Il Card. Ravasi e gli 007, quando il segreto è necessario

Pubblicato il 29 ottobre 2013 da redazione

ROMA. – I segreti e le “non verità” degli 007. E’ la strada, spinosa, su cui si avventura il cardinal Gianfranco Ravasi, che nell’ultimo numero della rinnovata Rivista italiana di intelligence Gnosis, analizza in un saggio l’aspetto “religioso ed etico della questione” e spiega perché, a volte, è necessario mantenere il segreto. Ma senza esagerare. Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, premette che la “segretezza” – per così dire – del segreto, è sempre stata molto relativa. Ricorda così che “il politico Benjamin Franklin scherzava, ma non troppo, osservando che ‘tre persone possono tenere un segreto solo se due di loro sono morte'”, mentre “una battuta che circola negli ambienti ecclesiastici dichiara senza esitazione che il ‘segreto pontificio’, il più alto nella gerarchia della riservatezza religiosa, è ciò che ignora il Pontefice e sanno invece tutti (e Vatileaks si è, a modo suo, premurato di confermarlo)”. “Noi, però – scrive Ravasi – vorremmo spezzare una lancia in difesa della necessità di custodire alcuni segreti, pur nella consapevolezza che la degenerazione di tale necessità è sempre in agguato, e certe vicende politiche italiane (e non solo) ne sono un’attestazione, soprattutto quando il ‘Segreto di Stato’ diventa un alibi per celare interessi o poteri innominabili”. Il cardinale osserva, innanzitutto, “che la parola ‘segreto’ etimologicamente rimanda al latino ‘cernere’, verbo che presuppone una scelta”; scelta che deve essere “seria, fondata, motivata”. Inoltre, “nel cuore della religione si ha una realtà che è denominata ‘mistero’, un vocabolo che ha alla base la radice greca ‘myein’ che denota il ‘tacere’, il chiudere le labbra”. Così “Gesù, stando al Vangelo di Marco, ripetutamente impone il segreto alle persone che guarisce, ma si mostra anche molto reticente nel presentarsi ai suoi discepoli”. Tuttavia, “bisogna aggiungere che la fede comporta uno svelamento, ed è appunto la ‘rivelazione’ ciò che Cristo viene ad offrire a chi crede”. Ma anche questa rivelazione “ha una sua ‘riservatezza’… Non per nulla Gesù parla in parabole, cioè in modo allusivo e simbolico alle folle, ‘ma in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa’”. Fin qui l’aspetto teologico. Ma anche quello etico è piuttosto delicato e complesso, dice il cardinale. “Ferma restando la condanna della bugia o menzogna (…) si deve riconoscere che si presentano situazioni intricate nelle quali l’oraziana ‘nuda veritas’ può risultare controproducente e deve essere ‘rivestita’, cioè protetta”. E’ sulla base di queste considerazioni (che stanno sempre “in bilico su un crinale molto tagliente”), che è stata introdotta la cosiddetta “restrizione mentale”, una “teoria fondamentale per giustificare l’attività della diplomazia e degli stessi Servizi segreti”. Dunque, “ci sono casi – afferma il cardinale – in cui è necessario non dire la verità perché si mancherebbe a un importante dovere personale o professionale, oppure si arrecherebbe un grave danno ad altre persone. E’ già San Tommaso d’Aquino che, nella ‘Summa Theologiae’, concede la liceità di ‘occultare prudentemente la verità con qualche dissimulazione'”. “Tuttavia la complessità della questione rimane in tutta la sua forza”, sottolinea Ravasi, aggiungendo che “la nuova grammatica della comunicazione, che adotta linguaggi di straordinaria efficacia, incisività, semplificazione e diffusione, come quelli informativi e virtuali” esige “una nuova riflessione morale e un indubbio maggior rigore nell’uso della verità e della relativa ‘restrizione mentale'”. 

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