La sindrome delle risorse naturali

Pubblicato il 21 marzo 2013 da redazione

CARACAS – Botta e risposta. I candidati alla presidenza della Repubblica continuano ad affrontarsi senza esclusione di colpi. E così, piovono accuse, recriminazioni e denunce. Il tutto condito da una buona dose d’insulti. Per il presidente “ad interim”, Nicolàs Maduro, e per il Governatore dello Stato Miranda, Enrique Capriles Radonski, non c’è riposo in questi giorni d’intensa campagna elettorale, la più breve nella storia del Paese.

Se da un lato gli aspiranti ad occupare la poltrona di Miraflores non si danno tregua, pur di convincere l’elettorato; dall’altro Vicente Dìaz manifesta preoccupazione per l’incapacità del Consiglio Nazionale Elettorale, di cui è importante esponente, di arginare gli abusi del potere. Anzi, più che d’incapacità  parla di volontà politica. E avverte su ciò che potrebbe accadere, con le trasmissioni a rete unificate, dall’11 al 14 aprile, data delle elezioni, se il Cne non prende, fin d’ora, i provvedimenti necessari. Come si ricorderà, il Paese, nell’aprile del 2002, visse momenti assai difficili. Il 12 aprile, una manifestazione a sostegno di operai e impiegati della Holding petrolifera si trasformò in una vera sommossa popolare che si concluse in un bagno di sangue e con l’arresto del presidente della Repubblica. Furono ore di confusione, giorni in cui accadde di tutto: dalla soppressione del potere Legislativo  – leggasi, “Asamblea nacional” – alla cancellazione di tutte le istituzioni democratiche: “Tribunal Supremo de Justicia”, “Fiscalìa General de la Repùblica”, “Contralorìa General de la Repùblica”, “Defensoria del Pueblo”, “Consejo Nacional Electoral” e così via di seguito. Di fronte al “Decreto Carmona”, che trasformava una insurrezione popolare spontanea in un “golpe” di estrema destra, un gruppo di militari decideva di liberare il presidente Chàvez, che era stato portato nell’isola “La Orchila”. Il 14 aprile è il ritorno trionfale del presidente costituzionale. Il governo, dal2003 inavanti, ha sempre ricordato la data del “golpe” e festeggiato il ritorno del presidente Chàvez con manifestazioni di piazza e trasmissioni a rete unificate. In altre parole, Vicente Dìaz si chiede preoccupato: il Cne avrà l’autorità sufficiente, e la volontà politica, per proibire tali manifestazioni e le probabili trasmissioni a rete unificate che potrebbero trasformarsi in veicoli di propaganda politica a favore di uno degli aspiranti?

I candidati alla presidenza, con maggior o minor enfasi, hanno enunciato, per sommi capi, le difficoltà che dovrà affrontare il paese nei prossimi anni. Capriles Radonski ha posto l’accento sulla lotta alla criminalità dilagante, sulla necessità di frenare l’incremento dell’inflazione che pregiudica la qualità di vita di tutti i venezolani, sull’urgenza di migliorare i servizi pubblici e sull’impossibilità di rimandare oltre la lotta alla corruzione. Dal canto suo, Nicolàs Maduro  ritiene importante proseguire lungo il solco della rivoluzione socialista, sottolineando la necessità di castigare gli speculatori e di combattere la criminalità. Tutti enunciati, questi, ai quali nessuno dei candidati, fino ad ora, ha dato un contenuto concreto. Non almeno nella misura richiesta dall’elettorato ormai stanco di promesse.

A prescindere dalle dichiarazioni di principio, e dall’elenco dei tantissimi problemi che oggi affliggono il paese, ciò che i candidati forse dovrebbero spiegare in dettaglio è come pensano di impiegare le ricchezze provenienti dall’unica risorsa che oggi ha il Venezuela: il petrolio.

Il nostro Paese, come tanti altri in via di sviluppo, ha vissuto e vive in carne propria una realtà alla quale alcuni economisti ed attenti analisti hanno dato il nome di “Sindrome delle Risorse Naturale”.

Thomas Friedman, nel suo saggio “The First Law of Petropolitics”, sostiene la tesi di un vincolo perverso tra petrolio e democrazia. Asserisce che l’incremento del prezzo del greggio ha il potere di indebolire le istituzioni democratiche di un Paese. In altre parole, le risorse che si ottengono dalla vendita del petrolio danno eccessiva autorità al potere centrale e contribuiscono a debilitare le istituzioni che fungono da bilanciere nell’architettura del sistema democratico.

La “Sindrome delle Risorse Naturali” spiega come le economie dipendenti unicamente dalle materie prime, ad esempio il petrolio, siano soggette ad alterazioni e mutamenti che incidono negativamente, in primis, sulle istituzioni democratiche e poi sull’efficienza dell’economia, sulla tendenza alla diversificazione della produzione e, finalmente, sulla crescita dell’apparato industriale. Se da un lato l’influenza negativa sulle istituzioni democratiche si verifica attraverso un incremento eccessivo nel potere centrale, che concentra le ricchezze provenienti dalla vendita delle risorse naturali, e la creazione di meccanismi clientelari; dall’altro, gli squilibri  economici si presentano sotto forma di un eccessivo apprezzamento della moneta, che toglie competitività alle esportazioni; di una riduzione dei nuovi investimenti produttivi, essendo più redditizio per l’imprenditore dedicarsi all’importazione grazie ad una moneta “forte”; di un incremento dell’inflazione, a causa di una eccessiva massa di denaro che supera di gran lunga i beni e i servizi che il mercato è in grado di offrire; di un debilitamento delle istituzioni e, dulcis in fundo, di una corruzione rampante. Sono, tutti questi, elementi presenti nella nostra società; elementi che la valanga di risorse provenienti dalla vendita del greggio è riuscita a contenere grazie ad una elevata spesa pubblica che, sotto forma di ammortizzatori sociali, ha creato una sensazione di benessere. Sotto questa ottica, è facilmente intuibile quale fenomeno abbia reso possibile l’ascesa e il consolidamento del presidente Chàvez. Naturalmente, alle condizioni favorevoli “pre-esistenti” è necessario sommare l’indiscutibile carisma del capo dello Stato, la sua capacità di concentrare il potere – ed in questo avrà aiutato anche la sua formazione militare -,  e la possibilità di poter finanziare una politica fiscale espansiva.

La “Sindrome delle risorse naturali”. Il controllo assoluto, o quasi, che lo Stato può esercitare sul reddito proveniente dalle risorse petrolifere, permette ovviamente al potere centrale di avere una forza di persuasione della quale sono carenti gli altri attori politici. E’ un potere ubriacante con effetto soporifero ed esaltante allo stesso tempo. E’ già accaduto negli anni ’70 del secolo scorso. Chi non ricorda la “Venezuela Faraonica” – Sanin dixit – del presidente Carlos Andrès Pèrez? Quella dei “mega-progetti” e delle “iper-realizzazioni” che condussero all’incremento vertiginoso del debito estero, nella sicurezza che comunque si sarebbe potuto pagare con le immense ricchezze provenienti dal petrolio? Poi, purtroppo,  ci si é risvegliati  alla triste realtà. Le strategie economiche di Ronald Reagan, negli Stati Uniti, e di Margareth Tatcher, in Inghilterra, condussero all’incremento dei tassi di interesse che provocarono la crisi del debito estero; crisi che dagli anni80 hacondizionato la vita del nostro Paese

In una nazione con una democrazia forte e istituzioni indipendenti, esistono meccanismi ed organismi il cui ruolo è quello di controllare la spesa pubblica, per evitare squilibri indesiderati. Oggi, una delle sfide dei candidati alla presidenza dovrebbe essere la correzione della relazione perversa che si è creata tra potere centrale e risorse economiche; tra Stato e istituzioni democratiche. E di creare meccanismi automatici, regole precise di trasparenza e responsabilità fiscale. Ma, per farlo, è necessaria la volontà politica. Quella stessa volontà che, in passato, prevalse e permise di costruire una holding petrolifera con una struttura decentralizzata; una holding in cui le filiali, messe a confronto ed obbligate a misurarsi tra loro, assicuravano efficienza. Il sistema, comunque, diede all’industria una autonomia eccessiva, che la fece divorziare dalla realtà del paese.

Questi argomenti, come altri altrettanto interessanti, sono purtroppo oggi solo tema di discussione o di dibattito periferico. La polemica elettorale, come sempre, non va al fondo delle questioni, e si limita a superficiali dichiarazioni di principio, slogan facilmente comprensibili dall’elettorato con un impatto immediato su di esso. Ma si sa, le campagne elettorali sono così. Ed allora, le analisi di fondo sono circoscritte a pochi circoli di intellettuali e troppo spesso restano sterili esercizi dialettici e retorici senza che il mondo della politica vi manifesti interesse.

 Mauro Bafile

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