Corea del Nord: l’Onu accusa, migliaia di morti nei campi e torture

TOKYO. – La Corea del Nord è colpevole di numerosi e gravissimi crimini contro l’umanità. Il rapporto redatto dalla Commissione d’inchiesta dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani a Pyongyang è un pesante atto di accusa contro il regime di Kim Jong-un e non lascia margini interpretativi: “La loro gravità, la scala e la natura rivelano uno stato che non ha alcun paragone nel mondo contemporaneo”, al punto da giustificare il deferimento alla Corte penale internazionale dell’Aja o l’istituzione di un tribunale dell’Onu ad hoc. Nelle quasi 400 pagine totali del documento, diffuso a Ginevra, si descrive l’inferno dei campi di prigionia (o lavoro) e le “scomparse forzate” anche all’estero, nonché le politiche di indottrinamento e monopolio del cibo da parte del regime, usato come arma impropria di ricatto verso la popolazione. Pyongyang non ha permesso l’accesso al Paese alla commissione di inchiesta, composta da tre principali esperti e istituita da una risoluzione approvata il 21 marzo 2013 dal Consiglio Onu dei diritti umani, che è stata costretta a condurre le sue indagini con interviste di vittime e raccolta di testimonianze all’estero in condizioni di riservatezza per non mettere in pericolo i protagonisti di questo dramma e le loro famiglie. Negli ultimi cinque decenni, “centinaia di migliaia di prigionieri politici sono morti nei campi di prigionia della Corea del Nord” che, secondo le immagini satellitari, sarebbero stati addirittura ingranditi dopo la conquista nel 2012 della leadership in Corea del Nord di Kim Jong-un, terzo rappresentante della famiglia Kim al potere da oltre 60 anni. Le persone nei campi di lavoro, il cui numero è indeterminabile, sono gradualmente eliminate con una politica deliberata di fame, lavori forzati, esecuzioni, torture, stupri, aborti forzati e infanticidi. Un esempio significativo è la testimonianza offerta da Shin Dong-Hyuk, ora 31enne, fuggito nel 2005 dal ‘Camp 14’, uno dei famigerati campi per detenuti politici, forse l’unico nato in un gulag che sia riuscito nell’impresa. “Mi chiedete se eravamo trattati come animali? Io dico peggio perché i topi possono girare liberi e decidere cosa mangiare. Ci era vietato tutto, eravamo sottoposti a ogni tortura e la morte poteva essere un sollievo”, ha raccontato Shin in una recente visita a Tokyo. La Corea del Nord ha rifiutato “categoricamente e totalmente” il rapporto e i suoi contenuti, basati su “informazioni false fornite da forze ostili” al regime “sostenute da Stati Uniti, Europa e Giappone”. Di parere opposto la posizione Usa: “Mostra in maniera chiara e inequivocabile la realtà brutale” delle violazioni, ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato Marie Harf, aggiungendo che gli Usa sollecitano Pyongyang ad adottare “misure concrete” per affrontare il problema. La Cina, che ha negato l’accesso alla Commissione e che è uno storico alleato di Pyongyang, ha chiarito che “le questioni sui diritti umani devono essere risolte col dialogo costruttivo su un piano paritario. Sottoporre questo rapporto alla Corte penale internazionale non aiuterà a risolvere la questione”, ha concluso la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying. Gli esperti della Commissione Onu hanno raccomandato al Consiglio di sicurezza di deferire la Corea del Nord alla Corte penale internazionale o di istituire un Tribunale dell’Onu ad hoc, ma su un piano puramente teorico. Il diritto di veto cinese è destinato a vanificare tutto. (di Antonio Fatiguso/ANSA)

Condividi: