Allarme default, cresce la paura in America. Peggio di recessione 2008

Pubblicato il 03 ottobre 2013 da redazione

NEW YORK. – Cresce la paura in America. La paura che il muro contro muro politico che sta paralizzando il Paese possa portare al clamoroso fallimento dello Stato. A lanciare l’allarme è stato lo stesso Barack Obama: se entro il 17 ottobre in Congresso non ci sarà l’intesa sull’innalzamento del tetto del debito ”si rischia il primo default della storia degli Stati Uniti”. Le conseguenze – ammonisce il presidente Usa – sono inimmaginabili, ”un disastro”. Una ”catastrofe”, incalza il Tesoro americano, che potrebbe dar vita a una crisi finanziaria e a una recessione ”come nel 2008, o peggio”. Non c’è da scherzare, dunque. Obama – per un giorno tornato a parlare tra la gente a Rockville, in Maryland – ha puntato ancora una volta il dito contro quella fazione dei repubblicani (vedi i Tea Party) che sta per ora dettando legge all’interno del partito repubblicano, impedendo il varo di una legge di bilancio. Per farlo, infatti, chiedono di rimettere le mani sull’odiata Obamacare, la riforma sanitaria del presidente entrata in vigore da tre giorni. Un capitolo che la Casa Bianca non vuole assolutamente riaprire. Il timore, però, è che l’infinito braccio di ferro impedisca l’intesa anche sul tetto del debito. A questo punto si aprirebbero scenari inquietanti. ”In caso di default – spiega il Tesoro Usa – l’economia americana scivolerà in una recessione che potrebbe essere peggiore di qualsiasi altra dalla Grande Depressione”. Senza contare che ”il dollaro e i Treasury sono al centro del sistema finanziario internazionale”. ”Siamo al centro dell’economia mondiale, e un nostro default colpirebbe l’intera economia mondiale. Tutto il mondo ne soffrirebbe”, incalza Obama, tornando ad accusare i repubblicani di irresponsabilità. Del resto, le preoccupazioni del presidente americano sono le stesse della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale: ”E’ essenziale che gli Stati Uniti alzino il tetto del debito, perché non farlo – ha avvertito Christine Lagarde – avrebbe un impatto sull’economia americana e mondiale”. Di fronte allo spettro default, comunque, qualcosa comincia a muoversi nello schieramento repubblicano. E lo speaker della Camera, John Boehner – accusato da Obama di essere ostaggio dei Tea Party – avrebbe fatto sapere ai suoi che lui non permetterà che si arrivi davvero a una bancarotta statale. Del resto Jack Lew, ministro del Tesoro nell’amministrazione Obama, ha già varato una serie di misure straordinarie previste quando nelle casse dello Stato cominciano a scarseggiare i soldi. E secondo le previsioni, dopo il 17 ottobre – senza un innalzamento del tetto del debito – rimarrebbero a disposizione solo 30 milioni di dollari. Intanto lo ‘shutdown’ continua a costare circa 300 milioni di dollari al giorno. Ma la cifra, in mancanza di un accordo, è destinata a salire col passare del tempo, con un effetto domino – spiegano gli esperti – paragonabile agli uragani Katrina o Sandy. Drammatica la situazione delle centinaia di migliaia di dipendenti pubblici costretti a rimanere a casa o a non essere – per il momento – pagati. Mentre monta la rabbia contro i membri del Congresso che, ‘shutdown’ o non ‘shutdown’, continuano a percepire i loro stipendi. Ma gli uragani incombono anche in questi giorni: in vista dell’arrivo della tempesta tropicale Karen sulle coste Usa del Golfo del Messico, la Federal Emergency Management Agency (Fema, la protezione civile americana), sta richiamando i dipendenti che aveva posto in congedo a causa dello shutdown. 

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