Si ricomincia da tre

ROMA – Dopo il primo giorno di votazioni Franco Marini finisce impallinato dal fuoco amico del Pd: si ferma a 521 voti, (lontanissimo dal quorum) nel primo voto a Montecitorio, ed il suo nome viene definitivamente travolto da una valanga di schede bianche nel secondo scrutinio, scrive Milena Di Mauro per Ansa. Pier Luigi Bersani archivia Marini (che tuttavia non si ritira, supportato dal Pdl) e, dopo la spaccatura profonda del Pd, prova a rimettere il dentifricio nel tubetto. ”Bisogna prendere atto di una fase nuova. Tocca al Pd la responsabilitá di avanzare una nuova proposta a tutto il Parlamento”, rilancia. I democrat sono convocati per domattina, con l’idea di cercare una convergenza sul nome di D’Alema o su quello di Prodi, favorito dei renziani e alternativo allo schema delle larghe intese. Per uscire dal tunnel il vertice del Pd decide di puntare su ‘primarie’ tra i suoi Grandi Elettori che riattivi il circuito della ‘democrazia’ interna e metta il Pdl di fronte a una scelta (D’alema o Prodi, o anche giuristi e professori come Gallo o Cassese). Ma quella di ieri é stata anche la giornata del trionfo di Matteo Renzi, che a sera é arrivato in treno nella Capitale per gestire il finale di partita, dopo aver dimostrato a Bersani che é difficile fare un Capo dello Stato (e anche un governo) prescindendo dal peso ormai acquisito nel partito dal ‘rottamatore’. Piccola vittoria anche per Beppe Grillo, che ha messo in rete l’autodafé del Pd con i militanti che bruciano le tessere e imbarazza Bersani, rimarcando il no del Pd a Stefano Rodota’ (uomo delle battaglie sui diritti, garante dell’intesa di governo con Sel e M5s) a fronte dell’accordo sul candidato ‘scelto’ con Berlusconi, Marini. Intanto Silvio Berlusconi – con disegno affatto casuale – si é allontanato dalla scena delle trattative e del caos per andare in Friuli, ad aprire di fatto la campagna elettorale. Oggi alle dieci si riparte con la terza votazione (certamente non risolutiva) ed il Pd ha chiesto che fosse concessa qualche ora in piú prima di arrivare alla quarta, quella dove basta la maggioranza semplice di 504 voti per eleggere il Presidente della Repubblica. Ma il Pdl ha posto un fermo veto al posticipo: se salta l’intesa, non dará agli avversari nuovi spazi di manovra.