BCE: Con ‘scoraggiati’ la disoccupazione al 22, 5 per cento

ROMA  – E’ allarme-scoraggiati per il mercato del lavoro in Italia, dove il tasso di disoccupazione sarebbe quattro punti più alto rispetto alle stime ufficiali, al 12,5%, conteggiando chi ha smesso di cercare un impiego.

In Italia – scrive la Bce in uno studio – l’inclusione di chi ha smesso di cercare lavoro nel conteggio dei disoccupati porterebbe il tasso di disoccupazione al 12,5%, oltre quattro punti sopra le stime ufficiali e al sesto posto più alto nell’Eurozona.

”L’Italia è un chiaro esempio di quanto le stime ufficiali della disoccupazione possano sottostimare il sottoutilizzo del lavoro”, scrive la Bce notando la frequenza del problema degli ‘scoraggiati’ nel Sud e nelle Isole. Nello studio, dedicato all’impatto della crisi sul mercato del lavoro, la Bce apprezza le ”misure importanti” per aumentare la flessibilità salariale e ridurre la ”eccessiva protezione” del posto adottate in Paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Ma nota anche come ”per godere dei pieni benefici delle misure sul mercato del lavoro, queste devono essere accompagnate da ampie riforme del mercato dei prodotti”: liberalizzazioni, dunque, un cavallo di battaglia pro-crescita della Bce. Il cui presidente, Mario Draghi, giusto la scorsa settimana ha ricordato che le condizioni cui sono sottoposti gli interventi di aiuto ai Paesi in necessità ”non devono necessariamente essere penalizzanti”: un modo per dire che, oltre all’austerity di bilancio, la Bce prescrive anche misure pro-crescita, come le liberalizzazioni, che spesso vengono ignorate.

Secondo il rapporto Bce, fra l’inizio della crisi finanziaria nel 2008 e gli inizi del 2010 ”nell’area euro si sono persi quasi quattro milioni di posti di lavoro, scesi a tre milioni dopo la temporanea ripresa d’inizio 2011. Un peggioramento che ha diminuito i posti di lavoro di appena l’1% in Germania, Belgio e Lussemburgo, colpendo duro in Grecia e Spagna (oltre il 10%), mentre anche in Italia, Slovacchia, Estonia e Portogallo vi sono stati ”significativi peggioramenti”.

 

 

 

ce apprezza le ”misure importanti” per aumentare la flessibilità salariale e ridurre la ”eccessiva protezione” del posto adottate in Paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Ma nota anche come ”per godere dei pieni benefici delle misure sul mercato del lavoro, queste devono essere accompagnate da ampie riforme del mercato dei prodotti”: liberalizzazioni, dunque, un cavallo di battaglia pro-crescita della Bce. Il cui presidente, Mario Draghi, giusto la scorsa settimana ha ricordato che le condizioni cui sono sottoposti gli interventi di aiuto ai Paesi in necessità ”non devono necessariamente essere penalizzanti”: un modo per dire che, oltre all’austerity di bilancio, la Bce prescrive anche misure pro-crescita, come le liberalizzazioni, che spesso vengono ignorate.

Secondo il rapporto Bce, fra l’inizio della crisi finanziaria nel 2008 e gli inizi del 2010 ”nell’area euro si sono persi quasi quattro milioni di posti di lavoro, scesi a tre milioni dopo la temporanea ripresa d’inizio 2011. Un peggioramento che ha diminuito i posti di lavoro di appena l’1% in Germania, Belgio e Lussemburgo, colpendo duro in Grecia e Spagna (oltre il 10%), mentre anche in Italia, Slovacchia, Estonia e Portogallo vi sono stati ”significativi peggioramenti”.

 

 

 

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