Terzi al magazine “Sette”: quanto conta l’italia nel mondo

ROMA – “Guida la sua Harley Davidson 883 in jeans e sneakers; e gioca con due splendidi bimbi avuti da una giovane donna che ha una risata contagiosa. Non è un selvaggio “biker” o uno yuppie trentacinquenne: ma l’uomo che in silenzio con gli omologhi europei cerca di salvare l’euro, colui che aiuta le nostre multinazionali a portare a casa importanti contratti, il mediatore che salva la pelle a molti connazionali nei guai all’estero”. A parlare con il ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi, è Ferruccio Pinotti che lo ha incontrato per il magazine del Corriere della Sera “Sette”. Al ministro Terzi ha chiesto quanto conta l’Italia nel mondo e come pensa di aiutare le nostre imprese nella difficile battaglia dei mercati internazionali. Ma anche se l’euro e l’Italia ce la faranno a uscire dalla crisi.

D. Ministro Terzi, l’Italia si situa al 69’ posto nel Corruption Perceptions Index di Transparency International, al 74’ nell’Index of Economic Freedom di Heritage Foundation, al 72’ nel Press Freedom Index di Reporters Without Borders Worldwide (“partly free”), al 48’ nel Global Competitiveness Report del World Economic Forum, al 22’ nell’Education Index di Human Development, al 65’nel Gender Equity Index, al 29’ nel Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit. È invece prima in Europa e sesta al mondo per debito pubblico (Ocse, Imf). Quanto pesa l’Italia nel mondo? Dove andiamo con questi pessimi voti? Perché siamo considerati così poco?
R. L’Italia conta moltissimo e c’è una specie di rapporto inverso tra quello che appare e ciò che posso percepire come ministro degli Esteri o quello che colgono altri esponenti del governo quando sono all’estero. C’è un indice di richiesta di Italia che è molto alto, una fiducia nel nostro Paese che non traspare dalle classifiche, che va in direzione opposta rispetto agli indicatori, spesso frutto di stereotipi in stile Sopranos. Però questi indici hanno anche dei contenuti di verità e quello sulla corruzione e la criminalità organizzata, nonché quello sulla mancanza di trasparenza ci devono far riflettere, muoverci a un impegno serio, urgente, quotidiano. Il tema della corruzione è fondamentale, credo che moltissimi italiani onesti subiscano quella mentalità che a livello fiscale chiamiamo mentalità dei furbi; è la mentalità dei disonesti, di quelli che commettono reati impunemente. Abbiamo subìto un modo di fare impresa, di partecipare a commesse pubbliche o semplicemente di gestire i soldi di tutti con una concezione molto disinvolta dell’amministrazione del denaro pubblico. Questi indici sono un monito ben preciso riguardo alle conseguenze negative che il perdurare di certi vizi hanno per la competitività esterna di un Paese, per chi si sacrifica ogni giorno per esportare, per creare occupazione in Italia. Questi indicatori ci fanno capire quanto sia urgente il decreto anti-corruzione che il ministro Paola Severino ha posto all’ordine del giorno al Senato.

D. Lei pensa che il decreto anticorruzione sia strategico sul piano internazionale? Per tornare a investire in Italia?
R. Assolutamente sì, per la credibilità del Paese. In incontri con autorità di governo e gestori di fondi sovrani – dei Paesi del Golfo e non – noto che diversi attori hanno già cominciato a reinvestire in modo significativo nel nostro Paese e nelle nostre infrastrutture turistiche, alberghiere, dei servizi. Ma urgono interventi forti: semplificazione e accorciamento dei tempi della giustizia ordinaria, soprattutto per quanto riguarda cause civili che concernono diritto delle società, recupero crediti; pagamento dei debiti da parte delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei privati. Sono misure centrali per creare un ambiente favorevole agli investimenti esteri e all’internazionalizzazione del sistema Paese, quindi alla crescita.

D. Come si differenzia la sua politica estera da quella del suo predecessore Frattini?
R. Alla dimensione europea e atlantica della nostra politica estera vorrei aggiungere un’intonazione più marcata su due aspetti: le nostre imprese all’estero e l’azione nel grande Mediterraneo. Partiamo dal secondo, la straordinaria dinamica che si è creata con la Primavera Araba, che sta animando una crisi drammatica come quella in Siria. Ho voluto portare nell’azione di ogni giorno della Farnesina un impegno forte in un grande arco geopolitico, dalla Libia al Marocco, alla Turchia, comprendendo Israele e giù sino al Golfo dove quello che sta avvenendo fa dell’Italia un attore di primissimo piano, un ponte e un elemento di stimolo per le politiche europee nella regione.

D. Come valuta la crisi tra Iran ed Israele? Vede un’escalation?
R. Sono molto preoccupato a causa della possibilità di un intervento militare israeliano. È possibile. Difficile dire quanto probabile, ma è una possibilità concreta perché l’opinione pubblica israeliana è spaventata dall’accelerazione del programma nucleare iraniano, dal fatto che Teheran da nove anni a questa parte ha sistematicamente violato tutte le risoluzioni dell’Onu e dell’Aiea. L’Iran ha tenuto nascosti i programmi di arricchimento dell’uranio, non dà spiegazioni sulle prove raccolte in merito alla miniaturizzazione delle testate. E a questo si aggiunge la periodica osservazione che Israele è un bubbone sulla faccia della terra che va estirpato. Sfido chiunque al mondo a non sentirsi minacciato in queste condizioni, di fronte a un Paese con la pistola carica che dice “ti faccio fuori”. Se non si riesce a trovare una soluzione, la probabilità di un attacco israeliano aumenta. Inoltre la corte suprema iraniana ha ribadito la linea dura. E l’Iran lavora platealmente in direzione di un armamento nucleare, continuando ad accrescere il senso di minaccia.

D. Ci spieghi la parte economica della sua politica estera.
R. Questo è il secondo aspetto forte della mia politica estera: aiutare le nostre imprese a cogliere le opportunità di crescita nelle aree emergenti del globo: il Brasile, la Russia, il Sudafrica e la Cina. Tutta l’Asia è per noi un gigantesco mercato, una realtà che marcia in quinta: mi ha colpito molto quello che ho visto in Indonesia, in Vietnam, in Birmania, in Thailandia, dove stiamo accompagnando imprenditori che hanno interesse a entrare in quei mercati o a espandersi. Sono già 500 le imprese che ho accompagnato. Anche in Africa ci sono grandi opportunità: in Mozambico l’Eni ha trovato uno dei più grandi giacimenti di gas naturale al mondo. Idem la realtà sudafricana. In Brasile la nostra esportazione è cresciuta dell’80% nel giro di due anni. I dati parlano chiaro: c’è una specie di seconda faccia della luna nella nostra economia, un’Italia che si muove verso l’estero con tassi di crescita nell’export del 10% nel primo semestre di quest’anno, con un portafoglio di commesse e di procurement impressionante. Mentre l’economia interna è stagnante.

D. Per l’area Ue, però, o dati del nostro export parlano di un calo dal picco dei 222 miliardi di euro del 2007 ai 209,9 del 2011: perché abbiamo perso tante posizioni?
R. L’area euro vale ancora il 56% delle nostre esportazioni anche se siamo scesi di un 4-5% nell’ultimo quadriennio, solo un punto in più della decrescita che hanno vissuto anche la Germania e la Francia. Certo ci sono sofferenze nell’interscambio europeo che ha una economia più integrata e che quindi soffre di più la crisi. Ma la trasformazione del Mediterraneo favorirà la nostra economia, l’interscambio conta già per 80 miliardi con un quasi pareggio nonostante si tratti di Paesi fornitori di materie prime e di energia. Vuol dire che abbiamo una capacità esportativa molto sostenuta, con una dinamica di crescita del 20% annuo.

D. Parliamo della revisione dell’Ice, un istituto che è fallito. Come rinascerà per sostenere le nostre aziende all’estero?
R. L’Ice è stato completamente ripensato e riorganizzato, non si era mai riusciti a ottenere una compenetrazione funzionale e organizzativa con le nostre ambasciate, ora invece c’è una identità fisica tra le due reti. Il capomissione è responsabile anche dell’attività svolta dall’ufficio Ice e c’è una linea di comando unica. Il bilancio sarà coordinato con quello del ministero degli Esteri.

D. Come si concilia l’azione di rilancio delle nostre imprese all’estero con la spending review? Solo le missioni all’estero costano 700 milioni l’anno. Non sono troppi?
R. Abbiamo dovuto comprimere le spese andando a individuare le azioni di maggiore efficienza per la Farnesina. Dal mio arrivo, nel novembre 2011, ho creato una commissione indipendente cui partecipano un magistrato della Corte dei conti, un funzionario parlamentare, un ex sottosegretario agli Esteri, un paio di rappresentanti di forze politiche e di componenti dell’amministrazione. Abbiamo fatto dei tagli importanti su alcune poste, come gli insegnanti italiani all’estero. Dovremo poi realizzare degli accorpamenti e delle razionalizzazioni per quanto riguarda gli istituti di cultura: ne abbiamo 89, ma ci sono 15-20 istituti che possono essere utilmente integrati meglio nell’attività dell’ambasciata con risparmi forti sotto il profilo delle spese gestionali, mantenendo la figura degli addetti culturali all’interno delle ambasciate. Certo preferirei avere anziché lo 0,22% del bilancio dello Stato, 5 volte tanto come i francesi, o 3 volte come gli inglesi, o 4 come i tedeschi: le nostre ambasciate servono anche per fare impresa e disporre di risorse limitate rispetto ai nostri concorrenti è un handicap.

D. C’è però chi parla di grandi sprechi nelle ambasciate, nei consolati, negli istituti di cultura: cosa replica?
R. I grandi sprechi delle ambasciate sono una falsità aberrante. Di sprechi alla Farnesina – glielo posso assicurare – non ce ne sono. Il nostro bilancio vale 1,7 miliardi, i dipendenti sono circa 5.000 compresi quelli all’estero. Ne abbiamo persi circa 1.400 in 4 anni per mancanza del turn over. L’Inghilterra ha 13.000 addetti, la Francia 9.500, la Germania 10.000. Come Paese abbiamo una consistenza di forza lavoro e di finanziamenti assolutamente esigua.

D. Parliamo di Europa: l’euro sopravviverà e l’Italia ne farà parte? In che modo?
R. Dobbiamo porci obiettivi di uscita dalla crisi con gli strumenti del Six Pack (i sei regolamenti per la governance europea, ndr), ma soprattutto con gli strumenti del trattato Efsf (European Financial Stability Facility, detto Fondo salva-Stati) e con l’attuazione delle decisioni del Consiglio europeo del 28 giugno, centrali per il mandato della Banca Centrale Europea e per il meccanismo dell’Esm (European Stability Mechanism). Per noi stabilità significa possibilità di interventi della Bce sul mercato secondario per creare un cuscino contro la fluttuazione degli spread, troppo alti e immotivati per le condizioni strutturali e congiunturali dell’Italia. Sbalzi determinati unicamente da movimenti di mercato speculativi.

D. In molti, da Berlusconi a Maroni e a Grillo, chiedono il ritorno alla lira: cosa succederebbe se si realizzasse?
R. Uscire dall’euro significherebbe andare incontro a grandi difficoltà di finanziamento del nostro debito pubblico. Poi l’ipotetico vantaggio delle svalutazioni competitive creerebbe una vampata inflazionistica destabilizzante sul piano sociale e della tenuta degli equilibri economici del Paese. L’euro viene accusato di essere all’origine della crisi, ma le bolle della finanza globalizzata hanno fatto danni ben peggiori.

D. Col debito pubblico che ha, l’Italia ce la farà?
R. Ne sono certo. Molti imprenditori e persone con appartenenze politiche diverse ci dicono “proseguite in quello che fate”. Il Paese risalirà drammaticamente nelle graduatorie internazionali.

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