Verso una nuova Europa

L’unione Europea è l’istituzione che ha donato la pace e permesso lo sviluppo di un intero continente dopo le devastazioni belliche. Questo il dato incontrovertibile. Quanto emerge invece dagli avvenimenti degli ultimi anni è piuttosto allarmante.

La perdita del potere di acquisto in molti paesi a seguito dell’entrata in vigore dell’euro, Italia in primis,  sembrava inizialmente solo una fastidioso effetto collaterale. Con il passare del tempo però i parametri imposti dalla UE si sono trasformati in una gabbia, un freno per le economie nazionali. I passaggi sono tristemente noti: inflazione galoppante, disoccupazione e l’incubo recessivo.

Mentre il grido che si levava – dal basso, va sottolineato – cominciava ad organizzarsi e farsi sentire nelle piazze. A cavallo tra 2009 e 2010 ad Atene infuriano le proteste contro il debito sovrano, le speculazioni internazionali e volte a riguadagnare fiducia sui mercati finanziari internazionali.

Nel 2011 le elezioni amministrative spagnole sono segnate dalla nascita di un movimento di protesta, gli indignados, che ben presto si diffonderà. Cittadini dalle diverse appartenenze politiche, accomunati dall’insofferenza verso l’insostenibile situazione economica e l’Europa “delle banche”.

Nel mentre la crisi economica si diffonde come una patologia degenerativa. E allora alle pacifiche proteste si sostituiscono vere e proprie manifestazioni in cui il sentimento che regna è l’avversione all’intransigenza europea.

La svolta avviene alla fine del 2011, quando il governo italiano – paese fondatore e decisivo per l’assetto europeo – è “costretto” a dimettersi viste le pressioni centripete e centrifughe. A prendere le redini dell’esecutivo sarà M. Monti, economista di chiara fama ed europeista convinto.

Qualcuno in questa fase inizia a domandarsi quanta sovranità possa essere ceduta senza travisare la ratio a base degli art. 10 e 11 della Costituzione italiana.

Le politiche economiche perseguite sono volte alla riduzione del deficit e del debito pubblico, ovvero al riavvicinamento ai paletti fissati dall’UE. Le discutibili scelte governative, improntate su tagli generalizzati alla spesa pubblica e inasprimento della pressione fiscale, in aperto contrasto con la concezione di welfare state, hanno sui cittadini effetti drammatici.

L’anno seguente, come prevedibile, le condizioni economiche dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi non migliorano, anzi peggiorano inesorabilmente e allora nuovamente il popolo europeo si fa sentire: il 2012 è costellato anch’esso da scioperi e manifestazioni.

La Romania insorge nel primo mese dell’anno. A febbraio è il turno della Grecia, che da questo momento entrerà in una spirale incontrollabile. Segue in estate ancora la Spagna, dove sono addirittura 57 le città in fermento ed i militari si aggregano alle proteste popolari. A rubare la scena nel corso degli ultimi mesi dell’anno invece è proprio il Belpaese: sindacati, studenti, precari e pensionati partecipano a manifestazioni che degenerano in scontri violenti con le forze dell’ordine, rievocando le devastazioni ed i quasi 100 feriti del 2010 a Roma.

L’Unione è ormai sempre più in preda a movimenti di rivolta contro la tanto declamate politiche di austerity. “Contro tutti e contro tutti: politici, banchieri e farabutti – Giù le mani dal nostro futuro – No al capitalismo parassitario”, questo il tenore degli slogan.

Intanto iniziano ad essere all’ordine del giorno i suicidi dovuti alla crisi, il punto di non ritorno.

Il 2013 non porta alcun miglioramento, infatti – come spiegano gli economisti – la stretta su tasse e spese pubbliche produce minore crescita, la minore crescita aggrava il deficit di bilancio ed il circolo vizioso ricomincia.

La lealtà nei confronti della rigorosa politica dell’Unione Europea fa cadere altri due governi. A febbraio si dimette il governo bulgaro dopo tre settimane di proteste di massa – 100.000 persone, forse più, hanno riempito le strade di Sofia – mentre una settimana dopo il Parlamento sloveno costringe alle dimissioni il primo ministro viste le manifestazioni estese a tutte le principali città del paese.

Lo scorso marzo tocca al Portogallo, al terzo anno consecutivo di recessione, con un tasso di disoccupazione altissimo, un debito pubblico destinato a crescere ancora ed una situazione sociale sempre più esasperata dalle austere ricette imposte dall’Europa come exit-strategy dalla crisi. Sono un milione e mezzo le persone scese in piazze, in oltre 40 località lusitane, a protestare contro i pesantissimi tagli già approvati e quelli in programma per i prossimi mesi per rispettare il volere di Fmi, Bce e Commissione europea.

Vanno ricordati anche nuovi tafferugli ad aprile a Madrid per protestare contro le nuove misure restrittive imposte dal governo spagnolo ai cittadini.

Finché le proteste e i movimenti anti-austerity si diffondono in Portogallo, Grecia, Spagna, Italia, cioè nei Paesi più colpiti dalle misure anti-deficit, non c’è niente di cui meravigliarsi. Ma se a dare segni di intolleranza nei riguardi del rigore è l’Olanda, da sempre fedele alla linea ortodossa della Germania, allora il messaggio diventa molto significativo. Tanto più che il premier olandese M. Rutte ufficializza lo slittamento di un anno dell’obiettivo di riduzione del deficit di bilancio al di sotto del tetto di Maastricht del 3%.

Nel frattempo 15 mila lavoratori guidati dall’European Trade Union Confederation – associazione che rappresenta 85 confederazioni sindacali europee presenti in 36 Paesi – hanno voluto manifestare a Bruxelles, chiedendo la fine delle politiche di austerità, che hanno creato recessione e disoccupazione in Europa. I sindacati europei riuniti chiedono, dunque, maggiori misure per la crescita e l’occupazione.

Il fronte anti-austerity è sempre più serrato. Se in principio erano solo Francia e Spagna a criticare le posizioni della Germania sul fronte del consolidamento fiscale necessario per riportare in sesto le finanze pubbliche dei membri dell’eurozona, da qualche mese tira aria di cambiamento. A Parigi e Madrid non solo si sono aggiunte Roma (con il nuovo governo Letta) ed Amsterdaam, ma anche nella comunità finanziaria divampa l’idea che il rigore a tutti i costi sia decisamente distruttivo, oltre che controproducente.

Il punto, tuttavia, è che l’elevato livello di disillusione politica che si percepisce in tutto il continente non può essere spiegato facendo semplicemente riferimento alla frustrazione dovuta ai tagli e all’austerity. Ciò che salta agli occhi è anche il deficit democratico all’interno delle stesse istituzioni europee.

Manca la fondamentale base di legittimità basata sul demos – escludendo il Parlamento – in particolare per quanto riguarda la Commissione, organo fondamentale detentore dell’iniziativa legislativa e responsabile dell’attuazione delle decisioni politiche da parte degli organi legislativi;nonché incaricato della gestione dei fondi relativi ai programmi UE.

È di mercoledì 29 la notizia della sottoscrizione di un “contributo” franco-tedesco al Consiglio europeo del 27 giugno prossimo, provando un riavvicinamento tra i due paesi che apre la strada verso una maggiore integrazione economica e politica dell’eurozona. Il documento evidenzia infatti l’importanza di “ridurre i deficit strutturali”, ma allo stesso tempo di “definire il ritmo dell’aggiustamento di ogni stato in funzione della sua situazione finanziaria e della necessità di proteggere o ripristinare una crescita duratura”.

Trascendere così le divisioni linguistiche, culturali, ideologiche, ovvero “Segnare una nuova tappa nel processo di integrazione europea intrapreso con l’istituzione delle Comunità europee”, favorendo “l’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa”, questa era la volontà espressa a Maastricht nel 1992 dai firmatari del trattato sull’Unione europea a favore di un’Europa, realmente, dei popoli.

 Lorenzo Di Muro

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