SIRIA. Ue divisa sulle armi ai ribelli

Pubblicato il 15 febbraio 2013 da redazione

BEIRUT  – Decine di migliaia di siriani in fuga, un centinaio vittime di una striscia di sequestri incrociati a sfondo confessionale, oltre 50 persone uccise in tutto il Paese: il bilancio delle violenze giornaliere in Siria si colora di nuovi orrori. Che rimbalzano dal fronte mentre a Bruxelles i ministri degli Esteri europei, in vista di una riunione prevista per lunedì prossimo, confermano le spaccature sulla questione se fornire o meno armi ai ribelli.

Secondo fonti diplomatiche, la Gran Bretagna sta cercando di convincere altri partner chiave, tra i quali la Francia, ad appoggiare l’ipotesi aiuti bellici al fronte anti-regime o a parte di esso. Le posizioni di altri Paesi oscillano tra la ”perplessita”’ e la ”forte opposizione”. Tra gli altri punti all’ordine del giorno della riunione c’è il rinnovo del pacchetto di sanzioni contro Damasco, deciso il 29 novembre e in scadenza il 28 febbraio.

– Se non c’è accordo all’unanimità, il pacchetto finisce – spiegano le fonti.

Intanto, 40mila civili sono fuggiti negli ultimi tre giorni da Shaddade, località nell’est della Siria, ancor oggi teatro di intensi combattimenti tra insorti e forze governative. Shaddade, a metà strada tra il capoluogo orientale di Dayr az Zor e quello nord-orientale di Hasake, è stata raggiunta da una squadra del Programma alimentare mondiale (Pam) che ha potuto constatare l’esodo massiccio di abitanti verso zone meno colpite dalla violenza. All’altro capo della Siria, nella regione nord-occidentale di Idlib, circa un centinaio di civili, tra cui donne e bambini, sono stati rapiti negli ultimi giorni da gruppi rivali di miliziani armati.

La regione, solo parzialmente controllata dal regime, è a maggioranza sunnita, punteggiata però da alcuni villaggi sciiti. Secondo il racconto di abitanti di al Fawaa, villaggio sciita pochi chilometri a nord-est di Idlib, un pullman diretto a Damasco e con a bordo una quarantina di persone è stato fermato l’altro ieri pomeriggio a un posto di blocco tra Saraqeb e Sirmin controllato da miliziani sunniti anti-regime. Questi – proseguono le fonti – hanno fatto scendere e trascinato via i civili nella vicina Binnish, anch’essa sunnita.

La reazione degli abitanti di Fawaa e del villaggio vicino di Kafaraya, pure sciita, non si è fatta attendere: poche ore dopo hanno sequestrato decine di persone originarie di Binnish. Il triangolo Fawaa-Idlib-Binnish è a poche decine di chilometri dal confine turco. Oltre il quale ieri è caduto un altro un colpo di mortaio sparato – non si sa da chi – dal territorio siriano. Il proiettile non ha causaro feriti, ma ha rialzato la tensione con l’immediata risposta di un colpo di avvertimento dell’artiglieria turca.

Ankara ha frattanto aggiornato il bilancio dei profughi siriani ufficialmente registrati in Turchia: salito a ben 180mila. Secondo stime dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) diffuse il 6 febbraio scorso, i profughi siriani nei Paesi confinanti (Libano, Giordania, Turchia e Iraq) erano in totale 787mila, ma continuano ad aumentare al ritmo di cinquemila al giorno. Tra loro ci sono anche i palestinesi, profughi due volte. Secondo il ‘Gruppo di azione per i palestinesi in Siria’ basato a Gaza, nelle violenze sono circa mille i palestinesi rimasti uccisi, e molti altri ancora sono dati per dispersi. Sul terreno, nel giorno di nuove manifestazioni non violente anti-regime, attivisti dei Comitati di coordinamento locale hanno compilato una lista quotidiana (provvisoria) di altri 55 uccisi nelle varie località del Paese.

I media governativi riferiscono da parte loro di numerosi ”terroristi” uccisi. Sul piano diplomatico, è stato rinviato al prossimo marzo l’incontro tra l’inviato di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahimi e i ministri degli esteri Ue in programma lunedì. Mentre, da Amman, ambienti dell’opposizione siriana hanno rilanciato l’offerta di dialogo con quel settori del regime meno coinvolti nella repressione. Previa tuttavia quell’uscita di scena di Bashar al-Assad che Damasco continua per ora a escludere.

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