Nuove indagini su tedeschi e italiani, per eccidi in Grecia e Albania

ROMA. – Non solo Cefalonia. Non solo i tanti crimini commessi dai nazifascisti in Italia da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto, per i quali decine di ex militari tedeschi sono stati condannati all’ergastolo. Ora la procura militare di Roma indaga anche sui crimini di guerra commessi dai soldati italiani durante l’occupazione in Grecia con particolare riferimento a uno degli episodi più odiosi: l’eccidio di un centinaio di civili a Domenikon. La conferma che indagini sono in corso nei confronti di ex militari tedeschi, ma anche italiani, responsabili di crimini di guerra compiuti in Grecia e in Albania durante la seconda guerra mondiale, arriva dallo stesso procuratore militare, Marco De Paolis, il magistrato che ha chiesto ed ha ottenuto l’ergastolo per l’ultimo imputato della strage di Cefalonia. Il pm non fornisce particolari sulle nuove inchieste, che probabilmente in parte costituiscono la prosecuzione di accertamenti avviati dal suo predecessore, Antonino Intelisano, sui crimini di guerra italiani durante l’occupazione dei Balcani. Si limita a dire che “allo stato non ci sono indagati” e che queste nuove indagini dimostrano che “l’attività investigativa continua, nonostante il lungo tempo trascorso dai fatti, a 360 gradi: non solo nei confronti dei criminali di guerra tedeschi, ma anche dei militari italiani che si sono macchiati di gravi crimini”. Tra gli episodi al centro degli accertamenti vi sarebbe l’eccidio avvenuto nell’isola di Kos, dove il 6 ottobre 1943 – al termine di una battaglia tra tedeschi da un lato e inglesi e italiani dall’altro – vennero uccisi circa 100 ufficiali del Regio esercito (103 secondo alcune fonti, 96 per altri) considerati traditori dopo l’8 settembre. Per quanto riguarda, invece, i crimini compiuti dai militari italiani, l’attenzione del procuratore militare si sarebbe focalizzata sulla strage di 150 civili greci uccisi per rappresaglia il 16 febbraio 1943 a Domenikon, un piccolo villaggio della Tessaglia. Qui, un attacco partigiano contro un convoglio italiano provocò la morte di nove soldati italiani. Come reazione il generale Cesare Benelli, comandante della divisione Pinerolo, ordinò la repressione secondo l’esempio nazista: centinaia di soldati circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e catturarono più di 150 uomini dai 14 agli 80 anni, in pratica l’intera popolazione maschile del piccolo centro. Li tennero in ostaggio fino a che, durante la notte, li fucilarono. Domenikon, uno dei più efferati crimini di guerra compiuti dagli italiani nella seconda guerra mondiale, non restò purtroppo un caso isolato: seguirono eccidi e repressioni in altre località della Tessaglia e nella Grecia interna. Diverse decine i civili inermi fucilati, secondo il principio secondo cui per annientare i partigiani bisognava colpire le comunità locali.