GIRO: Capolavoro Rabottini! Rodríguez torna rosa

Pubblicato il 20 maggio 2012 da redazione

PIAN DEI RESINELLI – Una fuga d’altri tempi. Un eroe e un protagonista: il primo, indiscusso, é Matteo Rabottini, che vince la 15ª tappa a Pian dei Resinelli, in una giornata da tregenda, sconfiggendo gli elementi che la natura gli scatena contro: freddo, pioggia e nebbia.

Il secondo è Joaquin Rodriguez, lo spagnolo che ha ceduto solo per poche ore la maglia rosa al canadese Ryder Hesjedal, che a sua volta gliel’aveva ceduta ad Assisi, prima di riprendersela con la sicurezza e la prepotenza dei forti. Rodriguez è un ‘hombre vertical’, questo si è capito, ma Rabottini resta lo straordinario interprete di un ciclismo che non c’é più e che suscita tanta nostalgia. Come conferma la sua interminabile fuga, cominciata al km 18, assieme al francese Guillaume Bonnafond (Ag2r), ma proseguita in solitaria intorno al 75º km. Conti alla mano, l’alfiere della Farnese Selle Italia ha scalato il Valico di Valcava (1.340 metri d’altezza), il Forcella di Bura (884), il Culmine San Pietro (1.254) e alla fine ha bruciato in uno sprint all’ultimo respiro Rodriguez, che era scattato a poche migliaia di metri dal traguardo, ha risucchiato il connazionale Losada, si è portato sullo stesso vincitore di tappa, che ha reagito in tempo per conquistare con la scimitarra fra i denti il gradino più alto del podio, a quota 1.280 di Pian dei Resinelli.

A Rodriguez resta la consolazione, tutt’altro che magra, di festeggiare la riconquista della maglia rosa che rappresenta un bel vantaggio, alla vigilia del secondo e ultimo giorno di riposo, a poche tappe dalla fine. Sia chiaro: il bello viene adesso, ma guardare i rivali dall’alto è tutta un’altra cosa e lo spagnolo ci teneva a riposizionarsi sul gradino più alto della graduatoria. Rodriguez dovrà difendersi dalla 17ª alla 21ª tappa, vale a dire fino alla crono di Milano e sarà un bel vedere, visto che ieri chi doveva giocarsi le proprie carte ha cominciato a lanciare ‘fiches’ a ripetizione sul tavolo dal gioco, senza badare più a barare. Si sono visti Basso (poco e male), a parte la ‘sua’ Liquigas, anche se il varesino sale al terzo posto in classifica; si è visto Scarponi, che alla fine ha conquistato un buon quinto posto proprio davanti a Basso. Si è visto Kreuziger e si è visto soprattutto Cunego che alla fine ha pagato una lunga fuga all’inseguimento di Rabottini. Il veronese ha rischiato l’osso del collo nella discesa di Culmine di San Pietro, mettendo pure il piede a terra per rimanere in equilibrio.

Il veronese è stato magnifico, non solo perché ci ha provato con coraggio e formidabile determinazione, ma perché ha deciso una condotta di gara che contribuisce a elevare lo spettacolo di una corsa rosa che altrimenti stentava a decollare. Cunego ci aveva provato anche nei giorni scorsi, che poi riesca o meno a fare la differenza poco importa: è l’atteggiamento che conta, a prescindere dai piazzamenti. Meglio rischiare che rimanere col dubbio di come sarebbe andata a finire. Lo stesso vale per Rabottini che, rispetto al vincitore del Giro 2004, aveva un conto in sospeso con la vittoria, e con lui anche il collega Pirazzi. Rabottini era andato in fuga nella tappa di Rocca di Cambio, ma era stato ripreso; Pirazzi si era arreso addirittura a un chilometro dalla fine.

Rabottini ieri è pure caduto in discesa, ha battuto contro il marciapiede, ma si é rialzato subito. Come ha detto il ‘suo’ ds Luca Scinto, “é stato più forte della sfortuna, avevo detto a Rabottini che chi semina raccoglie”. E ieri il pescarese ha festeggiato, conquistando la sua vittoria più bella, in una tappa che ha spezzato la monotonia imposta dai soliti ‘attendisti’. Bravo chi ci ha provato, nel giorno in cui il Giro ha preso forma e svelato il proprio volto, che non è quello del lussemburghese Frank Schleck, ritiratosi dopo28 km, né quello del campione italiano Giovanni Visconti, anche per lui un addio senza trionfi. Che non gli fa certo onore.

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