Posto pubblico addio, l’83.5% dei neolaureati in imprese

BOLOGNA  – C’è sicuramente chi, tra economisti e commentatori, ne sarà contento. Quelli che da anni parlano di un eccesso di dipendenti tra Stato, Enti locali e non meglio specificate strutture pagate dal contribuente saranno contenti dei dati elaborati da Almalaurea, il consorzio interuniversitario nato per raccordare università e mondo del lavoro: in Italia un lavoro pubblico per i neolaureati, quasi non c’è. E, se c’è, è più precario che nel privato, con meno incidenza dei contratti a tempo determinato e perfino con differenze tra uomini e donne più profonde. L’unico vantaggio è uno stipendio inizialmente più alto. Vantaggio che già quattro anni dopo è quasi azzerato. Certo, negli anni della crisi più profonda che le finanze statali abbiano vissuto dal dopoguerra e dopo decenni di privatizzazioni, che il pubblico non fosse più – a livello quantitativo – quel datore di lavoro ‘monstre’ che fu, lo si poteva immaginare.

Ma i dati diffusi da Almalaurea riferiti ai giovani con laurea specialistica oltre il triennio, sono comunque spiazzanti: a un anno dalla laurea su cento neolaureati, 83,5 lavorano nelle imprese, solo undici nel pubblico (non molti di più dei restanti sei che lavorano nel non profit). La sostanza non cambia molto quattro anni dopo, a cinque anni dalla laurea: il 77%, è occupato nel settore privato, il 18 nel pubblico, il restante 5 nel non profit. Poca quantità e poca qualità: il lavoro non standard riguarda ad un anno 39 laureati nel settore pubblico su cento (dopo cinque anni è il 40%), contro i 28 su cento in quello privato (che a cinque anni scende però all’11%). Il fenomeno è legato principalmente alla maggiore diffusione nel pubblico del contratto a tempo determinato.  Ma anche il lavoro parasubordinato, ampiamente presente in entrambi i settori, prevale nel pubblico dove coinvolge il 26% degli occupati contro il 16 del privato.

Pure il lavoro a tempo indeterminato è più diffuso – seppur di poco – nel settore privato: il 17,5% contro il 14%. E se gli stipendi sono l’unico dato che è migliore tra statali e compagni (ad un anno gli stipendi netti sono in media di 1.298 euro, nel privato 1.027; ma a cinque anni la differenza è ridotta a un +3%) anche per quanto riguarda le differenze di genere, lo svantaggio per le laureate è più profondo che nel privato: se è il 20% degli uomini ad avere un contratto senza scadenza, per le donne nel pubblico questa cifra si dimezza. Nel privato va appena meglio, con una differenza di nove punti percentuali (22 contro 13). E se il contratto non è indeterminato, spesso per le donne è non standard, sempre, soprattutto, nel settore pubblico.

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