Somalia, la fame uccide 260 mila persone, la metà sono bambini

ROMA – La fame si conferma il peggior nemico della Somalia. La carestia che ha colpito il paese nordafricano tra il 2010 e il 2012 ha provocato circa 260.000 morti, metà dei quali bambini sotto i 5 anni, soprattutto nel sud del paese dove gli integralisti islamici Shabab negano l’accesso ai principali operatori umanitari. Un numero di vittime nettamente superiore ai 220.000 della carestia del 1992. I dati sono contenuti in un rapporto della Fao (l’agenzia Onu per l’alimentazione) e della Famine Early Warning Systems Network, finanziata dagli Usa. In base a questa ‘’prima stima scientifica’’ della crisi, ‘’il 4,6 per cento della popolazione totale e il 10 per cento dei bambini di meno di cinque anni sono morti nel sud e nel centro della Somalia’’ e nelle regioni più colpite i bambini morti sono arrivati al 18 per cento.
Questa carestia, come le altre che ciclicamente affliggono la Somalia, è stata causata dalla siccità ma è anche il frutto di più di vent’anni di guerra civile – e di altri dieci di lotta ad al Qaida – che hanno devastato il paese, rendendolo uno dei luoghi più pericolosi al mondo anche per gli operatori umanitari. Lo scorso settembre, dopo otto anni di transizione, un governo sostenuto dalle Nazioni Unite è salito al potere portando un po’ di stabilità e sicurezza in alcune aree, costringendo gli Shabab (i militanti islamici integralisti legati ad al Qaida) ad arretrare nelle regioni meridionali.
La maggior parte delle aree colpite dalla carestia era proprio sotto il loro controllo e la crisi è stata aggravata dal loro divieto di far entrare la maggior parte delle agenzie umanitarie straniere. Il dossier carestia irromperà certamente anche alla conferenza internazionale sulla Somalia in programma il 7 maggio a Londra, che tra l’altro rappresenta il primo impegno all’estero del neoministro degli Esteri Emma Bonino. I donatori dovranno esaminare le misure più opportune per sostenere i progressi realizzati finora dal governo somalo. E la crisi alimentare non potrà passare in secondo piano rispetto alla guerra agli Shabab