servizi. Come ha fatto un pasticciere del Colorado, che non ha voluto preparare una torta per un matrimonio gay.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)

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Trump rilancia sulle tasse dopo Obamacare e Alabama

Pubblicato il 27 settembre 2017 da redazione

Obamacare

Trump rilancia sulle tasse dopo Obamacare e Alabama

 

WASHINGTON. – Tra mille grane, vecchie e nuove, come lo scontro sull’Obamacare che ormai si trascina da mesi e la fresca batosta elettorale in Alabama, Donald Trump spariglia e punta tutto sulla riforma fiscale che nella sua visione abbatterà le tasse per le aziende e i super ricchi e regalerà un raddoppio delle deduzioni alla classe media. Senza peraltro abbandonare il suo cavallo di battaglia: quello delle Fake News con una sfuriata contro Facebook che, dice, “è contro di me”.

Tenta così il presidente degli Stati Uniti di sviare l’attenzione dal nuovo schiaffo, doppio, con l’affossamento della revoca di Obamacare e la sconfitta del suo candidato alle primarie repubblicane nella corsa al seggio dell’Alabama al Senato. Lascia quindi Washington per Indianapolis pronto ad illustrare la sua riforma fiscale che, continua a ripetere, non è una riforma per ricchi.

Ai nastri di partenza adesso quindi, con il testo-quadro elaborato dai repubblicani, che dovrà essere discusso e approvato in Congresso per diventare legge, quindi firmato dal presidente per entrare in vigore. E Trump ha già dettato i parametri. Sono due le ‘linee rosse’ che non intende superare: la ‘corporate tax’ deve essere ridotta al 20% – “Sempre stato quello il mio obiettivo, avevo parlato del 15% per ottenere il 20”, ha spiegato circa la discrepanza rispetto alle cifre auspicate dalla Casa Bianca – e quanto si recupera dai tagli deve andare a favore della classe media con cospicue deduzioni.

Il documento preparato dai Repubblicani in nove pagine contempla anche tagli per le classi più abbienti (ma su questo non c’è accordo), la classe media e le imprese mantenendo allo stesso tempo deduzioni per incoraggiare l’acquisto di case e sulle donazioni caritatevoli. La base su cui negoziare, anche con i democratici.

Sull’intesa con i democratici Trump punta anche per portare a casa un accordo sulla Sanità. Tema su cui azzarda pure una rimonta, annunciando un ordine esecutivo a breve, quasi una dimostrazione di forza per aggirare l’ostacolo ad oggi insormontabile al Senato, e per mano proprio dei repubblicani.

Perché il voto su Obamacare ci sarà, afferma con fare sicuro, ma non adesso. “A gennaio, febbraio o marzo… ” per motivi tecnici -spiega- ma anche perché uno dei senatori per il sì si trova in ospedale. Proprio il suo rapporto con i repubblicani, che a oltre nove mesi dal suo arrivo a Washington non ha ancora connotati definiti, gli ha dato l’ennesimo dispiacere.

Questa volta il presidente aveva scelto di allinearsi all’establishment, scelta che non ha pagato: nel ballottaggio in Alabama alle primarie del partito – valide per un seggio in Senato – Roy Moore, il candidato populista, ultraconservatore ed evangelico appoggiato da Steve Bannon e Sarah Palin, ha sconfitto il senatore Luther Strange sostenuto da Trump e dai vertici del Grand Old Party.

A Washington poi spunta un altro ‘caso’, con il ministro della Sanità Tom Price scoperto ad usare i più costosi jet privati per le sue trasferte invece che aerei di linea. Una commissione della Camera indaga, mentre Trump mette le mani avanti: “Stavo esaminando ed esaminerò la cosa. Non sono contento” dice ai giornalisti, e alla domanda se intende licenziare Price, risponde: “vedremo”.

In tutto questo il presidente resta attivissimo su Twitter, da dove si scaglia contro un altro social media, Facebook, accusandolo di essere stato sempre contro di lui, dopo che la creatura di Zuckerberg ha annunciato che collaborerà col Congresso nell’ambito dell’inchiesta sul ‘Russiagate’. “Facebook è stato sempre anti-Trump, ma la gente è con me”. Ha twittato Trump, tornando ad attaccare anche il New York Times e il Washington Post con l’accusa di veicolare ‘fake news’ contro di lui: “Collusione?”, si chiede quindi.

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Senato Usa: “Liberare i prigionieri politici in Venezuela”

Pubblicato il 01 marzo 2017 da redazione

WASHINGTON – I prigionieri politici sempre nell’occhio del ciclone. Questa volta è toccato al Senato degli Stati Uniti esprimersi su un problema sempre più stringente. In effetti, oltre ai nomi che hanno l’onore della cronaca nei mass-media venezuelani – leggasi, Antonio Ledezma, Leopoldo López o Daniel Ceballo, solo per nominare i più conosciuti – sono tanti, purtroppo troppi i giovani in prigione colpevoli solamente di militare in un partito politico d’Opposizione.
Attraverso una mozione approvata all’unanimità, il Congresso nordamericano esige al governo del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici e di accettare l’aiuto indispensabile per superare questo particolare momento difficile caratterizzato dalla mancanza di alimenti e di medicine. Insomma, di aprire un canale umanitario attraverso il quale far convogliare gli aiuti che verrebbero dall’estero.
D’altro canto, il Congresso ha anche espresso il proprio sostegno a qualunque “sforzo rilevante” a favore di un dialogo reale che possa aiutare a ristabilire l’indipendenza dei poteri e, quindi, le libertà democratiche
Ma non è tutto, i senatori hanno anche espresso la propria solidarietà al Segretario Generale dell’Organizzazione di Stati Americani, Luis Almagro, affinché si permetta l’applicazione della Carta Democratica Interamericana e, attraverso essa, valutare la reale situazione del Paese.

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Il Messico avverte Trump: “Risponderemo colpo su colpo”

Pubblicato il 23 febbraio 2017 da ansa

Confine Usa-Messico. (ANSA/AP Photo/Eric Gay, File)

CITTA’ DEL MESSICO. – Prove di dialogo fra Messico e Usa malgrado il governo di Peña Nieto abbia avvertito l’America di essere pronto a rispondere “colpo su colpo” dopo le tensioni con l’amministrazione Trump su muro, espulsioni dei migranti e commercio culminate, nelle settimane scorse, con l’annullamento della visita del leader messicano alla Casa Bianca.

Il segretario di Stato americano Rex Tillerson e il consigliere per la Sicurezza nazionale John Kelly sono volati a Città del Messico per la prima presa di contatto ufficiale fra i due governi cercando di porgere un ramoscello d’ulivo, supportati anche dalle parole di Trump, che adesso ha ammorbidito i toni, augurandosi di avere in futuro “buone relazioni” con il Messico, certo “a patto che ci tratti nella maniera giusta”.

Così proprio Kelly, durante gli incontri con la controparte messicana, ha assicurato che non ci saranno “espulsioni di massa” e che gli Stati Uniti non utilizzeranno le forze armate per rafforzare le politiche migratorie. Il ministro degli Esteri messicano, Luis Videgaray, ha sottolineato che sono stati fatti “passi importanti nella direzione giusta” sulla migrazioni: “Abbiamo espresso la nostra preoccupazione riguardo ai diritti umani dei messicani che si trovano negli Usa, e su questa questione abbiamo registrato una profonda coincidenza con i nostri interlocutori”, ha assicurato Videgaray.

E Tillerson, da parte sua, ha garantito “il rispetto della dignità e dei diritti” delle persone. Il capo della diplomazia messicana ha inoltre avvertito che “qualsiasi decisione di un governo che abbia conseguenze per un altro Paese deve essere il risultato del dialogo” e dunque non una mossa “unilaterale”.

Videgaray ha insistito sul fatto che attualmente il Messico è principalmente un paese di transito per i migranti provenienti dall’America Centrale e diretti verso gli Usa, per cui è necessario lanciare un’azione di “responsabilità condivisa per concentrarsi sulle vere cause del fenomeno, che sono il sottosviluppo e l’instabilità”.

Le parole del ministro al termine del suo incontro con Tillerson e Kelly – in agenda c’è anche un incontro dei due con il presidente Peña Nieto – suonano ben diverse da quelle usate nei giorni scorsi dallo stesso Videgaray, che era arrivato a paventare un ricorso del suo paese all’Onu per garantire i diritti dei messicani negli Usa.

Ma ovviamente le distanze restano. Tanto che il ministro dell’Interno messicano Miguel Angel Osorio Chong ha comunque insistito di essere “in disaccordo con le nuove politiche dell’amministrazione statunitense”. E anche Videgaray ha definito ancora “lontana” la possibilità di un accordo. I rapporti commerciali ad esempio, ha spiegato, non sono stati affatto discussi durante questa prima presa di contatto con l’amministrazione Trump.

Ed è proprio riguardo a questa questione che il capo della diplomazia messicana aveva detto che il suo governo è disposto a rispondere “colpo su colpo” al presidente Usa se dovesse lanciare una guerra commerciale: “Se veramente pensano di imporre tasse alle esportazioni messicane, allora anche noi lo faremo, ma lo faremo meglio, scegliendo i settori nei quali possano patire più danni”, aveva minacciato Videgaray.

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Elezioni USA – Capacità e carisma

Pubblicato il 03 novembre 2016 da Luca Marfé

luca

Io credo che si debba distinguere la capacità #politica dal carisma.
#Obama è stato un buon presidente. Ma è stato soprattutto un presidente brillante, carismatico per l’appunto.
Se oltre ad essere un gentleman sorridente, avesse risolto i problemi che gli statunitensi percepiscono come tali, oggi il fenomeno #Trump non esisterebbe.
#Hillary non avrebbe dovuto fare altro che promettere il “pilota automatico”, continuare il suo operato ed amministrare questo Paese per altri 8 anni.
E invece accanto ad una buona crescita economica restano le disuguaglianze di sempre. E invece il sogno #ObamaCare fa acqua un po’ da tutte le parti, a detta di molti tra gli stessi #democratici.
Insomma, Obama lascia con un sorriso splendido che se fossimo ad Hollywood gli farebbero recapitare un carrello di Oscar.
Ma lascia anche e soprattutto tante situazioni irrisolte.
Distinguere, dunque, l’estetica dalla sostanza.
Perché è proprio in quella sostanza che Trump, senza sapere neanche troppo bene come, ha impiantato le sue radici di rivalsa e di rancore dalle quali oggi succhiano linfa milioni di #americani.
Perché è proprio in quella sostanza che Trump potrebbe davvero aver gettato le basi di una sua strampalata vittoria.

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe
#ElezioniUSA #USA

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La lobby delle armi sta con Trump. Duello con Hillary

Pubblicato il 22 maggio 2016 da redazione

US President Bill Clinton (R) and First Lady Hillary Rodham Clinton (L) talk prior to the arrival of the Czech President Vaclav Havel to the official State Dinner at the White House in Washington, DC, 16 September.  Clinton and Havel had a joint press conference earlier and Havel is expected to depart Washington 18 September.                  (ELECTRONIC IMAGE)  EPA/AFP/STEPHEN JAFFE

US President Bill Clinton (R) and First Lady Hillary Rodham Clinton (L) talk prior to the arrival of the Czech President Vaclav Havel to the official State Dinner at the White House in Washington, DC, 16 September. Clinton and Havel had a joint press conference earlier and Havel is expected to depart Washington 18 September. (ELECTRONIC IMAGE) EPA/AFP/STEPHEN JAFFE

WASHINGTON. – Tra Donald Trump e Hillary Clinton si accende anche il duello sulle armi, una delle questioni che più divide l’America. Ieri il candidato repubblicano, che in passato si era pronunciato per il bando delle armi automatiche, ha incassato l’endorsement della National Rifle Association (Nra), promettendo al popolo delle armi di proteggerlo e di eliminare anche le ‘gun free zone’, quegli spazi pubblici in cui è vietato portare pistole o fucili: scuole, chiese, uffici, e alcune aree delle basi militari. E ha bollato la rivale come “la candidata presidenziale più anti armi e anti secondo emendamento”, quello che garantisce l’autodifesa.

Hillary gli ha risposto presentandosi in Florida con la madre di Trayvon Martin, il teenager nero disarmato ucciso nel 2012 da un vicino che ha venduto all’asta la pistola del delitto per 100 mila dollari, ed altri genitori che hanno perso i figli in violenze legate alle armi da fuoco.

“Non possiamo permetterci 33mila morti l’anno”, ha twittato, precisando di sostenere il secondo emendamento ma di essere a favore delle misure di buon senso che rendano più severi i controlli sulla vendita e sul possesso di armi, come disposto recentemente da Barack Obama.

Un provvedimento, quest’ultimo, che invece Trump ha promesso di voler abolire, insieme a tutti gli altri emessi dal presidente americano, “in meno di un’ora appena arrivato alla Casa Bianca”.

Per Trump è stata una vera e propria standing ovation alla convention della Nra, dove ha cavalcato alla grande il sentiment della platea, che è quello dell’America profonda, ricambiato da un tifo da stadio.

“Hillary vuole togliervi le pistole. Vuole che la gente non si difenda, vuole abolire il secondo emendamento della nostra costituzione e vuole liberare pericolosi criminali. Noi non lo permetteremo, gli americani hanno il diritto di difendersi al 100%”, ha promesso.

Ma quasi ogni giorno gli Usa registrano morti, feriti o incidenti legati alle armi facili, come quella usata l’altro giorno vicino alla Casa Bianca da un uomo che è stato poi neutralizzato dal secret service.

Come sull’aborto e sui transgender, è un Paese spaccato in due quello rappresentato da Hillary e Trump in questa campagna elettorale: da una parte i cari di tante vittime innocenti, come Trayvon Martin, diventato icona del movimento ‘Black Lives Matter’, che combatte le violenze – soprattutto della polizia – contro le minoranze.

Dall’altra l’America riunita alla convention della Nra, che parla di “migliaia di patrioti in sala” e vanta di avere di 5 milioni di membri nell’associazione e decine di milioni di sostenitori delle armi in tutto il Paese.

“Mandiamo Hillary in pensione”, era lo slogan, mentre uno dei leader storici della Nra, Wayne LaPierre, invitava a far indossare alla Clinton “una tuta arancione”, come quella dei detenuti di Guantanamo.

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Luci e ombre della realtà americana e la sfida della politica

Pubblicato il 20 maggio 2016 da redazione

US Democratic presidential candidate Hillary Clinton addresses supporters at East Los Angeles College in Los Angeles, California, USA, 05 May 2016.  EPA/MIKE NELSON

US Democratic presidential candidate Hillary Clinton addresses supporters at East Los Angeles College in Los Angeles, California, USA, 05 May 2016. EPA/MIKE NELSON

NEW YORK – Non è tutto oro quello che luccica. Dietro la facciata di benessere e di apertura che offre la società americana, si nasconde una realtà assai diversa dal “sogno americano” al quale ci hanno abituato le grandi produzioni hollywoodiane. E di questo dovrebbero essere coscienti i nostri giovani che guardano agli Stati uniti come fosse la “terra promessa”.

Quella americana è la società dei grandi contrasti, dalle profonde contraddizioni. Una società moderna, multietnica, con una grossa spinta verso il futuro e, allo stesso tempo, assai conservatrice e ancorata alle tradizioni. E’ una società che si riflette nel mondo politico, fra luci e ombre.

La notizia che il Senato abbia confermato la scelta del presidente Obama di promuovere Eric Fanning, apertamente gay, primo segretario dell’Esercito degli Stati Uniti, rappresenta una svolta storica. Fino a cinque anni fa, sarebbe stata una scelta impossibile.

Infatti, era ancora in vigore la norma “don’task, don’t tell” che proibiva ai militari gay o lesbiche di parlare apertamente del loro orientamento sessuale.

La politica, oggi, riflette le due anime più estreme del Paese: quella progressista, interpretata da Sanders, e, quella conservatrice, rappresentata da Trump. Ed anche i due aspetti fondamentali che oggi dividono l’economia americana. La ripresa, anche se lenta, e la nostalgia di un passato che Trump ha fatto suo con lo slogan: “Make American Great again”.

Le statistiche, spesso, traggono in inganno. E, in ogni caso, quasi mai dicono tutta la verità. La ripresa economica c’è. E’ indiscutibile. Lo è anche che la disoccupazione si è ridotta del 5 per cento. Ma ciò non vuol dire che la qualità di vita dell’americano medio sia migliorata. Anzi…

Il fenomeno della delocalizzazione industriale è alle origini delle odierne difficoltà delle famiglie e anche della decisione di alcune realtà locali, come quella di New York ad aprile, di aumentare il salario minimo. E’ questa una battaglia che dal 2012 combattono in particolare i dipendenti dei “fast-food”.

Il tessuto industriale americano, quindi, risente profondamente della riduzione – leggasi ricollocamento all’estero – dei complessi produttivi. Le fabbriche chiudono o sono ridimensionate. Gli ex operai, che all’epoca del boom industriale rappresentavano una specie di aristocrazia poiché ben pagati, ora si ripropongono in impieghi alternativi. Questi non mancano di certo, ma sono mal retribuiti.

Ristoranti, “fast food”, distributori di benzina, “pony-express”, grandi magazzini. Sono tutti lavori che abbondano, ma la paga non è delle migliori. E non certo equiparabile a quella che ricevevano in fabbrica.

La qualità di vita, quindi, ne soffre enormemente. E di questo dovrebbe tener conto chi pensa nell’America come fosse la Mecca. Diversa è la realtà per il professionista, che può proporsi in un ambito di lavoro diverso. Ma anche così, il suo percorso è irto di difficoltà e la concorrenza spietata.

E’ questa l’America che si presenta ai candidati repubblicani e democratici che oggi affrontano le rispettive primarie, primo passo verso la Casa Bianca.

Per Trump il cammino ormai è tutto in discesa. Senza rivali, solo dovrà attendere l’ultimo confronto con la “Grand Old Party” alla “Convention” che dovrebbe incoronarlo definitivamente candidato repubblicano.

In casa dei democratici tira aria diversa. Più complesso e difficile, infatti, è il cammino di Hillary Clinton. Sanders, pur cosciente che solo un miracolo potrà salvarlo dalla sconfitta, non demorde. E mantiene la promessa di portare avanti la sua battaglia fino a quando la matematica, e non il senso comune, indicheranno che non vi è più speranza.

Per l’ex First Lady, la presenza di Sanders rappresenta una spina al fianco, mentre Trump attacca indisturbato. Il senatore “socialista” sta mettendo in mostra tutte le debolezze di Clinton, e l’incapacità dell’ex First Lady di comunicare con alcuni settori importanti dell’elettorato, in primis quello più giovane.

La macchina elettorale, colossale e potente dell’ex Segretario di Stato, pattina, non arranca e, col passare dei giorni, rende sempre più evidente la necessità di un’alleanza futura con l’attuale avversario.

Quando si spegneranno i riflettori sulle primarie democratiche, la diplomazia entrerà in azione per costruire ponti tra coloro che oggi si affrontano senza esclusione di colpi ma anche con un elegante “fair play”, se comparato con il linguaggio che il magnate del mattone ha sempre riservato ai colleghi repubblicani.

La politica è imprevedibile ma, visto gli sviluppi degli ultimi mesi, l’incalzare del tycoon, all’inizio considerato un fenomeno da baraccone, potrebbe offrire spiacevoli sorprese a Clinton che, per sconfiggere il candidato repubblicano, avrà bisogno dell’alleato Sanders.

(Mariza Bafile/Voce)

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Hillary: se vinco Bill sarà lo zar dell’economia

Pubblicato il 17 maggio 2016 da redazione

clinton

WASHINGTON. – Ne eleggi uno, ne prendi due: è il messaggio lanciato da Hillary Clinton durante la sua campagna per le primarie in Kentucky, dove ha promesso che suo marito Bill sarà “incaricato di rivitalizzare l’economia” se lei sarà eletta alla Casa Bianca.

“Perché lui sa come farlo, specialmente in posti come quelli minerari o poveri o in altre parti del Paese rimaste tagliate fuori”, ha spiegato, alludendo ai successi economici degli otto anni di presidenza del marito, anche se fu sotto la sua amministrazione che vennero poste le basi per la futura crisi economica scoppiata nel 2007, con l’abolizione della legge bancaria del 1933 che separava nettamente le attività delle banche d’affari da quelle commerciali.

In gennaio Hillary aveva ironizzato su Bill: “comincerà a darmi consigli dal tavolo di cucina, poi vedrò se andremo oltre…”. Ma già il mese scorso aveva confidato di volerlo far “uscire dalla pensione” perché aiuti la gente a tornare al lavoro.

Ora gli ritaglia un ruolo per rilanciare l’economia, senza precisare quale incarico gli affiderebbe ma lasciando supporre un coinvolgimento di alto profilo, all’interno dell’ amministrazione, dove la ‘Clinton machine’ tornerebbe ad essere un tandem. Come quando Bill nominò Hillary capo dell’unità sulla Riforma della Sanità Nazionale.

I suoi detrattori considerarono inappropriato che una first lady giocasse un ruolo centrale nelle questioni politiche, mentre i suoi sostenitori replicarono che gli elettori erano consapevoli del ruolo attivo che avrebbe avuto durante la presidenza del marito.

Del resto durante la sua campagna Bill aveva dichiarato che votare per lui significava prendere “due al prezzo di uno”. Ora la moglie gli restituisce il favore promettendo quello che qualcuno ha già ribattezzato come un nuovo “Billary”, una Casa Bianca per due.

L’ex first lady ha deciso di scommettere sino in fondo su Bill, nonostante resti controverso se il marito le sia più di aiuto o di ostacolo. Finora è stato un’arma a doppio taglio: nessuno l’ha sostenuta più di lui, ma involontariamente l’ha danneggiata mettendone in evidenza per contrasto i limiti, esponendola agli effetti dei suoi attacchi sopra le righe e offrendo il fianco alle critiche sulle proprie infedeltà extraconiugali, in particolare da parte del presunto candidato repubblicano Donald Trump.

Portare il marito alla Casa Bianca non come primo first husband ma come regista del rilancio economico potrebbe essere un buon colpo ma anche una mossa falsa, aumentando l’elenco, stilato dal New York Times, dei 12 motivi per cui Hillary potrebbe perdere la gara presidenziale.

Nella lista figurano le sue gaffe, la sua incapacità di trasmettere entusiasmo e fiducia, il fatto di non piacere abbastanza, il rischio di scivolare troppo a sinistra per compiacere gli elettori di Bernie Sanders o a destra per intercettare i voti dei repubblicani anti Trump, il non reagire agli attacchi martellanti del tycoon, la spada di Damocle dell’Emailgate, il suo sostegno all’attacco in Libia.

Ma, più in generale, come sintetizzano i suoi stessi sostenitori, il fatto di apparire come un candidato convenzionale in una campagna non convenzionale, un rappresentante dell’establishment in una stagione di rabbia e malcontento, uno sfidante oscurato dall’onnipresenza di Trump sui media americani. Basterà il vecchio Bill a salvarla?

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)

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