Letta promette linea dura: “Non torno a mani vuote”

Pubblicato il 25 giugno 2013 da redazione

ROMA – ”Quello che ci attende a Bruxelles sarà un confronto duro e importante”. Il messaggio che Enrico Letta consegna al Parlamento, piú che ai leader europei, pare rivolto alla maggioranza. Con un occhio particolare al Pdl. Un modo per rassicurare il partito di Silvio Berlusconi sul fatto che il governo non intende tornare a mani vuote dal vertice Ue. Il momento politico, del resto, rimane delicato. Il Cavaliere, dopo l’ennesima ‘batosta’ giudiziaria, pretende risultati concreti. E il presidente del Consiglio vuole evitare altri motivi di tensione. Anche per non arrivare a Bruxelles, dove dovrá giá affrontare le resistenze di Berlino (che con le elezioni alle porte appare poco incline a deviare dal cammino rigorista), indebolito dalle fibrillazioni interne.

Un contesto non facile, in cui si inseriscono le parole di Mario Draghi. Il governatore centrale – con un occhio al ‘processo’ di Karlsrhue – difende lo scudo anti-spread, ricordando come il piano di acquisti Omt sia legato all’attuazione di precise riforme da parte dei Paesi beneficiari. E sempre nell’ottica di rispondere alle preoccupazioni tedesche, il governatore centrale ricorda pure come la crescita non si possa alimentare con nuovo debito, ma debba essere sostenuta con oculati tagli alle spese improduttive. Parole che non collidono con la ‘linea Letta’, il quale ribadisce che che l’Italia non intende tornare a sforare il tetto del 3%.

La chiusura della procedura per deficit eccessivo (all’ordine del giorno del Vertice) allenta la pressione dello spread (tornato sopra quota 300 punti base) ed offre al contempo margini di manovra sul fronte del bilancio, anche se solo a partire dal 2014. Il cuore dell’intervento di Letta, peró, sembra teso a far capire al Pdl che quell’invito di Berlusconi a ”battere i pugni sul tavolo Ue” non é caduto del tutto nel vuoto.

Magari ci sono ”accenti e stili diversi” – argomenta Letta nell’informativa al Parlamento in vista del summit -, ma gli obbiettivi sono gli stessi e vedono al primo posto il ”dramma” della disoccupazione giovanile. Il premier critica l’Europa ”che non da’ risposte” ai cittadini e ”stenta ad uscire dalla recessione”, senza peraltro riuscire a fugare ”le ombre” che ancora si allungano sulla ”tenuta” dell’euro. ”Il tempo stringe”, avverte, e bisogna interrompere ”la tendenza all’inerzia, alla protezione egoistica di prerogative nazionali” perché ”se l’Europa si ferma così com’é, é perduta”. Parole dirette ai Paesi ‘rigoristi’, Germania in testa. A Bruxelles, dopo una bilaterale con il premier olandese, Letta parteciperà alla riunione del Pse. Occasione utile per cementare l’asse con Francois Hollande, dando per scontato l’appoggio anche dello spagnolo Mariano Rajoy.

Sul fronte interno, l’approccio di Letta sembra pagare. Al netto delle assenze dei ministri Pdl al suo discorso, raccoglie gli applausi della maggioranza (persino fra i banchi di Sel raccoglie consensi) e incassa una mozione unitaria di pieno sostegno alla politica del governo. La partita però non sar’a facile. Le ”aspettative” sono tante: soprattutto sul fronte della lotta alla disoccupazione giovanile. Una ”realtà drammatica”, che costa 153 miliardi l’anno. Di fronte a questi numeri e davanti al costo politico che ne deriva in termini di antieuropeismo e xenofobia, dall’Ue non possono arrivare ”asserzioni di principio”, ma ”decisioni immediate”.

L’elenco è lungo: si va dall’applicazione immediata dello ‘Youth Guarantee’, il piano per dare sbocchi lavorativi ai neo laureati (che il governo farà seguire da un ”pacchetto di interventi” nazionali); al potenziamento del fondo per l’occupazione giovanile, da anticipare al biennio 2014-2015. Le risorse Ue, però, restano poche. Per questo Letta insiste sui fondi strutturali: ben 55 miliardi in sette anni che per l’Italia devono essere dirottati sul lavoro giovanile e – ove possibile – scorporati dai conti pubblici. Ma senza perciò superare il tetto del 3%. Serve inoltre un potenziamento della Bei e il rispetto degli impegni sull’unione bancaria.

 UE, lavoro giovanile: le mosse dei 27
La disoccupazione giovanile è l’emergenza europea, con numeri che vedono punte di 6 ragazzi su 10 senza posto in Grecia e un tasso medio, nei 27, del 24,4%. Un allarme che sarà al centro del Vertice Ue di giovedì e venerdì e che il governo Letta ha messo tra le priorità, cercando e sollecitando passi concreti, a livello Ue e nazionale (in Italia oggi un pacchetto di misure in Cdm).

La strategia Ue resta il timone ma nei paesi sono in campo anche strumenti come l’alleggerimento del cuneo fiscale o l’apprendistato. Ecco una ‘mappa’ di alcune politiche pro-lavoro di alcuni paesi Ue.

– GERMANIA: tra i meno ‘colpiti’ dalla disoccupazione (5,4% il dato nazionale, 7,5% per quanto i giovani) è il ‘campione’ dell’apprendistato che coinvolge circa 1,5 milioni di giovani e rappresenta una delle principali vie di accesso al lavoro: si può iniziare a 16 anni, per 3 anni, ed ha contribuito a dimezzare i giovani disoccupati dal 2005.

– AUSTRIA: (8% dei giovani senza lavoro a fronte di una media nazionale del 4,9%). Circa il 40% dei giovani a partire dai 15 anni possono partecipare a programmi di formazione di 3 anni, trascorrendo l’80% del tempo dell’apprendistato presso una società. E coloro che non trovano lavoro, alla fine del periodo, possono accedere ad un centro di formazione o al servizio per l’occupazione austriaco (AMS) nelle zone rurali.

– DANIMARCA: tra i paesi Ue con più bassi tassi di senza lavoro (12,2% quello giovanile, 7% totale) usa l’apprendistato come chiave: lo stato dà ai comuni mezzi per corsi ai ragazzi tra i 16 e i 24 a tutti i livelli (sociale, professionale, sanitario).

– FINLANDIA: con il 19,9% di disoccupazione giovanile (8,2% il dato totale) il paese ha lanciato nel 1996, dopo un picco di disoccupazione giovanile del 34%, il programma ‘Garanzia per i giovani’, su cui si è mossa prendendola ad esempio anche l’Ue. Il piano supporta gli under 25 (30 se laureati recentemente) dalla perdita del posto o dopo 3 mesi la fine degli studi. Garantisce formazione o esperienza professionale.

– SVEZIA: 1 giovane su 5 (25%) è senza lavoro (8,4% nazionale). Pioniere, dall’84, della ‘garanzia-giovani’ ha un’agenzia di lavoro che offre agli under 25 per 3 mesi formazione, stage, tirocinio e sostegno alla creazione di impresa.

– PORTOGALLO: con il 42,5% dei giovani senza lavoro (17,8% quelli totali), ha lanciato un anno fa un piano di sostegno per aiutare 90mila giovani a trovare un posto o uno stage ma solo 12mila ragazzi ne hanno beneficiato. Il governo ha annunciato l’esenzione (parziale o totale) contributiva e sussidi.

– SPAGNA: con oltre la metà dei giovani (il 56,4%) senza lavoro (26,8% il dato complessivo) ha promosso una riforma del lavoro ed in attesa che questa produca effetti, a marzo ha varato un programma di formazione di 450mila giovani con un ‘deficit di insegnamento’. Un piano da 3,48 miliardi di euro in 4 anni, finanziato al 32% dall’Ue, che prevede anche incentivi contributivi per l’assunzione di under 30.

– GRECIA: tra i paesi più penalizzati (62,5% dei giovani senza posto), la disoccupazione è tra le priorità del Governo che, però, finora ha promosso solo stage biennali per gli under 30 laureati selezionando 35 mila giovani (su 126 mila richieste).

– GB: con il 20,5% di disoccupazione giovanile (7,8% totale) ha lanciato a aprile 2012, il ‘Contratto Giovani’ per aiutare l’integrazione dei giovani sulla base di aiuti finanziari nelle assunzioni. Obiettivo 500.000 posti di lavoro under 24.

– FRANCIA: un giovane su 4 è senza posto (26,5% contro l’11% nazionale) ma il 25% della disoccupazione giovanile è assistita. Negli ultimi mesi sono entrate in vigore due misure: i ‘lavori del futuro’, mirati a qualifiche basse o inesistenti, e il ‘contratto generazionale’ con un sostegno di 4 mila euro per l’assunzione a tempo indeterminato di un giovane e la continuazione dell’occupazione per un ‘senjor’.

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