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Renzi: “Bene la coalizione ma basta risse”. Intesa con Verdi

Pubblicato il 12 dicembre 2017 da ansa

Matteo Renzi, ospite del programma di La7 “diMartedì”, condotto da Giovanni Floris.
ANSA/FERMO IMMAGINE LA7

 


ROMA.- Chiudere la pagina delle risse interne al centrosinistra, e “incalzare” sui contenuti, convinti che il Pd sarà non solo “il primo partito” ma anche “il primo gruppo”. Ostenta ottimismo Matteo Renzi nel giorno in cui viene sancita l’intesa con i Verdi. Con l’adesione di Angelo Bonelli prende corpo quella lista alleata ‘di sinistra’, assieme ai socialisti di Nencini, alcuni prodiani ed ex campo Progressista. Anche se, all’interno dei ‘pisapiani’ si registra una defezione di peso: il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, annuncia che non si candiderà pur impegnandosi a dare una mano.

Per quanto riguarda il fronte centrista, la direzione di Ap certifica la scissione, confermando che alcuni ex alfaniani saranno al fianco del Pd con una lista dei moderati. Nel frattempo, Matteo Renzi lancia sulla e-news un messaggio chiaro sia alla minoranza del partito sia ai competitor di Liberi e Uguali: “Chi ha scelto la strada della divisione – ammonisce – risponderà delle proprie scelte davanti ai cittadini”.

Ma se da un lato Renzi evita ogni polemica, Matteo Richetti attacca implicitamente Pietro Grasso per non aver “nemmeno adottato la delibera di taglio drastico del vitalizio che la Camera ha approvato mesi fa”. Netta la replica di Miguel Gotor (LeU) che definisce “ipocrita il tentativo di coinvolgere Grasso” quando il problema “è la spaccatura del Pd”.

Ad ogni modo, nell’ottica di voler togliere spazio alle baruffe politiche a favore dei “contenuti”, il Nazareno rilancia con forza la sua battaglia contro le fake news, pubblicando sulla rivista online “Democratica” il primo report annunciato all’ultima Leopolda. I dem denunciano come bufala la notizia dell’incontro tra Renzi e Zuckerberg, avvenuto realmente a Palazzo Chigi e non, come sostenuto online, nella ‘villa’ di Renzi a Firenze “in cui – denunciano il Pd – i due avrebbero parlato di come censurare la libera informazione sul web”.

Un’ennesima prova per il Pd dei legami tra quel video e le 3 pagine un-official del M5S (Virus5Stelle, M5SNews, Vogliamo il Movimento 5 Stelle al Governo) condito dall’appello “a Di Maio e Salvini a spezzare ogni contatto con queste centrali di disinformazione”.

Quanto alle prospettive elettorali, Renzi ribadisce che il Pd ha “tutti gli elementi per essere competitivo e lancia una frecciata a chi sta già cantando vittoria: “Quando saranno chiari candidati e modalità di voto, non saranno pochi coloro che, convinti di entrare in conclave come Papa, usciranno cardinale”.

Il giorno dopo la polemica sulle ‘foglioline’, un’ altra piccola polemica, subito chiarita, investe Pietro Grasso. Un tweet, con tanto di simbolo LeU, viene pubblicato sull’homepage del Senato. “Cose da Urss”, protesta Augusto Minzolini (Fi). La spiegazione sta in un automatismo tecnologico: i tweet personali di tutti i senatori, non solo quelli di Grasso, vengono ripubblicati sulle rispettive pagine web personali. Ad ogni modo, il tweet della discordia è stato subito cancellato.

Severo, infine, Walter Veltroni, in modo equanime con tutte le forze della sinistra italiana: “Se la sinistra fosse unita – accusa amareggiato su La7 – sarebbe in grado di competere collegio per collegio e sarebbe aperta la possibilità di un governo riformista. Non lo è non solo per responsabilità del Pd ma collettiva”.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Pd attacca Grasso, Renzi stringe su liste e simbolo

Pubblicato il 11 dicembre 2017 da ansa

Grasso presenta il simbolo di “Liberi e Uguali”

 


ROMA. – Matteo Renzi al lavoro per definire entro mercoledì le intese con le liste alleate e il simbolo della lista di sinistra alleata, dove non comparirà il suo nome. Nel frattempo infuria la polemica a sinistra tra il Partito democratico e Liberi e Uguali, all’indomani dell’esordio televisivo di Pietro Grasso nelle vesti di leader politico.

I dem contestano al presidente del Senato la “grave violazione” del pluralismo e della par condicio di aver presentato il simbolo del nuovo partito ora in una trasmissione Rai. Il presidente replica serafico: “Noi portiamo avanti un progetto, non ci occupiamo di attaccare gli altri o di fare degli scontri”.

Intanto il segretario dem Matteo Renzi, che ha deciso di non inserire il suo nome sul simbolo del Pd, proprio con l’obiettivo di stringere su liste, ha incontrato a lungo il leader Verde Angelo Bonelli, che nelle prossime ore dovrebbe decidere se confluire insieme ai Socialisti, ad alcuni prodiani ed esponenti ex Cp, nella lista a sinistra del Pd.

Intanto, Alleanza Popolare, lacerata nel profondo, è al lavoro per trovare “una soluzione consensuale” su come andare avanti. Ma è nota la divisione tra chi guarda al centrodestra, chi pensa a una corsa solitaria e chi da tempo, come Fabrizio Cicchitto e Beatrice Lorenzin, è pronto all’intesa con i democratici. Sullo sfondo la lista radicale, che attende che si chiarisca la questione delle firme per potersi presentare alle elezioni.

Nel frattempo, la tensione a sinistra, rinfocolata dalle polemiche successive all’intervista di Pietro Grasso, negli studi di “Che Tempo che fa”. Michele Anzaldi (Pd), a caldo, ha contestato la scelta del presidente del Senato di presentare il simbolo del nuovo partito in favore di telecamere, parlando di “violazione gravissima” e chiedendo l’intervento di Agicom. “L’ardore da “sentinella del renzismo” – gli replica Miguel Gotor (LeU) – spinge Anzaldi ad attacchi e critiche scomposti al Presidente del Senato”.

Un’altra bufera, soprattutto sui social, scoppia sul presunto paragone, che in effetti Grasso non ha fatto, tra le ‘foglioline’ che costituiscono la congiunzione tra Liberi e Uguali, e le donne. Pd attacca, accusando LeU di scarsa attenzione alle donne e l’hashtag #foglioline, per ore è in testa ai trend topic.

Ma gli attacchi riguardano anche la scelta di inserire il nome Grasso nel nuovo simbolo. “Hanno accusato @matteorenzi per anni di volere il #PdR, il partito personalistico, contrario alla tradizione della sinistra doc, poi – scrive Emanuele Fiano su twitter – sono usciti e hanno fondato il #PdG, il partito di #Grasso con il cognome nel simbolo, più foglioline per le donne. Ma se è contro Renzi tutto bene”.

“Reazioni al limite dell’isterismo – replica il leader Si, Nicola Fratoianni – che dimostrano il grande nervosismo tra i dem”. Scintille anche all’interno del Pd: “Orlando – attacca il capogruppo Ettore Rosato – ha detto che spera che il Pd non divenga partito di Renzi? Il Pd è il partito dei suoi militanti, forse lui avrebbe voluto fosse il partito di Orlando, ma il progetto è sfumato…”. Secca la replica del Guardasigilli: “Spero sia un fake che parla a nome del presidente del gruppo parlamentare dei deputati #eccessodizelo”.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Sondaggi choc per Pd, scende ancora. Bene Grasso

Pubblicato il 09 dicembre 2017 da ansa

Luigi Bersani e Matteo Renzi

 

 


ROMA. – Il Pd scende ancora. Il partito dell’ex premier Matteo Renzi – dicono gli ultimi sondaggi – è attorno al 25%. Quindi sotto il 25,4, la ‘soglia Bersani’ delle ultime politiche. Dato che non sfugge all’ex segretario: “Mi stupisco che facciano più notizia i sondaggi che i dati reali. Sono tre anni – infierisce – che il Pd è sotto la soglia ‘Bersani’, quella del 2013, che perde tutti gli appuntamenti elettorali amministrativi”.

La contestazione è affidata ad un renziano di provata fede: “I sondaggi a tre mesi dal voto sono un puro esercizio di stile. Mancano le coalizioni ed i candidati” critica il dem Andrea Marcucci. Continuano a crescere invece – stando alle rilevazioni di ‘Repubblica’ e ‘Corriere – i Liberi e Uguali di Pietro Grasso, ora attorno al 6,6%. Bersani si rallegra: “Per noi 6,7,8% è un ottimo punto di partenza, basti pensare che non abbiamo ancora neanche il simbolo….”.

Nel centrodestra, intanto, Forza Italia stacca la Lega di Matteo Salvini. Va ancora avanti M5s, che si conferma primo partito con il 29%. Insomma, numeri choc per il segretario dem, che solo ieri, rompendo gli indugi, aveva di fatto aperto la campagna elettorale, chiuso la partita delle alleanze, assicurato di avere già una coalizione competitiva in vista del voto, anche senza Alfano e Pisapia.

Una speditezza che non piace alla minoranza interna dem. Ieri Gianni Cuperlo, oggi Cesare Damiano, chiedono a Renzi la convocazione di una direzione, entro Natale, per approfondire il nodo delle alleanze. “Dopo l’uscita di scena di Giuliano Pisapia – avverte Damiano – il rischio di andare a sbattere c’è tutto”. Anche Piero Fassino – scelto dal segretario dem come mediatore per ricostruire – non si rassegna e insiste per la collaborazione con l’area a sinistra del Pd.

“Ci sono ancora le condizioni per riprendere il dialogo con Giuliano Pisapia”, assicura l’ex Sindaco di Torino. Ma è all’iter parlamentare della legge sullo ius soli che tanti affidano le ultime speranze per ricucire con il leader di Campo Progressista e con la sinistra in generale, in vista di un ‘dopo voto’.

La conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ha stabilito che il dibattito sullo ius soli sarà l’ultimo appuntamento della legislatura, scelta che ha provocato la protesta di Liberi e Uguali e soprattutto la rottura, Fassino spera non definitiva, con Pisapia. Ma in tanti nel Pd, Cuperlo in testa, scommettono che la legge vedrà la luce: “Le condizioni per tagliare questo traguardo ci sono ancora: se mi viene chiesta una previsione – osserva il leader della minoranza interna – io sono pronto a dire che comunque entro la fine di questa legislatura la legge sullo Ius soli verrà approvata”.

Una strada difficile che si potrebbe mettere tutta in discesa se Gentiloni decidesse di mettere la fiducia. Ma non sfugge che questo esporrebbe il governo al rischio di cadere. Uno scenario per molti osservatori assolutamente sgradito al Colle. Una crisi politica, in vista di un voto dall’esito quanto mai incerto, sarebbe un ulteriore elemento di instabilità.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Ius Soli allontana Pisapia dal Pd. Liberi e Uguali si interroga su M5s

Pubblicato il 05 dicembre 2017 da ansa

Matteo Renzi, Giuliano Pisapia (Foto: Gian Mattia D’Alberto / lapresse)

 

 


ROMA.- La calendarizzazione dello ius soli all’ultimo posto dell’ordine del giorno del Senato, con forti possibilità che la legislatura si chiuda senza l’approvazione, segna il punto di massima distanza tra Campo progressista e Pd. Una alleanza che a questo punto è a rischio, anche se in casa Dem si cerca di ricucire.

Sul tema delle alleanze, ma post elettorali, è alle prese anche Liberi e Uguali, il nuovo soggetto guidato da Pietro Grasso. con aperture verso M5s. Campo Progressista aveva posto al Pd, come condizione per una intesa, l’approvazione del biotestamento e la calendarizzazione in Aula dello ius soli, senza avere la pretesa della certezza dell’approvazione, visti i numeri.

La Capigruppo del Senato ha sì fissato al primo punto dell’ordine del giorno il testamento biologico, ma ha posto all’ultimo lo isu soli. Se la legislatura chiude ai primi di gennaio, l’approvazione si allontana. Immediata l’ira degli esponenti di Campo progressista: “E’ inaccettabile – ha detto il portavoce Andrea Capelli – che si continui a giocare con la vita di un milione di bambine e bambini”.

“Si sta solo facendo un favore alla Lega come dimostrano le loro dichiarazioni entusiaste. Il momento per approvare lo ius soli e’ adesso”, ha aggiunto. Il motivo dell’ira parte da una domanda: chi blocca in Senato lo ius soli con i suoi voti? E’ Ap – sottolineano gli uomini di Pisapia – e a noi si chiede di fare una alleanza con chi la pensa come Salvini?

Insomma il tema è il profilo politico della alleanza che si vuole mettere in piedi. Riccardo Nencini, segretario del Psi, che lunedì aveva parlato con Pisapia, in mattinata si era dichiarato “molto ottimista” sull’intesa, ma nel tardo pomeriggio il “mood” era di segno opposto.

Diversa la situazione in Liberi e Uguali (Leu), il cartello guidato da Piero Grasso che ha già fatto la scelta di una corsa in solitaria. Il tema delle intese riguarderebbe semmai il post elezioni, con un eventuale “entente cordiale” con M5s. Segnali in tal senso giungono dai pentastellati visto che in Parlamento Mdp (uno dei tre partiti che formano Liberi e Uguali) vota tutti gli atti di M5s. E anche Giavanni Endrizzi, capogruppo di M5s in Senato, ha lodato la correttezza di Piero Grasso.

Il leader di Mdp, Roberto Speranza, ha messo le mani avanti: “Tra noi e M5S ci sono distanze enormi. Loro hanno un’idea diversa su molti punti: sull’art. 18 o sullo Ius soli, tema su cui Di Maio la pensa come Salvini”. “Noi – aggiunge – partiremo dai nostri valori: Sanità pubblica, scuola e università pubbliche, basta bonus fiscali, progressività nel pagare le tasse, più investimenti”.

Non è un niet in assoluto e potrebbe lasciar intendere la disponibilità a votare singole leggi. E anche Pippo Civati, leader di Possibile, afferma: “Ognuno di noi prenderà i suoi voti e poi si faccia una discussione vera sui possibili alleati”. E non chiude nemmeno Pierluigi Bersani: “Al M5s dico che io sono ancora quello dello streaming. Ho le mie idee. Se potremo discutere vuol dire che sono cambiati loro, sarà un bene per la democrazia italiana”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Pd, cantiere delle alleanze aperto. Campo Progressista rilancia lo Ius soli

Pubblicato il 29 novembre 2017 da ansa

 

Campo Progressista rilancia lo Ius soli.

 


ROMA. – E’ un cantiere aperto quello del Pd con le potenziali liste alleate: se “passi avanti” si sono registrati nell’incontro con Campo progressista, che però ha alzato la posta chiedendo la calendarizzazione dello Ius soli, la lista centrista è ancora tutta da definire per le divisioni tra i possibili contraenti. E +Europa di Della Vedova e Radicali chiede invece al Governo un decreto per dimezzare le firme necessarie a presentare le liste.

Piero Fassino e il vicesegretario Maurizio Martina hanno incontrato una delegazione di Campo progressista, guidata da Ciccio Ferrara, Marco Furfaro e Bruno Tabacci. Questi hanno apprezzato l’impegno a votare in Senato il biotestamento subito dopo la Legge di Bilancio, così come le misure inserite in quest’ultima, in cui potrebbero essere aggiunte novità anche alla Camera (su Cassa integrazione e per allargare l’esenzione dal superticket).

Ma per il partito di Giuliano Pisapia resta essenziale lo ius soli, per il quale si chiede la calendarizzazione in Aula per poter chiudere l’accordo, anche se Michele Ragosta di Cp la dà per fatta, come dà per acquisita l’adesione di Laura Boldrini, corteggiata anche dalla lista di Mdp, Si e Possibile che nascerà domenica e che avrà in Pietro Grasso il leader.

E’ invece un vero puzzle la lista di centro che dovrebbe mettere insieme Ap, o una sua parte, i Centristi per l’Europa di Pierferdinando Casini, Giampiero D’Alia e Gianluca Galletti e i cattolici ex montiani di Democrazia solidale. Quest’ultima, spiega Lorenzo Dellai, non vuole una lista che sia “la bad company della nomenclatura del moderatismo” e chiede che ci sia una “novità politica” come il sostegno allo ius soli e un profilo più sociale, secondo i dettami di Papa Francesco. Manca un soggetto forte che catalizzi tutti. Sarà interessante lunedì il dibattito alla Cattolica di Milano tra Maurizio Lupi e Lorenzo Guerini, incaricato dal Pd di trattare con i centristi.

Infine +Europa di Emma Bonino, Benedetto della Vedova e Riccardo Magi per chiudere l’intesa chiede al governo un decreto per dimezzare le firme necessarie a presentare le liste, come chiedono anche alcune liste di opposizione. Progetto che, però, a quanto si apprende, non è nei progetti del Pd.

Ma Matteo Renzi chiede di chiudere in fretta il dossier alleanze e un sondaggio di Ixè, per il quale, stando alle attuali intenzioni di voto, il centrosinistra prenderebbe al Nord solo cinque collegi uninominali, potrebbe spingere ad accelerare la definizione della coalizione.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Scontro tra Pd e M5s sulle fake news. Il blog di Grillo attacca Renzi

Pubblicato il 27 novembre 2017 da ansa

Luigi Di Maio interviene durante la proclamazione del candidato presidente del Movimento 5 Stelle per la Regione Lombardia. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

ROMA. – “Nessuno di noi evoca Russiagate, nessuno di noi chiede leggi per la censura, nessuno di noi fa soldi sul web. Chiediamo semplicemente di difendere la libertà degli elettori e dei nostri figli”. Matteo Renzi torna alla carica su quella che definisce una “propaganda inaccettabile” delle fake news dopo che i 5 Stelle rilanciano, ad alzo zero, contro il warning suonato alla Leopolda sulle cosiddette “bufale”.

I 5 Stelle hanno infatti reagito a stretto giro alla denuncia del segretario Pd con il blog di Beppe Grillo che contrattacca: “Spacciano per inchieste giornalistiche sulle fake news una ricerca condotta da un dipendente di Marco Carrai, fonte, vista la sua estrema vicinanza a Renzi, piuttosto discutibile. Diciamocelo chiaramente: sembra un giochino apparecchiato su misura al segretario del Pd, oramai in caduta libera”.

Renzi controbatte: “Stanno messi male, non c’è dubbio. Noi non gridiamo al lupo” dice puntando l’indice contro il blog grillino che ha “reagito con il consueto stile gridando al complotto, ovviamente complotto ‘degli amici di Renzi'”. Anche Carrai nega: “Non esiste. Ecco, questo è un esempio di fake news” dice al Corriere della Sera dove annuncia che “stiamo lavorando con uno scienziato di fama internazionale alla creazione di un ‘algoritmo verità’, che tramite artificial intelligence riesca a capire se una notizia è falsa”. L’altra idea, “è creare una piattaforma di natural language processing che analizzi le fonti giornalistiche e gli articoli correlandoli”.

Un intervento, però, è auspicato anche dal presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro: “Come sempre ci sono spazi perché la legislazione diventi più puntuale, tutte le volte che si sposta il faro dal regime off line a quello online”. Soprattutto, aggiunge, “uno dei temi è quello della tempestività degli interventi”. In campagna elettorale l’urgenza appare più evidente.

Chiusa la Leopolda di Renzi e dopo il nuovo predellino del Cavaliere, anche il M5s dichiara infatti ufficialmente aperta la “corsa” al voto. Una competizione che il M5s ha già ribattezzato un “rally” elettorale che punta, con Di Maio e Di Battista in “pole position”, al traguardo del governo.

Obiettivo da raggiungere cercando di tenere a bada l’offensiva fake-news. Di Battista, ad esempio, prova a tirare dentro la polemica anche Fi che ha individuato nel M5s l’avversario da sconfiggere. “Ieri abbiamo avuto un assaggio di quel che accadrà da qui alle prossime elezioni. I due ‘cazzari speculari’ hanno iniziato la loro identica campagna elettorale. Obiettivo? Terrorizzare il Popolo italiano rispetto alla possibilità di un governo del M5s” mette in guardia il deputato che si scaglia contro quelli che definisce il “bugiardo d’annata” e il “novello bugiardo, vale a dire Berlusconi e Renzi.

“E’ chiaro il loro gioco, proveranno a spaventare perché sono terribilmente spaventati. Diranno che siamo contro i vaccini (fake news); che vogliamo introdurre la patrimoniale (fake news); che Roma sta peggiorando (fake news); che odiamo la classe media (fake news); che ci occupiamo di scie chimiche (fake news). Parleranno solo esclusivamente del M5s. Siamo il loro incubo maggiore” è la lettura del deputato.

Luigi Di Maio invece prova a glissare: “Alcuni leader sono preoccupati. A me preoccupa più il voto di scambio” dice. Assicura però di non voler “sottovalutare” il problema che però, sostiene, non si affronta con una nuova normativa: “c’è una bruttissima prassi della politica italiana per cui ogni volta che c’è un problema si vuole fare una nuova legge”. Quella che vuole fare il Pd.

Il progetto dem punta a responsabilizzare i gestori di social network obbligandoli a dotarsi di un sistema di recepimento reclami per le fake news: un meccanismo di autoregolamentazione interna, insomma, come già avviene in Germania. Il provvedimento è quasi pronto e a giorni sarà depositato in Senato.

Intanto a sostegno della tesi delle due testate Usa interviene il “blogger e debunker” David Puente: Nyt “riporta dati che avevo riscontrato anche io in maniera indipendente” afferma sul suo blog dove mostra punti di contatto tra siti indipendenti che si ispirano al M5s e alla Lega. “Siti collegati a Salvini sono accomunati in rete al M5S, visto che hanno la stessa matrice, cioè la pubblicità, legata agli stessi soggetti. Fanno finta di scontrarsi -attacca il dem Matteo Orfini- e poi su questo terreno Salvini e Di Maio sono la stessa cosa?”.

(Di Francesca Chiri/ANSA)

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Bankitalia, crescono i timori nel Pd: “Così finisce come il referendum”

Pubblicato il 20 ottobre 2017 da ansa

ROMA. – Ad uno ad uno, ultimi a livello cronologico Andrea Orlando e Roberta Pinotti, i ministri si stringono intorno al premier Paolo Gentiloni per smarcarsi dalla decisione di Matteo Renzi di colpire Bankitalia attraverso la mozione parlamentare. Il premier, però, in pubblico e in privato, predica calma per arrivare senza nuovi scossoni alla decisione sulla riconferma di Ignazio Visco a Palazzo Koch.

Ben altra aria, pur se al momento silenziata, tira nel Pd dove non solo la minoranza teme che, se il segretario va avanti in modo così solitario e divisivo, “finirà come con il referendum”, cioè sconfitta certa alle elezioni politiche. Sul fronte Bankitalia, nella maggioranza e nel Pd tutti sono consapevoli che questa vicenda finirà con un vincitore e un vinto. “O Mattarella o Renzi con Gentiloni in mezzo”, è l’opinione dei più.

Il premier, dal canto suo, cerca una soluzione che garantisca l’autonomia di Bankitalia, che vuol dire o la riconferma del governatore uscente o una personalità in continuità dentro Palazzo Koch, o il direttore generale Salvatore Rossi o il vicedirettore Fabio Panetta.

Ma le acque sono parecchio agitate anche dentro il Pd. Dopo il segnale mandato con il via libera al Rosatellum, Dario Franceschini e Andrea Orlando avevano sperato che il leader dem fosse venuto a Canossa, condividendo la necessità di lavorare ad una coalizione di centrosinistra. Ma prima la decisione della fiducia al Rosatellum e poi la mossa su Bankitalia hanno fatto rialzare l’allarme.

“Se Renzi è tornato a chiudersi nel giglio magico, che dobbiamo aspettarci per le scelte dei prossimi mesi?”, è la domanda che gira tra i dem. Lo sguardo e le preoccupazioni sono rivolte non tanto alle scelte sul governo visto che a tutti è noto che, incassata la legge elettorale, le Camere si concentreranno solo sulla legge di bilancio, su cui l’ex premier ha deciso di non sollevare problemi. Ma piuttosto alle decisioni sulle liste elettorali, vera croce di ogni corrente.

Con il Rosatellum, sia per le sue caratteristiche sia perchè sarà testato per la prima volta, nessuno può avere la certezza di quali e quanti siano i seggi blindati. E quindi la grande paura è che alla fine il segretario Pd deciderà da solo e tra fedelissimi e innesti di “nuova classe dirigente”, come ha ripetuto nel tour in treno, lascerà le briciole alle varie componenti del partito.

Per evitare l’en plein renziano e pretendere “serie garanzie” dal segretario per una decisione collegiale sulle liste, anche a costo di aprire una resa dei conti interna, si è deciso di aspettare il via libera al Rosatellum, atteso per giovedì prossimo. Ma soprattutto l’esito delle elezioni siciliane.

Sondaggi e polso di chi sta sul territorio fanno capire che la sconfitta è quasi certa con il rischio di arrivare dopo il centrodestra e M5S. “A quel punto Renzi non può più dare la colpa a qualcuno, sulla Sicilia ha deciso tutto lui e dovrà mettersi ad un tavolo per ragionare su come tenere il Pd unito in campagna elettorale”, è il calcolo dei più.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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Renzi in treno per “sintonia con il Paese”, chiude a D’Alema

Pubblicato il 18 ottobre 2017 da ansa

Renzi in treno per “sintonia con il Paese”.

 

 

ARQUATA DEL TRONTO. – Massimo D’Alema no: “Lui starà con una sinistra radicale, non con il centrosinistra che vogliamo costruire”. Matteo Renzi precisa i confini della sua apertura ad Mdp: coalizione larga sì, ma non con chi, come D’Alema, “ha detto cose molto pesanti contro il Pd e contro di me”. E’ in una intervista radio, registrata mentre si sposta da una tappa all’altra, nella seconda giornata del suo viaggio in treno attraverso l’Italia, che il segretario Pd rompe il silenzio sull’ex premier, suo nemico dichiarato.

Renzi attraversa le Marche, parla di lavoro, dopo aver raccolto con piacere le parole “significative” di Mario Draghi sugli effetti del Jobs act, e si confronta con sindaci e cittadini delle aree colpite dal terremoto. Ad Arquata del Tronto visita il cantiere di una nuova fabbrica Tod’s e si complimenta con Della Valle: “Arriva prima del pubblico”. Con i lavoratori di un calzaturificio a Montegranaro ragiona di export, confronto con la Cina e misure per gli over 50.

A Recanati parla di cultura nei luoghi leopardiani. Ma i supporter che lo attendono in stazione (ci sono anche gruppetti di contestatori che lo fischiano e gli urlano “buffone”) lo richiamano al “chiacchiericcio” da cui dice di voler star lontano per essere più vicino alla “vita reale”.

E così non solo lo scontro su Bankitalia (Renzi si colloca – spiegano i suoi – in sintonia con il Paese e non il sistema), ma anche il dibattito a sinistra su alleanze e leadership: “Rottamali tutti: un bocciodromo per D’Alema e Bersani!”, gli urlano. Qualche renziano riconduce anche le dure critiche di Walter Veltroni su Bankitalia ad ambizioni personali.

Il segretario, però, predica calma. Inizierà a costruire, dicono i dirigenti Pd, la coalizione di centrosinistra dopo la conferenza programmatica di Napoli del 27-29 ottobre, quando si spera di aver incassato la legge elettorale e di poter lanciare (è previsto anche un intervento di Paolo Gentiloni) le prime proposte.

I renziani sono convinti che Giuliano Pisapia aspetterà l’esito delle elezioni siciliane per “muoversi”. Ma aggiungono che di tempo ce n’è ed è ancora possibile sperare di spaccare Mdp e isolare D’Alema, nella “sinistra estrema”. Sull’ex premier Renzi racconta ai suoi un episodio che risale ai tempi dell’elezione del presidente della Repubblica e i 101 franchi tiratori che affossarono Romano Prodi.

D’Alema – è la ricostruzione – chiamava “uno ad uno” i parlamentari a lui vicini perché non votassero il fondatore dell’Ulivo: io – ricorda il segretario Dem – ricevetti una telefonata di Berlusconi ma gli dissi che i miei 50 avrebbero votato tutti Prodi e così hanno fatto, “forse solo uno” no.

(dell’inviato Serenella Mattera/ANSA)

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Pd:Parisi,decennale?Dopo Rosatellum non festa ma lutto

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Rosatellum e addii rovinano il decennale del Pd

Pubblicato il 13 ottobre 2017 da ansa

Pd

Romano Prodi (s) e Arturo Parisi a Palazzo Spada. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

ROMA. – Decennale dal retrogusto un po’ amaro per il partito democratico ( Pd ), che domani festeggerà le dieci candeline in un clima di forte contrapposizione all’interno del centrosinistra. Matteo Renzi, dal palco del teatro Eliseo, dopo gli interventi di Walter Veltroni e Paolo Gentiloni, farà di tutto per rilanciare il ruolo di un partito che punta a fare da argine alle destre e al populismo.

Tuttavia, il forte scontro sul Rosatellum, gli addii di ben due ex segretari, Guglielmo Epifani e Pierluigi Bersani, l’assenza di Romano Prodi e gli attacchi di Arturo Parisi hanno già rovinato il clima della vigilia. Proprio l’ex ministro, braccio destro di Prodi, spende parole durissime sulla kermesse dei dem. “Il decennale, invece di un giorno di festa, s’è trasformato in un giorno di lutto”.

Come Prodi, Parisi non sarà presente, per colpa, afferma lui stesso, di “sciatteria” degli organizzatori nel coordinare le agende. Ma ovviamente non si tratta solo di un problema di impegni. Pesa e molto il dissenso sulla riforma elettorale, la cui approvazione Parisi definisce “grave nel merito e nel metodo”.

“Quando Berlusconi c’impose il porcellum, almeno non lo fece con la fiducia. Se penso al Referendum del 18 aprile del 1993 dal quale tutto è iniziato – conclude amaro – sento che la primavera della democrazia governante che allora sognammo ha incontrato il suo autunno”.

Cerca di gettare acqua sul fuoco il numero due dei dem, Maurizio Martina, secondo cui il Rosatellum “non è la legge migliore ma l’unica possibile” e “segna indiscutibilmente per il Pd un passo avanti importante rispetto allo stato attuale”. Quindi difende la vitalità del partito, negando ogni ipotesi ‘luttuosa’: “Domani sarà un momento di festa e riflessione aperto a tutti con grande rispetto per le storie e i contributi personali che hanno attraversato e attraversano ancora oggi la nostra comunità”.

Anche Dario Franceschini, anche lui ex segretario e primo capogruppo del Pd, replica ad Arturo Parisi, osservando che il Rosatellum spinge comunque “verso coalizioni e la ricomposizione del centrosinistra”.

Il professore, dal canto suo, evita di spargere sale sulle ferite, dribblando da Bologna ogni giudizio sul Rosatellum bis: “Non ne parlo nemmeno sotto tortura”. Chi invece ne parla, in termini sempre più liquidatori, è Massimo D’Alema, anche lui tra i fondatori del Pd, e oggi in prima linea tra le fila dei fuoriusciti di Mdp. “Non ci sono le basi – attacca da Palermo – per un’alleanza elettorale con il Pd. I nostri elettori non ci seguirebbero, piuttosto ci saluterebbero. Il Rosatellum – aggiunge l’ex premier – allunga la distanza tra noi e il Pd, che si era già stabilita con provvedimenti come il Jobs act, la Buona scuola”.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Pisapia al bivio, scelta in pochi giorni. Gelo con Mdp

Pubblicato il 06 ottobre 2017 da ansa

Insieme, Pisapia leader per alternativa a Pd

 

 

ROMA. – Una settimana al massimo, poi sarà matrimonio o rottura. Se Giuliano Pisapia proseguirà il suo cammino verso il nuovo soggetto della sinistra con Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, e pure Massimo D’Alema, si capirà a giorni. Non oltre una settimana, dicono da Mdp, perché “il tempo è già scaduto”. Il leader di Campo progressista potrebbe riunire il tavolo decisivo all’inizio della settimana. Ma è calato il gelo dopo il dibattito con Bersani e Errani di giovedì sera a Ravenna.

Pisapia è andato via assai irritato perché, raccontano, si è sentito tratto in un “tranello” teso da Errani per metterlo alle strette. “Vasco, se sono divisivo posso fare un passo di lato”, ha detto l’ex sindaco. E si sono lasciati così, con freddezza, anche se in serata è atteso un chiarimento. “Vogliamo un campo largo di centrosinistra, non una unione di sigle di partiti”, non si stancano di ripetere i “pisapiani”.

“Come ha detto Speranza a Napoli, noi siamo pronti a scioglierci non appena un’assemblea democratica sancirà la nascita del nuovo soggetto”, replicano da Mdp. Ma i nodi politici sono tutti da sciogliere, dalla scelta se includere Sinistra italiana alle modalità dell’assemblea.

Per i bersaniani non si può perdere altro tempo e bisogna fissare la data (19 o 26 novembre). Mentre i “pisapiani” temono una conta di tessere come prova di forza di Mdp (“Giuliano è il leader, non il capo”, ha detto Errani). Entro la prossima settimana, dicono da Campo progressista, le cose si decideranno: avanti insieme o separati subito.

Il timore è rinchiudersi in una ridotta anti-renziana di sinistra che punta al 3%, mentre il progetto resta quello di un centrosinistra largo e inclusivo. L’ex sindaco, sottolineano, ha escluso con nettezza un’alleanza con i Dem prima del voto. Ma tra i parlamentari di Cp c’è chi, a maggior ragione dopo l’apertura di Renzi in direzione, preme per sostenere il Rosatellum (osteggiato con ogni forza da Mdp) per poi lavorare a una coalizione. Con uscite individuali che, sibilano da Mdp, “alimentano il sospetto dei nostri militanti che quando Pisapia si dice ‘poligamo’ sta pensando anche a Renzi”.

Insomma, la tensione non viene celata. “Ma davvero Pisapia pensa che qualcuno di noi vuole il 3%?”, si sfoga un dirigente bersaniano. “A Ravenna in platea c’era un migliaio di persone fredde verso Pisapia perché i nostri si sono stancati di aspettare. Si vota tra meno di sei mesi: cosa aspettiamo ancora?”.

Se l’impasse dovesse proseguire, Mdp potrebbe lanciare nei prossimi giorni un appello all’unità della sinistra, con l’invito ad aderire all’assemblea costituente. Ma dal campo di Pisapia predicano cautela: ci confronteremo la prossima settimana, assicurano, e decideremo insieme. Niente è deciso, affermano, ma niente neanche irreparabilmente rotto.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Rosatellum

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Primi voti domani su Rosatellum, tensioni in Fi e Pd-Mdp

Pubblicato il 02 ottobre 2017 da ansa

Rosatellum

La votazione alla Camera

ROMA. – Dalle parole si passa ai fatti, o meglio al voto. Domani mattina, infatti, la Commissione Affari costituzionali della Camera inizierà il voto degli emendamenti al Rosatellum 2.0, con l’obiettivo realistico di concludere in settimana e portare la legge elettorale in Aula la prossima.

In Commissione non ci saranno problemi irrisolvibili, visto che non ci sono voti segreti come in Aula. Ma la tensione c’è, specie in Forza Italia, e l’inciampo è sempre dietro l’angolo, magari su temi meno appariscenti, come le firme a sostegno delle liste o le quote di genere. E mentre i contrari (M5s, Mdp, Si e Fdi) sono pronti a dar battaglia, il Rosatellum fa crescere la tensione tra Mdp e maggioranza sulla legge di Bilancio.

I gruppi che sostengono il Rosatellum 2.0 hanno numeri solidi in Commissione, e anche i contatti tra Pd, Fi, Ap e Lega sono serviti a mettere a punto alcune modifiche tecniche. Poi ci sono temi su cui non è stata ancora trovata l’intesa, come il numero dei collegi plurinominali: Fi ne vuole massimo 60, mentre il Pd punta a oltre i 70. Ma è un argomento che non sarà esaminato domani bensì nei giorni successivi.

Il maggior numero di emendamenti, ben 60, riguardano un tema in apparenza tecnico, cioè il numero di firme necessarie per presentare le liste: è un numero elevato e si richiede la loro raccolta in modo spalmato su tutto il territorio. Cosa che favorisce i grandi partiti e meno i piccoli, quelli nuovi e i movimenti.

Il presidente della Commissione, Andrea Mazziotti, ha lanciato la firma elettronica, e su questi temi la maggioranza corre qualche rischio, così come sulle quote di genere: emendamenti trasversali di deputate mirano a portare il rapporto a 50/50, anziché 60/40. Cosa che creerebbe malumori tra i peones di FI. Di qui l’appello di Francesco Paolo Sisto a tutti i partiti alla “lealtà, serietà e senso di responsabilità”.

I contrari al Rosatellum 2.0 sono pronti a dar battaglia. Non faranno ostruzionismo (sono solo 321 gli emendamenti) ma si faranno sentire, specie in Aula. M5s ha riunito i propri gruppi e ha ipotizzato iniziative forti in Aula o, come qualcuno ha suggerito, un appello al presidente Mattarella per fermare “una proposta di legge incostituzionale, fatta apposta per impedire a M5S di andare al Governo” come ha affermato il blog di Grillo.

Mdp tuona con Pierluigi Bersani contro una “legge balorda” e punta alla minaccia verso il Pd: “presenteremo candidati in tutti i collegi” così da far perdere i Dem. Una tensione, quella tra Mdp e Pd, che potrebbe riversarsi su altri provvedimenti, a partire dalla Legge di Bilancio. Per un proporzionale puro sono i giuristi guidati da Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelski che si batterono per il no al referendum. Per loro il “maggioritario ha fallito”, Mattarellum compreso.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Sinistra attacca il Pd sullo Ius soli, ma si spacca su Pisapia

Pubblicato il 27 settembre 2017 da ansa

La manifestazione “Insieme, nessuno escluso”, convocata da Campo Progressista, in Piazza SS. Apostoli, Roma, 1 luglio 2017. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

ROMA. – “Al Senato sullo ius soli mancano trenta voti, con o senza fiducia. Quei voti si trovano senza crociate, ma con una mediazione politica: è poco eroico ma è l’unica cosa che può sbloccare la situazione”. Anna Finocchiaro prova a fermare con queste parole la battaglia che si è scatenata a sinistra sullo ius soli, dopo lo stop di Angelino Alfano alla riforma per la cittadinanza ai bambini stranieri.

Una battaglia che diventa scontro sul calendario in Senato tra Partito democratico e Sinistra italiana. Ma che va oltre lo ius soli e mette in discussione la stessa possibilità di una coalizione di centrosinistra alle elezioni: non solo Renzi e Pisapia sono ai ferri corti, ma c’è crisi anche tra Mdp e Cp.

A Palazzo Madama Si chiede di mettere subito in calendario lo ius soli, ma il capogruppo Pd Luigi Zanda dice di no perché, spiega, “portarlo ora in Aula sarebbe la condanna a morte della legge”. L’obiettivo del governo, assicura Anna Finocchiaro, resta approvarlo “dopo il Def”.

Per farlo serve una mediazione con Ap, che con Beatrice Lorenzin ribadisce il no alla legge e si rifiuta di autorizzare la fiducia. Una sintesi è possibile, assicura Finocchiaro, ma bisogna abbassare i toni dello scontro. Di qui il nervosismo del Pd verso chi, come Maria Cecilia Guerra, da Mdp avverte che a forza di rinvii non si farà niente. Ma lo scontro a sinistra è a tutti i livelli. E mentre Giuliano Pisapia tratteggia un nuovo centrosinistra “senza Renzi”, Massimo D’Alema, esprimendo giudizi lapidari sul leader Dem, chiude a ogni alleanza col Pd prima delle elezioni. “Pisapia – osserva il Dem Matteo Orfini – condivide un percorso con chi dice ‘Mai con Renzi!’, mi pare difficile un’alleanza”.

E il pontiere Maurizio Martina, ribadendo l’apertura del Pd a un confronto, scuote la testa: “Mi dispiace ma Pisapia e D’Alema sbagliano perché l’avversario non è il Pd”. Così, è l’accusa dei Dem, Pisapia e D’Alema lavorano per far vincere la destra. Al Nazareno però provano a tenere aperto un dialogo con chi, come Massimo Zedda, vuol restare alleato del Pd.

Ma soprattutto guardano con interesse alle nuove frizioni nel campo di Pisapia. Ad alzare la tensione è l’annuncio di D’Alema: il 19 novembre saranno eletti i delegati dell’assemblea nazionale per il nuovo soggetto. “Chi l’ha deciso? – è lo sfogo di Bruno Tabacci – Se vogliono fare il congresso con le tessere se lo fanno da soli. Mi sembra che si rincorra Fratoianni e il Brancaccio per fare meno della Linke in Germania. Mi pare che si giochi a perdere. Così rischiano di stancare anche Pisapia”.

Un gruppo di deputati di Campo progressista sembra sempre più vicino alla rottura con Mdp. Ma non Pisapia, assicurano i suoi: “D’Alema concorda sulla linea e blinda la leadership di Giuliano. Sull’assemblea ha avanzato una proposta. Ne parleremo: noi non vogliamo un ‘congressino’ ma un movimento aperto”. E anche da Mdp provano a stemperare: “Stiamo discutendo sul percorso ma sulla sostanza siamo d’accordo”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Ius soli: Martina, è priorità Pd, polemiche inutili

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Ap chiude sullo Ius soli, braccio di ferro con il Pd

Pubblicato il 26 settembre 2017 da ansa

Ius soli

Una manifestazione a sostegno dell’approvazione della legge per la cittadinanza, il 28 febbraio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

ROMA. – “Per noi la questione è chiusa”. Ap dice “no” allo ius soli: non è la prima volta, ma questa volta è la linea ufficiale del partito di Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Non daranno i loro voti alla legge per la cittadinanza ai bambini stranieri, che è cara alla sinistra, perché incombono le elezioni e non vogliono fare un “regalo alla Lega”. Fine dei giochi, dichiarano: senza i 24 senatori di Alternativa popolare il testo non ha i numeri per passare in Senato.

Ormai le chance di approvare la legge sono ridotte al lumicino. Ma Pd e governo non intendono dichiarare la resa. “Combattiamo”, dicono i Dem. Ma le fibrillazioni di maggioranza registrano nuovi picchi anche con Mdp, che fa andare sotto il governo sul libro bianco Difesa.

La linea dura dei centristi passa al termine di una riunione della direzione del partito: è Lupi, neo-coordinatore del partito e oppositore dello ius soli, a dichiarare il “no” al testo. La contrarietà non è alla legge in sé, dal momento che Ap resta favorevole a dare la cittadinanza a chi compia un ciclo di studi in Italia (ius culturae), ma ai tempi di approvazione: “Sarebbe un errore fare forzature e creare una guerriglia in Parlamento ora, se ne parlerà nella prossima legislatura”, dice Lupi.

E Alfano ammette le ragioni elettorali: “Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata”.

Tutto finito? Non ufficialmente. Perché mentre Fi e Lega esultano, il Pd, con il portavoce Matteo Richetti, replica così: “Non c’è tempo sbagliato per un diritto sacrosanto. Cerchiamo una maggioranza parlamentare per una legge in cui crediamo. Non vogliamo mettere in difficoltà il governo ma la posizione del Pd sullo ius soli non si sposta di un millimetro”.

E anche dal governo ribadiscono che fino alla fine si cercherà di creare le condizioni per approvare la legge, un impegno assunto dal premier Paolo Gentiloni. “Oggi c’è stata una fiammata, aspettiamo che si plachi e vediamo se tra chi dice no e chi dice sì c’è una strada per una mediazione”, dice un ministro. Secondo qualcuno lo “ius culturae” avrebbe possibilità di passare.

Ma tra le fila Dem a Palazzo Madama prevale il pessimismo. Margini per cercare tra gli altri gruppi voti che sopperiscano il “no” di Ap allo ius soli, non se ne vedono. E il capogruppo Luigi Zanda aveva già affermato che non intendeva portare in Aula un testo che andasse incontro “a morte certa”: mettere agli atti un “no” potrebbe voler dire – sostiene più d’uno – che la legge non si fa neanche nella prossima legislatura.

Matteo Renzi continua a tacere, dopo aver scelto di non parlare di ius soli dal palco di Imola. Ma tra i parlamentari Dem c’è anche chi, a taccuini chiusi, confessa dubbi sull’opportunità di forzare su una legge che, secondo alcuni sondaggi, penalizzerebbe il Pd.

“Non fa perdere voti”, assicura da sinistra Giuliano Pisapia, che rilancia la necessità di un “nuovo centrosinistra in discontinuità” e dunque senza Renzi. Roberto Speranza incalza: “Basta inseguire la destra, Gentiloni mostri forza e autonomia”. Una frase che alimenta l’irritazione del Pd verso gli ex compagni di partito.

In giornata infatti i bersaniani alla Camera si astengono (come il M5s) su una legge Pd sulle imprese culturali alla Camera e in commissione al Senato votano con le opposizioni e fanno passare un emendamento di Federico Fornaro (Mdp) al libro bianco della Difesa. “Votano con le destre, la solita coerenza”, incalza il Dem Andrea Marcucci. Pier Luigi Bersani torna anche a ventilare la possibilità che Mdp si smarchi e voti in dissenso su Def e manovra, “se non ci prendono in considerazione”.

Ma sul punto resta una diversità di accenti rispetto a Campo progressista. Pisapia – che a breve potrebbe incontrare il governo – si è infatti confrontato con Mdp sulle richieste da fare per la manovra (sulle quali c’è sintonia) ma resta convinto che non si possa rompere e far rischiare al Paese il default.

Divergenze si registrano ancora anche sul percorso e i confini del nuovo progetto: Mdp spinge per tenere dentro SI, Pisapia continua a puntare su un “campo largo”, non – sottolineano i suoi – una ridotta di partiti.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Legge elettorale: in Aula il 10 ottobre, in commissione sì di Fi

Pubblicato il 26 settembre 2017 da redazione

Il tabellone con il voto finale. ANSA/FABIO FRUSTACI

ROMA. – Si consolida il cammino del Rosatellum 2.0 : la Conferenza dei capigruppo ha infatti fissato al 10 ottobre l’arrivo in Aula del testo, che in serata viene votato come testo base dalla Commissione Affari costituzionali della Camera, per essere poi sottoposto agli emendamenti nei prossimi giorni.

Ma è soprattutto la presa di posizione di Silvio Berlusconi, che si schiera per fronteggiare i malumori interni di alcuni deputati, a rafforzare l’accordo, sulla cui tenuta anche il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato, ha detto di essere in grado di “garantire”. M5s ha invece dato battaglia sin da oggi.

La presidente della Camera Laura Boldrini, alla riunione della Capigruppo, ha proposto la data del 10 ottobre per portare il Rosatellum in Aula. I partiti che sostengono l’accordo immaginavano una data più vicina, il 5 ottobre, ma hanno accolto la proposta della Presidente. “Così togliamo l’alibi a chi sostiene che vogliamo strozzare i tempi in Commissione”, ha detto Rosato.

Una decisione, dunque, per allentare la tensione, dopo che M5s aveva sollevato un problema di procedura che aveva fatto slittare il primo voto della Commissione, previsto nel pomeriggio, quello necessario per adottare il Rosatellum come testo base. M5s si è appellato a Boldrini, che però gli ha dato torto, confermando le decisioni del presidente della Commissione Andrea Mazziotti.

Alle 18 nuova questione procedurale di M5s, nuova interruzione, e convocazione della Commissione in serata per l’agognato primo voto. L’ostruzionismo di M5s lascia intuire intenzioni bellicose anche nella successiva fase degli emendamenti, che dovranno essere presentati entro venerdì 29 settembre, con l’inizio dei voti previsto per martedì 3 ottobre.

Quanto ai partiti che hanno sottoscritto l’accordo, Fi ha riunito il gruppo. Più di qualcuno ha storto il naso sostenendo che per gli “azzurri” era meglio il proporzionale del Fianum, il precedente testo. Elio Vito ha accusato Renato Brunetta di aver ceduto troppo presto, ma il capogruppo ed altri hanno fatto notare che il Pd non ci sarebbe più stato sul proporzionale e che la vera alternativa era il Consultellum che avrebbe implicato un listone unico con Lega e Fdi.

Poi Berlusconi ha sentito diversi esponenti “azzurri” dicendo loro che aveva “approfondito” il tema e che il Rosatellum 2.0 “e’ la strada più corretta da percorrere”. Per far capire le intenzioni serie del Pd e la saldezza dell’accordo, Rosato ha detto di sentirsi di “garantire che i partiti che hanno sottoscritto l’accordo non si sfileranno”. “Non dico che non temo i voti segreti e il comportamento dei singoli. Ma i gruppi come tali terranno”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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L.elettorale: Brunetta,vediamo testo ma primo ok FI

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Arriva la nuova Legge elettorale: si profila un’intesa a quattro

Pubblicato il 21 settembre 2017 da ansa

Legge elettorale

Il relatore di maggioranza Emanuele Fiano durante la discussione generale sulla riforma della legge elettorale nell’Aula della Camera, Roma, 6 giugno 2017. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

ROMA. – Si passa dalle parole ai fatti con il nuovo tentativo di legge elettorale: il relatore Emanuele Fiano, ha infatti depositato in Commissione Affari costituzionali della Camera il cosiddetto Rosatellum 2.0, oggetto di indiscrezioni prima e di un confronto informale tra i gruppi poi. La mossa avviene dopo l’apertura di FI e della Lega, che teoricamente assicurerebbero l’approvazione del testo sia alla Camera che al Senato. Questo al netto dell’incognita dei voti segreti nell’Aula di Montecitorio, il vero spauracchio, e del “niet” di Mdp.

Rabbia di M5s, che effettivamente potrebbe essere l’unico perdente, anche se nel Movimento si scommette in un nuovo flop. Il testo, rispetto al proporzionale del Fianum, naufragato in Aula l’8 giugno scorso, introduce una quota di seggi uninominali maggioritari (231 pari al 36%), che incentivano le coalizioni, come ha sottolineato il proponente. Un elemento che ricompatta il Pd e la fronda degli “orlandiani” (“sono fiducioso” ha detto Andrea Giorgis, l’esperto di legge elettorale della minoranza) ed anche quanti, in Campo Progressista e in Mdp, puntano a una coalizione con il Pd spostata più a sinistra.

L’auspicio a cui ha dato voce Michele Ragosta è però stato sovrastato dai giudizi negativi dei bersaniani, come Alfredo D’Attorre o Miguel Gotor. In effetti la soglia del 10% per una coalizione, rende rischioso a Mdp una corsa insieme a Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni e quindi sarebbe indotto ad accordarsi con Renzi.

La soglia bassa al 3% per i partiti che corrono da soli o in coalizione ha riappacificato Ap con il Pd: e l’incoraggiamento ad andare avanti è giunto dal capogruppo Maurizio Lupi. Sempre più aperturista Forza Italia, mentre Matteo Salvini ha detto che la Lega è pronta a votare il Rosatellum 2.0 dalla prossima settimana.

Colpisce che i rappresentanti di Pd, Ap e Fi (Fiano, Lupi e Francesco Paolo Sisto) abbiano espresso lo stesso concetto: occorre una legge elettorale scritta dal Parlamento e non dalla Consulta, perché altrimenti la politica ne uscirebbe delegittimata. Una idea che da una settimana viene ripetuta dal Quirinale, ed è proprio a partire da essa che i leader dei tre partiti si sono decisi a trovare un compromesso su una legge “che scontenta un po’ tutti”, come l’ha definita Sisto.

Infatti, se Fi deve rinunciare al proporzionale, è pur vero che evita il listone unico con Lega e Fdi, a cui sarebbe stata costretta con l’Italicum. Ap rinuncia alle preferenze, ma incassa la soglia al 3%. Anche Fdi, oggi meno tranchant con Ignazio La Russa, deve cedere sulle preferenze, ma ottiene la coalizione, così come la Lega.

Chi ha un saldo solo negativo sembra M5s: “Fi e Pd hanno fatto un inciucio per fermarci” ha detto Luigi Di Maio, mentre Danilo Toninelli ha preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale, che sarebbe comunque inefficace prima del voto. In effetti M5s, che non si coalizza con nessuno, con i collegi uninominali potrebbe prendere meno seggi rispetto a un proporzionale puro, specie in alcune Regioni, dove il centrodestra unito (soprattutto in Lombadia, Veneto, Puglia) o una alleanza di centrosinistra (regioni Rosse, la stessa Puglia) sono molto più competitivi.

Secondo i calcoli degli sherpa del Pd alle fine potrebbero esserci fino a 50 i seggi in meno per il Movimento. La rabbia in M5s è tanta, ma Toninelli ha dato voce a una speranza recondita, quella che il tentativo si concluda in un nuovo flop. “Alfano e Renzi non si metteranno d’accordo mai sui collegi” ha detto. Lo scenario potrebbe prendere corpo nei voti segreti, previsti dal regolamento della Camera.

E’ un timore diffuso: “partendo facciamo un atto di fede” ammette Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto. Il timore è che si congiungano i voti dei partiti contrari (M5s e Mdp) a quelli dei peones di Fi e Pd candidati nelle Regioni dove invece il Rosatellum 2.0 li sfavorisce. Ma intanto c’è la Commissione, dove il 27 settembre arrivano gli emendamenti.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Renzi si riprende il Pd e vince con oltre 70 per cento

Pubblicato il 30 aprile 2017 da ansa

Matteo Renzi, e la moglie Agnese, al voto per le primarie., 30 April 2017.
ANSA/ MAURIZIO DEGL’INNOCENTI

ROMA. – Matteo Renzi torna leader del Pd, rilegittimato dopo la pesante sconfitta al referendum e le dimissioni da premier. Quasi 2 milioni di elettori, smentendo le previsioni fosche della vigilia, hanno votato alle primarie e, secondo i dati non ancora ufficiali, quasi il 75% ha scelto il bis dell’ex segretario rispetto ai rivali Andrea Orlando, intorno al 20%, e Michele Emiliano sul 5%. Una sfida dall’esito scontato, secondo molti, ma che i renziani festeggiano come la ripartenza in vista delle elezioni politiche.

“Una responsabilità straordinaria”, ringrazia l’ex premier. La scissione di Bersani e D’Alema, consumatasi dopo il 4 dicembre, aveva fatto temere un crollo dei votanti ai gazebo rispetto ai 2,8 milioni delle precedenti primarie. Ed invece, soprattutto nelle città, il calo è stato contenuto e in alcuni momenti si sono create file ai seggi che hanno allungato l’orario di chiusura.

Così come non sono mancate denunce e accuse incrociate tra le mozioni rivali: annullati i voti di Nardò, Gela e Cariati mentre a Napoli, dove il deputato renziano Ernesto Carbone era stato mandato come ‘osservatore’ in Campania, pare evitato il caos brogli del passato.

“Smentito chi aveva già fatto il funerale delle primarie”, commenta il vicesegretario Lorenzo Guerini ribattendo a Beppe Grillo ma avvisando anche chi, dentro il Pd, considera i gazebo uno strumento superato. C’è, invece, ancora chi crede nella scelta del leader attraverso le primarie: nel savonese ha addirittura votato una nonna di 102 anni.

E sembrano crederci ancora anche i leader del passato: Walter Veltroni ha votato nel circolo Berlinguer a Buenos Aires, Enrico Letta, che ha votato per Orlando, a Parigi. E Romano Prodi, facendo la sua scelta a Bologna e ricordando che alle sue primarie in 3,7 milioni andarono ai gazebo, ha auspicato che “la partecipazione non sia solo il giorno delle primarie, impegno per il dopo”.

E in coda per votare si è messo anche il premier Paolo Gentiloni che ha votato a Roma prima di partire per una missione in Kuwait, salvo poi congratularsi in serata con il suo predecessore per vittoria. Ma le primarie non risolvono tutti i problemi del Pd, a partire dall’unità del partito. Solo Matteo Renzi, dopo aver votato in mattinata a Pontassieve insieme alla moglie e alla figlia, ha raggiunto in serata il Nazareno, dove ha festeggiato con i sostenitori della sua mozione.

Orlando è rimasto nel suo comitato a Roma ed Emiliano ha preferito restare nella sua Bari. Entrambi escludono nuove scissioni ma le distanze con il vincitore sono profonde, a partire dalle alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni.

“Chi ha vinto da domani deve essere il segretario di tutto il Pd”, chiede Gianni Cuperlo riconoscendo il risultato. Gli sfidanti di Renzi si preparano ora a dare battaglia dentro il partito sia nella linea politica sia nella definizione della legge elettorale. “Noi saremo sempre leali ma non obbedienti”, chiarisce Francesco Boccia. E farà discutere il nodo delle alleanze. “L’intesa con Berlusconi non esiste”, taglia corto Matteo Richetti alla vigilia dello sprint che il neosegretario si prepara a fare.

Ma per molti legge elettorale fa rima con elezioni politiche. Fuori e dentro il Pd sospettano che ora Renzi, davanti ad una vittoria così schiacciante, metterà il piede sull’acceleratore della legislatura, magari dopo aver fatto piccoli ritocchi per rendere omogenee la legge elettorale. Uno show down ai danni di Paolo Gentiloni che sia Dario Franceschini sia Maurizio Martina, in ticket con Renzi al congresso, escludono.

“Siamo protagonisti di questo sforzo di governo”, assicura Martina – e con lui Franceschini – facendo però capire che il Pd vuole avere voce in capitolo nelle scelte di governo, dal crac Alitalia alla manovra di ottobre. Ma a prescindere da quando si voterà il neoleader ha già scelto il suo principale avversario: Beppe Grillo che oggi ha accusato il Pd di “una visione anti-storica, rivolta al passato” esaltando la democrazia dei gazebo su quella dei clic. Ma è soprattutto sui social che da domani Renzi intende ripartire.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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Renzi, da rottamatore a rottamato

Pubblicato il 09 dicembre 2016 da Luca Marfé

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (D)
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Mille giorni fa Renzi si era presentato al cospetto degli italiani nelle vesti di “rottamatore”.
Tre anni dopo, con un’evoluzione (involuzione) micidiale delle ultime settimane che lo hanno traghettato dritto dritto al disastro del referendum costituzionale, la gente lo ha inquadrato in chiave opposta a tutte quelle che erano esigenze e speranze di rinnovamento.
Un volto, una claque, un atteggiamento che hanno riesumato tanto del peggio della Prima Repubblica.
Ma il distacco che si è materializzato tra il Partito Democratico e gli elettori assume dei connotati ancor più precisi in queste convulse ore di consultazioni.
Padoan, Gentiloni, Franceschini.
Tre nomi che nulla hanno a che vedere con i desideri e soprattutto con i voti dei cittadini.
Non commento e non amo i 5 Stelle, ma almeno loro qualche “mi piace” in rete lo hanno preso.
O si riallaccia il legame con la base, per far sì che si senta davvero rappresentata, o Grillo e compagnia vinceranno a mani basse. Ma vinceranno per davvero, con percentuali mostruose. Inutile scannarsi dunque sulla nuova legge elettorale.
Una grossa fetta del risultato delle prossime elezioni politiche passa per il nome del successore di Renzi.
Speriamo non arrivi il pupazzo o il pupazzo del pupazzo.
O sarà l’ennesimo regalo a quella che ci ostiniamo a chiamare “anti-politica”, quando in realtà il senso della politica, quella vera, lo abbiamo perso noi.

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe

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15:38Iran: Università Novara, ‘Djalali torturato per confessione’

(ANSA) - NOVARA, 18 DIC - "Ma quale confessione! E' stato torturato finché non ha dovuto dire quanto volevano i suoi carcerieri". Il professore Francesco Della Corte, direttore del Credim, il Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale per cui ha lavorato Ahmadreza Djalali, commenta così la confessione del ricercatore iraniano che in televisione ha sostenuto di essere una spia, l'accusa per cui è stato arrestato e condannato a morte. "Non è bastato che venisse condannato a morte dal Tribunale della Rivoluzione di Teheran per reati mai commessi - prosegue Della Corte - ora hanno voluto che pubblicamente si accusasse, in modo da avere una scusa, di fronte all'opinione pubblica, per poterlo uccidere".

15:37Pyeongchang: Fontana, Corea? Nel villaggio saremo protetti

(ANSA) - ROMA, 18 DIC - "Per la situazione in Corea del Nord sono abbastanza tranquilla, perchè una volta entrati al villaggio olimpio saremo come in un bolla. Ci sentiremo, e saremo protetti, e saremo concentrati sulle gare. Quel che succede al di fuori, nei limiti, ci coinvolgerà relativamente". Arianna Fontana, portabandiera dell'Italia tra 53 giorni ai Giochi di PyeongChang, non si dice preoccupata per le tensioni internazionali caudate dalle minacce del regime di Pyeongyang. L'atleta, dopo aver ricevuto la bandiera al Quirinale dalle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ribadito il suo dispiacere per il bando imposto dal Cio agli atleti russi per il doping: "Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Ci sono molti atleti puliti che. Una ragazza russa che ho sentito - ha aggiunto - mi ha detto che sapranno solo a fine gennaio se potranno gareggiare. Mi dispiace, sono momenti non molto semplici".

15:36Turchia: 822 arresti per terrorismo in una settimana

(ANSA) - ISTANBUL, 18 DIC - Continuano in Turchia gli arresti di massa sotto lo stato d'emergenza post-golpe. Nell'ultima settimana, sono 822 le persone finite in manette con accuse di terrorismo. Lo rende noto il ministero degli Interni. La maggior parte (575) è sospettata di legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Altre 148 sono state arrestate per supposti collegamenti con il Pkk curdo. Nelle operazioni contro il Pkk sono inoltre stati "neutralizzati" 28 combattenti, 9 dei quali uccisi. Detenuti anche 75 sospetti affiliati all'Isis e 24 a gruppi illegali di estrema sinistra. Dal tentato putsch dello scorso anno, in Turchia gli arresti per presunti reati di terrorismo sono più di 50 mila.

15:32Germania: Schulz chiede ministero finanze, Merkel frena

(ANSA) - BERLINO, 18 DIC - I media tedeschi affermano che Martin Schulz rivendicherebbe il ministero delle finanze per l'Spd, nel caso in cui si arrivasse a un governo di Grosse Koalition. Ma Angela Merkel, sollecitata in materia, frena. "Parlare di una distribuzione dei ministeri, non avendo ancora neppure la certezza di costruire insieme un governo, non mi sembra la sequenza giusta", ha affermato, rispondendo alle domande dei giornalisti, in conferenza stampa, rispetto a possibili desiderata dei socialdemocratici. È stato il giornale economico Handelsblatt a scrivere oggi, in prima pagina, che il leader dei socialdemocratici vorrebbe per il suo partito il ministero delle finanze.

15:25Calcio: Coppa Italia, Pasqua arbitra Napoli-Udinese

(ANSA) - ROMA, 18 DIC - Questi gli arbitri, gli assistenti, i IV Ufficiali, i Var e gli assistenti Var per le partite valide per gli ottavi di finale di Coppa Italia in programma da domani: Napoli-Udinese (19/12 ore 21): Pasqua di Tivoli Mondin-Bellutti/Di Paolo/Pairetto-Fiorito); Atalanta-Sassuolo (20/12 h.15): Ghersini di Genova (Rocca-La Notte/Minelli/Giacomelli-Ranghetti); Roma-Torino (20/12 ore 17.30): Calvarese di Teramo(Paganessi-Prenna/Abbattista/Banti-Di Vuolo); Juventus-Genoa (20/12 ore 20.45): Maresca di Napoli (La Rocca-Bindoni/Marini/Mariani-Alassio).

15:20Migranti: ok a progetto per impiego in Scavi Pompei e Reggia

(ANSA) - NAPOLI, 18 DIC - Una migliore distribuzione dei migranti sul territorio attraverso anche l'impiego sperimentale nei servizi sociali, in particolare in alcune realtà turistiche di grande pregio come gli Scavi di Pompei e la Reggia di Caserta. É il senso del protocollo d'intesa siglato oggi a Napoli con il ministro degli Interni Marco Minniti da 265 sindaci della Campania (il 70% del territorio) per l'accoglienza dei richiedenti asilo. "Un progetto bello e straordinario - ha sottolineato il ministro - che mette in campo una visione comune basata su accoglienza, umanità, integrazione e sicurezza e che se dovesse avere successo renderà migliore non solo la Campania ma l'Italia intera".

15:16Assad, 400 mld dollari di danni materiali dalla guerra

(ANSA) - MOSCA, 18 DIC - I danni materiali del conflitto in Siria ammontano a circa 400 miliardi di dollari: è la stima fatta dal controverso presidente siriano Bashar al Assad e riportata oggi dal vice premier russo Dmitri Rogozin. "Secondo le stime del presidente siriano - ha detto Rogozin - i danni provocati da questa aggressione contro la Siria ammontano a circa 400 miliardi di dollari".

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