Asse Letta-Colle, fiducia piena e niente condizioni

ROMA – Nessuna trattativa, nessun abboccamento, nessun appiglio al ‘falco’ Silvio Berlusconi. Enrico Letta, forte della piena copertura offerta da Giorgio Napolitano, punta tutte le fiches sugli scontenti del Pdl e sbarra la strada all’ipotesi – molto remota, ma sempre possibile – di un estremo tentativo del Cavaliere di fare un passo indietro. Consapevole che, al punto a cui si è arrivati, una “retromarcia” del Cavaliere sarebbe complicata da gestire. Non solo per i contraccolpi interni al Pd, ma anche per la ‘ferita’ aperta dall’ex premier nei rapporti con il Quirinale. Del resto è lo stesso Colle a farlo capire con una nota diffusa nel pomeriggio in cui si delinea un percorso “limpido e lineare” sulla base di “dichiarazioni politico-programmatiche che consentano una chiarificazione piena” e che portino ad un “impegno non precario” all’azione del governo per rispettare gli obiettivi del 2014. Un modo per escludere implicitamente chi, agli occhi del presidente della Repubblica, in questi giorni ha dimostrato totale inaffidabilità. Insomma, niente spazi per retromarce.

Letta è pienamente consapevole dei rischi che una simile scelta comporta. Berlusconi è sempre stato molto bravo a “convincere” le persone. Ma ormai ritiene che il dado sia tratto. Il leader di Forza Italia si è spinto troppo oltre e il voto, spiega chi gli ha parlato, “può essere uno spartiacque che chiude definitivamente la seconda Repubblica”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso – ove ve ne fosse mai stato bisogno – è stata l’accusa mossa a Napolitano di aver pilotato la sentenza sul lodo Mondadori-Cir. A farlo tracimare del tutto, l’intervista a Tempi in cui accusava il Colle e lo stesso premier di inaffidabilità.

– Impossibile pensare di proseguire un’alleanza con chi insulta quotidianamente noi e il capo dello Stato – è la fredda replica di un democrat filogovernativo. Che il capo del governo avesse imboccato questa strada era chiaro già dall’intervista a Fazio. Ieri si è avuta la conferma.

Dopo lo strappo dei moderati del Pdl guidati da Alfano, Letta ha rispedito al mittente l’ultima offerta di Berlusconi. Decisione dolorosa perché a recapitarla è stata lo zio Gianni, anche se (per garbo e delicatezza istituzionale) non nelle sue mani, ma in quelle di Franceschini. Ma fatta senza rimpianti: il Cavaliere proponeva il suo sostegno in cambio della non retroattività della legge Severino. Ipotesi irricevibile e rispedita a stretto giro di posta al mittente proprio dal ministro per i Rapporti con il Parlamento.

Il Cavaliere è così costretto a interrompere i contatti. A palazzo Chigi sperano – e credono – definitivamente. Letta è infatti convinto che non possa (e non voglia) fare marcia indietro. Ma qualcuno a lui vicino teme l’ennesima giravolta.

– Noi avremmo problemi, ma per lui sarebbe ordinaria amministrazione – spiega un deputato lettiano.

Il premier non la vede così, ma comunque ha già pronte le contromosse. La prima la annuncia ieri in serata, respingendo le dimissioni dei ministri pidiellini: una necessità formale per evitare il Letta-bis e rendere il passaggio il meno traumatico possibile. Ma anche un modo di facilitare il compito ad Alfano che avrebbe avuto difficoltà “a chiedere il voto al partito con cinque poltrone vuote fra i banchi dell’Esecutivo”, come spiega un ministro del Pdl.

L’altra arma per dissuadere eventuali retromarce è il discorso programmatico che Letta pronuncerà oggi: un testo “indigeribile” per il Cavaliere, assicurano fonti vicine al premier. Chi ne ha parlato con lui ne delinea i punti salienti: niente ricatti, né sovrapposizioni di piani fra la vita del governo e i destini processuali di chicchessia; rispetto della magistratura e delle sentenze; un orizzonte temporale che porti all’inizio del 2015, con un programma ben definito e dettagliato. Il tutto suggellato dalla fiducia, per blindare definitivamente il governo. Questi i punti dell’intervento, limato fino all’ultimo anche per trovare il modo di riconoscere alle ‘colombe’ pidielline quel “coraggio” e quella “forza” necessarie per tagliare il cordone ombelicale con Berlusconi, ma anche quel senso di responsabilità dimostrato al Paese. Non solo nel Pdl. Anche nel suo partito.