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Di Maio incontra delegazione Osce: “In Italia voto scambio”

Pubblicato il 11 dicembre 2017 da ansa

Il candidato a premier del Movimento 5 Stelle Luigi di Maio in visita al centro accoglienza per senzatetto in via Cesare Lombroso a Milano gestito dai City Angels, 30 novembre 2017.
ANSA / MATTEO BAZZI

ROMA. – Prima gli ambasciatori del Nord Europa, poi gli emissari dell’Osce: Luigi Di Maio, in una break dal suo tour elettorale, torna a tessere la tela internazionale del M5S rilanciando, nell’incontro con l’organizzazione internazionale che monitora il voto in diversi Paesi dell’Eurasia, la “preoccupazione” per la presenza del “voto di scambio” in Italia.

E capovolgendo l’allarme sulle fake news più volte sottolineato dal Pd: “in Italia c’è il grande problema di gruppi editoriali impuri. Ci sono giornali e emittenti di partito che producono fake news contro il M5S”, spiega il candidato premier all’organizzazione per la cooperazione e sicurezza, arrivata in Italia per incontrare, in vista delle Politiche 2018, tutte le parti politiche in campo.

“Siamo preoccupati per la qualità delle persone che vengono candidate dai partiti”, sottolinea Di Maio lanciando anche l’allarme sui vertici della Rai che, dopo la riforma, “dipendono dal governo”. E’ un lungo j’accuse, insomma, quello del leader pentastellato all’Osce che, nelle prossime settimane, dovrà valutare un eventuale monitoraggio del voto.

Poco prima è toccato agli ambasciatori di Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia e dei Paesi Baltici intavolare una sorta di “question time” per Di Maio. Si tratta dei rappresentanti dei “falchi del rigore” dell’Ue, ovvero di quelli che, difficilmente, sopporterebbero una politica espansiva in deficit, così come sembra delinearla il Movimento.

E sono diverse le domande rivolte a Di Maio: sul tema del debito, dell’euro, di un possibile team del M5S al governo. Con Di Maio che, si apprende da fonti pentastellate, replica ad ogni domanda, “rispondendo a tono e in modo abbastanza forte” su alcune cose e tentando, allo stesso tempo, di “tranquillizzare” i suoi interlocutori sui punti più delicati della politica europea pentastellata, a cominciare dalla moneta unica. E dal Movimento trapela “soddisfazione” per come Di Maio abbia cercato di raccontare un governo a 5 Stelle.

A far polemica, intanto, è “la proposta di Natale” che lancia l’esponente del M5S. “Il Senato approvi il nostro progetto che prevede che su dodici giorni festivi all’anno sei devono essere di chiusura per i negozi”, è l’appello che lancia ricordando come, il ddl del M5S, sia stato già approvato alla Camera. “E’ una proposta per le famiglie, anche quelle degli esercizi commerciali hanno diritto al riposo”, spiega Di Maio strizzando l’occhio alla Chiesa (“la Cei sostiene la nostra proposta”) e ricordando come le “liberalizzazioni di Monti e del decreto Bersani abbiano fallito”.

La concorrenza crea lavoro,stipendi, qualità accessibile a prezzi bassi per tutte le famiglie. Noi difendiamo le liberalizzazioni di Monti”, ribatte Benedetto Della vedova, tra i promotori della lista “+Europa”.

(di Michele Esposito/ANSA)

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Cile al voto con il centrosinistra diviso, Piñera favorito

Pubblicato il 16 novembre 2017 da ansa

Sebastian Piñera

 

SANTIAGO DEL CILE. – Apatia, astensionismo e persino qualche rissa in tv. E’ un Cile diverso dal passato recente, meno compassato e con i nervi tesi, quello che si appresta a votare domenica nel primo turno delle presidenziali, che vedono il conservatore Sebastian Piñera quale favorito.

Oltre al nome del probabile successore della presidente uscente Michelle Bachelet, l’altro dato politico chiave del voto (il ballottaggio è in programma il 17 dicembre) è l’implosione avvenuta fra le diverse anime del centrosinistra. Crisi che finirà per spianare la strada della ‘Moneda’ proprio a Piñera, tra i più ricchi uomini d’affari del mondo.

Secondo i sondaggi, l’ex capo di Stato ha quasi il 45% dei voti, non lontano quindi dalla magica soglia del 50% delle preferenze. L’altro protagonista delle elezioni è il candidato della coalizione di centrosinistra Nueva Mayoria, il giornalista Alejandro Guillier (19,7%), seguito a distanza da Beatriz Sanchez (8,5%), anch’essa cronista e rappresentante del Frente Ampio, un cartello con diversi gruppi di sinistra.

Il distacco tra Piñera (67 anni) e Guillier (64) è consistente: dopo un primo mandato tra il 2010 e il 2014, l’imprenditore accarezza quindi a ragione il ritorno alla presidenza. Le chances di Piñera sono il riflesso di un fronte conservatore (e di una destra erede di Pinochet) che in Cile è sempre stato forte.

Ma a pesare sarà anche la crisi di Nueva Mayoria, coalizione nata sulla scia della Concertación, che ha a sua volta traghettato con saggezza il paese nella lunga transizione verso la democrazia. Nueva Mayoria è infatti spaccata tra il socialismo e la Democrazia Cristiana rappresentata da Carolina Goic (6%).

Degli altri quattro candidati, due saranno determinanti nel caso di un ballottaggio. Il primo è José Antonio Kast, cattolico vicino alla Unión Democrática Independiente che di fatto rivendica l’eredità ‘pinochetista’, accreditato del 5%, una manciata di voti che potrebbe essere fondamentale per Piñera.

Sul fronte opposto, l’ormai ex ‘enfant prodige’ della sinistra Marco Enriquez Ominami è anch’egli sostenuto da un 5% degli elettori. Lo spettro politico cileno è comunque molto ampio: qualche settimana fa un altro candidato della sinistra, Eduardo Artes (0,5%), si è detto favorevole al dittatore norcoreano Kim Jong-Un.

Per la prima volta, il voto per le presidenziali non è obbligatorio. Si prevede quindi una forte astensione frutto di un clima di apatia, provocato tra l’altro da un susseguirsi di casi di corruzione e delle accuse incrociate tra diversi candidati. Il paese pare quindi destinato a entrare in una fase di maggior instabilità. Si vota infatti anche per rinnovare la camera dei deputati (che sale da 120 a 155 membri) e, parzialmente, del senato (da 38 a 50): comunque vada, il Cile è incamminato a diventare un paese politicamente più frammentato.

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Migranti: l’Austria vuole portare a zero gli ingressi illegali

Pubblicato il 13 ottobre 2017 da ansa

Austria al voto.

BOLZANO. – Alla vigilia delle elezioni politiche, l’Austria torna ad alzare i toni sul tema migranti. “L’obiettivo è quello di portare gli ingressi illegali a zero”, ha proclamato il ministro degli interni Wolfgang Sobotka durante un sopralluogo al nuovo check point ferroviario al Brennero.

Dal valico, l’Austria lancia “un chiaro segnale ai passatori, ma anche all’Italia contro ogni forma di lasciapassare”, come ha aggiunto il governatore tirolese Guenther Platter. I riflettori delle telecamere erano puntate sulla piccolissima stazione ferroviaria di Seehof, che si trova a due passi dal confine e dove di solito solo pochi treni si fermano durante il loro viaggio lungo la linea del Brennero.

Nei mesi scorsi qui è stato realizzato una struttura per consentire i controlli dei treni in transito, sia passeggeri che merce. Si tratta di un apposito binario con passerelle e potenti fari, come anche container per lo svolgimento delle pratiche di identificazione. Questo check point alleggerirà – è stato spiegato – le stazioni di Brennero, Steinach e Innsbruck, evitando così anche rallentamenti al traffico ferroviario internazionale. Come ha ribadito l’esponente di spicco del partito popolare, “con i controlli sui treni merci vogliamo salvare le vite dei migranti e fermare i passatori senza scrupoli”.

Secondo le autorità austriache, il numero dei migranti intercettati su treni merce è in crescita. Solo questa settimana sono state 31 persone, ha detto il capo della polizia tirolese Helmut Tomac, informando che nei giorni scorsi anche un minorenne è stato trovato nascosto su un treno merce.

I dati comunque non sembrano allarmanti. Infatti, quest’anno in Austria sono stati intercettati finora 6.800 migranti, non registrati in un altro paese dell’Ue. Il numero è molto inferiore a quello del 2016. L’Austria punta però a portare il numero a zero. Secondo il ministro, “le autorità austriache devono sempre sapere chi si trova sul territorio nazionale, quando e dove”.

In questi giorni – ha detto – è stato fermato un simpatizzante della jihad. “L’Austria non deve diventare un luogo del diritto, per questo vanno intraprese tutte le misure per garantire la sicurezza”, ha aggiunto il ministro degli interni. Sobotka ha inoltre riferito di contatti in corso tra Vienna, Roma e Berlino per estendere i “controlli trilaterali, che vengono già effettuati con successo sui treni passeggeri, anche ai treni merce”.

Secondo il governatore tirolese Platter, “gli interventi messi in atto al Brennero per fermare gli ingressi illegali funzionano, anche grazie all’effetto deterrente”. L’anno scorso sono state infatti realizzate le strutture per una barriera stradale, finora mai entrata in funzione, ora è stato istituito anche il check point per i treni, dove non saranno impegnati solo poliziotti, ma anche soldati. Per Sobotka prevenzione è la parola d’ordine, “nessuno può prevedere gli sviluppi dei flussi migratori e la situazione internazionale”.

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“Asse” M5s-Mdp, il fronte del no accerchia Montecitorio

Pubblicato il 10 ottobre 2017 da ansa

 

Un momento della manifestazione di protesta del Movimento Liberazione Italia davanti Montecitorio, 10 ottobre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

 

ROMA. – Dalla sinistra al M5s è ingorgo di piazze per protestare contro il Rosatellum e la fiducia posta dal governo sulla legge elettorale. Dal Pantheon a piazza Montecitorio sarà praticamente un unico coro di protesta che prenderà il via alle 13, grazie al tam-tam che 5 Stelle hanno iniziato a diffondere via social, davanti la Camera dei deputati. E a cui si aggiungerà la manifestazione indetta da Mdp e Sinistra Italiana per le 17,30, pochi metri più in là, al Panhteon.

Tutti “in piazza per la democrazia e contro il Parlamento dei nominati” come ha dichiarato il coordinatore nazionale di Mdp, Roberto Speranza, e contro l’atto “eversivo” della fiducia, come condanna il M5s. I 5 Stelle contano proprio sull’indignazione della gente per cercare di affossare la legge.

“Non si può fermare il corso della storia con una legge: credono di indebolirci invece finiranno per rafforzarci se saremo tanti e reagiremo” è l’appello del leader 5 Stelle Luigi Di Maio che nega però l’Aventino. “Noi dentro voi fuori: è il momento di fermare questa vergogna, pacificamente ma come popolo. Restate anche giovedì per il voto finale” perché “più faremo pressione in piazza, più quel voto segreto potrebbe far saltare la legge”.

Il Movimento è galvanizzato: i parlamentari dicono di essere pronti a qualsiasi tipo di protesta, a patto che sia pacifica. Anche davanti il Quirinale, “anche sui tetti se serve”. Ma il timore di poter essere infiltrati da qualche violento li porta a mettere le mani avanti: la parola l’ordine è “non cedere alle provocazioni”.

Anche Alessandro Di Battista mette in guardia: “dobbiamo essere tanti, se siamo 2 mila è un conto se siamo 40 mila un altro. Ma mi raccomando: il comportamento in piazza sia sempre consono ed intelligente”. A Roma è atteso anche Beppe Grillo e la speranza della truppa M5s è che possa fare un salto in piazza per sostenere la protesta, magari proprio giovedì: “Tutto è possibile” è l’unica informazione che filtra.

Sulle barricate anche la sinistra: i capigruppo di Si-Possibile e Articolo 1-Mdp Giulio Marcon e Francesco Laforgia parlano di una nuova “pagina nera per la democrazia” e ricordano che solo “in tre casi nella storia del Parlamento italiano è stato chiesto il voto di fiducia sulla legge elettorale: la legge Acerbo, la legge truffa e l’Italicum”. Per Roberto Speranza la fiducia sulla legge elettorale “a pochi giorni dallo scioglimento delle Camere è oltre i limiti della democrazia. Qui – avverte – si sta scherzando col fuoco”.

(Di Francesca Chiri/ANSA)

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Ok a Rosatellum, ora Aula con spettro franchi tiratori

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Legge elettorale: sarà battaglia in Aula, incubo voto segreto

Pubblicato il 09 ottobre 2017 da ansa

voto

Nell’infografica realizzata da Centimetri il “Rosatellum bis” approvato dalla commissione Affari costituzionali della Camera e che martedì prossimo approderà nell’Aula di Montecitorio.
ANSA/CENTIMETRI

ROMA. – Una notte e una mattina di trattative precederanno l’inizio delle votazioni sul Rosatellum 2.0 previsto domani pomeriggio alle 15 nell’Aula della Camera, dove è stato presentato un numero ridotto di emendamenti per una legge di tale portata: circa 200. Ma non è il numero a preoccupare la coalizione che sostiene questa legge, bensì i circa 50 voti segreti che potrebbero essere chiesti da chi vi si oppone.

Una incognita a cui Pd, Fi, Ap e Lega si apprestano a rispondere con la tecnica parlamentare del “canguro”, che farebbe decadere quasi tutti gli emendamenti a voto segreto. Pronti però a rinunciare a tale modalità se gli oppositori rinunceranno a loro volta a chiedere lo scrutinio segreto. Al momento della chiusura dei termini per presentare le proposte di modifica al testo, non sono arrivati emendamenti che incidono sull’impianto da parte di Pd, Fi, Ap e Lega.

Qualche deputato Dem, ha ammesso il capogruppo Ettore Rosato, ha presentato “a livello individuale” proprie proposte, e Fi ne ha depositate due che però non incidono minimamente sull’impianto: riguardano infatti le modalità di voto degli italiani all’estero.

In linea teorica, quindi, i quattro partiti, a cui si aggiungono Svp, Des-Cd, Ci, Ala-Sc e Direzione Italia che sostengono il testo, non avrebbero problemi di numeri: i si potenziali sono 444 su 630. Tuttavia il regolamento della Camera prevede che sui meccanismi che traducono i voti in seggi, si possa chiedere il voto segreto: bastano 20 deputati e Alfredo D’Attorre ha già detto che Mdp li chiederà. Non lo farà M5s che in passato ha sempre criticato lo scrutinio segreto. La loro speranza è che in questo modo, specie tra i 283 deputati del Pd e i 58 di Fi, vi siano abbastanza defezioni da far saltare il banco, magari su un solo emendamento che rompa l’impianto del Rosatellum 2.0.

Questa legge elettorale, rispetto al proporzionale dell’Italicum, ha 231 collegi uninominali (il 36% dei seggi totali della Camera) che nelle regioni del Nord farebbe perdere dei seggi al Pd, mentre al Sud li farebbe perdere a Fi, che nel Mezzogiorno non può contare sui voti della Lega. La speranza di M5s, Mdp, Si e Fdi è che i singoli deputati Dem e “Azzurri” votino in segreto contro le indicazioni del gruppo puntando a mantenere l’attuale legge, appunto l’Italicum.

In queste ore i capigruppo di Pd, Rosato e di Fi, Renato Brunetta, hanno catechizzato i propri deputati sui rischi di un nuovo flop, dopo quello di giugno. Si ostenta sicurezza, ma visto che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, ecco la contromossa: un emendamento premissivo, inserito al primo articolo, che indica i principi della legge stessa e che quindi – una volta approvato – farebbe decadere quelli pericolosi con voto segreto, il cosiddetto “canguro”.

Un meccanismo che D’Attorre ha definito “una forzatura”, chiedendo alla presidente Laura Boldrini di “evitarla”. Sta infatti al Presidente ammettere gli emendamenti dubbi interpretando il Regolamento, anche se questo meccanismo è stato già usato a Montecitorio (nel 1991 per la prima volta) e in questa legislatura due volte al Senato, tra cui il 21 gennaio con l’Italicum, seduta nella quale anche i bersaniani presentarono due emendamenti del genere.

Ma nella maggioranza che sostiene la legge si è pronti a rinunciare al “canguro”, se SI, Mdp e M5s rinunceranno a chiedere il voto segreto. Una trattativa che ver molto probabilmente solo poco prima dell’inizio del voto. Come spesso succede la guerra sulle procedure occulterà il confronto sul merito del Rosatellum 2.0, motivo per il quale il presidente della Commissione Affari Costituzionali, Andrea Mazziotti, lo ha definito “assurdo”.

I giudizi su questa legge non sono destinati comunque a mutare: Massimo D’Alema lo definisce “ignobile”; M5s, con Nicola Morra, parla di “legge anti-democratica e incostituzionale” e Giorgia Meloni ribadisce il “niet” di Fdi. Di contro Matteo Richetti (Pd), sottolinea il ritorno dei collegi uninominali che riavvicina elettori ed eletti, mentre Brunetta si dichiara ottimista: a novembre potremmo avere la legge con il sì anche del Senato.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Legge elettorale avanti, pace sulle soglie. M5s contro Minniti

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Legge elettorale avanti, pace sulle soglie

ROMA.- Dopo le tensioni giovedì sulla soglia del Senato, si ricompattano i quattro partiti che sostengono il Rosatellum 2.0, che ha ricevuto per la prima volta anche la “benedizione” pubblica di Matteo Renzi. Segno che anche lui crede nella nuova legge elettorale che favorisce le coalizione, e che non per nulla vede contrari i partiti proporzionalisti, come Mdp, Si e M5s, che ha attaccato a testa bassa il ministro Marco Minniti, mettendone in dubbio l’onestà al momento di perimetrare i futuri collegi.

La soglia del Senato al 3%, come alla Camera, era stata messa in discussione da Ap che chiedeva di fissarla su base regionale o di far si che bastasse superarla in tre regioni per accedere in esse al riparto proporzionale. Il “niet” di Forza Italia è stato insormontabile. Gli “azzurri” a loro volta hanno ceduto sulle liste civetta, quelle che non superano nemmeno l’1%: Fi chiedeva che i loro voti fossero computati per la coalizione, anziché andar dispersi.

Alla ripresa della Commissione Affari costituzionali, che sta votando gli emendamenti, sia Ap che Fi hanno ritirato i loro emendamenti sui due temi. In compenso è passato un emendamento che piace ad entrambe e che alza da tre a cinque le multicandidature. Tutti i nodi politici sono stati affrontati dalla Commissione che domani chiuderà i lavori per portare martedì il testo in aula.

Mancano solo quattro emendamenti sul “capo” che ciascun partito dovrà indicare al momento di presentare le liste, ma anche su questo Pd, Fi, Ap e Lega si sono accordati per non modificare il testo, come ha annunciato il relatore Emanuele Fiano in Commissione. Quindi l’impianto della legge domani uscirà confermato dal voto della Commissione: 36% dei seggi attribuiti in collegi uninominali maggioritari, che favoriscono le coalizioni, e il 64% dei seggi distribuiti con metodo proporzionale. Di qui la benedizione di Matteo Renzi alla Direzione del Pd, dove ha annunciato l’intenzione di promuovere una coalizione.

Il Rosatellum non piace affatto a Mdp, che con Alfredo D’Attorre ha ribadito di preferire il Consultellum, dato che di fatto è un proporzionale. Deciso anche il no di SI. I più virulenti, anche verbalmente, sono stati i deputati M5s, che hanno attaccato il ministro dell’Interno Minniti, dato che il Rosatellum (come fece l’Italicum) delega il governo a perimetrare i collegi. Andrea Cecconi ha affermato che il Ministero è un “organo politico” e non tecnico, mentre Danilo Toninelli ha messo in dubbio l’onestà sia di Minniti, che dei tecnici del Viminale che della Commissione di esperti guidata dal presidente dell’Istat, incaricata del dossier. Parole “respinte al mittente” dal relatore Emanuele Fiano.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Cybercrime: i nuovi rischi del voto elettronico

Pubblicato il 04 ottobre 2017 da ansa

Cybercrime: i nuovi rischi del voto elettronico

 

ROMA. – L’utilizzo del voto elettronico ha potenzialità importanti, ma le difficoltà pratiche in termini di sicurezza informatica sono molte e non è chiaro se e come potranno essere realmente superate. Lo sottolinea il Rapporto Clusit in materia di cybercrime presentato a Verona.

Dedica un capitolo all’e-voting, a pochi mesi dalle presidenziali Usa, su cui c’è l’ombra dell’ingerenza russa, e a pochi giorni dal voto tutto interno al M5S per il candidato premier con la piattaforma di voto presa di mira dagli hacker.

“Benché la sicurezza insita negli schemi crittografici su cui sono imperniati i sistemi di voto elettronico sia matematicamente indubbia e grandi siano i benefici in termini di costi, velocità, trasparenza e accuratezza, l’introduzione di elementi di errore ai vari livelli del processo è un’ipotesi tutt’altro che scolastica”, spiegano gli esperti sicurezza.

Le principali tecniche di attacco che possono essere sferrate durante il voto elettronico – sottolinea il Clusit – sono l’intercettazione, la modifica, la falsificazione e l’interruzione. Tutte situazioni in cui l’attaccante si intromette nel flusso di informazioni e non sempre viene individuato con facilità.

“Dal punto di vista della sicurezza – osservano gli esperti – possiamo concentrarci su due aspetti: l’auditabilità e la gestione dei brogli”.

Per quanto riguarda l’auditabilità si possono evidenziare due temi: il primo è che il cittadino perde la capacità di verificare la correttezza del processo di voto. Mentre adesso con gli scrutatori ed i rappresentanti di lista, il processo è diffuso e partecipato. Il secondo riguarda l’ampiezza e la complessità delle verifiche che allo stato attuale possono limitarsi ad alcuni passaggi chiave.

“Troppo spesso – sottolinea il Rapporto Clusit – il tema viene affrontato più sulla base di impulsi emotivi e di ipotesi da dimostrare. Certamente, aiuterebbe avere a disposizione dati oggettivi su cui fare le valutazioni: sui costi, sulle frodi dei sistemi attuali e su quelle permesse dai sistemi di voto, nonché sui cambiamenti non solo tecnici che l’adozione del voto elettronico comporterebbe”.

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Rosatellum

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Primi voti domani su Rosatellum, tensioni in Fi e Pd-Mdp

Pubblicato il 02 ottobre 2017 da ansa

Rosatellum

La votazione alla Camera

ROMA. – Dalle parole si passa ai fatti, o meglio al voto. Domani mattina, infatti, la Commissione Affari costituzionali della Camera inizierà il voto degli emendamenti al Rosatellum 2.0, con l’obiettivo realistico di concludere in settimana e portare la legge elettorale in Aula la prossima.

In Commissione non ci saranno problemi irrisolvibili, visto che non ci sono voti segreti come in Aula. Ma la tensione c’è, specie in Forza Italia, e l’inciampo è sempre dietro l’angolo, magari su temi meno appariscenti, come le firme a sostegno delle liste o le quote di genere. E mentre i contrari (M5s, Mdp, Si e Fdi) sono pronti a dar battaglia, il Rosatellum fa crescere la tensione tra Mdp e maggioranza sulla legge di Bilancio.

I gruppi che sostengono il Rosatellum 2.0 hanno numeri solidi in Commissione, e anche i contatti tra Pd, Fi, Ap e Lega sono serviti a mettere a punto alcune modifiche tecniche. Poi ci sono temi su cui non è stata ancora trovata l’intesa, come il numero dei collegi plurinominali: Fi ne vuole massimo 60, mentre il Pd punta a oltre i 70. Ma è un argomento che non sarà esaminato domani bensì nei giorni successivi.

Il maggior numero di emendamenti, ben 60, riguardano un tema in apparenza tecnico, cioè il numero di firme necessarie per presentare le liste: è un numero elevato e si richiede la loro raccolta in modo spalmato su tutto il territorio. Cosa che favorisce i grandi partiti e meno i piccoli, quelli nuovi e i movimenti.

Il presidente della Commissione, Andrea Mazziotti, ha lanciato la firma elettronica, e su questi temi la maggioranza corre qualche rischio, così come sulle quote di genere: emendamenti trasversali di deputate mirano a portare il rapporto a 50/50, anziché 60/40. Cosa che creerebbe malumori tra i peones di FI. Di qui l’appello di Francesco Paolo Sisto a tutti i partiti alla “lealtà, serietà e senso di responsabilità”.

I contrari al Rosatellum 2.0 sono pronti a dar battaglia. Non faranno ostruzionismo (sono solo 321 gli emendamenti) ma si faranno sentire, specie in Aula. M5s ha riunito i propri gruppi e ha ipotizzato iniziative forti in Aula o, come qualcuno ha suggerito, un appello al presidente Mattarella per fermare “una proposta di legge incostituzionale, fatta apposta per impedire a M5S di andare al Governo” come ha affermato il blog di Grillo.

Mdp tuona con Pierluigi Bersani contro una “legge balorda” e punta alla minaccia verso il Pd: “presenteremo candidati in tutti i collegi” così da far perdere i Dem. Una tensione, quella tra Mdp e Pd, che potrebbe riversarsi su altri provvedimenti, a partire dalla Legge di Bilancio. Per un proporzionale puro sono i giuristi guidati da Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelski che si batterono per il no al referendum. Per loro il “maggioritario ha fallito”, Mattarellum compreso.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Per le prossime comunali si voterà soltanto il 5 giugno

Pubblicato il 17 maggio 2016 da redazione

Il ministri degli Interni Angelino Alfano, con il premier Matteo Renzi

Il ministri degli Interni Angelino Alfano, con il premier Matteo Renzi

ROMA. – Alla fine si è sgonfiata la querelle sulle date del voto per le prossime comunali: si voterà soltanto il 5 giugno, con eventuali ballottaggi fissati per il 19 dello stesso mese. L’annuncio del ministro Alfano lascia quindi tutto come previsto, al di là dei tanti amanti del giorno unico, tra cui l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, che non ha mancato di ricordare in un paio di tweet la propria contrarietà per l’estensione al lunedì del voto, sottolineando come al momento soltanto Egitto e India non rispettino questa regola.

E come se non bastasse, a rinfocolare le polemiche in queste ultime ore hanno contribuito anche i tanti che hanno puntato il dito sulla decisione del governo di poche settimane fa di scartare l’idea di un election day che abbinasse il referendum sulle trivelle alle comunali.

Con il ‘ravvedimento’ di Alfano perdono quota di colpo anche i calcoli sui costi del ventilato giorno in più, che secondo alcuni avrebbe comportato un aumento compreso tra i 100 e i 500 milioni. Come ha precisato più di un addetto ai lavori, l’estensione della data del voto pareva motivata non solo dai dubbi sulla partecipazione alle amministrative, quando da quella al referendum costituzionale di ottobre e quindi dalla sua affluenza (anche se in quell’occasione non ci sarà la mannaia del quorum).

Ma al di là del tira e molla tra gli amanti della data unica e i relativi detrattori, è invece utile ricordare come le scelte siano state diverse nel corso degli anni. Così se il referendum di domenica 17 aprile anti-trivelle si è svolto in un giorno solo (senza quorum), allo stesso modo di quello costituzionale del 2001 sul Titolo V (passato), quello del 2006 – anch’esso di carattere costituzionale – è stato respinto dagli elettori nel corso di due giorni (25 e 26 giugno).

Quindi decisioni diverse sono state prese a seconda del momento storico. Il referendum del ’46, ad esempio, si tenne in una sola giornata (2 giugno), per non parlare delle elezioni politiche, che dal 1948 al 1992 si sono svolte anch’esse in un solo giorno. Passando poi a due nel 1994 (27 e 28 marzo), tornando al giorno unico nel 1996 (21 aprile) e nel 2001 (13 maggio). Due date, invece, per le politiche nel 2006 (9 e 10 aprile), allo stesso modo del 2008 (13 e 14 aprile) e per quelle del 2013 (24 e 25 febbraio).

La decisione del governo di fissare a un solo giorno la data delle comunali ha stoppato anche gli organizzatori del referendum sulle trivelle, che polemicamente nelle ultime ore, a ipotesi ‘allungamento’ ancora non smentita, avevano attaccato la scelta di Palazzo Chigi di non autorizzare un election day per i quesiti che avevano promosso.

In generale un turno elettorale ha un costo all’incirca di 300 milioni di euro, quando naturalmente è chiamato alle urne l’intero corpo elettorale. Con questa cifra vengono pagati, tra l’altro, gli scrutatori, i militari che presidiano i seggi garantendone la sicurezza, l’organizzazione per l’allestimento dei seggi, il costo delle schede e delle liste elettorali e i contenitori utilizzati.

E un giorno in più, fanno sapere ancora una volta gli addetti ai lavori, non raddoppiano i costi, che sono stimabili in circa 100 milioni in più.

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Renzi: non penso ai voti, il referendum deciderà

Pubblicato il 12 maggio 2016 da redazione

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social "Matte Risponde"?, Roma, 5 Aprile 2016.  ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social “Matte Risponde”?, Roma, 5 Aprile 2016.
ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

ROMA. – “Se devo perdere voti per una battaglia giusta, li perdo”. Al traguardo delle unioni civili, mentre in Parlamento inizia la “festa” del Pd per l’approvazione in via definitiva della legge, Matteo Renzi rivendica senza tentennamenti il testo. Anche di fronte alla contrarietà del mondo cattolico, emersa nelle parole della Cei.

“Quando ci sono cose giuste vanno fatte. Punto”, dice il premier. E aggiunge che non su questo ma su altro tema, le riforme, si peseranno i voti. Il referendum costituzionale di ottobre sarà un giudizio ‘finale’ sul suo operato: “Non sto in paradiso a dispetto dei santi. Se perdo, non finisce solo il governo ma finisce la mia carriera come politico e vado a fare altro”.

Ci sono motivazioni personali, oltre che politiche, dietro la “battaglia” sulle unioni civili, racconta Renzi. E in mattinata, a ridosso delle votazioni alla Camera per approvare in via definitiva la legge, in un post su Facebook ricorda Alessia Ballini, sua amica e assessore della sua giunta, attivista per i diritti civili morta a 41 anni.

“Perché le leggi sono fatte per le persone, non per le ideologie. Per chi ama, non per chi proclama”, sottolinea il premier. La fiducia, spiega in questa chiave, è solo un mezzo per non tardare ancora. E per una “battaglia giusta” come questa, aggiunge in un’intervista a Radio Capital, non si potevano fare calcoli: “Nessuno ha fatto sondaggi per verificare le posizioni”, assicura.

Il rischio di perdere i voti di alcuni cattolici nelle urne il leader del Pd non lo nega. Anche se i parlamentari a lui vicini invitano a non tralasciare l’effetto opposto, positivo, che la legge approvata può avere sull’elettorato di sinistra. Ma non è questo il punto, assicura Renzi.

Le critiche dei cattolici erano “attese e persino comprensibili, se si ricorda da dove eravamo partiti”. L’unica reazione “fuori luogo”, spiega, è quella di chi, in quel mondo, ora minaccia di votare no al referendum costituzionale. Perché, sottolinea, le due questioni sono diverse: diritti da un lato, le riforme del governo dall’altro. A sottolineare la differenza, il fatto che su un eventuale referendum sulle unioni civili (“Fantapolitica, sicuri che avrebbe la maggioranza?”) non è in gioco la sua carriera, sul referendum costituzionale sì.

Nelle urne di ottobre – non nei sondaggi – si misurerà davvero il consenso del governo. Renzi ribadisce anche di non voler entrare in polemica con i magistrati che faranno attivamente campagna per il ‘no’: “Non intendo mettere bocca, rispetto le regole e la divisione dei poteri”. E anche sul “caso Lodi” assicura rispetto per i pm. Ma sottolinea che il vicesegretario Lorenzo Guerini, predecessore e amico del sindaco Pd arrestato, “non c’entra niente”.

Ma ritornare su questa vicenda è anche per il leader Dem l’occasione per rimarcare la distanza dai 5 Stelle, “garantisti a giorni alterni”. E così Renzi, dopo aver ricordato che il Pd ha votato a favore dell’arresto del suo deputato Francantonio Genovese, sfida Luigi Di Maio e Carlo Sibilia a rinunciare all’immunità per andare in tribunale a rispondere alle querele che il Pd, offeso dai loro attacchi, ha presentato contro di loro: “Perché non l’hanno fatto? Hanno paura di diventare pregiudicati come Grillo? Io non sono pregiudicato e non ho l’immunità, mi querelino”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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