Letta, svolta generazionale, il 2014 sarà un anno di riforme

ROMA. – “Il 2013 è l’anno che verrà ricordato come una svolta generazionale senza precedenti nella storia repubblicana italiana” e il 2014 deve essere l’anno di un’altra “svolta”, quella economica e delle riforme perché adesso nessuno ha più “alibi”. Il messaggio che Enrico Letta vuole consegnare al Paese nella conferenza di fine anno è duplice: da un lato saluta l’ingresso dei nuovi protagonisti sulla scena politica – con un implicito riferimento a Matteo Renzi ed Angelino Alfano ed uno, esplicito, a se stesso -, dall’altra lega il destino di questa nuova generazione di 40enni alla capacità di non sprecare l’ultima occasione rimasta per dimostrare che la politica è davvero cambiata. Il presidente del Consiglio, nell’ora e mezza di botta e risposta con i giornalisti, non cambia quasi mai tono. Appare quasi affaticato, forse per l’ingorgo istituzionale delle ultime ore, con il doppio voto di fiducia sulla legge di stabilità e sul decreto salva-Roma. Solo quando gli chiedono degli attacchi al capo dello Stato sembra perdere il suo consueto aplomb: “Ritengo che si sia passato assolutamente il limite”, scandisce con un riferimento all’accusa di impeachment mossa dal M5S. Attacchi come quelli di Beppe Grillo, aggiunge, “sono totalmente fuori luogo” visto che Giorgio Napolitano “ha salvato l’Italia”. La conferenza stampa inizia con un accenno a Giuseppe Giangrande, il carabiniere ferito davanti a palazzo Chigi proprio mentre il 28 aprile scorso il governo giurava al Quirinale. Appare evidente il tentativo di Letta di tentare di trasmettere il senso di svolta: “L’Italia ce la farà” avendo messo alle spalle la parte più complessa della crisi economica, assicura il premier. E per spiegare il suo ottimismo ricorda quanto avvenuto nel Pdl prima e nel Pd poi. Il Paese, spiega, “di un colpo ha recuperato 30 anni: il 2013 è l’anno che verrà ricordato come una svolta generazionale senza precedenti nella storia repubblicana italiana”. Un simile cambiamento è paragonabile solo al dopoguerra quando ai vertici politico-istituzionale salirono dei “trentenni”. Poi, per decenni, hanno dominato i sessantenni, i settantenni. Fino a quando una generazione di quarantenni è finalmente tornata al comando. Ma insieme agli onori, ci sono gli oneri: ed oggi, rimarca, questa generazione è messa alla “prova” e “non può fallire”. Un monito rafforzato da un successivo passaggio: “La settimana tra il 26 settembre e il 2 di ottobre – rimarca – ho dimostrato cosa è necessario fare quando c’è bisogno di una svolta politica vera; l’ho fatto allora e non ho alcun problema a rifarlo se necessario”. L’avvertimento è chiaro: come con Berlusconi, non esiterà a verificare la lealtà della sua maggioranza in Aula perché, come allora, non intende rimanere “ad ogni costo” a palazzo Chigi. “Non sono e non sarò mai un primo ministro tecnico”, scandisce del resto Letta che sottolinea come all’Italia serva una “leadership politica” e soprattutto quella “merce rara” che è “l’assunzione di responsabilità”. Non lo dice, ma il messaggio è soprattutto per Renzi o per chi continua ad insinuare il sospetto che il segretario del Pd scalpiti per andare al voto in primavera. Il presidente del Consiglio sembra trascurare i soci di ‘minoranza’ della coalizione. Mario Monti in testa, nonostante qualcuno, a palazzo Chigi, riconosca che l’ex premier stia alzando sempre di più i toni, come dimostrano gli ultimatum sul ‘salva-Roma’ e le critiche alla legge di stabilità. Il premier, anche per le domande dei giornalisti, sembra però concentrarsi soprattutto sul ‘capitolo’ sindaco di Firenze. E per farlo sceglie la diplomazia: prima assicura di non avere alcun “sospetto” sulla lealtà del segretario, anche perché – aggiunge con quello che suona come un secondo avvertimento – “sono convinto che questa svolta generazionale dimostrerà di non voler fare gli errori del passato”. Ma sulle cose da fare accontenta praticamente in tutto il sindaco di Firenze: sulla necessità di riformare la legge elettorale prima delle europee; sull’esigenza di regolare il settore del gioco d’azzardo; sull’ineludibilità di una revisione della Bossi-Fini e sull’obbligo di disciplinare lo ius soli. Condivide pure l’esigenza di aprire un dialogo sulle riforme con le opposizioni; ed in particolare con Fi, anche se Berlusconi dovrebbe abbandonare quell’atteggiamento “nichilista e populista” tenuto in queste settimane. Parole che gli procurano le critiche degli azzurri che, con Mariastella Gelmini, lo accusano di usare “l’alibi” di Berlusconi. Con un occhio a Confindustria e ai sindacati, assicura che le risorse derivanti dalla lotta all’evasione e dalla revisione della spesa andranno alla riduzione delle tasse sul lavoro. Ma difende l’attenzione sui conti pubblici, calcolando in 5 miliardi i risparmi ottenuti grazie a tassi di interesse più bassi sul debito. Fra le cose da fare l’anno prossimo – oltre alle riforme istituzionali, per le quali auspica comunque un referendum – cita la delega fiscale per rendere il fisco “più amico dei cittadini”, le norme sul rientro dei capitali; una legge sul conflitto d’interessi e, infine, una riforma del lavoro che aiuti favorisca l’occupazione ma senza rinunciare ai diritti. Scarta, infine, l’ipotesi di un rimpasto: “Non all’ordine del giorno”, assicura Letta.