Siria, spari sugli ispettori dell’Onu

Pubblicato il 26 agosto 2013 da redazione

BEIRUT. – La prima giornata di indagini degli ispettori delle Nazioni Unite dalle quali può dipendere un intervento militare in Siria è cominciata sotto il tiro dei cecchini. Spari di non meglio precisata provenienza hanno infatti tentato di impedire agli esperti Onu – presenti sul terreno per indagare sul presunto uso di armi chimiche – di recarsi in uno dei sobborghi della capitale colpito, secondo testimoni e medici, dall'”attacco chimico” del 21 agosto scorso che avrebbe causato la morte di centinaia di persone. Gli esiti della delicata missione delle Nazioni Unite, per quattro lunghi mesi osteggiata dalle autorità siriane che solo dopo cinque giorni dal sospetto bombardamento hanno concesso i permessi agli esperti internazionali, sembrano essere decisivi nel dare sostegno o meno all’ipotesi di un’azione militare occidentale contro il regime degli Assad, al potere da quasi mezzo secolo. Una parte degli ispettori Onu è comunque riuscita a penetrare a Muaddamiya, depresso sobborgo stretto tra l’aeroporto militare di Damasco e l’ormai distrutta cittadina di Daraya. Delle località indicate come colpite la settimana scorsa, Muaddamiya è però stata quella meno toccata dai raid mortali: in tutto, negli ospedali da campo visitati dagli esperti internazionali, si contano una settantina di uccisi, mentre nelle cittadine a est di Damasco – come Zamalka, Arbin, Ayn Tarma – sono stati seppelliti centinaia di corpi, tra cui di donne e minori, anche neonati. La visita a Muaddamiya degli ispettori Onu, guidati dallo svedese Ake Sellstrom, era cominciata stamani con spari di arma da fuoco ai veicoli del convoglio, che fino alle porte del sobborgo è stato scortato da mezzi delle forze di sicurezza del regime. Per gli spari dei “cecchini”, il regime ha accusato “bande armate”, mentre gli attivisti dei Comitati di coordinamento locale, espressione di quel che rimane della cittadinanza locale, hanno riferito di colpi “provenienti dal posto di blocco dei servizi di sicurezza militari e dei comitati popolari”, in riferimento alle milizie del regime che controllano gli accessi al sobborgo. Un veicolo dell’Onu è stato danneggiato, ma altri mezzi si sono fatti strada. E sono stati successivamente seguiti nel cuore di Muaddamiya da ribelli armati. Come prima tappa, nell’ospedale da campo vicino alla moschea Rawda, gli osservatori hanno parlato con alcuni medici e hanno prelevato non meglio precisati “campioni”. Attivisti hanno documentato con video e foto la visita degli esperti, che è poi proseguita al luogo dove, secondo i testimoni, si è avuto l’impatto di uno dei razzi contenenti i “gas tossici”. Anche in questo caso, come ha affermato un comunicato dell’Onu, sono stati raccolti “campioni”, presumibilmente dal terreno e da edifici investiti dall’esplosione. In serata, testimoni hanno visto il convoglio degli esperti Onu rientrare al lussuoso Hotel Four Seasons e non è chiaro se gli osservatori tenteranno di recarsi nelle zone a est di Damasco. Qui dal 21 agosto scorso si sono avuti numerosi raid aerei con armi convenzionali e – secondo attivisti locali – sono morte più di cento persone. La stessa Muaddamiya è stata obiettivo dei raid di artiglieria del regime: i bombardamenti “punitivi” sono cominciati appena gli esperti Onu hanno lasciato la zona. Scene analoghe si sono verificate in altre regioni della Siria in guerra, dove sono proseguiti scontri tra i diversi schieramenti. Secondo i Comitati di coordinamento locali, 104 persone sono morte sotto i colpi di armi convenzionali, ma è un bilancio provvisorio e incompleto perché non tiene conto dei morti tra le fila delle milizie fedeli agli Assad. Secondo la tv di Stato, terroristi hanno sparato mortai contro Bab Sharqi, quartiere della città vecchia, poco lontano da una storica chiesa armena, mentre una milizia palestinese da decenni fedele al regime siriano – il Fronte popolare Comando Generale, guidato dall’anziano Ahmad Jibril – ha minacciato di colpire in caso di azione militare occidentale contro Damasco “gli interessi regionali” dei Paesi che sosterranno l’eventuale “aggressione”.

Lorenzo Trombetta/ANSA

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