Centrale di Fukushima, resta l’allerta ma migliora la situazione all’esterno

CENTRALE DI FUKUSHIMA. – La cosa che più risalta al J-Village, la ex Coverciano della Nazionale di calcio giapponese, è l’assenza dell’ingente materiale anti-radiazioni o di emergenza che ha trasformato la base operativa della crisi nucleare di Fukushima in luogo ‘quasi’ normale, all’apparenza. Il contatore geiger ‘personale’ misura una radioattività di 0,2 microsievert/ora (pari al dato fornito dalla Tepco, gestore del disastrato impianto), a fronte degli 1,1 microsievert/ora del 28 febbraio 2012, giorno della prima visita dell’Ansa (e prima di una testata italiana) nel luogo che ha tenuto a lungo il mondo col fiato sospeso. Per avere un raffronto, il Giappone ha un fondo ambientale naturale di 0,02-0,06 microsievert/ora, mentre in altri, vedi l’Italia, si arriva a valori di 0,1-0,3. La contaminazione a 20 km da Fukushima Dai-ichi è scesa, tra lavori di ripulitura e dispersione, a due anni dal sisma/tsunami dell’11 marzo 2011, causa della peggiore catastrofe dopo Cernobyl. Per questa ragione, nell’ex ristorante Alpine Rose, ora sala dei briefing, non c’è più bisogno di indossare maschera protettiva a totale copertura e tuta bianca Tyvek per raggiungere la centrale: basta una mascherina chirurgica, guanti di cotone (più un paio in lattice), una maglia a maniche lunghe e copriscarpe in plastica. Il percorso dell’autobus taglia le città di Naraha e Tomioka che progressivamente sono uscite dalla no-entry zone e dove i lavori di decontaminazione procedono a giudicare dai campi pieni di grandi sacche di materiale rimosso: la radioattività, misurata dall’autobus, è un terzo minore di un anno fa. Anche nella centrale ci sono progressi, pur se il livello di guardia resta alto: la rimozione dei detriti e la realizzazione di nuove costruzioni ha in media abbassato la radioattività, fino a dimezzarla in alcuni punti, come presso le pompe di iniezione tra i reattori 5 e 1 (dai passati 89 agli attuali 49 microsievert/ora).
La protezione completa è necessaria per circolare nel sito, a maggior ragione per avvicinarsi ai reattori danneggiati. Nel quartier generale, l’edificio con le maggiori misure antisismiche, si completa la ‘vestizione’, con tuta, maschera, tre paia di guanti (uno di cotone e due di lattice), doppie calze, scarpe di plastica e la novità delle tre placche di ghiaccio secco a raffreddare il corpo. All’altezza delle turbine dell’unità n.3, il contatore geiger impazzisce. E’ l’hot spot più pericoloso della centrale: 1.240 microsievert/ora (due ore di esposizione equivalgono alla dose naturale assorbita in un anno). In tutta l’area intorno ai reattori 1-3, piene di macerie, i valori sono altissimi, tanto da richiedere, in particolare nelle unità 2 e 3, l’uso di robot per ‘esplorare’ l’interno degli edifici. Il tempo di vedere dal tetto di un edificio nuovo di zecca la ‘gabbia’ costruita sul reattore n.4 per l’estrazione delle barre di combustibile esausto (i lavori inizieranno a novembre), la nuova spianata dei serbatoi e di avere un incontro con Takeshi Takahashi, il capo di Fukushima Dai-Ichi. Ammette che la strada per il decommissionamento ‘’è lunga’’, visti gli almeno 40 anni necessari, con l’incognita di una tecnologia ancora da ‘testare’ per estrarre il combustibile semifuso dai reattori 1, 2 e 3. Insomma, un lavoro senza fine.
Al ritorno, nuovo controllo sulle dosi assorbite dal corpo: il dosimetro fornito dalla Tepco segna 34 microsievert, quello personale 23: un quinto circa della radioattività catturata su un volo aereo Roma-Tokyo.

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