ANM, l’incandidabilità è una questione di etica

ROMA. – L’incandidabilità di un condannato a una pena definitiva superiore ai due anni “è un principio di etica”. Il fatto che ci sia voluta una legge per introdurre questa norma “dimostra la debolezza della politica”. E’ il segretario dell’Associazione nazionale magistrati Maurizio Carbone a porre in questi termini il problema che sta arroventando il clima politico, facendo traballare il governo delle larghe intese. Nel suo intervento al XXXI Congresso dell’Associazione Carbone non fa mai il nome di Silvio Berlusconi ma il riferimento alla vicenda che lo riguarda direttamente è chiaro: “a stabilire il principio dell’incandidabilità dovrebbero essere i partiti nei propri codici etici” , dice, lamentando come sia proprio l’impotenza della politica a “costringere” i magistrati a interventi di “supplenza”, con il risultato di vedersi poi accusati di aver “invaso il campo” altrui. Il rapporto tra politica e giustizia è il tema centrale della seconda giornata del Congresso del sindacato delle toghe. Il vice presidente del Csm Michele Vietti bacchetta l’una e l’altra parte in un intervento in cui lega all’abolizione dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari “l’affievolimento della linea di confine tra giustizia e politica”. Basta “invasioni di campo”, che “portano con sé il rischio di una generalizzata delegittimazione” dell’ordine giudiziario, dice alle toghe, invitandole a “evitare la tentazione di sostituirsi alla legge” e a “sottrarsi alla logica del conflitto”. Ma ce n’è anche per la politica: “si è asserragliata nel Palazzo, gridando ai complotti persecutori”; ora smetta di “fare la predica” “abbandoni gli atteggiamenti vittimistici e faccia il proprio mestiere”: se ritiene che le regole entro cui i magistrati si muovono non corrispondano alle esigenze collettive, le modifichi. Anna Finocchiaro, presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato attribuisce al “conflitto che dura da 20 anni” lo stallo sulla giustizia. All’origine per il presidente dei senatori del Pdl Renato Schifani c’è proprio l’abolizione dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari: è “impossibile” ora reintrodurlo, ma si può ragionare con “approccio laico” su soluzioni per “bilanciare lo squilibrio che si è creato”. Ma tra i magistrati c’è chi rifiuta si possa parlare di scontro tra toghe e politica: “c’è stata l’aggressione di un potere sull’altro” dice il pm milanese Armando Spataro. E comunque, rispetto alla politica, le colpe della toghe sono “marginali”, nel senso di errori limitati a pochi, osserva l’ex presidente dell’Anm Antonio Patrono, che punta l’indice contro quei colleghi che sono passati alla politica “contrapponendosi ai loro stessi accusati”. “I magistrati possono e devono partecipare al dibattito politico, ma non sono tollerabili protagonismi, scorciatoie e la ricerca del consenso” dice l’ex consigliere del Csm Ezia Maccora, che pure con la politica non è tenera: “dopo le leggi ad personam speravamo in un cambio di passo, ma il pessimismo è forte”. Mentre Anna Canepa, leader di Magistratura Democratica, lamenta gli “attacchi ignobili” di cui e’ stata oggetto la sua corrente, che “hanno ignorato la nostra storia e il ruolo essenziale svolto per l’uguaglianza dei cittadini”.