Istat, gli italiani non hanno più fiducia nel futuro

Pubblicato il 25 maggio 2005 da redazione

ROMA. L’Italia attraversa una fase di “perdurante stagnazione” che provoca incertezze e un clima di sfiducia. Una crisi che parte da lontano, trovando fondamento nell’”inerzia” del sistema produttivo e nella carenza del mercato del lavoro che, malgrado la crescita dell’occupazione, ha visto aumentare negli ultimi anni il numero dei “sottoccupati” e la “zona grigia” dell’inattività.


Il risultato è la paura che impedisce alle imprese di investire nell’innovazione e alle famiglie di “scommettere sul futuro”. E’ un quadro preoccupato quello che emerge dal Rapporto Annuale dell’Istat presentato ieri a Montecitorio dal presidente, Luigi Biggeri. A suscitare timore per le prospettive economiche non sono, dunque, solo i dati congiunturali che pure parlano di un Paese a crescita sottozero e con i conti pubblici a rischio, ma soprattutto gli irrisolti limiti strutturali che non nascono oggi ma “vengono da lontano”. L’Istat punta l’indice contro “pubblici amministratori, imprenditori e cittadini” che, “evidentemente, non sono stati in grado di affrontare seriamente questi elementi di preoccupazione e di governarli con interventi tesi a eliminare i punti di debolezza e a valorizzare quelli di forza”.


Insomma, non ci si è accorti che, da oltre un decennio, le imprese segnano incrementi di produttività “modesti” e non investono a sufficienza in ricerca e innovazione. Non solo. Anche quelle che ottengono buoni risultati di redditività, lo fanno “singolarmente, anche attraverso le politiche di prezzo attuate in mercati con debole concorrenza”. In questo quadro tutt’altro che esaltante, “appare chiaro – secondo l’Istat – che il rapporto costi/benefici del rischio di innovare o cambiare è, nel contesto italiano di oggi, troppo alto per indurre una sempre più ampia base di operatori e famiglie a scommettere sul futuro”.


L’Istat rimprovera in particolare al mondo della politica di aver tenuto poco conto dei profondi cambiamenti che hanno investito in questi anni le famiglie: un esempio su tutti, la segmentazione del mercato del lavoro che negli ultimi anni ha mostrato, sì, una forte crescita degli occupati, ma anche un estendersi del numero di sottoccupati che ormai sfiora il milione di unità, mentre altri due milioni e mezzo si trovano impantanati nella cosiddetta “zona grigia”, quella costituita da persone che non cercano un’occupazione ma sarebbero disposte a lavorare al realizzarsi di certe condizioni.


Così come preoccupa il disagio di quel milione 734 mila famiglie in cui c’è almeno un disoccupato. E, ancora di più, quei 176 mila nuclei familiari in cui si ritrovano due disoccupati e gli altri 23 mila in cui i senza lavoro sono tre o più. Di fronte a una crisi di tali proporzioni le spinte a maggiori consumi e a incrementi di reddito “non possono costituire le uniche risposte”, ma serve una crescita “qualitativa, imperniata sull’introduzione di nuovi prodotti (beni e servizi), adatti anche alle esigenze dei vari gruppi di soggetti, ottenuti secondo modalità che salvaguardino i beni comuni”.

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