Il chavismo non è il peronismo

Pubblicato il 17 aprile 2013 da redazione

ROMA:- Gli occhi dell’Italia, almeno di tutti coloro che seguono con attenzione l’evolversi della politica e dell’economia in America Latina, sono oggi puntati sul Venezuela. C’è preoccupazione tra i venezuelani che vivono in Italia e tra tutti coloro, e sono molti, che hanno un parente o un amico che negli anni passati ha scelto quel paese come seconda patria. In assenza fino a questo momento di una definizione del governo italiano sulle passate elezioni che con una vittoria molto risicata, hanno dato la vittoria al candidato governativo Nicolàs Maduro, chiediamo al prof. Giorgio Tinelli,  docente universitario presso l’Universitá Alma Mater studiorum di Bologna, politologo ed esperto latinoamericanista di darci una sua opinione.

Un primo commento a caldo sul risultato elettorale in Venezuela che ufficialmente ha dato la vittoria al chavista Nicolas Maduro?
Evidentemente la polarizzazione politica del paese ha compiuto un decisivo passo verso un equilibrio che genera un clima di grande incertezza e apre una stagione di contrapposizione tra le due opzioni protagoniste, che difficilmente manterrà i classici canoni del confronto politico. La logica amico/nemico alimentata dal “chavismo” ed esasperata da una opposizione in buona parte “revanchista”, è andata definendo una logica di scontro che sembra arrivata al termine della sua parabola ascendente. Il Venezuela è a tutti gli effetti un paese politicamente diviso. Il movimento bolivariano ha mantenuto il suo “zoccolo duro”, dalle caratteristiche sociali sempre più precise. Nello specifico quell’enorme massa popolare, urbana e non, che costituisce la spina dorsale della base bolivariana, ormai da tre lustri a questa parte. Il partito di governo è andato perdendo quella parte di consenso che, a fasi alterne, ha fatto la differenza nei risultati delle passate elezioni e che può essere identificato in settori della classe medio-bassa che non è stata debitamente inclusa nel club dei beneficiati dal chavismo, ovverosia coloro che lavorano nel pachidermico apparato burocratico di gestione dello stato, e che viene definita “boliburguesía”. Questa parte dell’elettorato di classe media non direttamente oficialista, non sente più l’importanza delle cosiddette misiones, ovverosia i programmi di assistenza sociale che assicurano educazione, salute e altri servizi sempre ascrivibili a quel welfare diffuso che è stato elemento trainante del consenso verso il presidente Chávez. Un settore di elettorato “volatile” ha optato questa volta per il giovane Henrique Capriles, l’unico che è riuscito nella difficile alchimia politica di amalgamare un’opposizione divisa e riottosa, e a costruire una alternativa credibile al “chavismo sin Chávez”. Indubbiamente Capriles è andato aumentando il suo “capitale politico”, nelle ultime due elezioni, arrivando a un risultato che potrebbe vederlo presto protagonista del definitivo declino dell’egemonia bolivariana sulla società venezuelana.

 Lei da esperto latinoamericanista è stato spesso in Centro America e in altri paesi del continente latinoamericano come commissario per controllare lo svolgimento democratico delle elezioni.  Ha seguito, seppur non da vicino le elezioni venezuelane? Ha informazioni dirette da parte di suoi colleghi e conoscenti?
Personalmente ho osservato varie elezioni nel sub-continente americano, negli ultimi 25 anni, spesso per istituzioni come Transparency International, ma tra queste non mi è mai capitato di osservare le elezioni venezuelane, ma ho un’ottima opinione del sistema elettorale del Venezuela. Ho molti amici e colleghi venezuelani che sono fonti preziose d’informazione per il mio lavoro di analisi; ovviamente, queste fonti risentono fortemente della polarizzazione politica di cui sopra. Per me, comunque, sono tutte opinioni utilissime per cercare di definire ipotesi interpretative il più possibile vicine alla realtà.

Sia l’Unione Europea, che la Francia e la Spagna hanno chiesto in maniera più o meno esplicita che si faccia chiarezza sul voto affinchè le due parti possano riconoscere i risultati elettorali. Dall’Italia invece non si è levata nessuna voce. Non crede lei che la nostra ambasciata dovrebbe far capire ai nostri responsabili italiani che un silenzio in questo momento è davvero assordante e che in quel paese c’è una grande comunità da sostenere e che l’Italia ha importanti interessi economici?
Come dicevo il riconteggio dei voti da parte dell’opzione politica perdente è una richiesta abbastanza comune nella storia del continente lationoamericano, ovviamente nei casi in cui il risultato elettorale è caratterizzato da una distanza così esigua tra i due principali contendenti da generare dubbi su errori o incoerenze che potrebbero modificare sostanzialmente il risultato finale. Ciò nonostante i casi in cui l’istituzione elettorale ha provveduto a un riconteggio totale dei voti sono rarissimi: solitamente vengono presi in considerazione i casi singoli di seggi o di departamentos in cui siano state sollevate riserve sui risultati, con dati precisi e prove abbastanza consistenti da avallare controlli post-elettorali.

Nel caso delle elezioni venezuelane di domenica scorsa, la denuncia di “brogli elettorali” da parte dell’alleanza uscita perdente è stata assai generalizzata e con prove abbastanza nebulose, il che non ha giocato a favore di una considerazione da parte del CNE di un possibile riconteggio del complesso delle schede elettorali. La dichiarazione del Ministro degli Esteri spagnolo Garcia-Margallo non è stata così decisa, da meritare il biasimo espresso da Maduro: era infatti in linea con quella del portavoce dell’UE che sottolineava l’importanza di un risultato accettato da entrambe le parti, auspicio tutto sommato abbastanza banale. Più che altro le dichiarazioni della Casa Bianca sono state decisamente forti, nell’appoggio incondizionato alla richiesta di Capriles di un riconteggio totale dei voti.

In generale si può dire che le pressioni della comunità internazionale o parte di essa, in casi come questi, non ha solitamente portato a risultati così clamorosi. Ricordo ad esempio il caso delle elezioni municipali del2008 inNicaragua, dove i sospetti di frode elettorale sono stati molteplici e anche fondati: una parte importante della comunità internazionale fece pressioni energiche affinché si facesse chiarezza con un riconteggio dei voti, ma neanche allora si ebbero risultati significativi in tal senso. E il Nicaragua di certo non è un paese importante come il Venezuela, a livello economico e di rilevanza regionale e internazionale.

Di certo sono inquietanti i richiami fatti dalle autorità venezuelane alle imprese spagnole presenti nel paese, avvertendo delle possibili ricadute sui rapporti con queste, qualora si deteriorassero le relazioni bilaterali con la Spagna. Questo tipo di questioni camminano sempre s’un flebile confine: quello che delimita gli interessi politico economici di paesi e/o imprese straniere da una parte e la sfera della sovranità nazionale della nazione in oggetto dall’altra. Solitamente quest’ultima dimensione è quella che oggettivamente ha maggior peso, in queste dispute. Da considerare, a tal proposito il “fronte comune” dei paesi latinoamericani che hanno riconosciuto immediatamente la vittoria di Maduro, compresi Colombia, Messico e Cile.

Crede possibile che ci siano stati gli oltre 3000 brogli denunciati da Capriles?
La differenza tra le due principali opzioni politiche nelle elezioni di domenica scorsa è stata di soli 234.000 voti, che paragonati all’intero corpo elettorale rappresentano una differenza veramente risicata. E’ assolutamente normale che, in un caso di questo genere, il perdente chieda una verifica attraverso un riconteggio dei voti: ci sono stati innumerevoli casi molto simili, nella storia delle elezioni latinoamericane. Va da se che è lecito anche avanzare dubbi sulla coerenza e correttezza di alcuni dati, considerando i margini ristrettissimi con cui si ha a che fare, e il fatto che chi ha vissuto la congiuntura elettorale occupando il potere ha potuto contare sul controllo di apparati statali decisivi per lo svolgimento delle elezioni stesse. L’istituzione elettorale venezuelana, il CNE, ha dimostrato di essere solida e credibile, ciononostante – ripeto – è assolutamente lecito, da parte dello schieramento di opposizione, avanzare dubbi e richiedere verifiche e controlli. Certo, il fatto che tale richiesta sia stata accompagnata da una certa teatralità da parte di Capriles (“lei è lo sconfitto…. lei e il suo governo”), rende tale richiesta ulteriore elemento di tensione, in un momento assai delicato.

 Che cosa potrebbe fare l’UE  in questo caso?
L’Unione Europea, così come tutti gli altri attori internazionali dovranno prendere atto del risultato elettorale, una volta ufficializzato: non ci sono alternative.

 Perché Maduro, che davano vincente in modo schiacciante, ha ottenuto un risultato così mediocre a discapito delle aspettative?
Personalmente ho sempre creduto che il cosiddetto MVR, o Movimiento Bolivariano, che dir si voglia, non fosse un movimento che sopravvivesse al proprio fondatore. E questo per una serie di motivazioni. Prima tra tutte l’assunto che in movimientos di questo tipo è solitamente assai difficile che ciò avvenga: è il caso del peronismo. Ma quel movimento, quantunque avesse molti elementi simili a quello “chavista”, prese corpo e si sviluppò in un contesto storico-economico completamente diverso. La presenza di un leader carismatico che accentra su di sé il potere; l’intenso spirito nazionalista; l’additamento di un nemico interno ed uno esterno; la logica amico/nemico nel gioco a somma zero che il movimiento propone; il carattere includente nei confronti dei settori sociali precedentemente esclusi dall’arena politica o dalla ridistribuzione delle risorse economiche: sono elementi che uniscono i due fenomeni, ma il peronismo è ascrivibile a quegli esempi classici di “populismo storico” che sono propri dell’epoca del superamento del regime oligarchico, specie in Brasile e Argentina, per l’appunto. Chávez come leader carismatico, nel movimiento bolivariano, veniva considerato una sorta di divinità ultraterrena dai propri partidarios, ammantato da una coltre di invincibilità che ha contribuito in maniera decisiva a rafforzare la sua popolarità. Chávez seppe cogliere la possibilità che gli offrì il vuoto di potere generato dalla profonda crisi del corrottissimo sistema dei partiti politici tradizionali, i cui esponenti principali si riciclarono in un’opposizione antigovernativa belligerante – quando non golpista – e senza credibili prospettive di coesione. Credo fermamente che il movimento bolivariano abbia fatto il suo corso: la scomparsa del suo leader carismatico rende la situazione molto difficile nella gestione del pesante fardello dell’eredità lasciata da Hugo Chávez.

Che cosa manca a Maduro come politico e al suo programma elettorale, e che cosa a Capriles?
Nicolás Maduro, persona politicamente mediocre, cresciuto all’ombra del suo nume tutelare, non è riuscito a mantenere coesa la base elettorale chavista, che ha anche risentito delle divisioni in seno al movimento, oltre che degli effetti della recente ennesima impennata dell’inflazione, dovuta all’ulteriore svalutazione della moneta, con gli effetti immediati dell’interruzione cronica dei servizi di base, come ad esempio l’elettricità. Maduro nella sua campagna elettorale non è riuscito a infondere quella sicurezza che la determinazione e il carisma di Chávez avevano assicurato nelle passate tornate elettorali: la percezione dell’immaginario collettivo, rispetto all’opzione governativa, è stata caratterizzata da un senso di incertezza che ha fatto sì che il consenso verso l’opzione oficialista si erodesse in maniera decisa e inequivocabile. Quell’opposizione anti-chavista, storicamente litigiosa e divisa, ora si presenta molto più coesa e solida, oltre che finalmente spogliata di quei panni “filo-golpisti” di cui era ammantata dal 2002 in poi.

Un paese spaccato in due. Quali saranno secondo lei gli scenari possibili ora?
Sarebbe a questo punto auspicabile, oltre che sommamente sensato, un allentamento delle tensioni accumulate in questa lunga congiuntura elettorale, che ha visto un acuirsi delle tensioni (sfociate spesso in disordini callejeros). Anche se questa ipotesi rimane lontana: le due visioni-paese sono profondamente antitetiche e i termini e le metodologie del confronto-scontro tra le due parti hanno avuto per troppo lungo tempo caratteristiche di inconciliabilità totale. La “ripresa della parola” rispetto a un possibile dialogo risulta essere una possibilitá, oltre che assai ostica, anche poco credibile: in questi casi entrambi le parti dovrebbero riconoscere un interesse verso tale ipotesi, il che è quanto di più lontano dallo scenario attuale.

 

 Ho notato che i venezuelani residenti in Italia hanno creato molti gruppi in rete a sostegno di Capriles . Secondo lei gli e Secondo lei può essere verosimile o come in Venezuela, la comunità venezuelana in Italia è spaccata in due tra chavisti e antichavisti?
In generale, la comunità venezuelana in Italia è anti-chavista, per quanto io possa aver denotato. E’ anche normale: buona parte della comunità è composta da settori appartenenti a classi medio-alte, che sono usciti dal paese proprio a causa dell’affermazione e consolidamento del chavismo. Va da se che è presente anche una parte che sostiene la cosiddetta rivoluzione bolivariana, ma ritengo che sia una parte assai ristretta.

 Laura Polverari

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