Grandi d’Europa show, club di A soffrono

ROMA. – Nell’orticello di casa fanno la voce grossa, ma appena si affacciano in Europa la vita si complica. L’ultimo turno di Champions League (una sconfitta a Londra per il Napoli al cospetto dell’Arsenal, due pareggi sofferti per Juventus e Milan con Galatasaray ed Ajax) ha confermato l’endemica fragilità delle migliori formazioni italiane alle prese con il calcio sempre più ricco, offensivo e fisicamente straripante che si gioca nel Vecchio Continente. In tutti i sensi ”d’attacco” lo definisce Arrigo Sacchi, che sprona: ”Bisogna aggiornarsi”. Il campionato ”più bello del mondo” – come si definiva una volta – appare un palcoscenico non più da primi attori. Quelli giostrano altrove (vedi la ‘rabona’ del madridista Di Maria per il gol di Ronaldo nel 4-0 al Copenaghen). Anche quando sono italiani: Verratti tra i migliori nel Psg che ha strapazzato il Benfica. La Juventus, da due anni trionfale vincitrice in serie A, lo scorso aprile ha salutato la Champions ai quarti, subendo un doppio 2-0 da quel Bayern Monaco che – va ricordato – in semifinale umiliò il Barcellona. Nell’edizione in corso, dopo due pari consecutivi, ”il cammino si fa duro”, come lo stesso Conte ha ammesso. Esemplare il caso della Champions. Da due stagioni l’Italia ha perso un posto a favore della Germania, passando da quattro a tre. Eppure la Bundesliga esprime solo due vere super-potenze: Borussia Dortmund e Bayern Monaco. Ma nelle Coppe le formazioni tedesche sono, mediamente, più competitive. Vincono di più e quindi fanno più strada. Ed ogni turno superato, porta punti al coefficiente Uefa, che pesano l’anno successivo. Mancanza di stadi di proprietà, settori giovanili trascurati, merchandising quasi inesistente, Fair Play finanziario dettato più che altro dalle ristrettezze economiche. Sono tanti i pesi che zavorrano il Bel Paese e, con poche eccezioni, scoraggiano gli investitori stranieri. A giugno l’Annual Review of Football finance 2013 (Deloitte) ha messo nero su bianco che il pallone dei ricchi rotola in Inghilterra e Germania, comunque lontano dell’Italia. Motivi? Spettatori in calo, monte stipendi troppo alto rispetto alle entrate, garantite per due/terzi dai diritti televisivi. Così, ”mentre i campionati dei paesi più evoluti evidenziano incrementi di ricavi, collettivi ed individuali, nonché di competitività sportiva, la Lega rimane immobile in una terra di mezzo” ha scritto oggi il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, nella lettera agli azionisti. Eppure i ricavi in Europa hanno battuto la crisi (19,4 miliardi, +11%). Lo scudetto è andato alla Premier con 2,9 miliardi, davanti alla Bundesliga (1,9 mld) e alla Liga (1,8). Ai piedi del podio la Serie A (1,6 mld), cui spetta il triste primato del più alto rapporto costo tesserati-ricavi. Poi c’è l’aspetto tecnico. Per Sacchi una sorta di tara mentale, retaggio di antichi vizi: ”In Europa si privilegia il gioco d’attacco, tranne che in Italia – dice l’ex Ct, oggi coordinatore delle nazionali giovanili – In Spagna si dice che per vincere la Liga serve segnare, in Italia che vince chi prende meno reti. Da anni non superiamo i quarti di Champions. Abbiamo problemi anche in Europa League (ultimo successo, con il Parma, nel ’98-’99, ndr), la vecchia Coppa Uefa”. E’ vero che con Roma, Juventus, Napoli e Fiorentina ”il calcio italiano sta provando ad aggiornarsi”. Ma sono bastati due pareggi perché si parlasse di una Juve pronta a dire addio a Conte a fine stagione. Esemplare della schizofrenia del calcio italiano, secondo Sacchi. ”In Inghilterra Wenger allena l’Arsenal da 16 anni, Ferguson ne ha fatti 26 a Manchester. Da noi tutto si estremizza, si esaspera. Senza motivo”.

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