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Renzi: “Bene la coalizione ma basta risse”. Intesa con Verdi

Pubblicato il 12 dicembre 2017 da ansa

Matteo Renzi, ospite del programma di La7 “diMartedì”, condotto da Giovanni Floris.
ANSA/FERMO IMMAGINE LA7

 


ROMA.- Chiudere la pagina delle risse interne al centrosinistra, e “incalzare” sui contenuti, convinti che il Pd sarà non solo “il primo partito” ma anche “il primo gruppo”. Ostenta ottimismo Matteo Renzi nel giorno in cui viene sancita l’intesa con i Verdi. Con l’adesione di Angelo Bonelli prende corpo quella lista alleata ‘di sinistra’, assieme ai socialisti di Nencini, alcuni prodiani ed ex campo Progressista. Anche se, all’interno dei ‘pisapiani’ si registra una defezione di peso: il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, annuncia che non si candiderà pur impegnandosi a dare una mano.

Per quanto riguarda il fronte centrista, la direzione di Ap certifica la scissione, confermando che alcuni ex alfaniani saranno al fianco del Pd con una lista dei moderati. Nel frattempo, Matteo Renzi lancia sulla e-news un messaggio chiaro sia alla minoranza del partito sia ai competitor di Liberi e Uguali: “Chi ha scelto la strada della divisione – ammonisce – risponderà delle proprie scelte davanti ai cittadini”.

Ma se da un lato Renzi evita ogni polemica, Matteo Richetti attacca implicitamente Pietro Grasso per non aver “nemmeno adottato la delibera di taglio drastico del vitalizio che la Camera ha approvato mesi fa”. Netta la replica di Miguel Gotor (LeU) che definisce “ipocrita il tentativo di coinvolgere Grasso” quando il problema “è la spaccatura del Pd”.

Ad ogni modo, nell’ottica di voler togliere spazio alle baruffe politiche a favore dei “contenuti”, il Nazareno rilancia con forza la sua battaglia contro le fake news, pubblicando sulla rivista online “Democratica” il primo report annunciato all’ultima Leopolda. I dem denunciano come bufala la notizia dell’incontro tra Renzi e Zuckerberg, avvenuto realmente a Palazzo Chigi e non, come sostenuto online, nella ‘villa’ di Renzi a Firenze “in cui – denunciano il Pd – i due avrebbero parlato di come censurare la libera informazione sul web”.

Un’ennesima prova per il Pd dei legami tra quel video e le 3 pagine un-official del M5S (Virus5Stelle, M5SNews, Vogliamo il Movimento 5 Stelle al Governo) condito dall’appello “a Di Maio e Salvini a spezzare ogni contatto con queste centrali di disinformazione”.

Quanto alle prospettive elettorali, Renzi ribadisce che il Pd ha “tutti gli elementi per essere competitivo e lancia una frecciata a chi sta già cantando vittoria: “Quando saranno chiari candidati e modalità di voto, non saranno pochi coloro che, convinti di entrare in conclave come Papa, usciranno cardinale”.

Il giorno dopo la polemica sulle ‘foglioline’, un’ altra piccola polemica, subito chiarita, investe Pietro Grasso. Un tweet, con tanto di simbolo LeU, viene pubblicato sull’homepage del Senato. “Cose da Urss”, protesta Augusto Minzolini (Fi). La spiegazione sta in un automatismo tecnologico: i tweet personali di tutti i senatori, non solo quelli di Grasso, vengono ripubblicati sulle rispettive pagine web personali. Ad ogni modo, il tweet della discordia è stato subito cancellato.

Severo, infine, Walter Veltroni, in modo equanime con tutte le forze della sinistra italiana: “Se la sinistra fosse unita – accusa amareggiato su La7 – sarebbe in grado di competere collegio per collegio e sarebbe aperta la possibilità di un governo riformista. Non lo è non solo per responsabilità del Pd ma collettiva”.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Pd attacca Grasso, Renzi stringe su liste e simbolo

Pubblicato il 11 dicembre 2017 da ansa

Grasso presenta il simbolo di “Liberi e Uguali”

 


ROMA. – Matteo Renzi al lavoro per definire entro mercoledì le intese con le liste alleate e il simbolo della lista di sinistra alleata, dove non comparirà il suo nome. Nel frattempo infuria la polemica a sinistra tra il Partito democratico e Liberi e Uguali, all’indomani dell’esordio televisivo di Pietro Grasso nelle vesti di leader politico.

I dem contestano al presidente del Senato la “grave violazione” del pluralismo e della par condicio di aver presentato il simbolo del nuovo partito ora in una trasmissione Rai. Il presidente replica serafico: “Noi portiamo avanti un progetto, non ci occupiamo di attaccare gli altri o di fare degli scontri”.

Intanto il segretario dem Matteo Renzi, che ha deciso di non inserire il suo nome sul simbolo del Pd, proprio con l’obiettivo di stringere su liste, ha incontrato a lungo il leader Verde Angelo Bonelli, che nelle prossime ore dovrebbe decidere se confluire insieme ai Socialisti, ad alcuni prodiani ed esponenti ex Cp, nella lista a sinistra del Pd.

Intanto, Alleanza Popolare, lacerata nel profondo, è al lavoro per trovare “una soluzione consensuale” su come andare avanti. Ma è nota la divisione tra chi guarda al centrodestra, chi pensa a una corsa solitaria e chi da tempo, come Fabrizio Cicchitto e Beatrice Lorenzin, è pronto all’intesa con i democratici. Sullo sfondo la lista radicale, che attende che si chiarisca la questione delle firme per potersi presentare alle elezioni.

Nel frattempo, la tensione a sinistra, rinfocolata dalle polemiche successive all’intervista di Pietro Grasso, negli studi di “Che Tempo che fa”. Michele Anzaldi (Pd), a caldo, ha contestato la scelta del presidente del Senato di presentare il simbolo del nuovo partito in favore di telecamere, parlando di “violazione gravissima” e chiedendo l’intervento di Agicom. “L’ardore da “sentinella del renzismo” – gli replica Miguel Gotor (LeU) – spinge Anzaldi ad attacchi e critiche scomposti al Presidente del Senato”.

Un’altra bufera, soprattutto sui social, scoppia sul presunto paragone, che in effetti Grasso non ha fatto, tra le ‘foglioline’ che costituiscono la congiunzione tra Liberi e Uguali, e le donne. Pd attacca, accusando LeU di scarsa attenzione alle donne e l’hashtag #foglioline, per ore è in testa ai trend topic.

Ma gli attacchi riguardano anche la scelta di inserire il nome Grasso nel nuovo simbolo. “Hanno accusato @matteorenzi per anni di volere il #PdR, il partito personalistico, contrario alla tradizione della sinistra doc, poi – scrive Emanuele Fiano su twitter – sono usciti e hanno fondato il #PdG, il partito di #Grasso con il cognome nel simbolo, più foglioline per le donne. Ma se è contro Renzi tutto bene”.

“Reazioni al limite dell’isterismo – replica il leader Si, Nicola Fratoianni – che dimostrano il grande nervosismo tra i dem”. Scintille anche all’interno del Pd: “Orlando – attacca il capogruppo Ettore Rosato – ha detto che spera che il Pd non divenga partito di Renzi? Il Pd è il partito dei suoi militanti, forse lui avrebbe voluto fosse il partito di Orlando, ma il progetto è sfumato…”. Secca la replica del Guardasigilli: “Spero sia un fake che parla a nome del presidente del gruppo parlamentare dei deputati #eccessodizelo”.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Sondaggi choc per Pd, scende ancora. Bene Grasso

Pubblicato il 09 dicembre 2017 da ansa

Luigi Bersani e Matteo Renzi

 

 


ROMA. – Il Pd scende ancora. Il partito dell’ex premier Matteo Renzi – dicono gli ultimi sondaggi – è attorno al 25%. Quindi sotto il 25,4, la ‘soglia Bersani’ delle ultime politiche. Dato che non sfugge all’ex segretario: “Mi stupisco che facciano più notizia i sondaggi che i dati reali. Sono tre anni – infierisce – che il Pd è sotto la soglia ‘Bersani’, quella del 2013, che perde tutti gli appuntamenti elettorali amministrativi”.

La contestazione è affidata ad un renziano di provata fede: “I sondaggi a tre mesi dal voto sono un puro esercizio di stile. Mancano le coalizioni ed i candidati” critica il dem Andrea Marcucci. Continuano a crescere invece – stando alle rilevazioni di ‘Repubblica’ e ‘Corriere – i Liberi e Uguali di Pietro Grasso, ora attorno al 6,6%. Bersani si rallegra: “Per noi 6,7,8% è un ottimo punto di partenza, basti pensare che non abbiamo ancora neanche il simbolo….”.

Nel centrodestra, intanto, Forza Italia stacca la Lega di Matteo Salvini. Va ancora avanti M5s, che si conferma primo partito con il 29%. Insomma, numeri choc per il segretario dem, che solo ieri, rompendo gli indugi, aveva di fatto aperto la campagna elettorale, chiuso la partita delle alleanze, assicurato di avere già una coalizione competitiva in vista del voto, anche senza Alfano e Pisapia.

Una speditezza che non piace alla minoranza interna dem. Ieri Gianni Cuperlo, oggi Cesare Damiano, chiedono a Renzi la convocazione di una direzione, entro Natale, per approfondire il nodo delle alleanze. “Dopo l’uscita di scena di Giuliano Pisapia – avverte Damiano – il rischio di andare a sbattere c’è tutto”. Anche Piero Fassino – scelto dal segretario dem come mediatore per ricostruire – non si rassegna e insiste per la collaborazione con l’area a sinistra del Pd.

“Ci sono ancora le condizioni per riprendere il dialogo con Giuliano Pisapia”, assicura l’ex Sindaco di Torino. Ma è all’iter parlamentare della legge sullo ius soli che tanti affidano le ultime speranze per ricucire con il leader di Campo Progressista e con la sinistra in generale, in vista di un ‘dopo voto’.

La conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ha stabilito che il dibattito sullo ius soli sarà l’ultimo appuntamento della legislatura, scelta che ha provocato la protesta di Liberi e Uguali e soprattutto la rottura, Fassino spera non definitiva, con Pisapia. Ma in tanti nel Pd, Cuperlo in testa, scommettono che la legge vedrà la luce: “Le condizioni per tagliare questo traguardo ci sono ancora: se mi viene chiesta una previsione – osserva il leader della minoranza interna – io sono pronto a dire che comunque entro la fine di questa legislatura la legge sullo Ius soli verrà approvata”.

Una strada difficile che si potrebbe mettere tutta in discesa se Gentiloni decidesse di mettere la fiducia. Ma non sfugge che questo esporrebbe il governo al rischio di cadere. Uno scenario per molti osservatori assolutamente sgradito al Colle. Una crisi politica, in vista di un voto dall’esito quanto mai incerto, sarebbe un ulteriore elemento di instabilità.

(di Marcello Campo/ANSA)

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Pisapia chiude la porta e rompe con Renzi, il Pd in difficoltà

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

Speranza, Bordini e Pisapia.

 

 

ROMA. – Giuliano Pisapia chiude la porta: non si alleerà con il Pd di Matteo Renzi e non correrà alle prossime elezioni. Finisce male la lunga trattativa tessuta con i Dem. Non sortiscono alcun effetto neanche i contatti delle ultime ore con lo stesso Renzi. La scelta del Pd di inserire lo ius soli al’ultimo posto nel calendario del Senato è la goccia – spiegano da Campo progressista – che fa traboccare il vaso.

E dopo ore di riunione con i suoi, l’ex sindaco ufficializza il suo personale passo indietro: “Ci abbiamo provato ma è impossibile proseguire nel confronto con il Pd”. Gli esponenti di Cp prendono ora due diverse strade: gli ex Sel guardano a Liberi e uguali di Pietro Grasso, i centristi dialogano ancora con il Pd. Saranno loro – spiegano dal Nazareno – a costruire la ‘gamba’ di sinistra della coalizione Dem, con Verdi e Socialisti.

Ma nel Pd c’è grande preoccupazione: “Siamo davanti a un burrone”, dice la minoranza. La scelta di Pisapia matura dopo lungo travaglio: per ore si confronta con i suoi. Da un lato c’è l’ala sinistra di Cp, da Ciccio Ferrara e Marco Furfaro: è insostenibile, anche la base è in grande sofferenza, è la tesi, allearsi con il Pd, che sceglie l’alleanza con Ap e vuole solo una “stampella” a sinistra.

Dall’altro lato ci sono i centristi come Bruno Tabacci e gli ex prodiani come Franco Monaco, che insistono sulla necessità di tenere unito il centrosinistra con i Dem. L’ex sindaco sente Grasso, con cui i contatti negli ultimi giorni sono stati frequenti. Lo chiamano dal Pd Piero Fassino e Luigi Zanda, che gli spiegano che al momento non ci sono i numeri, ma il Pd è ancora impegnato sul fronte ius soli: si proverà fino all’ultimo minuto della legislatura.

Anche Renzi si fa sentire via messaggio. Ma, dicono i “pisapiani”, le rassicurazioni private non bastano più. C’è così poca chiarezza, affermano, che neanche erano stati avvertiti del passo indietro annunciato in tv da Angelino Alfano. Gli ex Sel suonano il “gong”: “Giuliano, non ci sono i margini”. Potrebbero ora unirsi a Liberi e uguali, magari insieme a Laura Boldrini che però per ora non scioglie la riserva.

“Cercano la poltrona, sono cadaveri politici”, li accusa Michele Ragosta. “Un’accusa meschina”, replicano da Cp. E nel movimento è caos e sconforto: “Io non ci sarò ma voi non mollate, le battaglie proseguono”, scrive Pisapia ai militanti. Renzi, in tour in Sicilia, non commenta. Ma dalle fila della maggioranza Dem trapela irritazione e anche preoccupazione per una decisione che, affermano, Pisapia aveva già preso.

“Non si usi contro di noi l’argomento ius soli: vogliamo la legge e la faremo”, dichiara Matteo Richetti. Più dura Maria Elena Boschi, convinta che il Pd potrebbe correre da solo: “Supereremo il 30% con una coalizione ampia, ma non possiamo rincorrere chiunque”.

La coalizione, spiegano dal Nazareno, avrà tre gambe. Ci sarà una lista centrista, con Pier Ferdinando Casini e Beatrice Lorenzin. Ci sarà poi una lista di sinistra, con i centristi di Cp, Leoluca Orlando ed ex Sel come il sindaco di Cagliari Zedda, oltre a Socialisti e Verdi: girano già bozzetti del simbolo “Sinistra e Progresso” con un sole che ride e una rosa. Infine, i Dem sperano di attrarre i Radicali di +Europa, che domani vedranno Gentiloni per chiedere di dimezzare le firme per presentare liste alle elezioni, ma il cui ok non è scontato.

Senza Pisapia, dicono i pasdaran renziani, il leader Dem sarà più libero di guadagnare terreno al centro. Ma la situazione è “disastrosa”, dicono a taccuini chiusi dalla minoranza Pd: si rischia una debacle elettorale. La sinistra Dem nega il rischio di un’ulteriore scissione, ma è pronta a chiedere a Renzi una “riflessione”. C’è chi, come Gianni Cuperlo, auspica un sussulto finale.

E chi spera in un appello in extremis di Romano Prodi che possa aiutare a ricompattarsi. Ma la convinzione dei più è che ormai si sia troppo avanti. Liberi e uguali, che a giorni presenterà un simbolo “con tanto rosso”, gongola: “Rispettiamo le scelte di Pisapia, lo aspettiamo”, dice Pier Luigi Bersani.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Ius Soli allontana Pisapia dal Pd. Liberi e Uguali si interroga su M5s

Pubblicato il 05 dicembre 2017 da ansa

Matteo Renzi, Giuliano Pisapia (Foto: Gian Mattia D’Alberto / lapresse)

 

 


ROMA.- La calendarizzazione dello ius soli all’ultimo posto dell’ordine del giorno del Senato, con forti possibilità che la legislatura si chiuda senza l’approvazione, segna il punto di massima distanza tra Campo progressista e Pd. Una alleanza che a questo punto è a rischio, anche se in casa Dem si cerca di ricucire.

Sul tema delle alleanze, ma post elettorali, è alle prese anche Liberi e Uguali, il nuovo soggetto guidato da Pietro Grasso. con aperture verso M5s. Campo Progressista aveva posto al Pd, come condizione per una intesa, l’approvazione del biotestamento e la calendarizzazione in Aula dello ius soli, senza avere la pretesa della certezza dell’approvazione, visti i numeri.

La Capigruppo del Senato ha sì fissato al primo punto dell’ordine del giorno il testamento biologico, ma ha posto all’ultimo lo isu soli. Se la legislatura chiude ai primi di gennaio, l’approvazione si allontana. Immediata l’ira degli esponenti di Campo progressista: “E’ inaccettabile – ha detto il portavoce Andrea Capelli – che si continui a giocare con la vita di un milione di bambine e bambini”.

“Si sta solo facendo un favore alla Lega come dimostrano le loro dichiarazioni entusiaste. Il momento per approvare lo ius soli e’ adesso”, ha aggiunto. Il motivo dell’ira parte da una domanda: chi blocca in Senato lo ius soli con i suoi voti? E’ Ap – sottolineano gli uomini di Pisapia – e a noi si chiede di fare una alleanza con chi la pensa come Salvini?

Insomma il tema è il profilo politico della alleanza che si vuole mettere in piedi. Riccardo Nencini, segretario del Psi, che lunedì aveva parlato con Pisapia, in mattinata si era dichiarato “molto ottimista” sull’intesa, ma nel tardo pomeriggio il “mood” era di segno opposto.

Diversa la situazione in Liberi e Uguali (Leu), il cartello guidato da Piero Grasso che ha già fatto la scelta di una corsa in solitaria. Il tema delle intese riguarderebbe semmai il post elezioni, con un eventuale “entente cordiale” con M5s. Segnali in tal senso giungono dai pentastellati visto che in Parlamento Mdp (uno dei tre partiti che formano Liberi e Uguali) vota tutti gli atti di M5s. E anche Giavanni Endrizzi, capogruppo di M5s in Senato, ha lodato la correttezza di Piero Grasso.

Il leader di Mdp, Roberto Speranza, ha messo le mani avanti: “Tra noi e M5S ci sono distanze enormi. Loro hanno un’idea diversa su molti punti: sull’art. 18 o sullo Ius soli, tema su cui Di Maio la pensa come Salvini”. “Noi – aggiunge – partiremo dai nostri valori: Sanità pubblica, scuola e università pubbliche, basta bonus fiscali, progressività nel pagare le tasse, più investimenti”.

Non è un niet in assoluto e potrebbe lasciar intendere la disponibilità a votare singole leggi. E anche Pippo Civati, leader di Possibile, afferma: “Ognuno di noi prenderà i suoi voti e poi si faccia una discussione vera sui possibili alleati”. E non chiude nemmeno Pierluigi Bersani: “Al M5s dico che io sono ancora quello dello streaming. Ho le mie idee. Se potremo discutere vuol dire che sono cambiati loro, sarà un bene per la democrazia italiana”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Scontro tra Pd e M5s sulle fake news. Il blog di Grillo attacca Renzi

Pubblicato il 27 novembre 2017 da ansa

Luigi Di Maio interviene durante la proclamazione del candidato presidente del Movimento 5 Stelle per la Regione Lombardia. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

ROMA. – “Nessuno di noi evoca Russiagate, nessuno di noi chiede leggi per la censura, nessuno di noi fa soldi sul web. Chiediamo semplicemente di difendere la libertà degli elettori e dei nostri figli”. Matteo Renzi torna alla carica su quella che definisce una “propaganda inaccettabile” delle fake news dopo che i 5 Stelle rilanciano, ad alzo zero, contro il warning suonato alla Leopolda sulle cosiddette “bufale”.

I 5 Stelle hanno infatti reagito a stretto giro alla denuncia del segretario Pd con il blog di Beppe Grillo che contrattacca: “Spacciano per inchieste giornalistiche sulle fake news una ricerca condotta da un dipendente di Marco Carrai, fonte, vista la sua estrema vicinanza a Renzi, piuttosto discutibile. Diciamocelo chiaramente: sembra un giochino apparecchiato su misura al segretario del Pd, oramai in caduta libera”.

Renzi controbatte: “Stanno messi male, non c’è dubbio. Noi non gridiamo al lupo” dice puntando l’indice contro il blog grillino che ha “reagito con il consueto stile gridando al complotto, ovviamente complotto ‘degli amici di Renzi'”. Anche Carrai nega: “Non esiste. Ecco, questo è un esempio di fake news” dice al Corriere della Sera dove annuncia che “stiamo lavorando con uno scienziato di fama internazionale alla creazione di un ‘algoritmo verità’, che tramite artificial intelligence riesca a capire se una notizia è falsa”. L’altra idea, “è creare una piattaforma di natural language processing che analizzi le fonti giornalistiche e gli articoli correlandoli”.

Un intervento, però, è auspicato anche dal presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro: “Come sempre ci sono spazi perché la legislazione diventi più puntuale, tutte le volte che si sposta il faro dal regime off line a quello online”. Soprattutto, aggiunge, “uno dei temi è quello della tempestività degli interventi”. In campagna elettorale l’urgenza appare più evidente.

Chiusa la Leopolda di Renzi e dopo il nuovo predellino del Cavaliere, anche il M5s dichiara infatti ufficialmente aperta la “corsa” al voto. Una competizione che il M5s ha già ribattezzato un “rally” elettorale che punta, con Di Maio e Di Battista in “pole position”, al traguardo del governo.

Obiettivo da raggiungere cercando di tenere a bada l’offensiva fake-news. Di Battista, ad esempio, prova a tirare dentro la polemica anche Fi che ha individuato nel M5s l’avversario da sconfiggere. “Ieri abbiamo avuto un assaggio di quel che accadrà da qui alle prossime elezioni. I due ‘cazzari speculari’ hanno iniziato la loro identica campagna elettorale. Obiettivo? Terrorizzare il Popolo italiano rispetto alla possibilità di un governo del M5s” mette in guardia il deputato che si scaglia contro quelli che definisce il “bugiardo d’annata” e il “novello bugiardo, vale a dire Berlusconi e Renzi.

“E’ chiaro il loro gioco, proveranno a spaventare perché sono terribilmente spaventati. Diranno che siamo contro i vaccini (fake news); che vogliamo introdurre la patrimoniale (fake news); che Roma sta peggiorando (fake news); che odiamo la classe media (fake news); che ci occupiamo di scie chimiche (fake news). Parleranno solo esclusivamente del M5s. Siamo il loro incubo maggiore” è la lettura del deputato.

Luigi Di Maio invece prova a glissare: “Alcuni leader sono preoccupati. A me preoccupa più il voto di scambio” dice. Assicura però di non voler “sottovalutare” il problema che però, sostiene, non si affronta con una nuova normativa: “c’è una bruttissima prassi della politica italiana per cui ogni volta che c’è un problema si vuole fare una nuova legge”. Quella che vuole fare il Pd.

Il progetto dem punta a responsabilizzare i gestori di social network obbligandoli a dotarsi di un sistema di recepimento reclami per le fake news: un meccanismo di autoregolamentazione interna, insomma, come già avviene in Germania. Il provvedimento è quasi pronto e a giorni sarà depositato in Senato.

Intanto a sostegno della tesi delle due testate Usa interviene il “blogger e debunker” David Puente: Nyt “riporta dati che avevo riscontrato anche io in maniera indipendente” afferma sul suo blog dove mostra punti di contatto tra siti indipendenti che si ispirano al M5s e alla Lega. “Siti collegati a Salvini sono accomunati in rete al M5S, visto che hanno la stessa matrice, cioè la pubblicità, legata agli stessi soggetti. Fanno finta di scontrarsi -attacca il dem Matteo Orfini- e poi su questo terreno Salvini e Di Maio sono la stessa cosa?”.

(Di Francesca Chiri/ANSA)

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Renzi in treno per “sintonia con il Paese”, chiude a D’Alema

Pubblicato il 18 ottobre 2017 da ansa

Renzi in treno per “sintonia con il Paese”.

 

 

ARQUATA DEL TRONTO. – Massimo D’Alema no: “Lui starà con una sinistra radicale, non con il centrosinistra che vogliamo costruire”. Matteo Renzi precisa i confini della sua apertura ad Mdp: coalizione larga sì, ma non con chi, come D’Alema, “ha detto cose molto pesanti contro il Pd e contro di me”. E’ in una intervista radio, registrata mentre si sposta da una tappa all’altra, nella seconda giornata del suo viaggio in treno attraverso l’Italia, che il segretario Pd rompe il silenzio sull’ex premier, suo nemico dichiarato.

Renzi attraversa le Marche, parla di lavoro, dopo aver raccolto con piacere le parole “significative” di Mario Draghi sugli effetti del Jobs act, e si confronta con sindaci e cittadini delle aree colpite dal terremoto. Ad Arquata del Tronto visita il cantiere di una nuova fabbrica Tod’s e si complimenta con Della Valle: “Arriva prima del pubblico”. Con i lavoratori di un calzaturificio a Montegranaro ragiona di export, confronto con la Cina e misure per gli over 50.

A Recanati parla di cultura nei luoghi leopardiani. Ma i supporter che lo attendono in stazione (ci sono anche gruppetti di contestatori che lo fischiano e gli urlano “buffone”) lo richiamano al “chiacchiericcio” da cui dice di voler star lontano per essere più vicino alla “vita reale”.

E così non solo lo scontro su Bankitalia (Renzi si colloca – spiegano i suoi – in sintonia con il Paese e non il sistema), ma anche il dibattito a sinistra su alleanze e leadership: “Rottamali tutti: un bocciodromo per D’Alema e Bersani!”, gli urlano. Qualche renziano riconduce anche le dure critiche di Walter Veltroni su Bankitalia ad ambizioni personali.

Il segretario, però, predica calma. Inizierà a costruire, dicono i dirigenti Pd, la coalizione di centrosinistra dopo la conferenza programmatica di Napoli del 27-29 ottobre, quando si spera di aver incassato la legge elettorale e di poter lanciare (è previsto anche un intervento di Paolo Gentiloni) le prime proposte.

I renziani sono convinti che Giuliano Pisapia aspetterà l’esito delle elezioni siciliane per “muoversi”. Ma aggiungono che di tempo ce n’è ed è ancora possibile sperare di spaccare Mdp e isolare D’Alema, nella “sinistra estrema”. Sull’ex premier Renzi racconta ai suoi un episodio che risale ai tempi dell’elezione del presidente della Repubblica e i 101 franchi tiratori che affossarono Romano Prodi.

D’Alema – è la ricostruzione – chiamava “uno ad uno” i parlamentari a lui vicini perché non votassero il fondatore dell’Ulivo: io – ricorda il segretario Dem – ricevetti una telefonata di Berlusconi ma gli dissi che i miei 50 avrebbero votato tutti Prodi e così hanno fatto, “forse solo uno” no.

(dell’inviato Serenella Mattera/ANSA)

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Gelo con Renzi, Governo e Colle accelerano sul caso Visco

Pubblicato il 18 ottobre 2017 da ansa

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.
ANSA/LUCA ZENNARO

 

 

ROMA. – La tensione istituzionale dopo la mozione del Pd contro la gestione di Bankitalia non accenna ad abbassarsi. Non solo tra i ministri e nel Pd, al netto dei fedelissimi, si respira un clima di sconcerto per la mossa di Matteo Renzi ma restano mute le linee telefoniche tra il Quirinale e il leader dem a conferma di uno strappo che si farà fatica a sanare.

Il premier Paolo Gentiloni, che non si è ancora espresso pubblicamente tranne un allusivo invito all'”unità” del paese, valuta come muoversi e, a quanto si apprende, potrebbe decidere di chiudere la prossima settimana la sua scelta. E la dead line potrebbe essere il cdm del 27 ottobre.

Le prese di distanza, da Veltroni a Calenda, le critiche dure, come quella di Napolitano, non ammorbidiscono la posizione del segretario Pd. Anzi, come fa capire il presidente Pd Matteo Orfini, capogruppo nella commissione d’inchiesta sulle banche, i renziani affilano le armi, dossier alla mano, per il “processo” contro gli “errori” nella vigilanza bancaria degli ultimi anni.

E la mossa a sorpresa del governatore Ignazio Visco, presentatosi in Senato dal presidente della commissione d’inchiesta Pier Ferdinando Casini, viene letta, in ambienti della politica, come la volontà del governatore di andare al contrattacco. E di non lasciarla vinta alle accuse dell’ex premier.

A irritare i renziani è l’accusa di ingerenza indebita negli equilibri istituzionali con la mozione. “Noi – si sfogano i fedelissimi – siamo per il massimo rispetto delle istituzioni ma non è che tu, Mattarella, chiedi a noi il rispetto istituzionale e poi con una nota blindi Visco, bloccando una discussione politica: non si fa così”.

E, dopo l'”abbraccio” di sabato all’Eliseo, sembra finito anche il feeling con Walter Veltroni, che si è schierato con la presa di posizione del Quirinale. “Da un padre nobile – è la pungente ironia – non ce l’aspettavamo. Ci fa la predica sui valori della comunità e poi parla di mozione ingiustificabile. E’ proprio vero che la stagione delle ambizioni, come quella degli amori, viene e va”.

Polemiche e scontri che non interessano affatto Gentiloni, al quale spetta l’onere della scelta su Bankitalia. Il premier sta facendo in queste ore una serie di considerazioni ma da più parti gli si sta consigliando, anche per evitare turbolenze dei mercati, di accelerare sulla decisione rispetto al 31 ottobre. Il quadro, certo, è molto complesso sia nel caso di conferma di Visco sia di ricerca di un nuovo nome che comunque sarebbe scelto all’interno di Palazzo Koch con il nome, secondo i rumors, di Fabio Panetta in pole.

Ma, è l’osservazione di chi punta al rinnovo, indicare un nome diverso da quello dell’attuale governatore esporrebbe sia Gentiloni sia Mattarella a critiche e attacchi mediatici di aver ceduto al segretario Pd dopo che nei fatti si era già deciso di rinnovare il mandato. E anche Renzi non sembra avere molti dubbi sul fatto che il premier cambi idea rispetto alla riconferma. Ma con la mossa della mozione ha messo agli atti la sua distanza. “Lo vogliono confermare? Facciano, ma al momento opportuno Renzi potrà dire: io l’avevo detto”, è la linea dei renziani.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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Parte il treno di Renzi, alleanze e leadership agitano il Pd

Pubblicato il 16 ottobre 2017 da ansa

Partirà il prossimo 17 ottobre da Roma il treno con a bordo il segretario del Pd Matteo Renzi.

 

 

ROMA. – Dialogo e proposte, per costruire “l’alleanza” contro i populisti innanzitutto con gli elettori del centrosinistra e i soggetti della società civile. Lontano mille miglia dai litigi e le alchimie della politica romana. Matteo Renzi parte in treno, per otto settimane, attraverso le 107 province d’Italia. E prova a mettersi alle spalle il dibattito sulle alleanze, che dilania il centrosinistra.

Anche perché, notano dal Pd, è inutile parlarne per ora: prima bisogna condurre in porto il Rosatellum e superare lo scoglio delle elezioni siciliane. Fino ad allora, e anche dopo, il ‘mandato’ del segretario ai Dem è tenere aperto il dialogo a sinistra. Con tutti: incluso Mdp, anche se è opinione diffusa nel Pd che sia impossibile tornare alleati di “D’Alema e compagni”. Non sarà mai il Nazareno a chiudere la porta, è il mantra: dovranno essere loro semmai ad assumersi l’onere della rottura.

Il treno “Direzione Italia”, voluto da Renzi per un anticipo di campagna elettorale all’insegna dell’ascolto, parte domani alle 9.55 dalla stazione Tiburtina: nella prima giornata toccherà Lazio, Umbria e Marche e poi avanti, in tutta Italia. Il segnale che il Pd intende lanciare, lo esplicita il ministro Luca Lotti: “Chi ha voglia di stare in questo percorso e fare un pezzo di strada con noi è ben accetto, senza – precisa però – mettere precondizioni”.

Walter Veltroni, senza risparmiare punzecchiature al Pd, invita Renzi ad intraprendere il viaggio in treno con “ago e filo a sufficienza per una ricucitura”. “Se solo la sinistra riuscisse ad essere unita sarebbe competitiva con la destra: quando uno legge le cifre viene la rabbia”, incalza Veltroni. Che chiede a tutti “l’umiltà dell’unità” e replica alle dure critiche di Arturo Parisi al Pd dicendo di non avere “nessuna nostalgia delle alleanze tutti contro Berlusconi”.

Matteo Orfini, presidente Dem che difende le ragioni di un partito autosufficiente, lancia un segnale spazientito a Giuliano Pisapia, che non chiude al Pd ma chiede la contendibilità della leadership della coalizione. “Il suo modo di ragionare mi ricorda quello di 20 anni fa, quando micro-partitini ponevano veti sulle leadership”.

Su Democratica, la nuova rivista Dem, compare un sondaggio di Swg che dà una coalizione di centrosinistra composta da Pd, Campo progressista, Partito socialista, Partito radicale, Verdi e Alternativa popolare al 33,3%, e una coalizione di “sinistra radicale” con Mdp, Si e Prc al 5,5%. Ma il “gong” delle alleanze non è ancora suonato. E i ministri del Pd anche in Cdm sulla manovra danno il via libera alla linea del dialogo con Bersani e i suoi.

Prima c’è ancora da approvare – e non è scontato – la legge elettorale al Senato, probabilmente con la fiducia la prossima settimana. Poi da reggere agli attacchi, considerati scontati che si leveranno dopo la probabile sconfitta in Sicilia (il treno Pd potrebbe arrivare nella regione solo dopo il voto). Ed è proprio in mezzo a questo annuncio di tempesta, che vede una recrudescenza anche degli attacchi di Michele Emiliano, che Renzi parte in viaggio attraverso l’Italia. Lontano dai palazzi e dalle loro scorie.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Renzi si riprende il Pd e vince con oltre 70 per cento

Pubblicato il 30 aprile 2017 da ansa

Matteo Renzi, e la moglie Agnese, al voto per le primarie., 30 April 2017.
ANSA/ MAURIZIO DEGL’INNOCENTI

ROMA. – Matteo Renzi torna leader del Pd, rilegittimato dopo la pesante sconfitta al referendum e le dimissioni da premier. Quasi 2 milioni di elettori, smentendo le previsioni fosche della vigilia, hanno votato alle primarie e, secondo i dati non ancora ufficiali, quasi il 75% ha scelto il bis dell’ex segretario rispetto ai rivali Andrea Orlando, intorno al 20%, e Michele Emiliano sul 5%. Una sfida dall’esito scontato, secondo molti, ma che i renziani festeggiano come la ripartenza in vista delle elezioni politiche.

“Una responsabilità straordinaria”, ringrazia l’ex premier. La scissione di Bersani e D’Alema, consumatasi dopo il 4 dicembre, aveva fatto temere un crollo dei votanti ai gazebo rispetto ai 2,8 milioni delle precedenti primarie. Ed invece, soprattutto nelle città, il calo è stato contenuto e in alcuni momenti si sono create file ai seggi che hanno allungato l’orario di chiusura.

Così come non sono mancate denunce e accuse incrociate tra le mozioni rivali: annullati i voti di Nardò, Gela e Cariati mentre a Napoli, dove il deputato renziano Ernesto Carbone era stato mandato come ‘osservatore’ in Campania, pare evitato il caos brogli del passato.

“Smentito chi aveva già fatto il funerale delle primarie”, commenta il vicesegretario Lorenzo Guerini ribattendo a Beppe Grillo ma avvisando anche chi, dentro il Pd, considera i gazebo uno strumento superato. C’è, invece, ancora chi crede nella scelta del leader attraverso le primarie: nel savonese ha addirittura votato una nonna di 102 anni.

E sembrano crederci ancora anche i leader del passato: Walter Veltroni ha votato nel circolo Berlinguer a Buenos Aires, Enrico Letta, che ha votato per Orlando, a Parigi. E Romano Prodi, facendo la sua scelta a Bologna e ricordando che alle sue primarie in 3,7 milioni andarono ai gazebo, ha auspicato che “la partecipazione non sia solo il giorno delle primarie, impegno per il dopo”.

E in coda per votare si è messo anche il premier Paolo Gentiloni che ha votato a Roma prima di partire per una missione in Kuwait, salvo poi congratularsi in serata con il suo predecessore per vittoria. Ma le primarie non risolvono tutti i problemi del Pd, a partire dall’unità del partito. Solo Matteo Renzi, dopo aver votato in mattinata a Pontassieve insieme alla moglie e alla figlia, ha raggiunto in serata il Nazareno, dove ha festeggiato con i sostenitori della sua mozione.

Orlando è rimasto nel suo comitato a Roma ed Emiliano ha preferito restare nella sua Bari. Entrambi escludono nuove scissioni ma le distanze con il vincitore sono profonde, a partire dalle alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni.

“Chi ha vinto da domani deve essere il segretario di tutto il Pd”, chiede Gianni Cuperlo riconoscendo il risultato. Gli sfidanti di Renzi si preparano ora a dare battaglia dentro il partito sia nella linea politica sia nella definizione della legge elettorale. “Noi saremo sempre leali ma non obbedienti”, chiarisce Francesco Boccia. E farà discutere il nodo delle alleanze. “L’intesa con Berlusconi non esiste”, taglia corto Matteo Richetti alla vigilia dello sprint che il neosegretario si prepara a fare.

Ma per molti legge elettorale fa rima con elezioni politiche. Fuori e dentro il Pd sospettano che ora Renzi, davanti ad una vittoria così schiacciante, metterà il piede sull’acceleratore della legislatura, magari dopo aver fatto piccoli ritocchi per rendere omogenee la legge elettorale. Uno show down ai danni di Paolo Gentiloni che sia Dario Franceschini sia Maurizio Martina, in ticket con Renzi al congresso, escludono.

“Siamo protagonisti di questo sforzo di governo”, assicura Martina – e con lui Franceschini – facendo però capire che il Pd vuole avere voce in capitolo nelle scelte di governo, dal crac Alitalia alla manovra di ottobre. Ma a prescindere da quando si voterà il neoleader ha già scelto il suo principale avversario: Beppe Grillo che oggi ha accusato il Pd di “una visione anti-storica, rivolta al passato” esaltando la democrazia dei gazebo su quella dei clic. Ma è soprattutto sui social che da domani Renzi intende ripartire.

(di Cristina Ferrulli/ANSA)

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Renzi, da rottamatore a rottamato

Pubblicato il 09 dicembre 2016 da Luca Marfé

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (D)
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Mille giorni fa Renzi si era presentato al cospetto degli italiani nelle vesti di “rottamatore”.
Tre anni dopo, con un’evoluzione (involuzione) micidiale delle ultime settimane che lo hanno traghettato dritto dritto al disastro del referendum costituzionale, la gente lo ha inquadrato in chiave opposta a tutte quelle che erano esigenze e speranze di rinnovamento.
Un volto, una claque, un atteggiamento che hanno riesumato tanto del peggio della Prima Repubblica.
Ma il distacco che si è materializzato tra il Partito Democratico e gli elettori assume dei connotati ancor più precisi in queste convulse ore di consultazioni.
Padoan, Gentiloni, Franceschini.
Tre nomi che nulla hanno a che vedere con i desideri e soprattutto con i voti dei cittadini.
Non commento e non amo i 5 Stelle, ma almeno loro qualche “mi piace” in rete lo hanno preso.
O si riallaccia il legame con la base, per far sì che si senta davvero rappresentata, o Grillo e compagnia vinceranno a mani basse. Ma vinceranno per davvero, con percentuali mostruose. Inutile scannarsi dunque sulla nuova legge elettorale.
Una grossa fetta del risultato delle prossime elezioni politiche passa per il nome del successore di Renzi.
Speriamo non arrivi il pupazzo o il pupazzo del pupazzo.
O sarà l’ennesimo regalo a quella che ci ostiniamo a chiamare “anti-politica”, quando in realtà il senso della politica, quella vera, lo abbiamo perso noi.

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe

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Renzi annuncia, il G7 italiano si terrà in Sicilia

Pubblicato il 25 maggio 2016 da redazione

Renzi annuncia, il G7 italiano si terrà in Sicilia

Renzi annuncia, il G7 italiano si terrà in Sicilia

ROMA. – Lampedusa o Taormina. Quel che è certo è che il G7 del prossimo anno, a guida italiana, sarà in Sicilia. L’ufficialità è arrivata dallo stesso premier Matteo Renzi, che in realtà lavora da tempo al progetto di portare i grandi della terra dove il dramma dei migranti è più sentito e dove sono state salvate migliaia di vite. Per dare così anche respiro ad un’isola che sta pagando moltissimo in termini economici e turistici e rilanciare il sud del paese.

“Vi scrivo mentre sono in volo verso il Giappone per il G7 – è stato il messaggio di Renzi -. Molti gli argomenti che la presidenza nipponica ha messo in agenda, in attesa di passare il testimone all’Italia che organizzerà l’appuntamento nel 2017 in Sicilia”.

Il premier vorrebbe in realtà far sbarcare i leader di Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna e Canada a Lampedusa, isola simbolo del dramma dei migranti. Un’ipotesi della quale aveva parlato con il sindaco Giusi Nicolini il 25 marzo scorso, durante la sua visita sull’isola.

L’idea era la stessa che ha indicato nella newsletter di oggi: “Vorrei che ci fosse posto, al tavolo dei potenti, anche e soprattutto per chi non ha voce”. I migranti, appunto. E chi ogni giorno va in loro soccorso.

La piccola isola che si affaccia sull’Africa però non avrebbe le strutture necessarie per ospitare i capi di Stato e di governo con i loro staff. E lo stesso aeroporto non sarebbe adatto: la pista non è abbastanza grande per accogliere gli aerei di stato.

Renzi non avrebbe abbandonato completamente l’idea di Lampedusa, dove si è consumata l’ennesima tragedia con lo sbarco di una bimba di nove mesi la cui mamma è morta nella traversata, ma avrebbe preparato comunque il ‘piano B’.

Un’ipotesi della quale il premier ha parlato di recente con il sindaco di Taormina, una cittadina più facilmente raggiungibile, abituata ai grandi eventi, con alberghi prestigiosi adatti ad accogliere i leader mondiali. E di indiscutibile bellezza.

In entrambi i casi gli obiettivi rimangono due: tenere alta politicamente, anche attraverso l’annuncio, l’attenzione su uno dei dossier ai quali l’Italia tiene di più proprio mentre a Bruxelles si esamina il ‘migration compact’ voluto dal premier.

E portare avanti la campagna per il mezzogiorno – è di pochi giorni fa la firma del patto per il Sud – mettendolo al centro di uno dei più importanti eventi di politica internazionale, grande occasione di rilancio economico. Considerazioni che hanno portato il premier a rinunciare alla sua Firenze, la prima delle ipotesi messe in campo per il G7.

E il sud ha risposto. Con il sindaco di Taormina Eligio Giardina: sarebbe “per noi una sfida da far tremare i polsi – ha detto – ma siamo pronti per strutture alberghiere, storia, tradizione e sicurezza”. E gli hanno fatto eco gli albergatori: “Magari! Siamo pronti per tradizione e cultura”, ha detto il presidente dell’associazione, Italo Mennella. Soddisfatto anche il presidente della Regione, Rosario Crocetta, al quale Renzi aveva già parlato dell’ipotesi. “E’ un riconoscimento – ha detto il governatore – alla centralità mediterranea della Sicilia, da sempre terra di incontro, dialogo e collaborazione con il Sud del mondo”.

Di tenore opposto alcune reazioni dalla Sardegna. L’annuncio del premier ha scatenato ad esempio le ire degli indipendentisti per l’uscita di scena definitiva di La Maddalena, candidata dall’isola per ospitare l’incontro dei grandi dopo lo smacco del G8 del 2009, trasferito all’ultimo momento a L’Aquila.

L’assessore ai Lavori Pubblici e leader del Partito dei Sardi, Paolo Maninchedda, non usa mezzi termini: “Come avevo detto a suo tempo, censurato da molti, è un dovere dei sardi diffidare delle istituzioni italiane, che ormai non hanno neanche il buon gusto di spiegare le loro ragioni in incontri istituzionali, ma le fanno sovranamente dall’aereo regio”, ha attaccato l’esponente della giunta Pigliaru.

Decisamente più soft la reazione del governatore: “Come abbiamo detto più volte, a noi interessa che il cantiere di La Maddalena sia tra i primissimi da sbloccare in Italia. Il G7 era stato presentato come un’opportunità per raggiungere l’obiettivo, ma non è certo l’unica”, ha detto Pigliaru.

(di Paola Tamborlini/ANSA)

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Riforme: Boschi avverte, non è un referendum sul governo

Pubblicato il 13 maggio 2016 da redazione

boschi

ROMA. – Il referendum di ottobre sulle riforme deve riguardare il loro contenuto e non il governo, sul quale ci si pronuncerà alle elezioni politiche, nel 2018. Le parole del ministro Maria Elena Boschi, durante un incontro con gli studenti della Scuola superiore dell’Università di Catania, sembrano riorientare la campagna del Governo, anche se la stessa Boschi ha confermato che in caso di vittoria del “no” l’esecutivo si dimetterebbe.

Indicativo del nuovo approccio del governo è anche il format scelto dal ministro per il nuovo tour a sostegno della riforma: un confronto con gli studenti dell’ateneo etneo, durante il quale ha prima illustrato la riforma e poi ha risposto alle domande dei ragazzi, alcune delle quali critiche, con domande chiaramente non filtrate.

Tanto è vero che alla fine, dopo un intervento-comizio dell’ultimo studente, Boschi ha commentato: “Vi ringrazio per questo confronto franco e senza filtri”. Boschi, oltre ad illustrare i contenuti, ha sottolineato che le Camere hanno modificato il testo iniziale del Governo: “quindi – ha osservato – il testo approvato non è più quello del Governo ma è del Parlamento, non solo perchè lo ha votato ma perchè lo ha deciso, per di più con una maggioranza più ampia di quella prevista dalla Costituzione”, dato che nella definizione dell’attuale testo hanno preso parte anche Fi e Lega, che poi “per ragioni politiche e non di merito” non hanno più sostenuto le riforme.

Insomma il governo solo co-protagonista delle riforme, e non dominus. Il corollario è la seconda affermazione di Boschi: quella che i cittadini dovranno fare sul referendum – ha detto – “è una scelta di merito, non di simpatia o antipatia verso il Governo. Si vota sulle Riforme: su altro saremo chiamati a decidere, nel 2018”.

Certo, Boschi non ha smentito che in caso di vittoria del no l’esecutivo farà un passo indietro (“non sarebbe serio”) ma ha insistito: “Noi al referendum abbiamo chiesto un voto sul merito delle Riforme”.

Il nuovo approccio si rifletterebbe anche nella scelta del Presidente del Comitato per il sì (dovrebbe essere annunciato il 21): è circolato il nome di Luigi Berlinguer anche se questi, interpellato al telefono ha detto: “personalmente non sono stato informato di niente. Sono a Bruxelles per una attività dell’Ue”.

Ma in ogni caso sarà il profilo di una personalità non renziana. Evidentemente sono arrivati a destinazione i suggerimenti giunti da chi, pur d’accordo con le riforme, invitava a spoliticizzare il referendum: da costituzionalisti come Cesare Pinelli, alla Civiltà Cattolica che invitava ad usare il referendum come “occasione per rifondare intorno alla Costituzione la cultura politica del Paese”.

Per non parlare della moral suasion del presidente della Repubblica. Ogni giorno però ha la sua pena. Ieri ha suscitato malumori nella minoranza del Pd l’affermazione del sottosegretario Gianclaudio Bressa per il quale la legge elettorale per l’elezione del nuovo Senato la varerà “il prossimo Parlamento”, il che implica urne nel 2017 e non alla fine naturale della legislatura, indicata da Boschi.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)

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Renzi: non penso ai voti, il referendum deciderà

Pubblicato il 12 maggio 2016 da redazione

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social "Matte Risponde"?, Roma, 5 Aprile 2016.  ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua social “Matte Risponde”?, Roma, 5 Aprile 2016.
ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

ROMA. – “Se devo perdere voti per una battaglia giusta, li perdo”. Al traguardo delle unioni civili, mentre in Parlamento inizia la “festa” del Pd per l’approvazione in via definitiva della legge, Matteo Renzi rivendica senza tentennamenti il testo. Anche di fronte alla contrarietà del mondo cattolico, emersa nelle parole della Cei.

“Quando ci sono cose giuste vanno fatte. Punto”, dice il premier. E aggiunge che non su questo ma su altro tema, le riforme, si peseranno i voti. Il referendum costituzionale di ottobre sarà un giudizio ‘finale’ sul suo operato: “Non sto in paradiso a dispetto dei santi. Se perdo, non finisce solo il governo ma finisce la mia carriera come politico e vado a fare altro”.

Ci sono motivazioni personali, oltre che politiche, dietro la “battaglia” sulle unioni civili, racconta Renzi. E in mattinata, a ridosso delle votazioni alla Camera per approvare in via definitiva la legge, in un post su Facebook ricorda Alessia Ballini, sua amica e assessore della sua giunta, attivista per i diritti civili morta a 41 anni.

“Perché le leggi sono fatte per le persone, non per le ideologie. Per chi ama, non per chi proclama”, sottolinea il premier. La fiducia, spiega in questa chiave, è solo un mezzo per non tardare ancora. E per una “battaglia giusta” come questa, aggiunge in un’intervista a Radio Capital, non si potevano fare calcoli: “Nessuno ha fatto sondaggi per verificare le posizioni”, assicura.

Il rischio di perdere i voti di alcuni cattolici nelle urne il leader del Pd non lo nega. Anche se i parlamentari a lui vicini invitano a non tralasciare l’effetto opposto, positivo, che la legge approvata può avere sull’elettorato di sinistra. Ma non è questo il punto, assicura Renzi.

Le critiche dei cattolici erano “attese e persino comprensibili, se si ricorda da dove eravamo partiti”. L’unica reazione “fuori luogo”, spiega, è quella di chi, in quel mondo, ora minaccia di votare no al referendum costituzionale. Perché, sottolinea, le due questioni sono diverse: diritti da un lato, le riforme del governo dall’altro. A sottolineare la differenza, il fatto che su un eventuale referendum sulle unioni civili (“Fantapolitica, sicuri che avrebbe la maggioranza?”) non è in gioco la sua carriera, sul referendum costituzionale sì.

Nelle urne di ottobre – non nei sondaggi – si misurerà davvero il consenso del governo. Renzi ribadisce anche di non voler entrare in polemica con i magistrati che faranno attivamente campagna per il ‘no’: “Non intendo mettere bocca, rispetto le regole e la divisione dei poteri”. E anche sul “caso Lodi” assicura rispetto per i pm. Ma sottolinea che il vicesegretario Lorenzo Guerini, predecessore e amico del sindaco Pd arrestato, “non c’entra niente”.

Ma ritornare su questa vicenda è anche per il leader Dem l’occasione per rimarcare la distanza dai 5 Stelle, “garantisti a giorni alterni”. E così Renzi, dopo aver ricordato che il Pd ha votato a favore dell’arresto del suo deputato Francantonio Genovese, sfida Luigi Di Maio e Carlo Sibilia a rinunciare all’immunità per andare in tribunale a rispondere alle querele che il Pd, offeso dai loro attacchi, ha presentato contro di loro: “Perché non l’hanno fatto? Hanno paura di diventare pregiudicati come Grillo? Io non sono pregiudicato e non ho l’immunità, mi querelino”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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Fitch conferma BBB+ Italia, ma attenzione ai rischi politici

Pubblicato il 24 ottobre 2014 da redazione

NEW YORK.- Fitch conferma il voto ‘BBB+’ per l’Italia e spiega: il governo del premier Matteo Renzi ”sta facendo progressi sul bilancio e sulle riforme strutturali che, se attuate con successo, potrebbero avere un impatto positivo sulla crescita di medio termine”. Ma, avverte l’agenzia, sull’attuazione di queste riforme incombono “rischi politici”. Fitch assegna quindi un outlook stabile al Belpaese, pur constatando come le prospettive di crescita restino deboli, con l’economia che si contrarra’ quest’anno dello 0,2%, per tornare a crescere nel 2015 quando salira’ dello 0,6%. Confermato a ‘BBB+’ con outlook stabile anche il rating della Spagna, che Fitch prevede crescere a ritmi decisamente piu’ veloci dell’Italia: il pil spagnolo crescera’ infatti quest’anno dell’1,3%, per accelerare nel 2015 a +1,7%. Tassi di crescita profondamente differenti da quelli dell’Italia, che – si sottolinea – ha un pil ”vicino ai livelli del 2000 e il 9% al di sotto del picco del 2008”. Completa il quadro un debito cresciuto al 128% del pil nel 2013 e che raggiungera’ il suo picco nel 2015 al 134%, restando sopra il 120% fino al 2022. ”Questo implica un decennio di limitata flessibilita’ di bilancio per rispondere a potenziali shock avversi”, scrive Fitch, sottolineando come “un ritorno alla crescita del pil e il mantenimento di un ampio avanzo primario saranno essenziali per ridurre il debito”. Si evidenzia poi come una ”persistente bassa inflazione si traduce in una crescita piu’ lenta del pil nominale e aumenta il valore reale dello stock di debito pubblico”. Fitch ricorda quindi come l’inflazione e’ scesa a -0,1% a settembre dallo 0,6% di gennaio, ed e’ ai minimi storici, al di sotto della media dell’area euro. L’agenzia osserva ancora come le banche italiane si siano rafforzate durante il 2014, approfittando delle buone condizioni di mercato prima della pubblicazione degli stress test della Bce. ”Anche se ci sono rischi che alcune banche possano aver bisogno di ulteriori azioni per centrare” gli obiettivi di capitale dopo i risultati degli stress test, Fitch ritiene che si trattera’ di deficit ”gestibili”. ”L’outlook stabile” assegnato all’Italia ”riflette il fatto che i rischi al rialzo e al ribasso sul rating sono bilanciati” mette in evidenza Fitch. A pesare negativamente sul rating potrebbe essere il non ritorno alla crescita del pil, ma anche ”tensioni politiche” in grado di penalizzare le politiche economiche di bilancio. Oppure ”un minore sostegno politico al risanamento nel medio termine”. Fitch basa la sua valutazione su alcuni fattori, quali il fatto che la Commissione europea ”non imporra’ sanzioni all’Italia durante le trattative per il budget 2015” e che l’area euro evitera’ una deflazione lunga come quella del Giappone negli anni 1990.

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01:37Pallavolo: 3-0 a Civitanova,Zenit Kazan vince Mondiale club

(ANSA) - ROMA, 18 DIC - I russi dello Zenit Kazan hanno vinto il Mondiale per club di pallavolo battendo in finale a Cracovia la Lube Civitanova per 3-0 (27-25, 25-22, 25-22). Sfuma quindi il sogno della squadra marchigiana di salire sul tetto del mondo.

01:34Pallavolo: Superlega, risultati e classifica

(ANSA) - ROMA, 18 DIC - Risultati della 12/a giornata della Superlega di pallavolo: Lube Civitanova - Wixo Piacenza 3-2 (giocata il 16/11) Sir Safety Perugia - Azimut Modena 0-3 Calzedonia Verona - Callipo Vibo V. 3-0 (ieri) Gi Group Monza - Bunge Ravenna 3-1 Kioene Padova - Taiwan Ex. Latina 3-0 Biosi' Indexa Sora - Diatec Trentino 1-3 (giocata il 13/12) Revivre Milano - BCC Castellana Grotte 3-0 - Classifica: Civitanova 31; Perugia e Modena 30; Verona 24; Padova e Ravenna 20; Piacenza e Trentino 19; Milano 18; Monza e Latina 12; Vibo Valentia 9; Castellana 5; Sora 3.

01:14Calcio: Inzaghi, la Lazio ha dimostrato che non molla mai

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - "Abbiamo dato una bella risposta su un campo difficile, sapevamo che avremmo sofferto. Siamo andati sotto di due gol e per molti sarebbero stati colpi decisivi, invece non ci siamo disuniti e siamo riusciti a pareggiare. Poi abbiamo commesso un errore sul rigore, ma siamo riusciti ancora a pareggiare: penso che non si sia annoiato nessuno". Così il tecnico della Lazio Simone Inzaghi al termine di Atalanta-Lazio. "Non sono due punti persi rispetto alle prime - dice ancora il tecnico -. L'Atalanta è la squadra che mi ha impressionato di più per ritmo e qualità dei giocatori. Infatti è arrivata quarta nella scorsa stagione e prima nel girone in Europa League. Segnare 3 gol qui non è facile, abbiamo dimostrato di non mollare mai e vogliamo restare attaccati al treno delle prime qualsiasi cosa succeda". Un commento sull'espulsione: "Non ho detto una parola - spiega -, ma Irrati mi ha mandato via. Mi dispiace perché non ho mai protestato per tutta la gara, forse Irrati era un po' prevenuto, al ritorno starò attento".

01:04Calcio: Messi rigore parato, ma Barcellona serve il poker

(ANSA) - BARCELLONA, 17 DIC - In attesa di giocare l'attesissimo 'Clasico' di sabato prossimo (ore 13) al Santiago Bernabeu, il Barcellona ne fa quattro al Deportivo La Coruna nel posticipo serale della Liga. Luis Suarez e Paulinho, con una doppietta a testa, sono i protagonisti del 4-0 finale, ma di questa partita rimane anche l'immagine di Lionel Messi che si è fatto parare un rigore da Ruben Martinez, portiere della squadra galiziana. Con i tre punti di questa sera il Barcellona è primo in classifica con 6 punti di vantaggio sull'Atletico Madrid, che ha scavalcato il Valencia (sconfitto dall'Eibar) e ora è secondo. Il Real Madrid, impegnato ieri nella finale del Mondiale per club contro il Gremio, ha undici punti di ritardo dagli arcirivali.

00:55Calcio: Gasperini, da questa sfida Atalanta esce più forte

(ANSA) - BERGAMO, 17 DIC - "Sono comunque soddisfatto, la Lazio ha delle risorse importanti. Non siamo riusciti a chiuderla in molti momenti, ma abbiamo fatto una partita importante e usciamo più forti da questa sfida. Abbiamo giocato nel modo in cui mi piace". L'allenatore dell'Atalanta Gian Piero Gasperini è soddisfatto del pareggio della sua squadra nonostante si sia fatta raggiungere per due volte dalla Lazio. "Abbiamo avuto delle difficoltà solo nel finale del primo tempo - dice ancora Gasperini -, poi il loro primo gol ha dato grande fiducia alla Lazio che ha dei giocatori molto abili e veloci. A fine gara c'era molta delusione nello spogliatoio perché se avessimo vinto avremmo fatto un bel salto in classifica. Ma questo campionato è molto equilibrato, abbiamo affrontato una squadra molto forte e abbiamo capito che possiamo fare bene, e mi sento più forte dopo questa gara. Preoccupato per l'astinenza da gol di Gomez e Petagna? No perché abbiamo fatto tre gol e abbiamo avuto moltissime occasioni. Peccato non aver chiuso la gara".

00:54Basket: serie A, risultati e classifica

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - Risultati dell'11/a giornata del campionato di serie A di basket: Grissin Bon Reggio Emilia - Openjobmetis Varese 76-66 (ieri) Betaland Capo d'Orlando - Happy Casa Brindisi 67-66 (ieri) Banco di Sardegna Sassari - The Flexx Pistoia 88-81 (ieri) Segafredo Virtus Bologna - Fiat Torino 84-76 EA7 Emporio Armani Milano - Red October Cantù 93-77 Dolomiti Energia Trentino - Vanoli Cremona 90-79 VL Pesaro - Sidigas Avellino 78-83 Germani Brescia - Umana Reyer Venezia 90-71 - Classifica: Brescia 20; Avellino e Milano 16; Venezia, Torino e Sassari 14; Cantù, Capo d'Orlando, Trentino e Bologna 10; Reggio Emilia, Varese, Cremona e Pistoia 8; Pesaro 6; Brindisi 4.

00:36Calcio: Atalanta-Lazio 3-3

(ANSA) - BERGAMO, 17 dic - Posticipo spettacolare quello fra Atalanta e Lazio. Il match finisce 3-3, con i bergamaschi avanti di due gol già al 26' con Caldara e Ilicic (bellissima rete). Poi però i padroni di casa si fanno raggiungere dai biancocelesti, trascinati da Luis Alberto e Milinkovic Savic, quest'ultimo autore della doppietta per il 2-2 (berisha non sembra impeccabile). Nella ripresa Ilicic riporta avanti la Dea trasformando un rigore concesso per fallo di Bastos su Gomez. L'arbitro Irrati annulla con l'ausilio del Var un gol a Caldara, poi la Lazio pareggia ancora con una rete di Luis Alberto, oggi il suo uomo migliore.

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