My Way – Orgoglio, pregiudizi e ideali

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro; ma se il lavoro manca su cosa si fonda la nostra Repubblica? Battute a parte, si avverte un senso di giusta e fondata preoccupazione sull’argomento.
Tutto il problema del lavoro e della relativa riforma, proposta dal governo, è stato circoscritto nell’ambito del dibattito sulla questione dell’articolo 18. Mentre finora il governo aveva ricevuto un ampio consenso bipartizan sulle questioni di economia, finanza e persino sulla riforma delle pensioni, adesso vediamo che sul tema del lavoro tout-court questo appoggio sembra vacillare. Certamente il tema è di scottante attualitá e di fondamentale importanza, ma c’è qualcosa di piú che scuote gli animi degli italiani e di tutte le organizzazioni e dei partiti politici che ci rappresentano. E’ quella solita, vecchia contrapposizione che vorrebbe la sinistra come unico difensore dello stato sociale, della classe operaia, dei cosiddetti ‘deboli’ e la destra come il rappresentante della borghesia, del padrone, dell’imprenditoria. Tra questi due schieramenti si insinuano i sindacati, ritagliandosi un ruolo tipicamente di protesta condotta a voce alta, a testa bassa, a suon di scioperi e, come sempre, condita da una buona dose di populismo.
In questo scenario caotico e confuso, si dá forte risalto a notizie di cronaca nera, ovviamente molto tristi e sensazionalistiche, quali il suicidio di imprenditori che non riescono ad uscire dal profondo indebitamento cui hanno condotto le proprie aziende o le ultime immagini di un Calisto Tanzi (ex patron e fondatore del colosso Parmalat) malridotto che chiede scusa a tutti per le sue malefatte. Il governo ci mette del suo e contribuisce alla spettacolarizzazione delle sue operazioni, pizzicando nei siti piú emblematici quali Cortina, Ponte Vecchio, Milano, gli evasori di turno; credo sarebbe piú auspicabile promuovere e premiare le aziende ed i cittadini virtuosi, magari con degli sgravi fiscali, piuttosto che diffondere un clima di terrore che spaventa non solo i grandi imprenditori, ma soprattutto i piccoli commercianti. Infine vediamo come anche gli esponenti della vecchia politica siano travolti perennemente da scandali, dalla Lega di Bossi fino alla Margherita di Rutelli.
E’ vero che, come diceva il saggio Antonio nel Mercante di Venezia di Shakespeare, il mondo é un palcoscenico in cui ognuno recita la sua parte, ma ora stiamo andando ben al di lá della classica commedia all’italiana.
I sindacati, insieme con i partiti tradizionalmente di sinistra, si oppongono alle misure sulla riforma del lavoro (che non é solo la riforma dell’articolo 18) non come conseguenza di un accurato studio della stessa, ma piú come una sorta di trincea ideologica, fondata sul pregiudizio, che li vede condannati ed eticchettati a recitare un certo ruolo. Questo fa sí che tutti gli imprenditori siano descritti come degli orchi e tutti gli operai come dei fannulloni senza alcuna voglia di lavorare. Tutto ció non fa onore al nostro Paese e, soprattutto, descrive un mondo surreale, completamente diverso dalla realtá. Dovremmo pensare a descrivere bene le cose e le situazioni e a cercare le soluzioni migliori per l’Italia. Troppo spesso si confondono i credo politici con gli ideali, che dovrebbero essere comuni a tutti i cittadini che vogliono vivere in un Paese in cui la giustizia e il forte senso etico-morale siano davvero dei valori alti e condivisi.
La vera sfida va ben oltre la normativa sull’articolo 18. L’Italia deve trovare la maniera di essere una vera nazione, capace di attrarre i grandi investitori, soprattutto stranieri, invece di spaventarli e dissuaderli dall’investire nel nostro Paese: senza grandi investimenti sará impossibile creare lavoro e ricchezza, a prescindere dall’articolo 18. Lo Stato, dal canto suo, dovrebbe occuparsi di ripagare le tantissime aziende che sono ancora creditrici nei suoi confronti e di far dell’Italia un Paese in cui siano chiare le regole del gioco per tutti, in maniera inequivocabile, chiara ed efficiente. L’idea dovrebbe essere non solo di facilitare le persone nel processo di apertura di un’azienda, ma anche di ridurre quel carico di burocrazia e di regole non scritte ma che costituiscono dei passaggi obbligati piú simili a dei calvari che a dei naturali percorsi che un’azienda dovrebbe percorrere. Sarebbe opportuno mettere a lato l’orgoglio di parte, i vecchi slogan ideologici e le convenienti prese di posizioni e concentrarsi, piuttosto, su come far ripartire l’economia di un Paese troppo squilibrato e chiaramente instabile non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista politico e sociale.
Andre De Vizio

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