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Raid neofascisti, Minniti: “Non è a rischio la democrazia”

Pubblicato il 07 dicembre 2017 da ansa

Raid naziskin a Como

 

 


ROMA. – Il raid di un gruppo di skinhead a Como e il blitz di Forza Nuova fuori la redazione di Repubblica. Due azioni, avvenute a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, che fanno temere il ritorno di derive neofasciste in Italia. Una eventualità respinta con forza dal ministro dell’Interno, Marco Minniti. “Se qualcuno pensa che in un momento di incertezza politica – ha affermato il numero uno del Viminale – ci possa essere spazio per infiltrare pratiche antidemocratiche, la risposta è semplice: non c’è aria”.

Per il ministro “ci sono i corpi dello Stato che non subiscono incertezza politica”. Parole che arrivano nella giornata in cui le indagini avviate dopo le due azioni hanno segnato una importante accelerazione con perquisizioni e primi indagati.

Per l’irruzione nel circolo di Como, la polizia ha eseguito 13 perquisizioni per appartenenti al gruppo di estrema destra “Veneto Fronte Skinheads”. I provvedimenti sono stati eseguiti dagli agenti della Digos di Como, Brescia, Genova, Lodi, Mantova e Piacenza, città di residenza degli indagati. Sequestrati pc, tablet e altri supporti informatici con lo scopo di accertare, anche attraverso le mail, se i responsabili del blitz avessero pianificato il blitz tempo addietro e in quale luogo è partita l’iniziativa.

Gli investigatori vogliono anche accertare se si tratti di un fatto isolato o che rientri in una strategia più articolata e più ampia. Nei confronti degli attivisti locali il questore di Como ha avviato il procedimento per l’adozione dell’ ‘Avviso Orale’ mentre ai militanti delle altre province è stato notificato il provvedimento del “foglio di via obbligatorio”.

Diversi gli indagati anche per l’azione di Forza Nuova a Roma. L’indagine è stata affidata dal procuratore Giuseppe Pignatone al pool di pm che si occupa di terrorismo. Al momento 9 persone sono state identificate grazie anche alle telecamere a circuito chiuso che hanno ripreso le varie fasi del gruppo: 12 i partecipanti all’azione. Tra loro un minore, la cui posizione è stata inviata al Procura dei minori, una donna ed un militante di 44 anni.

La maggior parte, fa sapere la polizia, sono noti ultras della Lazio, alcuni già sottoposti a Daspo. Gli identificati sono stati perquisiti, così come la sede di Forza Nuova. Sequestrato materiale documentale di particolare interesse investigativo all’esame degli uomini dell’antiterrorismo, nonché bandiere del partito politico greco Alba Dorata, croci celtiche, un busto di Mussolini, immagini di Hitler.

Gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Caporale, procedono per violenza privata, manifestazione non autorizzata e accensione di artifizi pirotecnici in luogo aperto al pubblico. Durante l’azione i militanti di Forza Nuova hanno esposto uno striscione con su scritto “Boicotta La Repubblica e L’Espresso” e hanno lanciato alcuni fumogeni in direzione della redazione.

Investigazioni sono in corso per individuare gli altri responsabili. Tutti gli indagati verranno sottoposti a Daspo. Su quanto avvenuto a Roma è intervenuto il capo della polizia, Franco Gabrielli, definendo “grave” il bltiz e aggiungendo: “tutte le volte che si mette in discussione la possibilità che la stampa sia libera, credo sia un interrogativo per tutti. Su queste vicende credo che non si debba mai avere l’improntitudine di fare dei distinguo. Queste cose vanno condannate senza se e senza ma, che riguardino testate che si collocano a destra, a sinistra o al centro”.

(di Marco Maffettone/ANSA)

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Blitz Fn contro la sede di Repubblica. Ministro Minniti: “Atto criminale”

Pubblicato il 06 dicembre 2017 da ansa

Blitz Forza Nuova sotto la sede di La Repubblica (foto twitter La Repubblica)

 

 


ROMA. – Volto coperto, fumogeni e un messaggio chiaro di “guerra”. E’ il blitz dei neofascisti di Forza Nuova sotto la sede di Repubblica, un macabro salto di qualità della formazione di estrema destra che invita esplicitamente a boicottare un giornale. A rivendicarlo il leader del movimento Roberto Fiore che annuncia “guerra al Pd e al Gruppo Espresso (editore del giornale, ndr)”, rei a suo dire di “criminalizzare Fn” con inchieste sulla natura dei suoi fondi.

“Atto criminale e inaccettabile” bolla l’azione il ministro dell’Interno Marco Minniti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella esprime “solidarietà” ai giornalisti di Repubblica ed Espresso per “i gravi fatti di oggi”. Il premier Paolo Gentiloni chiama il direttore del quotidiano Mario Calabresi.

La spedizione finisce con un denunciato per violenza privata e altri reati. “È il primo atto di una guerra politica contro il gruppo Espresso e contro il PD – dice Fiore -. Stanno portando avanti un’opera di mistificazione e di criminalizzazione che vuole mettere fuori gioco Forza Nuova”. In un post sulla pagina Fb del movimento si rivendica “l’assalto”, “contro le menzogne dei pennivendoli di regime e maschere sul volto: ci siamo presentati così perché oggi rappresentiamo ogni italiano tradito da chi con la penna favorisce Ius soli, invasione e sostituzione etnica. Roma e l’Italia si difendono se necessario a calci e pugni. Questi infami sappiano che non gli daremo tregua”.

“La comunità civile deve dare un messaggio netto e forte: il Pd continuerà a lavorare contro atti di fascismo”, risponde il leader Pd Matteo Renzi. “Non ci può essere un gruppo organizzato che dichiara guerra alle idee”, ammonisce Minniti. Il presidente del Senato e neo leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso parla di “gravissimo attacco fascista contro la libertà d’informazione”.

“Quando si attacca un giornale si attacca la libertà di stampa”, così la presidente della Camera Laura Boldrini. Per la Federazione nazionale della stampa (Fnsi), sindacato dei giornalisti, e l’Ordine professionale é “un nuovo, intollerabile atto di squadrismo” e “servono risposte urgenti”. “Risorge il neofascismo”, dice la presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello. Condanna oltre che dal Pd da Forza Italia, Ap e M5S, tra gli altri, con Beppe Grillo che ritwitta sul “blitz squadrista”.

L’azione a ‘Repubblica’ arriva in un periodo difficile per la stampa nei rapporti con estrema destra, mafie e criminalità. Dalla testata al cronista Rai Daniele Piervincenzi a Ostia da parte di Roberto Spada, che aveva appoggiato CasaPound alle elezioni municipali, all’aggressione alla troupe di ‘Striscia la Notizia’ a San Basilio, a Roma, durante un servizio sulla droga.

L’estrema destra in particolare é in fermento sentendo la possibilità di successi elettorali sui temi dell’immigrazione e della povertà. Il 28 novembre il blitz dei giovani del Veneto Fronte Skinhead con la lettura di un proclama anti-migranti nella sede di una Ong di Como. Sabato sit-in del Pd e contro presidio vietato dal questore. “Ci saremo lo stesso”, dice Fn.

Negli ultimi mesi Forza Nuova ha effettuato in molte parti d’Italia le cosiddette ‘passeggiate per la sicurezza’, poi ha convocato una ‘Marcia dei Patrioti’ nell’anniversario della Marcia su Roma fascista del 1922, il 28 ottobre. Evento quindi spostato e confinato nel quartiere Eur dopo il divieto di Minniti, esponente Pd. Oggi la nuova sfida dei “patrioti” di Fn.

(di Luca Laviola/ANSA)

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“25 Aprile”, una vera Festa Nazionale?

Pubblicato il 24 aprile 2017 da Stefano Macone

Come ogni anno con l’approssimarsi della ricorrenza del 25 Aprile cominciano inevitabili le polemiche. Nessuna altra nostra festività civile è accompagnata da tutte le problematiche che la “Festa della Liberazione” solleva.

Quest’anno per esempio le dispute più eclatanti si sono avuti a Milano e a Roma. Nel primo caso perché un gruppo dichiaratamente di destra (Lealtà e Azione) ha organizzato una propria celebrazione con annessa visita al cimitero di Milano per rendere omaggio ai caduti della RSI ivi sepolti; nel secondo caso perché nel corteo romano promosso dall’ANPI è prevista la partecipazione di alcune delegazioni Palestinesi e i rappresentanti della Brigata Ebraica, anch’essi invitati, non hanno però gradito, tanto che, salvo ricomposizioni avvenute dopo la stesura del presente articolo, si avranno a Roma due cortei separati: uno dell’Anpi con i palestinesi presenti e uno del PD con la Brigata Ebraica.

Ma perché questo avviene? Perché questa festa non viene mai vissuta con serenità? Io personalmente, per esempio sono ormai molti anni che non celebro più il 25 Aprile, in quanto la ritengo una ricorrenza estremamente politicizzata che non unifica il paese ma lo divide. La mia è stata una scelta fatta in giovane età, decisione che negli anni a seguire, avendo avuto modo di approfondire i miei studi sulla storia del nostro paese, ho riconfermato.

Dal mio punto di vista una festa nazionale dovrebbe essere un qualcosa che appartiene all’intera comunità, qualcosa che dovrebbe unire un popolo o la stragrande maggioranza di esso attorno a dei valori comuni, dovrebbe rappresentare un patrimonio condiviso, un’identità comune, in cui tutti si possono identificare, e sinceramente non credo che il 25 Aprile abbia queste caratteristiche.

Mi rendo conto che un’affermazione del genere può sembrare forte e già immagino che qualcuno mi abbia subito liquidato concludendo che sono un “fascista di merda”, magari qualcuno un poco più gentile mi potrebbe accusare di essere un “revisionista” con altrettanto carico di disprezzo con cui il termine revisionista viene spesso e volentieri accostato a quello di fascista.

Eppure le voci critiche verso questa ricorrenza non sono poche. Molte persone come lo scrivente non la sentono propria, per tantissima gente il 25 si fa festa perché è festa, perché come quest’anno chi può ha fatto il ponte, non perché ne percepisce quello che dovrebbe essere il valore o il messaggio, o perché s’identifica in essa.

Chiaramente in un paese come il nostro dove si ricorda continuamente che la nostra è una repubblica nata dalla Resistenza, non riconoscersi in essa, metterla in discussione vuol dire mettere in discussione il fondamento del nostro stesso assetto istituzionale e della nostra democrazia. Ora questo sarebbe vero se questa correlazione tra Resistenza e democrazia fosse esclusiva e se realmente la nostra democrazia fosse la filiazione diretta e consequenziale del processo resistenziale. Il punto cruciale è che mio avviso non lo è! non ritengo che se non ci fosse stata la Resistenza non ci sarebbe stato nessun processo democratico successivo.

È questo il grande inganno e il motivo per cui questa festività più di altre scatena polemiche, perché nonostante la retorica non tutti i cittadini di questo paese, a mio avviso giustamente, riconoscono nella Resistenza un qualcosa che è parte del proprio patrimonio culturale e identitario. Questo avviene al di là dell’indubbio valore degli uomini e delle donne che hanno combattuto nelle file dei partigiani, che meritano e meriteranno sempre rispetto. Ma rispettare qualcuno per le sue scelte non vuol dire condividerle e farle proprie, né impedisce di esprimere delle critiche in generale.

Il trascorrere del tempo l’allentarsi dei vincoli “culturali” e dei condizionamenti derivati dall‘esito della 2° guerra mondiale e del confronto bipolare hanno permesso di approfondire le ricerche storiche; ricerche che hanno messo in luce forti contraddizioni tra i fatti avvenuti e quello che per esempio è stato per anni riportato sui libri di storia utilizzati nelle scuole superiori italiane o alla storia insegnata nelle università.

Basti pensare ai libri di Giampaolo Pansa, giornalista uomo sicuramente non di destra, allievo durante i suoi studi universitari di Alessandro Galante Garrone, che con il suo lavoro ha fatto conoscere al grande pubblico avvenimenti e fatti non sempre edificanti del biennio 43-45. Ma prima di Pansa e di molti storici di professione fu anticipatore Giorgio Pisanò, anch’egli giornalista che fece un lavoro certosino che a dispetto delle sue idee politiche e del suo passato, fascista e soldato della RSI, fu caratterizzato da una onestà intellettuale che molte volte è mancata in parecchi storici e analisti politici teoricamente “democratici”. Ma potremmo citare anche altri che a vario titolo possono essere considerati revisionisti: Giordano Bruno Guerri, l’indimenticato Indro Montanelli, maestro del giornalismo italiano, Ernesto Galli Della Loggia oppure Renzo De Felice, il più grande storico sul fascismo in Italia, che per primo ne ha fatto la storia nella forma corretta cioè partendo da fatti e documenti.

Il lavoro di queste persone ha progressivamente contestualizzato e storicizzato gli eventi italiani e ovviamente ha in parte demolito la retorica del mito resistenziale evidenziandone i limiti, le reali dimensioni e purtroppo anche i crimini e le manchevolezze.

Io ritengo che l’Italia sia diventata una democrazia indipendentemente dalla Resistenza per il semplice fatto che il suo destino era stato deciso a Yalta, dove il nostro paese è stato assegnato alla sfera d’influenza americana. Magari non era detto se saremmo diventati una repubblica o rimasti una monarchia ma sicuramente sì una democrazia, perché gli americani hanno tanti difetti ma di norma tendono, dove possono, a creare regimi democratici; magari anche solo formali ma lo fanno (ritengo che questo li faccia sentire in pace con la coscienza, ma questa è un’altra storia).

Quando si parla di quel periodo e della genesi dell’Italia Repubblicana bisogna tener presente che il lasso di tempo che va dal 25 luglio 1943 all’aprile del 45 è uno dei più complessi articolati e confusi che si siano mai presentati nella storia dell’Europa. l’Italia in quei due anni ha subito un trauma profondo che non è stato mai affrontato realmente, semplicemente rimosso, messo da parte, ma mai curato.

Per curare un trauma però bisogna analizzarlo per quello che è veramente, nella sua realtà e in tutta la sua crudezza; invece nel racconto di quegli eventi che è stato fatto e che ancora nelle scuole viene proposto ci sono molte inesattezze storiche, troppe!!

Per esempio la resistenza, tranne che nelle ultime settimane prima del 25 aprile 45, non fu un fenomeno di popolo, ma minoritario. Ormai la maggior parte degli storici concordano che dopo l’8 settembre, il disfacimento dello stato italiano e la fuga ignominiosa del Re, la maggior parte delle persone soprattutto ex soldati e giovani rimasero a casa nascosti ad attendere la fine della guerra, quindi né con la Repubblica sociale né con i Partigiani, forse nella consapevolezza che ormai le sorti del paese non dipendessero più da loro.

La resistenza non fu l’unico contributo militare italiano alla guerra contro la RSI e i Tedeschi, eppure non viene mai celebrato con pari enfasi il contributo dato dal Corpo Italiano di Liberazione prima e dei Gruppi di Combattimento poi.

La lotta partigiana fu un fenomeno limitato geograficamente basti pensare al fatto che parte del centro Italia e tutto il sud non ne sono stati coinvolti.

Che piaccia o no si trattò di una guerra civile. A torto o a ragione una parte d’Italiani decisero di continuare a combattere contro gli alleati e a fianco dei tedeschi e quando un popolo si divide e si scontra si chiama guerra civile. Tra l’altro molti dimenticano che lo scontro del 43-45 aveva avuto un prologo nella Guerra di Spagna (1936-1939) quando antifascisti inquadrati nelle Brigate Internazionali si scontrarono più volte con il CTV inviato da Mussolini a sostegno dei Franchisti (per es. nella Battaglia di Guadalajara).

Infine l’Italia la guerra l’ha persa e se vogliamo anche male. Per americani, inglesi, francesi etc. noi siamo stati sconfitti e come tali siamo stati trattati. Il contributo della Resistenza e del Corpo Italiano di Liberazione non ha modificato l’impianto generale: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato….” Queste furono le parole iniziali del discorso di De Gasperi il 10 agosto del 1946, alla conferenza di pace di Parigi. Non sono parole di un vincitore, assolutamente no.

Se qualcosa in seguito è cambiato è perché a un certo punto è iniziato il conflitto est-ovest e questo ha fatto sì che la necessità di confrontarsi con il blocco Sovietico mitigasse molte delle clausole dei trattati di pace.

Non voglio qui entrare nel merito di chi ha torto o chi ha ragione, la storia ha già emesso i suoi verdetti, quello che voglio evidenziare è che negare che gli italiani fossero divisi e combattessero tra di loro non permette di capire perché poi a distanza di 70 anni ci troviamo ogni anno a polemizzare su questa data e sul perché molti non si identifichino con essa. Mi si potrebbe obbiettare che una parte avesse torto e l’altra ragione, ma anche dando per scontata questa cosa, rimane il fatto che rinnegare la dignità degli sconfitti non è un gesto teso a superare il trauma della divisione ma a perpetuarlo.

Tornando per esempio alla Spagna, Francisco Franco dopo aver dato inizio alla costruzione del monumento della Valle de Los Caidos, inizialmente dedicato a Josè Antonio Primo de Rivera, decise che nel mausoleo sarebbero stati seppelliti sia caduti Repubblicani che Nazionalisti, forse fu solo un gesto di facciata, ma di fatto fece un qualcosa che tendeva a superare l’antagonismo, riconoscendo soprattutto la dignità e la buona fede dei caduti della parte avversa.

Un gesto del genere in Italia non è stato mai fatto.

Noi siamo ancorati a un confronto che è ormai storia, che in realtà moltissimi italiani non sentono quasi più figuriamoci poi i nuovi italiani e gli stranieri residenti in Italia. Non possiamo continuare a rifiutare la nostra storia, possiamo criticarla anche aspramente, ma non possiamo mistificarla o addirittura falsificarla. Non è facendo finta che il Fascismo non sia mai esistito che rafforzeremo le nostre convinzioni democratiche, non è rifiutando il fatto che gli italiani si sono divisi e combattuti duramente che supereremo quel trauma, anzi l’atteggiamento di esclusione è come se amplificasse e perpetuasse la guerra civile per un tempo indefinito che ci blocca anche nel nostro futuro.

Il mondo è profondamente cambiato ormai lo scontro non è più tra destra e sinistra, che ormai sembrano categorie vecchie di secoli, gli scontri sono altri. Per esempio, come dicevo all’inizio, le polemiche sulla presenza di Palestinesi e Brigata Ebraica nello stesso corteo: un evento del genere conferma il carattere estremamente politico e divisivo di questa data ma soprattutto non centra nulla con la nostra storia.

Il punto è che interrogarsi sul 25 aprile in realtà vuol dire porsi domande sull’identità Italiana contemporanea e questo chiaramente mette in crisi molte persone, molti settori della società e della politica. Apparentemente non c’è una connessione diretta, ma sapere chi siamo, da dove veniamo porta a decidere anche cosa vogliamo fare oggi e dove vogliamo andare nel futuro; determina anche le scelte più specifiche come le politiche economiche o quelle estere etc. e noi più che mai abbiamo bisogno di decidere cosa fare “da grandi”.

Superare il 25 Aprile così come viene interpretato e proposto da 70 anni sarebbe il segno che il trauma è stato curato e che siamo finalmente liberi di pensare al futuro e alle sfide che ci si presentano.

Stefano Macone

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