Dolo (Veneto)

Sull’origine del nome si sono fatte svariate ipotesi. Molti lo collegano al fatto che verso la II^ metà del ‘400 Venezia inviasse persone macchiate di colpe ( quindi un’ origine giuridica), altri invece lo collegano ai nomi di famiglie facoltose e influenti, come i Dauli o i Dotto, oppure Dolo come contrazione del nome dell’Isola Dandolo (attuale zona tra via Mazzini e via Dauli). Agli abitanti di Dolo, si ricollega il detto “I storti di Dolo”, che naturalmente non si riferisce al fatto che i dolesi siano malformati nella persona, ma ai famosi coni di pane di frumento usati per la panna montata. L’enorme sviluppo di Dolo è dovuto al bisogno di Venezia di ricercare nuove vie di sbocco per la propria economia, ciò si verificò a causa della perdita di potere del commercio veneziano, avvenuta con la caduta dell’impero di Bisanzio, con l’affermazione della potenza turca, e con l’apertura del commercio con l’America. Le tradizioni, gli usi e i costumi locali avevano sempre subito l’influenza veneziana, perché essendo il paese uno tra i più grandi centri della Riviera del Brenta, manifestazioni, mercati e feste si accentravano a Dolo. Già il Goldoni, partendo col Burchiello per una gita lungo il naviglio, accenna a Dolo, come posto importante, degno di una sosta. Il Paese è stato fin dai secoli scorsi un centro prettamente agricolo, ma ingentilito dai soggiorni dei veneziani in villeggiatura. Il Molmenti , infatti dice, che i veneziani venivano in campagna assai di frequente, iniziando il periodo di vacanza il giorno di S. Antonio da Padova ( che ricorre il 13 giugno), e si fermavano fino alla fine di luglio, e poi da settembre ai Santi. Qui si intrattenevano in allegra compagnia con feste e ricevimenti raffinati. I Veneziani vedevano il Naviglio del Brenta, come un naturale proseguimento del Canal Grande. Ce lo dimostrano le numerose ville, alcune delle quali opere del Palladio, nella loro ricchezza e sontuosità. Il Brenta era considerato mezzo per il trasporto delle merci, dei prodotti agricoli, dalla campagna al capoluogo veneziano, che avveniva con l’ausilio delle barche. Il Brenta era utilizzato anche per trasportare la posta, mediante la diligenza “ il Burchiello”, per agevolare tali comunicazioni fu costruito il “Vaso “ con le “porte di sopra” e le “porte di sotto”. Per Dolo il XVI secolo segnò l’inizio di un grande sviluppo economico , collegato alla costruzione dei “ Molini”. La Repubblica Serenissima effettuò il taglio del Brentone verso Codevigo, che portò esiti discutibili nei confronti dell’equilibrio idrografico del territorio. Furono i Savi del Magistrato delle Acque di Venezia, dopo le varie deviazioni del Brenta, che individuarono proprio a Dolo un punto in cui si poteva costruire uno sbarramento, per far funzionare con l’ausilio dell’acqua i molini. I molini furono visitati da uomini illustri: uomini di scienza, di cultura, pittori ritrattisti ( famoso il quadro del Canaletto, custodito nel museo di Oxford, a Dolo vi è una copia fotografica concessa dal museo stesso), ma anche alcuni dolesi come Carlo Morelli, Ettore Tito,Luigi Tito, e ancora Cesare Musatti, padre della psicanalisi, Goldoni e molti altri, confermarono che Dolo fu centro di grande richiamo. L’uso dei Molini aumentò notevolmente il commercio e di conseguenza la ricchezza, dando un grande impulso all’economia della Riviera del Brenta. Vicino ai molini di Dolo, a dimostrazione dell’importanza del Brenta e del commercio che su di esso si sviluppava, si erge lo “ Squero” cinquecentesco, l’unico ancora esistente dove venivano riparate e trovavano riparo le barche. Da Dolo partiva la “ Seriola” ( ora fiumicello secondario), acquedotto del Seicento della Serenissima, che traeva l’acqua dal Brenta. Durante gli scavi effettuati negli anni ’50, in una frazione di Dolo , Sambruson, son rinvenuti importanti frammenti di affreschi, mosaici, anfore e vasellame, fanno pensare ad un vero e proprio insediamento di epoca romana. A seguito del benestare della Sovrintendenza, i reperti hanno fatto rientro nel luogo di provenienza, il Comune di Dolo, ha infatti attrezzato una sede museale presso la Scuola Media di Sambruson. Degna di nota è un’altra frazione di Dolo, Arino, l’origine del nome è incerta, forse è legata alla nobile famiglia Adrinis, antica proprietaria di quei terreni, altri ipotizzano un significato legato alla natura stessa del luogo “senza alberi”, paludoso (dal greco). Nel 1077 è chiamato “ Pieve”, segno che già godeva di una certa importanza. Il fatto poi che sotto il dominio longobardo, fosse oggetto di una grande venerazione , l’Angelo Michele, e che il patrono di Arino sia appunto San Michele, confermerebbe l’antichità del paese.

La gastronomia del borgo , Riviera del Brenta, sono frutto di secolare tradizione veneziana e chioggiotta, come le “ moleche” ( granchi fritti), le “masenete” (granchi bolliti), i bovoleti (lumachine con aglio e prezzemolo), le sarde in saor (sardine fritte lasciate riposare in una salsa agro-dolce fredda), polipetti bolliti alle uova di seppia, le lumache di mare. Ma soprattutto va ricordato un prodotto tipico, “ la Tortona del Dolo”, dolce che per tradizione viene mangiato il giorno della Madonna della Salute.

Giuseppe Gaggia