Oggi il verdetto Mediaset: dubbi sul futuro politico del Cav.

Pubblicato il 31 luglio 2013 da redazione

ROMA – Nonostante l’impegno a contenere la foga oratoria degli avvocati di Silvio Berlusconi e la loro volontà, manifestata ai giudici, di stringere i tempi delle arringhe, il processo Mediaset in Cassazione – che tiene in fibrillazione il clima politico e ipoteca il futuro parlamentare di Silvio Berlusconi – si concluderà solo questo pomeriggio, quando verrà letto il verdetto davanti alle telecamere di Rai e Sky che rimbalzeranno il segnale gratuitamente anche alle tv di tutto il mondo che stazionano davanti al ‘Palazzaccio’ ormai da due giorni.

Continua dunque l’attesa sulle sorti giudiziarie del ‘Cav’ che rischia la conferma della condanna a quattro anni di reclusione (tre condonati) e a cinque di interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale ai danni dello Stato. Per tre ore i suoi legali, il professor Franco Coppi e l’avvocato e deputato Niccolò Ghedini – che lo difende dal 1998 – hanno cercato di smontare le accuse che lo ritraggono come il ‘dominus’ di un sistema truffaldino che gonfiava i costi dei film acquistati da Mediaset con un giro fittizio di intermediazioni che finivano negli ammortamenti delle dichiarazioni dei redditi. Hanno chiesto l’assoluzione del ‘Cav’ e hanno contestato l’esistenza stessa del reato, cercando comunque di smontare il filone della continuità che finora ha contribuito a bloccare la prescrizione.

Secondo Coppi, che ha concluso il tour de force delle arringhe in un’aula piena di afa dove era in vigore un rigido divieto di utilizzo di cellulari e pc, quel che eventualmente ha commesso l’ex premier sarebbe “penalmente irrilevante” e mancherebbe una specifica “norma antielusiva” per sanzionarlo.

– Berlusconi, come tutti sanno, – ha proseguito il ‘principe’ dei penalisti – dal 1994 si dedica interamente alla politica e non si occupa più di gestione societaria. Figuriamoci se si interessava delle quote di ammortamento del 2002 e del 2003 quando ormai da 10 anni aveva accantonato queste preoccupazioni, se mai si fosse occupato di cose del genere!.

Sempre battendo il tasto della discesa in politica del ‘Cav’ che lo avrebbe allontanato dagli affari, Coppi ha ricordato che Franco Tatò, il manager al quale Berlusconi diede le redini delle sue società, ha testimoniato che con il ‘Cav’ “era difficile addirittura avere un contatto fisico: si poteva discutere per telefono solo di qualche strategia di carattere generale!”.

– E Tatò – ha proseguito Coppi – non rese una testimonianza compiacente: infatti non è stato accusato di falsa testimonianza!. Insomma, Berlusconi – ha concluso il legale – non era il ‘dominus’ di nessuna catena truffaldina e mi rammarico che, invece, questa tesi sia stata condivisa ieri anche dalla Procura della Cassazione.

Ghedini, che ha rinunciato a svolgere un’arringa ‘monstre’ che minacciava di durare quattro ore, ha confessato che per lui il processo Mediaset “è un incubo notturno” nel quale alla difesa “è stato impedito di sentire anche uno solo dei 171 testi chiamati a deporre”.

– Sono sedici anni – ha detto l’avvocato ‘onorevole’ – che difendo Berlusconi. Sicuramente troppi. E sento dire che dobbiamo difenderci nel processo e non dal processo. Ma come facciamo a difenderci con un tribunale che mi dice: concordate con il pm le domande per i testi?.

Anche ieri è stato Ghedini a tenere i contatti con Palazzo Grazioli. Con un lapsus che fissava la convocazione della camera di consiglio per il primo agosto del prossimo anno, il presidente del collegio della Sezione Feriale Antonio Esposito ha dato appuntamento ai suoi colleghi per oggio a mezzogiorno per iniziare la camera di consiglio di Mediaset. Subito ha corretto la data. Del resto, lo stress che vive la Suprema Corte è palpabile: anche il Procuratore generale Gianfranco Ciani che ha fatto una capatina in udienza lo ha ammesso.

Il capo dei ‘pm con l’ermellino’ ci ha tenuto a ricordare come “solo l’aspetto della pena accessoria sia stato censurato nella requisitoria del Pg Mura”. A fare le spese dello zelo nelle misure di sicurezza – c’è un dispositivo di forze dell’ordine che presidia diversi ‘punti’ della capitale proprio in attesa del verdetto Mediaset – è stato il vignettista ‘Vincino’ venuto in Cassazione per ritrarre i magistrati. Il binocolo per guardarli meglio è stato scambiato per un oggetto da ‘puntamento’, ed è stato ‘perquisito’ ma subito scagionato e restituito al caricaturista de ‘Il Fatto’ e del ‘Foglio’.

 

Ecco il perchè dei 5 anni di interdizione

Non c’è ”ragione alcuna per trattare più favorevolmente i reati fiscali rispetto a quelli comuni, posto che la loro stessa normativa li considera così gravi da imporre l’interdizione, seppure per un termine minore, come accessorio a qualsivoglia pena detentiva”. E’ il ragionamento con cui lo scorso maggio la seconda corte d’Appello di Milano, nel condannare Silvio Berlusconi per frode fiscale a quattro anni di carcere per il caso Mediaset, ha quantificato in cinque anni l’interdizione dai pubblici uffici. Misura accessoria che il pg della Cassazione ha chiesto di ridurre a tre anni riferendosi appunto al decreto legislativo 74 del 10 marzo 2000 che prevede l’interdizione da uno a tre anni qualunque sia la pena inflitta.

I giudici milanesi, replicando alle difese che avevano contestato come la pena accessoria determinata anche dal Tribunale fosse ”maggiore di quella prevista dalla norma speciale, nelle loro motivazioni avevano scritto: ”… la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per un massimo di tre anni prevista dal comma secondo dell’art. 12 del D.L.vo 10 marzo 2000 n.74 si applica, in caso di condanna per violazione dell’art.2 del medesimo decreto (salvo che ricorra l’attenuante di cui al comma 3), quale che sia la misura della pena”.

Ad avviso della Corte d’Appello però ”si deve per tanto ritenere – si legge ancora nelle motivazioni – che quando questa superi gli anni tre si debba applicare il disposto dell’articolo 29 c.p. (É relativo ai reati comuni, ndr) che individua l’interdizione in anni 5, non essendovi ragione alcuna per trattare più favorevolmente i reati fiscali rispetto a quelli comuni, posto che la loro stessa normativa li considera così gravi da imporre l’interdizione, seppure per un termine minore, come accessorio a qualsivoglia pena detentiva. Tanto più – annotano ancora i giudici di secondo grado – se si considera che, nel citato art. 12 non si rinviene alcun appiglio letterale che imponga la deroga alla disciplina generale”.

 

La presunta frode al centro del processo

Un ”preciso progetto di evasione” che si è sviluppato in ”un arco temporale molto ampio” e con ”modalità molto sofisticate” di cui Silvio Berlusconi sarebbe stato il ‘regista’ e che è proseguito dopo la sua ”discesa in campo”, anche quando era capo del Governo. E’ quanto è contestato al Cavaliere nel processo sulle presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv Mediaset nel quale è stato condannato in primo e secondo grado a 4 anni di carcere e a cinque di interdizione per una frode fiscale relativa al 2002 e al 2003 (per i due anni precedenti è caduta in prescrizione) che ammonta a 7,3 milioni di euro.

Secondo la ricostruzione delle indagini milanesi il meccanismo alla base del presunto ”preciso progetto di evasione” è riconducibile all’interposizione fittizia di società. Per l’accusa, in questo caso, Mediaset dichiarava l’acquisto di un determinato film da una major americana (ad esempio la Paramount Pictures) ad una certa cifra, quando in realtà il film ne costava una inferiore. Così facendo, la società faceva fuoriuscire dall’Italia la differenza di costo versata per ogni film. Una cifra che veniva peraltro iscritta a bilancio come costo della società, e quindi deducibile ai fini fiscali, mentre in realtà quelle somme sarebbero transitate all’estero su conti riconducibili a terzi.

L’interposizione ‘fittizia’ si concretizzava nell’operato delle società intermediarie che rivendevano il film a Mediaset, le quali operavano in America acquistando i diritti dalla major, per poi dichiarare di rivenderli a Mediaset dopo una serie di compravendite fra società, che portavano al rincaro progressivo del prezzo. Tutto questo con il solo scopo di creare una serie di operazioni fittizie, di pura contabilità, che giustificassero i successivi rincari del film. L’Erario così avrebbe incassato minori imposte per effetto di ‘indebita deduzione di costi fittizi’ e ‘maggiori quote di ammortamento fiscalmente deducibili’

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