Libia: escalation della violenza

Pubblicato il 09 agosto 2013 da redazione

TRIPOLI  – Lo spettro del caos incombe sulla Libia, fra violenze e rese dei conti sanguinose. A confermarlo – malgrado gli sforzi per provare a riportare la situazione sotto controllo, culminati anche nel dispiegamento di rinforzi dell’esercito tanto a Tripoli quanto a Bengasi – sono l’ondata di assassinii politici e lo stillicidio di scontri tra milizie armate rimaste in campo dopo della rivoluzione che ha messo fine al regime di Muammar Gheddafi.

La violenza imperversa soprattutto nell’est del Paese, teatro nel mese di giugno di un vera e propria battaglia all’interno della base di una milizia a Bengasi costata la vita ad almeno 31 persone. Ma l’instabilità riguarda anche Tripoli, dove continuano ad affluire reparti militari: soldati a bordo di più di un centinaio di blindati e pick-up armati con mitragliatrici e cannoni antiaerei erano arrivati l’altra sera nella capitale e ieri sono stati dispiegati in varie zone del centro cittadino e nei sobborghi, nel tentativo di ”rassicurare la popolazione”.

A Bengasi, intanto, é stato ucciso in un agguato il noto presentatore TV del canale Libya Hurra Ezzedine Qusad, freddato all’interno della sua vettura. Il giovane giornalista è stato crivellato da uomini armati non identificati a bordo di due auto nel quartiere di Saidi Husain all’uscita della moschea dopo la preghiera del venerdì islamico.

Il 28enne Qusad conduceva un programma di impostazione socio-culturale, ”Proviamoci insieme”, per il canale TV Libia Hurra (Libia Libera), fondato agli inizi della rivoluzione. Si tratta della prima emittente privata di Bengasi, schierata fin dal principio contro regime e nata per iniziativa dell’imprenditore Muhammad Nabbus, assassinato il 19 marzo 2011 dai lealisti del colonnello.

Qusad si definiva un musulmano moderato e aveva già ricevuto minacce di morte, ma non é chiaro da chi. Non si tratta dell’unico giornalista preso di mira nella ‘nuova Libia’. Nei mesi scorsi Reporter Senza Frontiere aveva lanciato un appello in cui chiedeva alle autorità libiche di proteggere i giornalisti: vittime di attacchi ripetuti, minacce o rapimenti da parte di milizie di vario colore e provenienza geografica. L’allarme va del resto oltre il mondo dell’informazione che cerca faticosamente di tirare fuori la testa nel dopo-Gheddafi. Ed è stato ripreso in questi giorni anche da Human Rights Watch (HRW), secondo cui sarebbero almeno 51 le vittime di omicidi di matrice politica a Bengasi e Derna documentate dalla fine della rivoluzione. Al riguardo latita qualunque stima ufficiale del governo libico, ma HRW sostiene che il bilancio effettivo è probabilmente più pesante, se si contano anche gli assassinii in altre aree del paese.

Quasi tutte le vittime – inclusi uomini delle forze di sicurezza, giudici e attivisti politici di spicco come Abdulsalam Mismari – sono state uccise in attentati dinamitardi o in agguati in stile terroristico-mafioso. Mentre, ad oggi, sul versante delle indagini, non risulta quasi alcun risultato: n{e identificazioni di responsabili, n{e tanto meno condanne. E le autorità libiche si giustificano affermando di non disporre non solo di mezzi adeguati per condurre le investigazioni, ma neppure per proteggere i testimoni dal clima di paura e intimidazione.

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