Quirico: false esecuzioni e botte: “Ho avuto paura morire”

Pubblicato il 09 settembre 2013 da redazione

ROMA  – “Quando ci hanno preso ci hanno tenuti bendati per giorni. Abbiamo vissuto in condizioni molto dure, ci hanno trattato come bestie, ci picchiavano quotidianamente, ho subito due false esecuzioni. Ho avuto paura di essere ucciso”. Il giorno dopo la fine di un incubo durato 5 mesi, l’inviato de La Stampa Domenico Quirico ricostruisce con i pm la sua lunga prigionia. Un racconto che si intreccia con quello fatto dal suo compagno di questi 150 giorni, l’insegnante belga Pierre Piccinin, alla radio Bel Rtl.

IL SEQUESTRO – Secondo quanto racconta proprio Piccinin, Quirico e il belga sono stati sequestrati due giorni dopo l’ingresso in Siria dal Libano, avvenuto lo scorso 6 aprile.

– Eravamo a Qusseir, l’esercito siriano libero (Asl) ci ha arrestato e poi passati alla brigata Abu Ammar, dal nome del suo capo. E’ gente mezza pazza, più banditi che islamici, più o meno legati al movimento Al-Farouk, uno dei principali gruppi ribelli, anche se un po’ scoppiato in questi ultimi tempi.

A bloccare l’inviato e l’insegnante sono stati, ha detto Quirico, “uomini armati a bordo di 2 pick up. Sono stato venduto dall’Armata siriana libera, il gruppo che ha innescato la rivoluzione e che credeva in una società siriana libera dalla dittatura interreligiosa, ma che ora è scomparsa”.

– I primi giorni – prosegue – eravamo bendati e da subito ci hanno tenuto in condizioni molto dure.

LA PRIGIONIA – Ai magistrati l’inviato non è stato però in grado di descrivere i suoi sequestratori, anche se ha detto di aver avuto la sensazione di esser stato gestito da più gruppi.

– Non li ho mai visti in faccia e non so dire se durante il sequestro siamo stati venduti ad altri gruppi: ma ho il sospetto di esser stato gestito da tre diversi gruppi ribelli.

Quel che è certo, stando al racconto di Quirico e Piccinin, è che hanno vissuto 5 mesi in condizioni assai difficili. L’inviato de La Stampa l’aveva già detto a Ciampino:

– E’ stata un’esperienza estremamente dura. E’ come se fossi vissuto cinque mesi su Marte e ho scoperto che i miei marziani sono molto malvagi. Sono stato trattato non bene, ho avuto paura – e l’ha ribadito ai pm e in un’intervista al Gr1 Rai -. Ci davano da mangiare i loro avanzi una volta al giorno al massimo, abbiamo vissuto in condizioni molto dure, ci hanno trattato come delle bestie. Il nostro valore era quello di una mercanzia, di qualcosa che serviva ai loro scopi e ai loro progetti. Hanno ignorato ogni forma di civiltà.

– E’ stato un sequestro terribile e molto pesante – ha confermato il direttore del quotidiano torinese Mario Calabresi – non gli hanno risparmiato nulla.

Anche Piccinin ha lo stesso ricordo:

– Venivamo trattati con grande disprezzo: certi giorni non ci davano neanche da mangiare. Abbiamo vissuto una terribile odissea, subito violenze molto dure, umiliazioni, vessazioni, torture orribili.

Solo in un’occasione i due sono stati un po’ meglio:

– Siamo stati trattati bene solo per un breve periodo in cui eravamo in mano ad Al Qaeda – è il racconto di Quirico -. Siamo stati con i terroristi di Al Faruq per una settimana, gli unici che ci hanno trattato in modo dignitoso, dimostrando nei nostri confronti maggior rispetto.

Su un particolare, non di poco conto, i racconti dei due però differiscono: Piccinin dice infatti che lui e Quirico hanno “sorpreso” una conversazione dei loro carcerieri in cui si sosteneva che “non era il governo di Assad ad aver utilizzato i gas” ma i ribelli. L’inviato però non conferma.

– E’ folle dire che io sappia che non è stato Assad.

LA FUGA – In questi 5 mesi, Quirico e Piccinin hanno anche tentato di scappare. Ci hanno provato due volte ma entrambe sono andate male. E sono stati forse questi i momenti più terribili, con i sequestratori infuriati che hanno simulato due finte esecuzioni dopo averli ripresi.

– Una volta – ha detto Piccinin – abbiamo approfittato del momento di preghiera e ci siamo impadroniti di due kalashnikov. Per due giorni abbiamo attraversato le campagne prima di ricadere in mano ai rapitori che ci hanno punito molto severamente per questo.

Come?

– Domenico ha dovuto subire due false esecuzioni.

LA LIBERAZIONE. RISCATTO? BELGIO NEGA, ITALIA TACE – Anche in questi frangenti, però, il negoziato è andata avanti. Da tempo ormai i servizi avevano individuato il canale giusto con cui tenere i contatti, tanto che c’era stata un’accelerazione proprio verso la prima metà di agosto, in coincidenza con la fine del Ramadan, che aveva fatto dire al ministro degli Esteri Emma Bonino di esser fiduciosa per una soluzione positiva della vicenda. E’ stato pagato un riscatto? L’Italia tace, mentre il Belgio in una nota ufficiale sottolinea che il governo “si è rifiutato di prendere parte ad ogni forma di negoziato riguardante un eventuale pagamento di riscatto”.

Quirico: “Ho avuto paura”
E’ finito dopo cinque mesi l’incubo di Domenico Quirico, l’inviato della Stampa sparito sul fronte dell’inferno siriano il 9 aprile scorso. Ieri il giornalista, pochi minuti dopo la mezzanotte, é rientrato a Roma con un aereo di Stato. Quirico , in giubbotto grigio, é apparso stanco ma in buone condizioni di salute.

– Sono vissuto per cinque mesi come su Marte – ha confessato alla piccola folla di colleghi che lo incalzavano di domande -. Non mi hanno trattato bene ed ho avuto paura – ha detto -. La rivoluzione mi ha tradito – ha ammesso prima di lasciare lo scalo romano di Ciampino, dove é stato accolto e abbracciato dal ministro degli Esteri Emma Bonino.

– Una magnifica notizia – ha commentato il direttore de ”La Stampa”, Mario Calabresi, confermando di essere stato informato direttamente dal presidente del Consiglio, Enrico Letta, e dal ministro degli Esteri, Emma Bonino,

Il rilascio si colora dei toni di una gioia senza ombre. In libertà è tonato anche Pier Piccinin, il cittadino belga rapito con Quirico; anche lui è stato portato a Roma a bordo dell’aereo di Stato italiano, prima di essere trasferito in Belgio.

– La speranza non era mai venuta meno”, ha esultato il premier Letta nel primo commento da Palazzo Chigi, mentre una nota del Quirinale elogiava il ministero degli Esteri e i servizi.

L’odissea di Domenico Quirico – 62 anni, grande esperienza sul terreno dell’informazione internazionale e già vittima di un sequestro lampo nel 2011 in Libia con altri tre colleghi italiani – era cominciata ad aprile di quest’anno mentre l’inviato della Stampa cercava di raggiungere Homs, città martire della rivolta anti-Assad, provenendo dalla frontiera libanese per la sua quarta missione di testimone della feroce guerra civile in Siria. Un’ultima telefonata, il giorno 9, poi se ne erano perse le tracce. Per oltre venti giorni, i familiari e La Stampa – su raccomandazione delle autorità e al fine di non pregiudicare possibili contatti – avevano mantenuto il più stretto riserbo. Ma il 30, di fronte all’iniziale vuoto d’informazioni, il giornale aveva reso noto l’accaduto.

Il silenzio, durato a lungo malgrado i contatti subito attivati dalla Farnesina e dai servizi d’intelligence, aveva fatto temere il peggio. Ma la sua famiglia, il suo giornale e lo stesso governo italiano non hanno mai abbandonato le speranze. Specialmente dopo che a giugno la moglie aveva potuto sentirne la voce, da quella sorta di oltretomba in cui era stato inghiottito.

Nelle ultime settimane il ministro Bonino si era mostrata ”cautamente fiduciosa”, anche rispetto al caso parallelo del gesuita padre Paolo Dall’Oglio, scomparso a sua volta in Siria a luglio.

– Resto non soltanto determinata, ma anche fiduciosa – aveva ribadito ancora a fine agosto – perché da quelle parti le cattive notizie si sanno subito.

Un atteggiamento suffragato anche da quanto riferito al Copasir nei giorni precedenti dal direttore del Dis Giampiero Massolo, secondo la cui ricostruzione il giornalista sarebbe finito negli ultimi tempi in mano ad un gruppo della criminalità ordinaria, agganciato poi da canali di contatto utili all’avvio di una trattativa concreta. Trattative che, a quanto pare, si sarebbero giovate anche dei buoni rapporti stabiliti dagli apparati diplomatici e d’intelligence italiani con settori dell’insorgenza siriana e avrebbero consentito alla fine di far prevalere le ragioni umanitarie. Tanto più che Quirico, almeno da un certo punto in avanti, non sarebbe stato più sotto il controllo di frange jihadiste dei ribelli. Non ci sono comunque notizie sul pagamento di un riscatto.

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