Bersani decide: “Primarie anche per il Parlamento”

ROMA  – Nel giorno in cui Beppe Grillo scarica con un tweet Giovanni Favia e Federica Salsi, Pier Luigi Bersani, forzando le resistenze interne, decide di fare il 29 e 30 dicembre, le primarie aperte per far scegliere agli elettori i parlamentari.

– Sarà uno sforzo ai limiti dell’impossibile ma vogliamo davvero cambiare la politica – annuncia il leader Pd ispirando una scelta analoga da parte del leader di Sel Nichi Vendola ma scatenando malumori e rabbia tra i parlamentari uscenti, tutti ‘nominati’ con il Porcellum e ora chiamati alla prova del consenso.

Nonostante i tempi strettissimi, vista l’accelerazione sui tempi delle elezioni, Bersani, che ha vinto le sue primarie per la premiership dieci giorni fa, tiene fede all’impegno preso l’estate scorsa, e votato dalla direzione del Pd, di far scegliere ai cittadini i propri rappresentanti nel caso i cui rimanesse il Porcellum.

– Una mossa – chiosa Enrico Letta – per continuare a giocare in attacco perchè così si vincono le elezioni.

Per il Pd, insomma, il messaggio è sia all’antipolitica sia a chi pensa di potere guidare un paese ”senza affidarsi al popolo”, slogan che è diventato il mantra di Bersani nell’ormai cominciata campagna elettorale. Ma, se il dado è tratto, le regole per le primarie sono ancora da definire in vista della direzione di lunedì prossimo che si annuncia infuocata. Se sembra chiara la platea dei votanti, gli stessi delle primarie del 25 novembre o chi si iscrive al Pd, meno chiaro è chi saranno i candidati e come saranno messi in lista.

Secondo i calcoli in base ai sondaggi, il Pd dovrebbe eleggere al prossimo giro tra i 350 ed i 400 parlamentari. La scelta dei candidati alle primarie sarà su base provinciale e si potrà presentare anche chi non è iscritto al Pd con l’ok delle federazioni provinciali per dare spazio alla società civile. Si sta studiando un meccanismo per garantire la parità effettiva di genere ma i nodi veri, su cui è in corso un braccio di ferro, riguardano le incompatibilità tra più incarichi e le deroghe per chi, i cosiddetti ‘dinosauri’ di renziana memoria, ha più di tre mandati alle spalle e per statuto non dovrebbe essere ricandidato.

Ma nel mirino dei critici finisce sopratutto quella quota ‘protetta’ del 20 per cento di eletti a disposizione di Bersani e che in molti temono divenga la via di uscita per la candidatura di portaborse e ceto politico.

– Io e Fassina – racconta il ‘giovane turco Matteo Orfini – abbiamo proposto in segreteria che non ci fosse nessuna quota di riserva nazionale. Tutto il gruppo dirigente, membri della segreteria e parlamentari uscenti, deve candidarsi. Ma ci spiace dover dire che la nostra posizione è rimasta abbastanza isolata.

La decisione di Bersani strappa l’applauso dei renziani e la scelta analoga di Sel di gazebo sempre il 29 e 30 dicembre. Ma, al di là delle dichiarazioni di facciata, fa infuriare quasi tutti i peones, che nel 2006 furono, in alcuni casi, paracadutati in collegi lontani migliaia di chilometri dalle città di appartenenza. A creare malumori i tempi strettissimi, meno di una settimana, per fare la campagna elettorale oltre che il timore di una rivalità a suon di voti da parte di esponenti locali.