Corea del nord, ennesima provocazione: chiuso Kaesong

TOKYO  – Le turbolenze all’altezza del 38/mo parallelo salgono a nuovi livelli di guardia, evocando venti di guerra sempre più forti. La Corea del Nord ha infatti chiuso ai lavoratori del Sud il distretto industriale ”a sviluppo congiunto” di Kaesong, esaurendo in pratica tutti i possibili attacchi verbali e non militari e aprendo la porta, qualora volesse fare ulteriori passi, a provocazioni ”ancora più concrete”, come fanno notare esperti della materia. Gli Usa hanno risposto annunciando l’invio del sistema di difesa missilistico Terminal High-Altitude Area Defense battery nella sua base di Guam.

L’ingresso dei lavoratori del Sud al distretto di Kaesong è stato sospeso ieri mattina. La portata della notizia si riassume nel tono usato dai media di Seul, tv in testa, decisamente di stupore e sorpresa verso uno scenario più volte minacciato dal Nord, ma mai attuato nel decennio di vita del più riuscito esempio della cooperazione tra i due Paesi. Non a caso, con l’impennata della tensione, il ministro della Difesa di Seul, Kim Kwan-jin, ha assicurato l’esame di tutte le opzioni possibili, anche di quella militare nel caso di scenario peggiore, qualora la sicurezza dei propri lavoratori nell’enclave nordcoreano dovesse risultare a rischio.

E ieri in serata, dopo che il segretario alla Difesa Usa Chuck Hagel aveva affermato che le minacce nucleari di Pyongyang costituiscono un ”pericolo grave e reale”, il Pentagono ha comunicato che nelle ”prossime settimane” sara’ inviato e dispiegato a titolo ”precauzionale” a Guam (una delle principali basi americane nel Pacifico) un avanzato sistema di difesa missilistico, denominato THAAD.

Dure anche le critiche da Cina e Russia. Pechino ha espresso ”seria preoccupazione” e condannato tutte le ”azioni e le parole provocatorie” che minacciano ”la pace e la stabilità nella penisola coreana e nella regione”. Mosca ha definito ”esplosiva” la situazione. E la Francia ha chiesto una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I margini d’azione della Cina, tra la necessità di frenare l’imprevedibile alleato e di evitare il collasso del regime del ‘giovane generale’ Kim Jong-un, sembrano sempre più sotto pressione.

Lo scontro intercoreano ha abbattuto ”la barriera psicologica che nessuno pensava potesse essere superata”, ha detto all’Ansa un’autorevole fonte vicina alle complicate vicende della penisola, parlando di ”oggettiva criticità”. Pur nella diversità delle posizioni, spesso antitetiche, c’e’ sempre stata una base tacitamente ritenuta comune, motivo di dialogo nel rispetto del disgelo dei rapporti avviato con lo storico vertice del 2000 a Pyongyang, tra il ‘caro leader’ Kim Jong-il e il presidente sudcoreano Kim Dae-jung.

Finora, il distretto di Kaesong non era stato tirato in ballo nello scontro in modo tanto violento anche perchè, hanno detto altre fonti, ”tutti gli avvertimenti possibili” del Nord, incluse minacce di guerra nucleare e rafforzamento delle armi atomiche, si sono pressochè esauriti: i prossimi eventuali passi potrebbero essere provocazioni ”di tipo più pratico”. Prima del blocco dei visti, a Kaesong risultavano esserci 861 sudcoreani: questa mattina, nei piani originari, 484 lavoratori e 371 veicoli di Seul avrebbero dovuto raggiungere il distretto. A fine giornata, ha riportato l’agenzia Yonhap, solo 33 hanno avuto il permesso di partire facendo scendere a quota 822 il numero complessivo di lavoratori nel complesso. Il calo drastico dei rientri, rispetto ai 466 ipotizzati, è legato alle esigenze delle 123 aziende attive di garantire operatività. Tuttavia, il problema della loro sicurezza è il primo nella scala delle priorità del governo di Seul, perchè il timore mal dissimulato è che, con un altro colpo di mano o un’ipotesi di incidente, possano trasformarsi in possibili ostaggi. In una dichiarazione, il ministero dell’Unificazione ha messo in guardia Pyongyang: se persiste nel suo atteggiamento, ”deve essere consapevole delle ripercussioni delle sue azioni sulle relazioni intercoreane e sulle critiche e sull’isolamento dalla comunità internazionale”. Pertanto, l’unica via d’uscita è la revoca ”immediata” delle restrizioni. Tra poche ore la verifica sull’accettazione o meno del ‘consiglio’.

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