Guantanamo, Obama stringe i tempi: vuole soluzioni subito

Pubblicato il 28 maggio 2013 da redazione

NEW YORK – L’amministrazione Obama stavolta sembra davvero non voler mollare la presa su Guantanamo. Dopo l’impegno ribadito con forza dal presidente americano di chiudere il supercarcere sull’isola di Cuba, la Casa Bianca – scrive il Wall Street Journal – ha ordinato a tutte le agenzie federali coinvolte di avviare una accurata analisi della situazione. Bisognerà fare il punto con l’obiettivo di trovare una soluzione a tutte le questioni ancora aperte, quelle che finora hanno impedito di porre la parola fine ad una delle pagine più controverse della storia recente degli Stati Uniti. Decisamente negativa per l’immagine della Casa Bianca.

L’indicazione è quella di preparare un rapporto nel più breve tempo possibile. Barack Obama vuole capire una volta per tutte come può essere superato lo stallo, che il presidente attribuisce in gran parte alle resistenze dei repubblicani in Congresso. Ma non è facile. Il problema più grande quando si parla della eventuale chiusura di Guantanamo – sottolinea il Wsj – è: cosa fare delle decine di prigionieri che non possono essere processati ma che rappresentano ancora una seria minaccia per gli Stati Uniti?

Un quesito a cui le autorità dovranno trovare una risposta. Si tratta di quei detenuti ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale ma a carico dei quali non vi sono prove legali, prove ottenute in linea con gli standard legali. Prigionieri sottoposti a metodi durissimi di interrogatorio, ai limiti della tortura – come hanno più volte denunciato le associazioni per i diritti umani – a cui sono state estorte dichiarazioni che però per la legge americana non sono utilizzabili. Questi detenuti fanno parte di un gruppo di 86 che potrebbero essere trasferiti nei loro Paesi d’origine, finendo in prigioni o centri di riabilitazione locali. Ben 56 provengono dallo Yemen. Ma non sempre i Paesi di origine li vogliono. Per il resto dei 166 sospetti terroristi tuttora detenuti a Guantanamo, molti ancora sotto processo, si potrebbero aprire le porte di alcuni penitenziari sul suolo americano. I due siti di cui si parla sono il supercarcere di Florence, in Colorado, e la prigione nella base navale di Charleston, in South Carolina. Intanto prosegue la protesta dei prigionieri, con le autorità impegnate a far sì che il prolungato sciopero della fame non causi tragedie.

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