Siria, l’Onu ancora divisa mentre su Aleppo piovono le bombe

Pubblicato il 03 agosto 2012 da redazione

BEIRUT – Per la Siria in fiamme l’Assemblea generale dell’Onu invoca la transizione politica, la sollecita approvando una risoluzione (con 133 voti a favore, 12 contrari e 31 astenuti). Testo che però assume una rilevanza politica nel passaggio in cui ‘’deplora la mancanza di azione nel Consiglio di Sicurezza’’. Che, implicitamente -si desume- ha fino ad ora impedito di frenare l’escalation di violenza nel Paese. Questo, mrentre, protetti dai miliziani dell’Esercito libero, migliaia di siriani sono tornati in strada, nel tradizionale venerdì di preghiera islamica e di Ramadan, nelle martoriate Aleppo e Damasco e nelle altre afflitte città del Paese a manifestare in modo pacifico.

In strada chiedono a gran voce “l’impiccagione del presidente” Bashar al Assad e il “sostegno militare straniero” ai ribelli. Mentre il segretario generale dell’Onu Ban ki-moon, non potendo far altro che assistere alla mattanza, ha dato al conflitto in Siria un’altra definizione, “guerra per procura”, dopo aver nei mesi scorsi certificato lo stato di “guerra civile”.

I ribelli dal canto loro hanno condannato pubblicamente le esecuzioni sommarie di miliziani lealisti compiute nei giorni scorsi da alcune frange del sempre più composito fronte armato anti-regime e hanno diffuso un “codice etico”: che invita a rispettare i diritti dei prigionieri di guerra, assicura che “le armi saranno consegnate alle autorità che assumeranno la guida del Paese in via transitoria dopo la caduta del regime”, vieta ai suoi membri di sequestrare a fine di estorsione, saccheggiare, derubare, violentare, e ribadisce che il compito primario dell’Esercito libero è quello di proteggere i civili dalla violenza delle forze fedeli ad al Assad.

Sul terreno intanto si contano oltre un centinaio di morti, secondo i diversi conteggi degli attivisti. La maggior parte delle vittime sono cadute a Hama, nel quartiere Arbain, colpito duramente fino all’alba dall’artiglieria governativa: qui secondo i Comitati locali sono state uccise 66 persone ma finora non si hanno conferme certe. Per Qadri Jamil, vice premier siriano per gli affari economici, la crisi può essere “risolta solo con l’avvio di un dialogo nazionale per una riconciliazione” che sul terreno le autorità non hanno mai veramente avviato. Altri uccisi si sono registrati a Homs, Daraa, Idlib e Dayr az Zor (i ribelli affermano di controllare il 60 per cento della regione orientale), mentre una ventina tra civili e ribelli sono stati uccisi – secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) – nel campo palestinese di Yarmuk, alla periferia di Damasco e adiacente a Tadamun, quartiere ribelle della capitale per tutta la giornata rimasto sotto il fuoco dell’artiglieria e poi ieri sera assaltato da blindati e truppe lealiste.

Da Ramallah, in Cisgiordania il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen) ha definito un “crimine vergognoso” il “massacro di Yarmuk”.

Ad Aleppo, i ribelli hanno rafforzato alcune loro posizioni riuscendo a resistere al tentativo di sfondamento nel quartiere di Salah ad Din (sud-ovest). La Brigata Tawhid dell’Esercito libero afferma sul suo profilo Facebook che “stanno continuando ad affluire dai sobborghi di Aleppo combattenti” e, tramite la tv panaraba al Jazira del Qatar, che ha “ormai il controllo di fatto di quasi tutta la città”.

La diplomazia non si muove ma continua a parlare: dall’Assemblea generale dell’Onu a New York Ban ki-moon – che meno di 24 ore fa ha dovuto far fronte alle dimissioni dell’inviato speciale Kofi Annan – ha assicurato che “nonostante le difficoltà le Nazioni Unite sono attive sul territorio, fornendo assistenza umanitaria e relazioni sulla situazione”. Quindi il voto in Assemblea sulla risoluzione e la drammatica ammissione di un ‘nulla di fatto’ da parte del Consiglio di Sicurezza nei mesi di violenta repressione delle proteste da parte di Damasco. Intanto a Mosca alcuni ministri siriani a colloquio con i colleghi alleati hanno annunciato il raggiungimento di un accordo per la fornitura di greggio alla Siria.

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(ANSA) - ROMA, 16 DIC - Richiesta di giudizio immediato della Procura di Roma per Massimo Nicoletti, figlio di Enrico, quest'ultimo ritenuto dagli inquirenti l'ex cassiere della banda della Magliana. Il pm Luca Tescaroli gli contesta l'accusa di trasferimento fraudolento di beni finalizzato ad eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniale. La richiesta di immediato è estesa anche a Mario Mattei, considerato un prestanome di Nicoletti. Il gip Flavia Costantini ha fissato la data del 14 febbraio prossimo per l'esame della richiesta. I due imputati avranno facoltà di chiedere di essere giudicati con il rito abbreviato.

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