Cirpo, rischio caos: paura su borse, euro e spread

Pubblicato il 19 marzo 2013 da redazione

ROMA  – Era prevedibile e, quindi, non ha causato sorpresa. Gli esperti, a questo punto, sono tutti d’accordo. Il caso-Cipro è una mina vagante e, come tale, rischia di riaccendere l’incendio della crisi, mettendo in difficoltà specialmente due paesi: Spagna e Italia che da mesi lottano contro il contagio.

Paura e alta tensione. Il Parlamento cipriota ha bocciato il salvataggio europeo ed i mercati hanno ragito immediatamente. Torna la laura e le tensioni sullo spread oltre, naturalmente, i forti cali fra le borse. Il ‘bazooka’ messo in campo dalla Bce di Mario Draghi aveva finora messo un freno ai timori per la situazione della piccola isola mediterranea. Fra gli investitori prevale l’incredulità. Non riescono a convincersi, e a vincere lo scetticismo, che un’economia piccola come quella cipriota, con appena un Pil di 18 miliardi di euro, possa riportare il caos sui mercati finanziari globali. Ma le immagini trasmesse dalle televisioni e le foto che fanno il giro del mondo attraverso la ‘rete’ sono più che eloquenti ed evocano lo spettro di una fuga dei capitali: cittadini ciprioti in coda davanti ai bancomat, dopo la chiusura delle banche per evitare la corsa a ritirare i depositi minacciati da un prelievo forzoso.

La bocciatura in Parlamento sul salvataggio europeo di fatto azzera tutto e fa intravedere un nuovo negoziato con Bruxelles dagli esiti incerti. Le ripercussioni sui mercati sono di attesa, nervosismo e preoccupazione. Le borse europee chiudono in forte calo, con Madrid e Milano peggiori a -2,20% e -1,59% rispettivamente seguite da Parigi (-1,30%) e Francoforte (-0,79%) e Londra (-0,26%). Lo spread dell’Italia chiude a quasi 340, la Spagna a 369; l’euro scende sotto 1,29, vicino ai minimi di novembre.

L’istituto tedesco di ricerca economica Zew avverte:

”La situazione politica in Italia e il pacchetto di salvataggio per Cipro hanno aumentato il rischio che la crisi dell’Eurozona peggiori di nuovo”.

Il New York Times rincara la dose: preoccupa la ”cagionevole salute” delle banche italiane, con il pericolo che ”possano porre un rischio sistemico al sistema bancario italiano”. Una situazione di incertezza che mette in agitazione gli investitori e costringe le autorità a intervenire. Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell’Eurogruppo, ha tiferito, categorico, che è ”fuori questione” che possa esserci un prelievo forzoso in altri Paesi europei. Pierre Moscovici, il ministro dell’Economia francese, definisce Cipro un ”caso isolato”. Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, assicura: ”non sarà consentita” una bancarotta del Paese, non ci sarà contagio.

Dal canto suo, il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, da Francoforte, conferma che l’istituto che presiede sta lavorando per migliorare l’uso delle garanzie in cambio delle quali le banche ricevono liquidità, per far affluire più prestiti a famiglie e imprese. Ma sui mercati prevale l’incertezza. Gli investitori sanno che, come in Islanda, la crisi a Cipro ruota attorno a un sistema bancario cresciuto fino a raggiungere sette volte (in Islanda erano 12) le dimensioni del Pil. Le banche non riescono a far fronte a 4,5 miliardi di perdite subite sul debito greco. Il governo da solo non ce la fa. Ed allora chiede aiuto all’Europa, che deve intervenire ma con estrema prudenza per non ottenere il risultato contrario. In effetti, un prestito troppo grande ingigantirebbe il debito del Paese, che già oggi si calcola attorno ai 15 miliardi di euro e forse anche di più: il debito di Cipro volerebbe a 25 miliardi (il 140% del Pil) già con il prestito da 10 miliardi negoziato con Bruxelles, ma supererebbe addirittura il 170% del Pil senza i 5,8 miliardi provenienti dal prelievo sui depositi. In questo quadro la stangata sui conti correnti a Cipro è probabilmente inevitabile, anche se si sarebbe dovuto forse inserirla in un piano più ampio di ristrutturazione delle banche.

Il braccio di ferro è fra l’Europa, che chiede di colpire solo i depositi superiori ai 100.000 euro, e Nicosia, che ha finora strappato un prelievo anche su quelli oltre 20.000 euro temendo una fuga dei grandi capitali, soprattutto russi. L’Europa, pur se tardivamente, ha capito che l’unica via di uscita è ridimensionare drasticamente le banche cipriote. Per evitare, o almeno rallentare, uno scenario ancora peggiore, cioè una nuova ristrutturazione del debito statale sul modello greco che rischia di scuotere nuovamente la credibilit+à dell’euro, ma che da oggi appare un’ipotesi meno peregrina.

L.C.

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