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Iran, 75 Nobel chiedono la liberazione del ricercatore condannato

Pubblicato il 23 novembre 2017 da ansa

Ahmadreza Djalali, medico e ricercatore iraniano

ROMA. – Si sono aggiunte anche le voci di 75 premi Nobel e della European University Association, che riunisce 800 atenei in tutto il continente, agli appelli per la liberazione di Ahmadreza Djalali, il medico e ricercatore iraniano di 45 anni che lavora anche con l’università del Piemonte Orientale condannato a morte a fine ottobre per presunte attività di spionaggio.

Due lettere, riporta il sito del Comittee of Concerned Scientist, sono state inviate alle autorità di Teheran. I Nobel, fra cui l’iraniana Shirin Ebadi e i vincitori di quest’anno sia per la fisica che per la medicina ricordano che “Djalali lavora per migliorare la risposta degli ospedali alle emergenze causate dal terrorismo e alle minacce chimiche, biologiche e nucleari”, e chiede che “Ahmadreza possa tornare a casa dalla sua famiglia e possa continuare il suo lavoro per il bene dell’umanità”.

 

Il presidente dell’Eua Rolf Tarrach ricorda invece nella sua lettera che non sono state fornite prove della colpevolezza del ricercatore, e che la sua carcerazione mette a rischio i crescenti rapporti con il mondo accademico iraniano. Del caso si era occupato recentemente anche il Senato italiano, con una mozione trasversale firmata tra gli altri dalla senatrice a vita Elena Cattaneo che chiedeva al Governo di impegnarsi per la liberazione del ricercatore.

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Europa unita: “Non smantellate l’accordo con l’Iran”

Pubblicato il 13 ottobre 2017 da ansa

Trump dopo aver firmato l’ordine esecutivo. (ANSA/AP Photo/Evan Vucci)

 

ROMA. – Fra Europa e Stati Uniti si è aperto un nuovo fossato. La disdetta americana dell’accordo sul nucleare con l’Iran è stata nell’immediato rinviata, parola di Donald Trump che ne ha demandato la revisione al Congresso. L’Ue gli risponde unita con Federica Mogherini: l’accordo non è mai stato violato, funziona ed è da tutelare, comunque.

Ma l’Europa, ormai da mesi, è in fibrillazione, perché non accetta l’idea anche solo di mettere in pericolo quello che considera il primo vero, solido successo diplomatico in Medio Oriente. In suo favore si sono spese le tre potenze europee che avevano partecipato alle lunghe trattative, per quanto i loro governi siano cambiati dal 2015: Theresa May, che si è consultata con Trump per telefono, ha ribadito che l’intesa “è di vitale importanza per la sicurezza della regione”.

E la premier dell’alleato privilegiato degli Usa ha ribadito insieme a Emmanuel Macron e Angela Merkel che Londra, Parigi e Berlino “restano vincolate” a rispettarla. L’accordo – hanno scritto – “è stato il culmine di 13 anni di diplomazia e un passo importante per assicurare che il programma nucleare iraniano non deviasse verso scopi militari”.

Ma oggi la linea rossa l’ha tirata Mogherini: l’Unione europea continuerà a sostenere e a tutelare in ogni sua parte l’accordo e la sua piena e rigorosa attuazione da parte di tutti”, “a beneficio di tutte le parti”: “Un accordo che funziona e continuerà a funzionare”, ha risposto a breve giro a Trump l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini.

Un accordo – ha messo in chiaro – che non può essere disdetto unilateralmente dagli Usa, in quanto “non è un accordo bilaterale e non appartiene ad un singolo Paese”, ma è stato approvato unanimemente dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e rappresenta quindi l’intera comunità internazionale. E tantomeno è “affare interno americano”.

Secondo Trump, la ‘sunset clause’, la provvisorietà dei limiti imposti al programma nucleare iraniano, hanno solo “rinviato” il momento in cui Teheran otterrebbe la bomba; secondo Mogherini, invece, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) raggiunto nel 2015 fra Teheran e sei potenze occidentali (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) sotto l’egida Onu, “impedisce e continuerà a impedire che Teheran abbia accesso all’arma atomica”. Quindi è “un pilastro della non-proliferazione” in un momento in cui il pericolo nucleare è tornato di attualità con la crisi nordcoreana.

Ci sono poi anche i risvolti economici: il presidente Usa ha detto che lavorerà a nuove sanzioni, con gli alleati, ma a quelle sanzioni, per superare le quali sono stati necessari anni e anni di duro confronto fra le sei principali potenze occidentali e Teheran, l’Unione europea non intende naturalmente tornare.

Anche perché solo nel primo anno dopo l’entrata in vigore del Jcpoa gli affari reciproci con l’Iran si sono impennati: l’export della Repubblica islamica verso il Vecchio continente è aumentato fra 2015-16 del 375% (scrive il Washington Post), e lucrosi contratti sono stati già firmati, ricorda il Financial Times, fra gli altri da Total, Airbus e Peugeot, e altri sono in fase di negoziazione. Da diverso tempo, si è saputo è in corso un lavoro di lobbying dell’Unione europea presso il Congresso, nel cui campo Trump ha buttato la palla.

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Argentina: Cristina de Kirchner interrogata sull’attentato anti-ebraico

Pubblicato il 10 ottobre 2017 da ansa

 

Argentina: Kirchner interrogata su attentato anti-ebraico

 

BUENOS AIRES. – Un magistrato argentino ha convocato l’ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner a deporre nell’ambito dell’inchiesta sul controverso accordo siglato dal suo governo con l’Iran riguardo alle indagini giudiziarie sull’attentato contro il centro mutualistico ebraico Amia, nel 1994, nel quale morirono 85 persone.

Kirchner sarà sentita insieme ad altri 13 indagati -compreso il suo ministro degli Esteri, Hector Timerman- che potrebbero essere accusati di favoreggiamento. L’ipotesi della procura è che l’obiettivo dell’accordo siglato con Teheran era quello di garantire l’impunità dei quattro dirigenti iraniani accusati dalla giustizia argentina per l’attentato.

Le accuse contro Kirchner, a loro volta, si basano sulle denunce di Alberto Nisman -il procuratore speciale incaricato dal governo di seguire il caso Amia- morto in circostanze ancora non chiarite nel gennaio del 2015, poche ore prima di un’udienza in Parlamento dove doveva spiegarle ai legislatori.

L’interrogatorio di Kirchner -che ha sempre respinto tutte le accuse, denunciando essere vittima di una persecuzione politica- avverrà il prossimo 26 ottobre, cioè quattro giorni dopo le elezioni del 22, nelle quali l’ex presidente si presenta come candidata al Senato nella provincia (entità federale) di Buenos Aires.

In quanto all’accordo con l’Iran, non è mai stato ratificato o anche discusso dal Parlamento di Teheran, e in Argentina è stato dichiarato incostituzionale.

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Accordo con Iran, braccio di ferro fra Trump ed Europa

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Una protesta a Teheran, in Iran, contro il discorso di Donald Trump

 

 

WASHINGTON. – “Teheran non rispetta lo spirito” dell’accordo sul nucleare: sono perentorie le parole di Donald Trump, che però non svela le sue intenzioni finali, se cioè intenda ufficialmente non certificarne il rispetto da parte di Teheran, aprendo così anche un duro braccio di ferro con l’Europa.

“Non dobbiamo consentire all’Iran di ottenere le armi nucleari”. “Il regime iraniano sostiene il terrorismo ed esporta violenza, spargimenti di sangue e caos nel Medio Oriente. Quindi l’Iran” che “non è stato all’altezza dello spirito dell’accordo”. Nell’accogliere a cena i suoi vertici militari, il presidente degli Stati Uniti parla di “calma prima della tempesta”: una frase criptica alla quale aggiunge un “vedrete presto” detto ai giornalisti.

Dall’altra parte dell’Atlantico nessuna sponda a Trump: l’Ue non lascia spazio a ‘sfumature’. L’accordo sul nucleare iraniano “funziona e sta dando risultati” e la Commissione europea “si aspetta che tutti gli attori coinvolti lo rispettino”, ha detto una portavoce dell’esecutivo europeo. Che, interpellata sulle intenzioni di Trump, ha richiamato le posizioni espresse dall’Alto rappresentante per la politica estera: “Federica Mogherini ha detto chiaramente che l’accordo non può essere rinegoziato”.

Ed ha ribadito l’impegno: “Continueremo ad assicurare che l’accordo con l’Iran sia pienamente implementato da tutte le parti in causa”, ha detto in un messaggio di congratulazioni all’organizzazione per il bando alle armi nucleari (Ican), fresca di Nobel per la Pace. In un mondo che “ha di fronte nuovi test nucleari e il rischio di una crisi atomica”, l’Ue “condivide l’impegno per arrivare a un mondo libero dalle armi nucleari”.

Pure Londra segnala che su questo punto viaggia in senso contrario a Trump, stando al profilo Twitter dell’ambasciata britannica a Washington: “L’accordo con l’Iran sul nucleare sta funzionando” si legge, a corredo di uno schema con le cifre del ‘prima e dopo’: prima dell’accordo Teheran aveva 19mila centrifughe funzionanti, 8mila chili di uranio arricchito a basso livello e una riserva di materiale di qualità adatta ad armamenti. Dopo l’accordo ha trasferito il 95% dell’uranio e l’intera riserva di materiale.

Linea condivisa anche da Berlino e Parigi, che hanno ribadito di non voler rinegoziare l’accordo. In queste ore emerge anche l’auspicio di Mosca, che la decisione di Trump sia bilanciata e basata sulla realtà: “Speriamo che i contatti continui tra nazioni europee, altri membri della comunità internazionale e Washington sulla questione dell’ accordo sul nucleare iraniano non siano inutili e che la decisione finale del presidente americano sia equilibrata e basata sulla realtà”, ha detto il ministro degli Esteri, Serghiei Lavrov.

Così, dopo lo scossone provocato dal ritiro Usa dall’accordo di Parigi sul clima, la coesione transatlantica è appesa al filo del dossier iraniano. Ma la palla con tutta probabilità sarà presto nel campo del Congresso, se è vero – come trapelato – che Trump intende annunciare la prossima settimana che non certificherà il rispetto dell’accordo. Il Congresso avrà poi 60 giorni di tempo per decidere se imporre le sanzioni revocate in base all’intesa.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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