Stato-mafia, citazione Napolitano. Quirinale, valuteremo

Pubblicato il 17 ottobre 2013 da redazione

PALERMO. – Il capo dello Stato Giorgio Napolitano deporrà al processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma i rigidi paletti fissati dalla Corte d’assise, che ha ammesso la citazione, di fatto rendono l’inquilino del Colle arbitro di una testimonianza che alcuni, come Luciano Violante, definiscono “singolare”. “La convocazione del presidente della Repubblica mi lascia perplessa: è inusuale”, commenta il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. Mentre dal Quirinale fanno sapere che “si è in attesa di conoscere il testo integrale dell’ordinanza di ammissione per valutarla nel massimo rispetto istituzionale”.

Napolitano non sarà, però, l’unico testimone eccellente del dibattimento che dovrà accertare se, come sostiene la Procura di Palermo, negli anni delle stragi mafiose, pezzi delle istituzioni scesero a patti con Cosa nostra assicurando l’impunità a boss come Bernardo Provenzano ed elargendo concessioni sul carcere duro. Sul banco dei testi, infatti, saliranno anche il presidente del Senato Piero Grasso, una sfilza di politici della cosiddetta prima Repubblica e alti magistrati. Come si svolgerà la deposizione del capo dello Stato, la prima di un presidente in carica nella storia della Repubblica, è ancora presto per dirlo. Di sicuro c’è che, come prevede la legge, Napolitano sarà sentito al Quirinale.

Molto più incerti sono invece i contorni della testimonianza, “stretta” – come ricordano i giudici – tra i confini tracciati dalla sentenza della Consulta che, accogliendo il ricorso del Colle sul conflitto di attribuzioni con i pm di Palermo, ha interpretato estensivamente la tutela della riservatezza delle sue comunicazioni. La Procura vorrebbe interrogare, infatti, Napolitano sulle “preoccupazioni espresse dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio” in una lettera inviatagli il 18 giugno del 2012. Amareggiato dai veleni seguiti alla pubblicazione delle sue telefonate con l’ex ministro Nicola Mancino, intercettato nell’inchiesta sulla trattativa, D’Ambrosio presentò le sue dimissioni a Napolitano con un’accorata missiva in cui negava di avere esercitato pressioni sulla gestione delle indagini. Uno sfogo in cui a un certo punto compare la frase che interessa i pm: “lei sa – scrisse D’Ambrosio a Napolitano – che (il riferimento è a suoi precedenti scritti) non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e mi fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi, quasi preso dal timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”.

Parole apparentemente sibilline che si comprendono solo alla luce di quanto D’Ambrosio diceva a Mancino, nelle telefonate, sul periodo relativo alla nomina di Francesco Di Maggio, personaggio chiave nella trattativa secondo i pm, a numero due del Dap. Questo, in astratto l’oggetto della testimonianza, che, dicono i giudici anche ricordando la sentenza della Consulta, può essere ammessa solo sulle cose che il teste abbia appreso fuori dalle funzioni presidenziali o prima di essere nominato Capo dello Stato. Una precisazione che, è evidente circoscrive l’ambito di azione dei pm. Molto più ampi i margini della citazione di Grasso, che ha già detto che si avvarrà della prerogativa di essere sentito a Palazzo Giustiniani. Il presidente del Senato dovrà parlare delle richieste di informazioni sull’andamento delle indagini sulla trattativa ricevute, quando era capo della Dna, da Mancino.

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